femmine contro femmine

lotto marzo

Scrivo questo pezzo un po’ così, consapevole del fatto che ripeterò molte cose dette (anche meglio) altrove, da molte donne impegnate da sempre sulle questioni di genere. Ci rimugino dall’8 marzo, quando un mio collega mi ha fatto leggere un articolo, credo su Alias, in cui si sollevava il problema del “moralismo femminista”. L’8 marzo, tra l’altro, da quando sono entrata nell’agognato “mondo del lavoro”, assume sempre più i connotati di una festa strana e imbarazzante: da un lato viene percepita dai più come qualcosa d’inutile, di ridondante, quando non è la deprimente (perchè una tantum) occasione per le “femmine” di andare a sbronzarsi tutte insieme senza “maschi”; dall’altro, ribadirne l’importanza concettuale di tappa fondamentale dell’imprescindibile percorso di lotta per l’uguaglianza scatena la reazione annoiata di “che palle, tu e il tuo femminismo”.

[Sempre per inciso. Il mio 8 marzo è iniziato con il canonico “auguri a tutte le donne!” pronunciato entusiasticamente da un uomo, che si è subito premurato di aggiungere “e noi uomini, perchè non ce l’abbiamo una festa? Con tutto quello che ci fate sopportare!”. Ecco, appunto.]

Ma veniamo a questo problema del “moralismo femminista”. L’articolo sottolineava come il discorso sul femminile degli ultimi anni – per capirci: l’attenzione mediatica sollevata dal movimento Se non ora quando, con quella manifestazione partecipatissima in pieno governo Berlusconi – sembri contenere in sè un contraddittorio passo indietro. Le femministe che deplorano le veline scostumate, i festini del Cavaliere, le pubblicità pullulanti donne oggetto, le giovani che si concedono al potere per far carriera andrebbero contro quanto il femminismo storico chiedeva di ottenere, la libertà per la donna di gestire il proprio corpo e la propria sessualità come le pare e piace, senza sottostare ai diktat di nessuno.

Da sempre si sa che la questione di genere è complessa e spinosa, perchè si fonda su archetipi e stereotipi culturali vecchi di secoli. Tanto che tra le argomentazioni di chi sostiene come inevitabile e giusta la differenziazione di ruoli maschili e femminili c’è sempre questo supposto “ordine naturale delle cose”. C’è la religione, ci sono i miti, le leggende. Ci sono abitudini radicate tanto nel profondo di ciascuno di noi, anche dei più preparati a difendersi dallo stereotipo del pregiudizio. E poi c’è la propensione a cascare nelle provocazioni, con entrambe le scarpe. E ancora, l’evidenza, spesso dimenticata per questioni di comodo, che “le donne”, proprio come “gli uomini”, non sono una massa compatta e indistinta, ma tanti singoli individui, unici e differenti tra loro.

Allora rieccola, la favola di Biancaneve – sarà un caso, tra l’altro, il proliferare di riletture cinematografiche e televisive sull’argomento? Tutte, tra l’altro, con grandi icone hollywoodiane della femminilità che alla soglia dei 40 anni interpretano la Strega Cattiva terrorizzata dalla (perdita della) giovinezza? In sostanza, le vecchie femministe moraliste (e sfiorite) si scagliano contro queste giovani intraprendenti e spregiudicate che, fiere e consapevoli della propria bellezza e sensualità, utilizzano a proprio vantaggio le proprie doti muliebri, mettendo letteralmente in pratica lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” per ottenere soldi e potere. Ecco che le vecchie femministe moraliste, che negli anni 70 non avevano remore a farsi chiamare puttane e a sollevare al cielo le mani unite a raffigurare la vagina, ora si mutano in beghine bigotte, quelle che senza più voglie si prendono la briga e il gusto di dare a tutti il consiglio giusto.

Ci sono, sì, delle femministe che ci cascano con tutte le scarpe. Che mettono alla gogna il comportamento indecoroso delle olgettine e delle donne defilippiane. Anche se ricordo distintamente tanti articoli a firma maschile sull’impegnatissima Repubblica che, ai tempi dello scandalo Ruby e di quel che ne seguì, si ergevano a moralizzatori addossando tutta la responsabilità alle giovani protagoniste delle “cene eleganti” e soprassedendo signorilmente sui signori uomini che vi partecipavano.

Ma non è questo il punto. Non è il solito refrain delle donne che non sanno essere solidali tra loro. La battaglia, sempre più attuale, si gioca (si deve giocare) non (solo) sul piano delle colpe e delle responsabilità dei fatti, ma su una questione di sguardo e di rappresentazione. Il punto non è se sia sbagliato per una donna concedersi al desiderio maschile in cambio di qualcosa. E’, appunto, una sua scelta (quando lo è davvero, ma evitiamo ulteriori sterminate parentesi). Il problema sta nell’immaginario, nel modello unico e mai plurale. Nell’immaginario (della televisione, del cinema, della pubblicità, quello che alimenta la nostra visione del mondo) le donne hanno tutte ventanni e un corpo perfetto. Le donne non invecchiano, e se invecchiano non lo danno a vedere. E se lo danno a vedere allora sono streghe, acide, sfiorite, insoddisfatte, vecchie femministe moraliste. Nell’immaginario le donne stanno ai margini, servizievoli e silenziose, poco vestite e accondiscendenti, a disposizione dei maschi. E’ una loro scelta? Può essere, e nel caso nessuno gliela nega. Ma l’assenza del tanto invocato contraddittorio è desolante come una pietra tombale. L’immaginario si riflette nella quotidianità, la pervade in maniera sottile. Lo si vede nel modo in cui gli uomini trattano le donne, e parlano delle donne. E viceversa, naturalmente. L’immaginario (ri)costruisce muri, distanze, barriere. Incomprensioni. Fa rientrare dalla finestra quello che con immensa fatica si è cacciato fuori dalla porta: le divisioni, gli scontri, le gabbie.

Farsi rinchiudere nella contrapposizione tra “donne vere” (quelle che studiano, lavorano, prendono dottorati, fanno le madri di famiglia, e tutto quanto retorica vuole) e “donne false” (quelle che si siliconano e si spogliano, che si concedono alla libidine maschile in cambio di favori o soldi, che si “liftano” la faccia per restare perennemente giovani) significa farsi riaccompagnare placidamente in un rassicurante sistema di ruoli e di stereotipi e riassorbire la potenza deflagrante di un discorso sulla rappresentazione (e, di conseguenza, la percezione) del femminile.

Siamo tutte “donne vere”, tutte quante, ovviamente. Ad essere falso è il modello unico che ci rappresenta, e che, di contro, rappresenta l’uomo, perchè – ci tengo a ribadirlo sempre – le battaglie di genere sono trasversali ai generi. Solo che nel modello dell’immaginario collettivo, l’uomo ha (per ora) delle possibilità tra cui scegliere. L’uomo è giovane, aitante, sportivo, affascinante, ma anche anziano, saggio, autorevole. E’ bello ed è brutto. E’ stupido e intelligente. E’ un toy boy e un appassionato esperto amante. Non può ancora essere femmineo e femminile, ed è anche per questo che ci si deve battere. In definitiva, perchè ognuno (uomo o donna) possa essere se stesso, nella vita quotidiana e dentro l’immaginario che lo rappresenta e in cui si riconosce.

Ancora una volta, è una questione di libertà. Quella per cui chiunque può aspirare ad essere tutto ciò che vuole, senza il peso dell’inadeguatezza, dell’inappropriatezza, del pregiudizio. L’esatto contrario del moralismo, appunto.

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Una risposta a femmine contro femmine

  1. rosescruz ha detto:

    Complimenti davvero!
    Condivido appieno le tue idee e sei stata bravissima a esporle in modo chiaro senza rischiare fraitendimenti!
    Complimenti ancora!

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