di metà e di cieli

Sì, si parla un sacco di dignità delle donne, ed è giusto. Sabato ci sono manifestazioni in tutta Italia (andateci) e sul Web c’è un appello da firmare (firmatelo). Non che appelli e manifestazioni servano davvero a qualcosa, lo sappiamo, ma fa tanto bene al cuore, quando si è immersi nella merda, sapere di non essere soli.

Che poi tante volte si sente da più parti il monito pieno di rimprovero ma voi donne, perchè non vi ribellate? Ci ribelliamo, zii, abbiate fede, firmiamo le petizioni, andiamo a manifestare, cerchiamo di fare il lavoro che ci piace anche se ci pagano meno degli uomini, e continuiamo pure a fare figli anche se quando rimaniamo incinte ci licenziano, e curiamo i vecchi che gli uomini non sono capaci di curare perchè nessuno gli ha mai insegnato a farlo, e continuiamo ad innamorarci, nonostante una su tre, tra noi, subisca un atto di violenza maschile almeno una volta nella vita. Te pensa.

Noi donne ci ribelliamo, e sono anni, e fidatevi che non smetteremo adesso. Ma voi uomini, voi, perchè non vi ribellate? La vostra dignità vale meno della nostra? Oppure considerate dignitoso essere associati all’immagine del seduttore, del porco, dell’ignorante, dell’insensibile? Davvero non sentite che la vostra dignità è minacciata tanto quanto la nostra, la vostra dignità di persona, prima che di “maschio”, quando la società vi cresce come padroni unici del mondo, privandovi della possibilità di essere voi stessi?

Tracciare divisioni ha sempre questo difetto: che l’altro rimane altro, e i problemi dell’altro, per quanto possiamo essere empatici, non ci riguardano mai davvero. Ma questa è una stronzata, signori miei. Perchè un uomo che in una donna non vede altro che un buco, non è un uomo, è un pisello. Un uomo che non sa amare la sua compagna come sua eguale, con cui condividere la vita, le esperienze, il senso, le competenze, i sogni, l’intelligenza e i progetti è un uomo a metà. Un uomo che non sa prendersi cura degli altri, perchè gli hanno insegnato che a prendersi cura degli altri sono solo le donne, è una persona a cui hanno strappato una parte essenziale del proprio essere. Una specie di zombie che deambula a caso e non vedrà mai le cose come sono davvero. E una società governata da uomini come questi, è ovvio, è una società che va a puttane, in tutti i sensi possibili.

Le donne non sono “l’altra metà del cielo”, siamo tutti quanti lo stesso fottuto cielo, e la dignità, il valore, il senso del nostro essere è umiliato quotidianamente a prescindere dal genere cui apparteniamo. Quindi, insomma, ribelliamoci tutti insieme, chè tutti insieme ci tocca fare il lungo e faticoso cammino che ci aspetta.

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nevica merda

Mi vergogno sempre un po’ ad arrivare buon’ultima nella scoperta delle cose, ma il mio primo dicembre nel mondo del lavoro è qualcosa di devastante che ti arriva tra capo e collo come una ghigliottina di quei tempi là in cui tagliavano le teste ai re.

Io sto bene. Non ho un vero lavoro, ancora, e di conseguenza non ho uno stipendio. Ho dei genitori che mi sostengono mentre provo, almeno per un po’, a trovare il lavoro che voglio fare davvero, o che almeno non mi faccia proprio schifo. In parole povere, ho un culo gigantesco.

Non avere un vero lavoro ha un indubbio vantaggio: non avere paura di perderlo. Che tu dici “bella roba”, ma lascia stare. Arriva dicembre, con le sue lucine di Natale e le carte regalo luccicanti, i negozi aperti la domenica e la neve. Arriva dicembre, si avvicina il Natale e scadono i contratti.

I contratti si rinnovano, oppure no, oppure cambiano. Un determinato, un progetto, una collaborazione Un rimborso spese. Altri due mesi di stage. Forse sei. Un part time, un full time, un verticale, un orizzontale. Tanti cantano il precariato meglio di me, piovono libri, film e spettacoli teatrali. Ma trovarcisi in mezzo è un’altra cosa. Ovunque ti giri c’è qualcuno che ami che ha perso il posto, oppure gli hanno dimezzato lo stipendio, oppure non sa cosa succederà dopodomani. Intanto si accendono le luci dello shopping e piove. Piove merda, altrochè.

Che poi c’è anche la crisi, e poi c’è la politica, e l’economia, e avere anche un posto a tempo indeterminato non vuol dire più un cazzo. Che poi c’è anche la sfiga, eh, quella c’è sempre, non ti molla mai.

Ieri mattina alla radio una deputata del Pdl, candida come un rotolo di carta igienica usata, proclamava: “Ma io posso anche capire che i giovani possano avere delle rimostranze, ma proprio non comprendo perchè debbano essere così arrabbiati”. Non capiva, lei. Poveretta.

L’inverno è cominciato solo ieri. Con un’eclisse, e la neve. Fa un freddo fottuto, da queste parti, signora mia. E nevica, nevica merda. Siamo una generazione a termine, e ci svegliamo la notte con il petto pesante perchè è dicembre e a gennaio boh. Non è che siamo arrabbiati. E’ che è un disastro di niente, signora mia. Affoghiamo nel niente. E’ che dovremmo avere tutta la vita davanti, come piace dire a voi altri, e invece davanti c’è solo, forse, un altro mese di stage.

Oggi va così, penso a una ghigliottina e mi vengono un sacco di buone idee. Oggi va così, l’unica soluzione plausibile sembra essere l’apocalisse. O Cthulhu. O la rivoluzione, come diceva quel signore là che se n’è andato da un mesetto neanche. Ma qua la rivoluzione qua non la sa fare più nessuno. Insomma, dai, spacchiamo tutto. E il primo che mi viene a parlare di “ottimismo”, come dire, “ho delle soluzioni medievali per il suo culo”.

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the ballad of john and yoko

Quando i Beatles erano i Beatles, io non ero che un pensiero – forse – nella testa di qualcuno. Non so quindi come sia andata veramente, quella storia – la storia di quei quattro tizi comunissimi, partiti da quella cantina di Liverpool e trasformatisi nella seconda venuta di Gesù Cristo  – quello che so è quello che sanno tutti, sono nata in un mondo in cui i Beatles esistevano e basta. Senza aver ascoltato i loro dischi da piccola – mio papà è tutt’ora un Rollingstoniano più che convinto, uno di quelli che tracciano una riga e si mettono, ben fermi, da una sola parte – poi mi sono accorta, a un certo punto, quasi per caso, che le canzoni più famose dei Beatles le conoscevo tutte lo stesso, anche se non mi ricordavo di averle ascoltate mai.

Per questo dico così: che i Beatles, a un certo punto, sono successi, e noi che siamo nati dopo siamo nati in un mondo con i Beatles, un po’ come i ragazzini che nascono oggi nel mondo con l’Internet, e via di titoloni di Repubblica sulla generazione dei social network.

Ma sto divagando.

Quello che tutti sanno, anche se non sanno davvero quando l’hanno saputo la prima volta, è che bisogna odiare Yoko. Yoko Ono è il male, l’assassina della musica, la sintesi suprema di ogni devastazione e carestia. Yoko Ono è da raffigurarsi incappucciata di nero e con la falce in mano, mentre, con un ghigno malefico, distrugge tutte le note del pentagramma, e tutta la poesia addormentata nelle cose. Pensate alla piccola Prudence chiusa nell’armadio, per dire, quella a cui cantarono “The sun is up, the sky is blue, it’s beautiful and so are you” perchè uscisse a giocare. Ecco, tutte le Prudence del mondo non esistono più, perchè nessuno più le ha cantate, dopo l’intervento di Yoko Ono, aka La Morte della Musica.

Pure oggi, che sono trent’anni dall’omicidio di John Lennon – io ancora non c’ero, ero lì lì per, ma mancava ancora qualche mesetto al mio concepimento – ho letto in giro che, se esistesse una giustizia o un dio o quel che è, Mark Chapman, quell’8 dicembre del 1980, avrebbe dovuto sparare a Yoko Ono. Brividi.

Ecco, invece – e ora forse mi attirerò i peggio insulti – a me Yoko Ono è sempre piaciuta. Non solo. John e Yoko, insieme, mi sciolgono il cuore ogni volta che li guardo su YouTube. Così teneri, e buffi. Bruttini, anche, a voler ben vedere, ma bellissimi. A fare gli scemi, come due quindicenni alla prima cotta, correre sulla spiaggia e fare le capriole, senza riuscire mai a staccare le proprie mani intrecciate. Andare in giro senza vestiti, farsi filmare nudi tra le lenzuola bianche, dichiarare al mondo il proprio amore, e mandare in merda tutto il resto, con un’ingenuità che sembra sconfinare nella stupidità.

E allora mi chiedo se non sia proprio questo, che fa infuriare tutti. Questo esibire il proprio amore senza ritegno, senza vergogna. Nudi letteralmente, e metaforicamente, davanti a telecamere e obiettivi. Quest’esibizionismo spudorato dei propri sentimenti, mentre noialtri comuni mortali siamo impegnati, giorno dopo giorno a proteggerci, costruendo cortecce di privacy, difendendoci dall’affetto altrui per paura di ritrovarci vuoti, disarmati e stanchi.

John Lennon che manda in merda i Beatles – qualcosa tipo la band più importante del secolo, almeno per tutti quelli che non la considerano sopravvalutata, o che preferiscono i Rolling Stones – perchè, semplicemente, è innamorato, credo che sia questo a farci tremare la terra sotto i piedi, a farci morire di paura tutti quanti. A farci trasfigurare Yoko Ono in una strega che nel pentolone mescola incantesimi d’amore per confondere John Lennon e portarlo via al mondo e alla musica. Perchè, per quanto le infinite combinazioni di note possano contenere ogni più piccola sfumatura dell’universo alla fine, l’amore è  qualcosa di ancora più grande e terrificante.

E così, a me piace pensare che il motivo per cui John Lennon era, sul serio, una persona un po’ più speciale degli altri – il motivo per cui davvero dopo l’8 dicembre 1980 il mondo si è ritrovato un po’ più vuoto, non è tanto per tutte le meravigliose canzoni che Lennon avrebbe potuto scrivere e non ha scritto, ma soprattutto perchè è morto qualcuno in grado di innamorarsi in quel modo assoluto e gigantesco, di amare una donna come tutti vorremmo essere in grado di fare, di sfidare la retorica glassata del romanticismo da baci Perugina, e affermare, con la propria esistenza, che l’amore, davvero, è la risposta.

Che a sdilinquirci per i grandi amori dei romanzi siam capaci tutti, ma quando poi, un amore così, lo vediamo davvero, finisce che ce la facciamo sotto e basta.

[N.B.: Ovviamente, questo post era da pubblicare ieri, ma poi il tempo è volato via mangiandosi perfino l’occasione di premere sul pulsante “Pubblica”.]

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ah, i vampiri di una volta…

Per chi avesse davvero voglia di leggere i miei sproloqui, ecco un mio pezzo sui vampiri in tv, pubblicato su Nocturno di dicembre. Con Buffy, sempre nei nostri cuori.

“Chissà cos’avrebbe pensato Buffy, l’ammazzavampiri, davanti alla massiccia invasione di “non morti” che popola, oggi, schermi televisivi e cinematografici, oltre alle pagine di svariati best seller. Non sono pochi coloro che invocano, oggi, l’intervento della bionda impalettatrice interpretata da Sarah Michelle Gellar per porre fine a questo proliferare di canini appuntiti.

Apripista delle “serie sui vampiri”, in onda sulla ormai defunta WB dal 1997 al 2003, Buffy – The Vampire Slayer ha raccontato, per sei stagioni, le vicende di un gruppo di amici impegnati a contenere le forze del male, nella cittadina californiana di Sunnydale. Non solo, ha anche svolto un ruolo fondamentale nella storia della serialità: ibridazione di generi, autoironia e citazionismo, squisitissima cultura pop profusa a piene mani, e la creazione di un fortissimo fandom trasversale ed eterogeneo, pronto a sostenere la propria eroina in tutto e per tutto.

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the dark side of things

Ogni cosa ha un lato oscuro.

Le persone, le stagioni, le città, gli stati d’animo. Quelli a cui piacciono le frasi fatte, lo chiamano “il rovescio della medaglia”. Quelli tutti yogurt, yoga e lana cotta vi diranno sicuramente qualcosa sullo yin e lo yang. Noi che si è nerd ci piace “the dark side”, che fa sollevare testa e midiclorian a tutti gli adepti di Star Wars, e poi piace anche ai patiti di musica, che subito sbavano pensando alla luna dei Pink Floyd.

Il lato oscuro di quest’autunno è una pioggia che non dà quasi tregua. Una pioggia – ci scommetto – senziente, dal momento che, chirurgicamente, comincia a cadere ogni sabato mattina e non ne vuol sapere di smettere almeno fino alla domenica sera. Poi in settimana va e viene, risale gli orli dei pantaloni e ti allena al “salto a ostacoli delle pozzanghere”. Con bestemmia.

Il lato oscuro dell’autunno è questa pioggia grigia che rende tutto grigio – il cielo e i miei occhi, poi striscia sull’asfalto, che già è grigio di suo, e così diventa grigio lucido, va di moda il grigio quest’inverno, dice Vogue, il grigio e il cammello, forse i due colori che più mi fanno cagare sulla faccia della terra. Il lato chiaro della pioggia è quando ti accorgi che, dentro le pozze d’acqua, ha riempito la città di riflessi colorati: il giallo e il rosso dei fari delle auto, il verde dei semafori, le luci dei lampioni e delle insegne al neon. Il lato chiaro della pioggia è quando sei dentro e non fuori, e puoi ascoltare il tamburellare delle gocce sul tetto, attraverso il soffitto.

Il lato chiaro dell’autunno è invece fatto di foglie rosse e arancio, e del profumo bruciacchiato dai comignoli che fa tanto Londra vittoriana; di trame di lana e gusci di castagne, di cioccolata calda e muffin; di freddo arrossato sulle guance e di burro a fiumi dentro i pizzoccheri. Di matite temperate. Di quaderni di scuola. Di cappotti di panno pesante. Il lato oscuro della pioggia di quest’anno è che le foglie rosse e arancio son cadute quasi subito, e i cappotti di panno pesante è meglio che cedano il passo all’impermeabile.

Il lato oscuro della pioggia sono gli ombrelli, chè quando son chiusi non sai mai dove mettere, e il novanta percento delle volte finiscono abbandonati dentro i grandi vasi loro dedicati, all’entrata dei negozi o delle case. Io sono contro l’ombrello. Così come sono contro il fazzoletto.

Con il naso schiacciato sul vetro appannato del pullman, guardo Milano a goccioline e penso: però cheppalle vivere in un mondo cyberpunk. Lo realizzo all’improvviso, chè non ci avevo mai fatto caso: quei futuri prossimi dove piove sempre e si mangia solo cibo cinese in scatola, e dappertutto sparano luci artificiali – laser, neon, semafori, insegne luminose, pubblicità parlanti, ologrammi, ideogrammi, anagrammi, melodrammi, moschettieri. Tutto fotografato sui toni freddi dell’azzurrino e del grigio. Lo realizzo all’improvviso: passi per il cinese in scatola, ma tutta quell’umidità dentro ai vestiti, ai capelli, agli occhi, alle ossa – tutto quel lato oscuro delle cose a stratificarsi un giorno dopo l’altro – una noia mortale, e solo l’anticamera di una depressione collettiva.

Però, vabbè, non so se io possa fare proprio testo: lo sanno tutti che sono la regina delle meteoropatiche.

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un ottovolante di merda

Sto lontana due giorni dalla Rete – nel senso che mi limito a farne l’utilizzo privato che ne fa la stragrande maggioranza degli utenti Facebook, e cioè pubblicare le foto dei miei muffin sui vari social network – e non mi accorgo che succede questa cosa qui, e che a questa cosa qui seguono una valanga di robe, Macchianera che chiude e dirotta il traffico su quel tumblr, tutti i più noti blogger che dicono la propria opinione, un sacco di solidarietà e, ovviamente, anche tanti contro.

Non sto qui a fare il riassunto della storia, chè chi ancora ne fosse all’oscuro, gli basta Google. Quello che volevo dire è che, di tutti i commenti critici che ho letto, non ce n’è uno che mi sembri meno di un’arrampicata sugli specchi. Lo sciopero della fame è pericoloso e stupido, e probabilmente inutile, e probabilmente questa giornalista – che non conosco – ha davvero agito sull’onda dell’indignazione, senza pensare alle conseguenze. Ma riportare tutto alla vicenda personale, andando a parlare dei dettagli della vita di Paola Caruso, o di quanti privilegi preveda un contratto di giornalista, per quanto legittimo, mi sembra un modo come un altro di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale: se a 40 anni sei precaria, ma da 7 anni lavori per uno stesso padrone, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Io ho appena iniziato a muovere i passi in quell’universo dove lavora Paola Caruso. Non so ancora se e quanto sono brava, non so ancora se e quanto mi merito un posto fisso. Ma la verità è che, come forse Paola, e come penso una marea di gente, vivo la convinzione intima e profonda che io, un posto fisso, non l’avrò mai. E non è solo una questione di essere legata a un posto e a un luogo, nè di avere una posizione o uno status: non avere un posto fisso si porta dietro una voragine di vuoto, l’impossibilità di progettare nulla che vada oltre lo scadere del contratto. Giorni sull’orlo del “vediamo come va”, con la consolazione del “se sarai brava, se lavorerai tanto, se sarai sveglia, se ti farai notare, forse, allora, forse” e poi forse un bel niente. Forse forse forse, per ora, per me, può anche andare bene così – ci ho messo tanto a studiare e a laurearmi, sono in ritardo con tutto – ma forse, io credo, arriverà anche un giorno in cui si sentirà il bisogno di respirare.

Di arredare una casa con qualcosa di più dei mobili dell’Ikea.

Di arredare una casa per restarci.

Magari di fare un figlio.

Magari di tenere insieme una famiglia.

Di pensare che se i tuoi genitori invecchiano, tu, un modo per accompagnarli fino alla fine, te lo puoi permettere. E se tuo figlio si ammala, e se ti ammali tu, e anche senza catastrofi, semplicemente, vivere con la parvenza di qualche radice sotto i piedi.

Di mettersi in un posto e pensare, sai che c’è, io sto bene qui, voglio stare qui, voglio cercare il mio senso dentro le immagini su queste pareti, che sono quelle che ho costruito io, e non voglio che cadano domani perchè magari non mi rinnovano il contratto.

Io non so nulla di Paola Caruso, ma credo che il punto sia questo: arriva quell’istante in cui l’equilibrio precario smette di essere eccitante e denso di tutte le opportunità del mondo, e ti diventa solo un ottovolante senza sicura, dal quale non puoi scendere, ma non puoi neanche smettere di vomitare. E poi, non è che Paola Caruso sia una sola, ecco. Siamo un’intera generazione, che va ingrossando le sue fila giorno dopo giorno. Un’intera generazione a vomitare su questo ottovolante di merda.

Forse, ecco, con quest’immagine in testa, è il caso di andare un po’ oltre il caso personale.

Postilla: sento sempre più spesso dire in giro “non ti ha mica obbligato nessuno a fare il giornalista/il designer/il ricercatore/il fotografo/l’insegnante/l’operatore/il grafico/il filosofo/il professore/il linguista/lo scenografo/l’illustratore/l’antropologo/l’assistente sociale/blablabla. Potevi fare l’ingegnere o il medico, oppure invece di passare cinque anni a fumarti le canne studiando Lettere e Filosofia, potevi rimboccarti le maniche e andare a lavorare in fabbrica/in bottega/da Zara/all’Esselunga”. Ecco, miei cari, anche se fosse vero che per un ingegnere o un medico è più facile, anche se fosse sano immaginare un mondo senza tutte quelle professioni di cui sopra, e anche facendo finta (ahahahahah) che in fabbrica si stia da dio (dai tetti, infatti, si gode di una vista niente male, neh), ricordo che il lavoro è una cosa che fai per tutta la vita. Per almeno otto ore al giorno, per almeno cinque giorni su sette (di solito, molto di più). Ti alzi al mattino e ti metti a fare quella cosa lì. E poi, dopo un po’ di anni che sei su questa terra, alla fine muori. E gran parte di quel tempo l’hai passato lavorando, quindi, ecco, fare il lavoro che ci corrisponde e per cui si è portati mi sembra quanto meno una cosa per cui valga la pena di lottare. Poi, è ovvio, la vita ti porta in giro su delle strade imprevedibili, ma evitare di passarla tutta quanta a fare un lavoro di merda, non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo.

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back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.

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