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sbirrotubbies

[Post spoileroso su Sbirri di Roberto Burchielli: non leggete oltre se avete intenzione di vedere questo entusiasmante capolavoro della cinematografia e non volete rovinarvi anticipatamente la sorpresa degli imprevedibili risvolti della trama].

Dunque, c’è Raul Bova che fa il gioranalistareporter d’assalto, è sposato con una libraia incinta e ha già un figlio, Marco, di anni sedici. Raul Bova è tanto preso dalla sua carriera, non sta mai a casa, il figlio Marco ne soffre un casino perchè il suo papà non va alla partita a vederlo, quindi il figlio Marco un weekend va a Milano con gli amici, prende una pasticcadiecstasy e muore. Raul Bova non capisce più una cippa, sbarella, urla muccinianamente, molla a casa la moglie incinta e stracciamaroni, si traveste da Er Monnezza e va a Milano, ad infiltrarsi in una squadra di sbirri in borghese che dà la caccia agli spacciatori, ufficialmente per fare un super reportage sulla ddroga, in realtà vuole vendicare la morte del figlio mortodiecstasy.

Come potete intuire da queste poche righe, Sbirri ha lo spessore sociologico di una canzone di Povia.

Due cose dovrebbero essere interessanti. La prima è che le scene degli sbirri che fanno gli arresti sui Navigli sono – a detta dell’autore e dei suoi responsabili del marketing – arresti veri, ma veri veramente, un po’ come un Cops de noantri (con tanto di spacciatori stranieri e “di colore”, perchè noi siamo politicamente corretti e nigger non lo diciamo a nessuno). La seconda è l’inserimento massiccio delle nuove tecnologie come fonti dell’enunciazione interne alla diegesi – ehm, scusate, volevo dire che insomma ci sono le immagini filmate dai telefonini, le immagini filmate dagli operatori, le immagini di Raul Bova che si registra con la webcam e manda i videomessaggi alla moglie piangendo, le immagini delle telecamere di sorveglianza etc etc.

In realtà metà del film è costituita da Raul Bova molto introspettivo che si siede per terra, appoggiato a un muretto, e guarda fisso nel blu dell’infinito, sconvolto dalle miserie del mondo. Le miserie del mondo che si srotolano davanti ai suoi occhi sono più o meno le cose che un dodicenne medio ha visto in una puntata di The OC: i ragazzini vanno in discoteca e si drogano. A un certo punto a Raul Bova gli spiegano che “questa è cocaina e questo è fumo”, casomai gli dovesse sfuggire la differenza. A un certo altro punto Raul Bova vomita nel Naviglio perchè non può sopportare di vedere questo schifo in cui un ventenne ha venduto delle paste per cinquanta miseri euri. Raul Bova sgrana gli occhi sorpreso ad ogni svelamento di queste ed altre insospettabili verità.

Naturalmente gli sbirri sono buoni, ma buoni, ma talmente buoni che a un certo punto Raul Bova parte con una filippica incazzatissima contro “questi ggiovani che fanno i graffiti con le bombolette sui muri, ma perchè non possono fare dei disegni sulla tela” e gli sbirri gli spiegano che no, i ‘pezzi’ sono arte, è la libertà di espressione, è che i ggiovani devono essere lasciati liberi di sfogare la propria creatività e poi, guarda, i ‘pezzi’ sono belli, colorano la città.

Ma la cosa peggiore è che le parti con gli sbirri sono le parti migliori del film. E sono troppo poche. [Mai mi sarei sognata di poter scrivere una cosa del genere]. Cioè, sono tipo un servizio delle Iene, molto scontate ma tutto sommato vagamente interessanti.

Tutto il resto sono Raul Bova e la moglie che si registrano videomessaggi con perle sul significato della vita e montaggi paralleli infiniti di Raul Bova e la moglie che si pensano, con colonna sonora molto pop&accattivante. Alla fine, dopo due ore scarse di fiato sospeso, si scopre che il figlio Marco era un tesorone, si è preso una pasticca solo perchè costretto dal branco di amici e da un paio di fighette milanesi. Raul Bova può tornare a casa dalla moglie, assistere al parto e ricominciare una nuova vita. Commozione.

In sintesi, due palle.

Con l’aggravante che, se questo film lo vedesse mia madre, verrebbe colta da un paranoico terrore che la sua figlioletta possa essere presa dal vortice della droga e lei magari non se ne accorge perchè non la ascolta abbastanza e ha, addirittura, un lavoro e, a volte, non è a casa e, in sostanza, è colpa sua. Se io avessi dieci anni di meno, mi chiuderebbe immediatamente in casa, sprangando porte&finestre, e non mi lascerebbe andare a Milano nemmeno per vedere una maratona di Heimat all’Anteo. E così un sacco di altre madri che non sono mica stupide, ma semplicemente hanno cessato di avere familiarità con la vita notturna da una trentina d’anni.

Insomma, la tesi è: i nostri ragazzi sono costantemente esposti al pericolo in questo mondo crudele, i loro amici si drogano e li spingono a drogarsi, e tu, genitore, non te ne accorgi, quindi stai attento, che se muoiono è colpa tua.

E’ un po’ come quelle interviste ai politici in cui si fanno un sacco di domande e si sentono un sacco di risposte su dettagli inutili e, quando ci si avvicina al nocciolo di un problema, la domanda che servirebbe non la fa mai nessuno. Figuriamoci se qualcuno, poi, dà una risposta.

La cosa più buona del film sono state le Goleador alla cocacola di cui mi sono fatta durante la visione.

Ma, diciamoci la verità, me la sono pesantemente cercata.

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