i morti siete voi

carlo

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Mentre preparo un esame sul post 11 settembre, piovono, come sempre, all’improvviso, questi giorni di luglio, a ricordarmi che la svolta epocale del 2001, per me, è stata un’altra.

L’immagine che non mi toglierò mai dalla testa, oltre alle migliaia rimbalzate nei giorni e negli anni da quei pochi media che ancora sanno fare informazione, è quella di mia madre, ammutolita ed esterrefatta, che mi accoglie a casa, accanto alla radio, al mio rientro nella notte del sabato 21 luglio. Dall’apparecchio la cronaca e le urla dei pestaggi della Diaz e un silenzio agghiacciante che risucchia ogni nostro pensiero trascinandolo nell’indicibile.

Avevo diciannove anni e, dopo, niente è più stato lo stesso. Perchè quella che è rimasta a terra, sul selciato di piazza Alimonda, accanto al corpo e al sangue di Carlo Giuliani, quella disintegrata a manganellate nella scuola Diaz e nella prigione di Bolzaneto, in quel luglio 2001, è stata la mia innocenza. Cresci pensando che certe cose no, certe cose non possano succedere. Più. Sai, ti insegnano la storia e te la insegnano con quel senso di progresso, e tu pensi che, tutto sommato, si possa solo andare avanti. Poi a un certo punto capisci che non era vero niente.

E non che valga molto, la mia innocenza, a confronto di una vita uccisa e di una democrazia irreparabilmente violata, ma nell’infinitesimale senso della mia piccola esistenza, Genova 2001 è una ferita che ha ribaltato tutto e che non sarà rimarginata mai. Avete presente quella frase, non mi ricordo più di chi sia, “non essere rivoluzionari a ventanni significa essere senza cuore, esserlo a quaranta vuol dire essere senza cervello”?

Ecco, viscida rassegnazione spacciata per maturità. Ma, con tutto che rivoluzionaria, io, ci vorrei morire, potendo, la verità è che di rivoluzionario, noi, a quei tempi, avevamo ben poco. Nessun regime comunista da instaurare, nessun ordine da sovvertire, nessuna rivendicazione fuori dal mondo. Semplicemente l’asserzione, ferma e irremovibile, che un mondo così ingiusto non era quello in cui volevamo stare. La volontà urlata di smettere di essere complici. Un’altro mondo era possibile dentro le nostre teste e dentro le nostre mani, ma non un mondo capovolto, solo un mondo dove non fosse obbligatorio che il nostro benessere dovesse dipendere, senza scampo, dalla sofferenza, dallo sfruttamento, dalla morte di qualcun altro. E’ qualcosa di così assurdo, da reclamare, non volere che la propria serenità sappia di sangue, che il proprio cibo, i propri vestiti, le proprie auto, i propri giornali e libri, ogni sacrosanto passo quotidiano sappia di morte?

Non che io abbia smesso di crederci. Ma quella domenica 22 luglio 2001 mi sono svegliata con un nemico nuovo, uno di quelli più potenti e subdoli, perchè ti sta addosso, e dentro, sotto la pelle e appiccicato alla schiena: la voglia di arrendersi, di agitare la bandiera bianca e alzare le mani, di dire basta, tanto non cambierà mai niente. E’ un nemico che ci assedia ad ogni ora e rende faticoso e pesante ogni movimento. E’ lui che porta, lentamente, alla rassegnazione, a diventare quel quarantenne là, quello con molto cervello e neanche un briciolo di cuore. Morto.

E’ qui proprio adesso, sulla mia spalla, questo bastardo nemico invisibile. Mentre scrivo, ancora una volta, a lettere maiuscole, CARLO VIVE, I MORTI SIETE VOI. Credendoci forte. Credendoci sempre. E lo sento un po’ più debole, e io mi sento un po’ più viva.

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Una risposta a i morti siete voi

  1. krom999 ha detto:

    bello naima. Ho quasi 40 anni, ma non mi rassegno anche se vale poco. anche io ho lasciato un pezzo di cuore per le strade di Genova, ma ho la sensazione che siamo sempre di meno consci di quello che successe veramente.

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