a proposito di dollhouse

dollhouse, season 2, episode 10, The Attic

“Definire “sfortunato” il creatore di Buffy – The Vampire Slayer e di Angel potrebbe  apparire un’assurdità. Fatto sta che, da quando collabora con la Fox, Joss Whedon non se la passa troppo bene. Qualcuno ricorderà forse la triste fine di Firefly, serie fantawestern di qualche anno fa, lodatissima dalla critica e capace, nel tempo, di conquistarsi una marea di sfegatati fan: la Fox ne mandò in onda gli episodi a casaccio, senza seguire la continuity prevista dagli autori, gli ascolti fecero flop e la prima stagione fu interrotta definitivamente dopo solo quindici episodi.

Lo stesso destino sembrava riservato a Dollhouse, nuova serie creata da Joss Whedon sempre – inspiegabilmente – per Fox e partita, negli Usa, all’inizio di quest’anno, dopo mesi e mesi di attese, anticipazioni, falsi spoiler, proroghe, infiniti dibattiti sul Web. Piazzata nel temibile dead slot del venerdì sera, allungata a cinquanta minuti per episodio in un esperimento fallito di incollare allo schermo più pubblico, rimaneggiata pesantemente dalla produzione, sembrava non potesse durare più di una stagione. Tra lo stupore generale è stata, invece, rinnovata; per la paura di dover affrontare orde di agguerritissimi fan, secondo le dichiarazioni dello stesso direttore di rete.

Com’è, dunque, questa Dollhouse, sbarcata ad ottobre anche sugli schermi nostrani? Merita la fiducia e l’affetto degli appassionati del Whedonverse? La risposta è altalenante quanto il livello delle prime tredici puntate.

Le premesse della trama sono allettanti: in un futuro molto prossimo, un’organizzazione segreta finanziata da una multinazionale farmaceutica, ha trovato il modo di manipolare il cervello umano fino a poter azzerare le personalità e impiantarne di nuove, del tutto costruite. Alcuni volontari, chiamati doll o active, mettono il proprio corpo a disposizione della Dollhouse, che, di volta in volta, crea vere e proprie persone dal nulla, per soddisfare le richieste di facoltosi clienti. Tutto ciò sotto il naso di polizia ed Fbi che la credono una leggenda metropolitana. Una di questi active, nome in codice Echo, comincia però a conservare memoria dei suoi passati incarichi e a mostrare segni di “malfunzionamento”, mentre l’agente dell’Fbi Paul Ballard è fermamente convinto dell’esistenza della Dollhouse ed è deciso a smascherarla ad ogni costo.

Aldilà della notevole sospensione d’incredulità richiesta allo spettatore, le potenzialità implicite in questo scenario di base appaiono evidenti: complessità narrativa, creazione di un universo stratificato, contaminazione di generi, quesiti etico-morali profondi ed interessanti. Tuttavia a Whedon l’impasto non riesce bene come nelle occasioni passate: alcuni episodi sembrano distinguersi tra loro solo per il differente look della protagonista, mentre altri, sorprerendenti e inattesi, irrompono nella programmazione con una certa carica visionaria.

Il problema principale può essere forse rintracciato proprio in Eliza Dushku, interprete di Echo: è la star assoluta (e appare evidente sin dalla patinata sigla quanto la Fox punti sul suo fascino) nonchè produttrice, ma non all’altezza del livello recitativo del resto del cast. Il suo ruolo, per di più, cambiando personalità ogni settimana, rende ardua l’identificazione e l’empatia da parte dello spettatore. Inoltre, e questa forse è la colpa maggiore di tutto il progetto, la forte ironia che ha sempre contraddistinto le imprese di Whedon, qui fatica ad emergere.

Nonostante tutti i difetti, Dollhouse conserva il sottile incanto degli altri lavori di Whedon e riserva una graditissima sorpresa nel finale. Il tredicesimo episodio, dal titolo Epitaph One – mai andato in onda negli Usa, incluso solo nel cofanetto Dvd, ma inserito nella programmazione italiana – è un piccolo gioiello di fantascienza apocalittica e cyberpunk: spostando l’azione di qualche anno in avanti, mescola tutte le carte e illumina di nuova luce la dollhouse e i suoi occupanti, lasciando intravvedere quali fossero le vere intenzioni dell’autore e le possibilità dello show.

Non resta, dunque, che concedere a Dollhouse una chance e, nel frattempo, aspettare i risultati dell’insperata seconda stagione. E magari suggerire a Whedon, la prossima volta, di trasferirsi sulla Hbo.”

Ho scritto questo pezzo per Nocturno di novembre, ed è un peccato che i magazine cartacei non si possano editare, perchè dopo aver visto la 2×10, The Attic, sarei di sicuro molto più tenera.
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Una risposta a a proposito di dollhouse

  1. immis ha detto:

    ti dirò che mi hai fatto venire la curiosità di vedere “epitaph one” nonostante la serie (i primi episodi in realtà) non mi abbiamono colpita più di tanto 😛

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