l’identità e la tradizione

identità

Io – ufficialmente – non ho mai fatto nemmeno un’ora di religione in tutta la mia carriera scolastica.

Già dalla scuola materna (perchè cercano di prenderti da piccolo), i miei previdenti genitori mi hanno segnata per l’ora di “attività alternativa alla religione cattolica”, spiegandomi – i miei genitori mi hanno sempre trattata da persona cervellodotata, anche quando ero una persona piccola, e non sarò mai loro abbastanza grata per questo, e per tante altre cose – che l’essere religiosa, e cattolica, avrebbe dovuto essere una scelta mia, e solo mia, che avrei dovuto prendere quando avessi avuto tutti gli elementi e la maturità per farlo.

Durante tutti gli anni della materna e delle elementari e delle medie, nell’ora “alternativa” ho fatto delle cose fighissime: un anno, la maestra delle elementari, ci fece “educazione alla pace”, un altro anno “ecologia”, un altro ancora leggemmo le biografie di personaggi chiave del ventesimo secolo, tipo Gandhi, Martin Luther King e Malcolm X. Alle medie un mini corso di “giornalismo”, uno di informatica in dos, di cui non ricordo praticamente nulla, e un anno “cinema”, cosa che credo abbia contribuito non poco – insieme alle perversioni del Pierlu, che mi faceva vedere 2001 Odissea nello spazio a sei anni – ai miei studi futuri.

Nel frattempo, per non far soffrire la nonna, che ci teneva molto, andai a catechismo, per via della comunione e della cresima. Sempre con la raccomandazione dei miei di continuare a pensare con la mia testa. Mi ricordo che, ovviamente, per un periodo, mi sentii molto cattolica. Dicevo le preghiere tutte le sere, e chiacchieravo amabilmente con Dio, prima di addormentarmi. Sono sempre stata convinta che avessimo un ottimo rapporto. Finchè, a un certo punto, una vocina molto insistente nella mia testa cominciò a dirmi che sarebbe molto bello se esistesse un aldilà, e un disegno superiore, e tutto il resto, ma il Big Bang e il caso e tutto il resto sono una spiegazione molto più credibile. Roba che, delle volte, non mi dispiacerebbe nemmeno poi tanto poter “credere”, ma proprio non ce la faccio. Magari andrò all’Inferno, ma almeno non avrò mentito a me stessa in cambio di un po’ di consolazione.

Poi alle superiori c’era un prete simpatico (sì, sono pochi, ma esistono) che faceva l’ora di religione, e siccome non c’era nessuna attività alternativa prevista per l’ora di religione, finivo per rimanere in classe a discettare con lui dei massimi sistemi, di Dio e della vita, e mi piaceva pure, e credo abbia giovato molto il fatto che lui mi trattasse da persona cervellodotata, appunto, e che rispettassimo le nostre convinzioni, senza cercare di convertirci a vicenda. Forse non dovrei dirlo, ma una volta pure lui convenne con me che l’ora di religione è una cagata, e infatti lui di religione cattolica, in classe, non parlava quasi mai. E nemmeno di tutte le puttanate cielline tipo il progetto di vita, etc. Era convinto che le donne avrebbero potuto benissimo fare le sacerdotesse, e che il voto di castità fosse una cosa inutile.

Ecco, ho divagato. Ripensavo a queste cose in questi giorni, dopo la sentenza della corte europea sul crocifisso e tutte le infinite discussioni nostrane che ne sono seguite. Che i cattolici non abbiano mai compreso il significato di “laicità” si sapeva. Ma io proprio non capisco cosa c’entri il crocifisso con il concetto di identità. A parte che a me dell’identità italiana o europea o venusiana o rettiliana o coloniale non può importarmene una cippa. Ma se proprio, ma santoilcielo, ma insegnate bene la storia, e non solo fino alla seconda guerra mondiale. O la geografia, che poi c’è gente che, se non fosse per il terremoto, non saprebbe dove mi è l’Abruzzo. Per non parlare dell’educazione civica, che non se la caga mai nessuno, e che dovrebbe insegnare cosa vuol dire essere un cittadino – cosa che, per quanto mi riguarda, è l’unica identità che mi interessi.

Per quanto riguarda l’identità religiosa, chiese e oratori (e anche i ciellini) sono ovunque. E per l’identità italiana, StudioSport, StudioAperto e la rubrica Gusto mi pare provvedano egregiamente.

Le altre cose che penso al riguardo, sono già state dette egregiamente qui.

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Una risposta a l’identità e la tradizione

  1. Hidden ha detto:

    Hai scritto un bel post, pieno zeppo di spunti su argomenti ampi ed attuali. Potrei lasciarti un commento che è due volte l’articolo ma non sarei nè chiaro nè utile. Quindi meglio scegliere l’oggetto del commento, e dico questo:
    In realtà scegliere se abbiamo intenzione di inserire nella costituzione europea una frase che dice che riconosciamo le radici cattoliche dell’europa non è una quisquillia da 4 soldi di cacio. Il papa spinge per inserirla e gli stati spingono per la laicità. Questo mi sembra il solito gioco delle parti in cui ognuno privilegia la propria posizione. Quindi non è interessante.
    La cosa interessante è invece decidere se vogliamo un’europa che si fonda solo sul condividere l’acqua potabile, le ferrovie e l’esercito oppure vogliamo dare un imprinting sociale, culturale, di valori (non necessariamente morali).

    il fatto che l’europa abbia radici cristiane non credo sia in dubbio: anche la rivoluzione francese che era figlia del razionalismo illuministico e che portava avanti un’idea di stato democratica, si faceva portatrice di valori come uguaglianza e fratellanza che sono piuttosto cristiani.
    il rischio di buttare sull’europa dei valori è quello che diventi un po una forzatura per le minoranze mussulmane etc (che poi sono sempre meno mussulmane) e l’europa diventi una polveriera. il rischio di non metterceli significa riconoscere uno stato europeo basato solo sulla condivisione di una serie si servizi, ma nessuna integrazione reale…insomma avere una serie di persone che manco si guardano in faccia.

    Io non so quale delle due scelte sia meglio, ma mi rendo conto che è un tema importante. L’unione europea ha già scelto di essere laica, pertanto anche i crocifissi non hanno il DIRITTO di esserci. Questo non significa negare ai cattolici un privilegio, significa solo chiarire la legittimità di una consuetudine che qualcuno ha instaurato ma che non era titolato a farlo.

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