brown years

bennato

bennato

“Quella volta che, sarà stato il Settantuno o il Settantadue, abbiamo beccato Bennato a piedi che andava a suonare. Noi avevamo diciassette anni e stavamo andando in bici al suo concerto, era inverno e faceva un freddo porco. Lui è arrivato da solo alla stazione delle Nord, a Castellanza, e da solo si è incamminato verso il centro, dove doveva suonare, dove adesso c’è la Liuc, hai presente? Non è lontano, ma comunque a piedi è un bel pezzettino. Aveva la chitarra sulle spalle e pure due sacchi con dentro i tamburelli e altri strumenti e camminava da solo, sul ciglio della strada e da lontano ti accorgevi che era lui perchè era uguale alle foto sui dischi.

L’abbiamo salutato ridendo e lui ci ha detto ‘ci vediamo dentro’ e poi infatti ha fatto il suo concerto e alla fine è ritornato a piedi alla stazione Nord di Castellanza, e ha preso il treno, e noi invece siamo tornati in bici a Busto, era inverno, faceva un freddo porco.”

Ci sono racconti che conosci a memoria perchè tuo padre te li ha srotolati per anni durante pranzi e cene e chiacchiere. Ma non ti stanchi mai di farteli ripetere. Di farti disegnare gli anni Settanta a Busto Arsizio, chè faceva quasi sempre un freddo porco, a parte d’estate quando il juke boxe lo portavano fuori dal bar e lo mettevano sul marciapiede e le canzoni le ascoltavano tutti. Centolire tre canzoni. E di sera tardi si andava appena fuori dal Villaggio, adesso ci sono un sacco di palazzi nuovi e di parcheggi, ma a quei tempi non c’era niente, solo campagna e zanzare, però lo stesso una volta hanno chiamato la polizia perchè cantavamo i Deep Purple ululando troppo forte.

E ti fai venire una nostalgia assurda, in bianco e nero, per un tempo in cui tu non esistevi nemmeno nei pensieri e magari, fossi esistita, non sarebbe stato poi molto diverso – salvo che a quel tempo era tutto un po’ più nuovo, un po’ meno consumato, e potevi felicemente stare sdraiato in camera ad ascoltare i vinili dei Lynard Skynard, sognare l’America senza sentirti pateticamente imprigionata in un abusatissimo clichè.

Indubbiamente pensi che ti sarebbe piaciuto non poco conoscere tuo padre, a quei tempi là. Andare insieme a comprare i dischi d’importazione dal Carù di Gallarate, in autostop. Strabuzzare gli occhi di stupore sul devastante riff di Whole Lotta Love, ascoltato per la prima volta. Per la prima volta. Son cose.

Saranno anche stati anni marroni, come dice Coe, ma, avessi la macchina del tempo, una capatina ce la faresti volentieri.

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