back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.

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4 risposte a back to the movies #1

  1. kaw ha detto:

    ti ho risposto rebloggandoti sul tumblr, ma te lo scrivo anche qua: a me Happy Family mi ha fatto incazzare tantissimo. non c’era un’idea originale che fosse una, un rip-off spudorato di wesanderson svuotato di qualsiasi contenuto e appiccicato su una storia improponibile. salvatores WTF, si è comportato come un ragazzino appena uscito dal dams e questo proprio non me lo spiego.

  2. Luca ha detto:

    Happy Family l’ho gradito ma i momenti teatrali li ho mal sopportati (in questo, l’adattamento dallo spettacolo teatrale fallisce). Però rimane sempre una commediola all’italiana con due e tre ideuzze carine.
    Hillcoat è bravo e ha fatto un bel lavoro su the road. Ha fatto anche un ottimo western ambientato in Australia, anche questo molto duro e teso. Te lo consiglio se non l’hai visto, si chiama The Proposition. Ed è scritto da Nick Cave, tra l’altro, che ne ha fatto anche le musiche con il suo amico Warren Ellis.
    La nostra vita è bello, vasco mi è indifferente quindi non mi pongo il problema.
    Ozpetek non lo tocco nemmeno con un bastone da venti metri.
    Mentre sono curioso di vedere invece quello di Polanski.

  3. Naima* ha detto:

    @kaw:
    anch’io ti ho risposto sul tumblr, ma ribadisco anche qui. ho pensato anch’io che il pubblico di salvatores non avrebbe, mediamente, mai riconosciuto anderson e che fosse una gran paraculata scopiazzarlo così spudoratamente. il punto è proprio che un’estetica (se vogliamo chiamarla così) carina, scopiazzata o no, non serve proprio a una cippa su una storia che non racconta nulla. e questo spreco mi fa quasi più incazzare del plagio e della paraculaggine.

    @luca:
    the proposition l’avevo sentito nominare ma non l’ho visto, me lo segno.
    sì, la nostra vita non è brutto, però davvero mi ha lasciato un senso totale di incompiutezza.
    ozpetek è proprio LAMMERDA, ma davvero. fai bene a stargli lontano. 😀

  4. shikary ha detto:

    Ho scoperto solo or ora questo blog e ho deciso di fermarmi per un commento.
    In particolare volevo parlare di The Road. Sono d’accordo su tutto quello che dici fino a 10 minuti dalla fine. Poi sembra che qualcuno (lo scrittore visto che il libro pare sia identico) abbia deciso che tutto ciò che di buono c’era nel film andava immolato sull’altare del più bieco buonismo senza senso… a meno che il finale non abbia il senso descritto qua: http://carbonatoms.wordpress.com/2010/07/08/analysis-of-cormac-mccarthys-the-road-ending-film/ , ma non credo, io ci vedo più un significato pseudoreligioso sottolineato dal particolare delle dita. Sinceramente l’ho trovato insopportabile…

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