migrare, migrando

do-the-right-thingVia via.
Andiamo via di qua.

Migrare è qualcosa a cui penso spesso. L’ansia della fuga mi assedia: è una questione di sopravvivenza. E’ una questione di qualità, non una formalità.

Migrare. Ha il suono dolciastro di un tramonto di luglio – quei tramonti sfiniti che si trascinano lenti, insidiati solo dalle prime stelle. Ha il retrogusto agrodolce di una resa, e la frenesia elettrica di cento alternative.

Migrare è un’ipotesi ingombrante che si accoccola dolce dentro una tazza di porcellana, tra i fondi del caffè e le decorazioni in rilievo. Sta intrecciata nell’ordito di una sciarpa colorata da bandiera della pace. Si scalda nella lana dei guanti, nelle pieghe larghe di pantaloni indiani, nei rimasugli di tè impigliati nel colino.

Migrare è un’idea che cola molle come miele in un barattolo. E’ la risposta naturale a un presente ostile. Il sogno soffocato di un’altra possibilità.

Migrare è un corteo lungo e festoso, acceso di musica che rimbalza sui tamburi. Ha la consistenza pastosa dei colori a dita, le piante sporche di chi cammina a piedi nudi. Migrare è non aver paura di niente: coltivare, contro ogni evidenza, la fiducia sfrontata in un’umanità che non ti farà mai sentire straniero.

Migrare è il riflesso tagliente di una zattera solitaria, orfana nella solitudine catodica. Consuma come il sale assolato dell’oceano. Ha il freddo dei portici deserti di gennaio. Il sapore disgustoso di pomodori avvelenati.

Via via.
Andiamo via di qua.
Niente più ci lega a questi luoghi, neanche i marciapiedi grigi.

Migrare ha la forza di un immaginario in pellicola: è una strada lunghissima, un’auto scoperta, i capelli nel vento. Ritmo sincopato jazz in una cantina ammuffita. Scalette antincendio sul retro. Il fumo di Londra. Il profumo di brioche di Parigi.

Migrare è il fischio di un treno che corre sbuffando e spia dentro i cortili. Ci trova panni stesi che odorano marsiglia e graffiti scrostati dalla pioggia di ieri. L’illusione che, volendo, puoi saltar su, dall’oggi al domani, e andare a costruirti un altrove. Migrare è la promessa di un’avventura centenaria.

Migrare è Ulisse e Indiana Jones. I nostri sogni di bambini che rifiutano di crescere. Di invecchiare. Di morire prima di essere morti. Migrare è guardare il cielo e innamorarsi delle nuvole veloci. Chiedersi che fine facciano d’inverno le anatre di Central Park. Stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar.

Migrando è la speranza resistente di un posto migliore. Serve soffiarci sopra, come sulle braci, per non restare senza luce. E’ una questione di sopravvivenza. Una questione di qualità. Non una formalità.

Migrando è un posto bellissimo, e il fatto che stia in mezzo a Busto è una cosa che non ci si crede. Sta in un cortile grande che d’estate i bambini colorano coi gessi e i ragazzini ci giocano a basket. Ha le pareti gialle e gli scaffali pieni di roba. Vende caffè che sa davvero di caffè, tè che sa davvero di tè, cioccolato che sa davvero di cioccolato. Offre coccole al cocco e mielella. Migrando, come tante botteghe del commercio equo, sta passando un periodo di merda. Il fatto è che senza Migrando l’asfalto di Busto ci soffocherà davvero. Ieri sera abbiamo fatto uno Slam Poetry in sostegno alla bottega – che, per inciso, è aperta tutte le domeniche fino a fine mese e fa il 25 percento di sconto su tutto l’artigianato. Andateci (non oggi, ché il lunedì invece è chiusa) -, c’era un bel po’ di gente e abbiamo letto delle cose, una roba di lacrime, ma di lacrime buone da mangiare. Io ho scritto e letto questa cosa qua sopra, e ora la posto qui per chi vuole. Qui, invece, potete andare a leggere il pezzo scritto da Carolina Crespi.

Ci vediamo in bottega.

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2 risposte a migrare, migrando

  1. opzioniavariate ha detto:

    le porte aperte. apriamo le porte. per quello che ci dicevamo ieri sera naima, nessuno e niente apre le porte. le porte le apriamo noi perché sappiamo cosa vogliamo vedere oltre la porta.

  2. adele ha detto:

    alla fine, dove sei andato?

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