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ah, i vampiri di una volta…

Per chi avesse davvero voglia di leggere i miei sproloqui, ecco un mio pezzo sui vampiri in tv, pubblicato su Nocturno di dicembre. Con Buffy, sempre nei nostri cuori.

“Chissà cos’avrebbe pensato Buffy, l’ammazzavampiri, davanti alla massiccia invasione di “non morti” che popola, oggi, schermi televisivi e cinematografici, oltre alle pagine di svariati best seller. Non sono pochi coloro che invocano, oggi, l’intervento della bionda impalettatrice interpretata da Sarah Michelle Gellar per porre fine a questo proliferare di canini appuntiti.

Apripista delle “serie sui vampiri”, in onda sulla ormai defunta WB dal 1997 al 2003, Buffy – The Vampire Slayer ha raccontato, per sei stagioni, le vicende di un gruppo di amici impegnati a contenere le forze del male, nella cittadina californiana di Sunnydale. Non solo, ha anche svolto un ruolo fondamentale nella storia della serialità: ibridazione di generi, autoironia e citazionismo, squisitissima cultura pop profusa a piene mani, e la creazione di un fortissimo fandom trasversale ed eterogeneo, pronto a sostenere la propria eroina in tutto e per tutto.

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nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


votantonio

Vi avevo promesso che vi avrei ammorbato con i Serialemmys, e, dunque, vi ammorbo con i Serialemmys: è iniziata finalmente la seconda fase. Ora si fa sul serio. I premi più importanti del mondo della tv stanno per essere assegnati, e tocca a tutti voi votare. Quindi… votate!

Dai, che è divertente! La seconda fase brilla e splende, e ha anche le categorie cretine, che poi sono anche quelle che ci interessano davvero.

Per il resto, perdonate la mia latitanza: è estate, fa caldo, si fanno cose, si vede gente, ci si immalinconisce, si va ai concerti all’aperto, si lotta all’ultimo sangue contro le zanzare, si venera il dio ventilatore, si leggono best seller discutibili, si beve fiumi di mojito, si sogna di prendere un aereo, molti aerei, volare via, via, vieni via di qua. Il mare, ragazzi. Il mare.


per poter così giocare nella squadra nazionale

Uffi, ma davvero non c’è proprio nessuno che condivida la mia idea di tifare Giappone, per vedere finalmente realizzato il sogno di Holly e Benji?

Siete crudeli, e senza cuore, e qualcuno, davvero, deve avervi rubato l’infanzia.


pick your six, again

Informazione di servizio: è tempo di sole, di mare, di vacanze e di Serialemmys. Per il secondo anno consecutivo, Serialmente lancia questa meravigliosa iniziativa che permette a te – sì, proprio a te – di essere finalmente protagonista del tuo destino, scegliendo i candidati ideali a vincere un Emmy Serialemmy, aka il premio più prestigioso del mondo dei telefilm. Quindi, precipitevolissimevolmente precipitatevi qui, registratevi se non siete registrati, loggatevi se non siete loggati, e votate, scegliendo fino a sei candidati per ogni categoria. Questa volta si votano le comedy, presto sarà il momento dei drama. Quindi, come dicono i veri gggiovani, stay tuned. Tanto ci penserò io a ricordarvelo.

Ve l’ho già detto, che dovete votare? Votate!


oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


twin peaks birthday

“C’è un mistero da svelare. Anzi, a dire il vero, ce ne sono molti. Si moltiplicano e si accumulano, srotolandosi, uno dopo l’altro, lungo il filo delle puntate. Ci sono moltissimi personaggi, e, insieme a loro, intrighi, manipolazioni, tradimenti. I generi si ibridano, scivolando dal dramma al noir, dalla fantascienza al mistery. Tanti tasselli di un puzzle che spettatori attenti e fedeli cercano di assemblare, persi dentro un infinito dibattito che si allunga, settimana dopo settimana. I primi tasselli appartengono ai territori del reale, ma, sempre di più, si finisce per sconfinare nel fantastico e nel soprannaturale: il bianco e il nero si oppongono, in una lotta per la conquista delle anime.

Non si sta parlando, per l’ennesima volta, dell’inflazionatissima sesta stagione di Lost, ma di un’altra serie, una con qualche anno in più sulle spalle. Vent’anni, per la precisione: è questa l’età di Twin Peaks, due stagioni per la ABC, creata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda, sugli schermi statunitensi, a partire dall’8 aprile 1990. Prima dell’isola – e prima di X Files, prima di E.R., altre rivoluzioni della serialità che devono molto, e dichiaratamente, al lavoro di Lynch – c’era Twin Peaks, una cittadina sperduta della provincia americana, nello stato di Washington, circondata da una foresta misteriosa, anche questa popolata di fantasmi e sussurri. La madre di tutte le domande che alimentano le conversazioni mattiniere alla macchinetta del caffè, è quel tormentone mai sopito, “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, pronunciato da chiunque, almeno una volta nella vita. La risposta, per chi non lo sapesse, giunge anche abbastanza presto, verso la metà della seconda stagione (pessima mossa del network che, dallo svelamento del mistero principale in poi, comincerà a perdere ascolti), ma, a quel punto, una grande quantità di altri interrogativi ha spalancato un vaso di Pandora.

Un nano che parla al contrario, un gigante, la Signora del Ceppo, l’uomo dal braccio solo, Mike e Bob, la crostata di ciliegie più buona del mondo, la Loggia Bianca e la Loggia Nera: sono solo alcuni tra i bizzarri personaggi che capiteranno sulla nostra strada e su quella dell’agente FBI Dale Cooper, chiamato a Twin Peaks per investigare sull’omicidio della bellissima e popolare diciottenne Laura Palmer. Del resto, su un piano più prosaico, non mancano nemmeno criminali, prostitute, imprenditori senza scrupoli, spacciatori e associazioni segrete, a disegnare, come spesso si è detto, il panorama di un’America di provincia che sotto la superficiale facciata di perbenismo nasconde delitti, pulsioni, segreti. I segreti di Twin Peaks (questo il titolo italiano della serie, trasmessa per la prima volta da Canale 5, nel 1991) si muove incessantemente tra i diversi livelli, passando con facilità dalla critica sociale alle inquietudini filosofiche e anche orrorifiche degli spettatori, attraverso il mezzo del surreale, di cui Lynch, si sa, è maestro.

Sul piano del racconto, in fondo, Twin Peaks, almeno all’inizio, è un noir mescolato alla soap; un’operazione che il co-creatore, Mark Frost, aveva già effettuato con Hill Street Blues, considerato il capostipite delle serie a narrativa multilineare. Ciò che è davvero innovativo – oltre al valore autoriale che una firma come quella di Lynch conferisce – è il gioco con gli spettatori appassionati che, forse, davvero, in televisione capita per la prima volta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda, quanto un simbolo del culto che la serie televisiva ha generato negli anni, fondendosi irrimediabilmente con la cultura popolare condivisa. E’ così che Twin Peaks conquista, per la prima volta, tutte quelle potenzialità che distanziano la tv dal cinema, ponendosi come archetipo della quality television e dando vita, in questi vent’anni, a uno stuolo di autorevoli, e bellissimi, emulatori.”

Articolo apparso su Nocturno.


rimembranze

memories

Io nel 1992 avevo dieci anni. D’accordo, ho di sicuro l’enorme fortuna di essere cresciuta in una famiglia in cui l’attenzione per l’attualità e l’impegno politico sono all’ordine del giorno. Però avevo dieci anni – un’età in cui i miei interessi principali erano i libri Junior Mondadori, le Barbie, i quaderni di scuola, il mio gatto Lillo, le mie amiche Betty e Marta, i pattini Fischer Price, la bicicletta, le lezioni di danza, e via dicendo – e Tangentopoli me la ricordo. Me la ricordo bene.

Mi ricordo questo clima di euforia diffusa, il telegiornale sempre acceso sul Palazzo di Giustizia; mi ricordo Paolo Brosio e Un Giorno In Pretura; mi ricordo Antonio Di Pietro eroe nazionale, che a Napoli gli avevano fatto pure la statuina del presepe, e che, da un sondaggio, risultava essere il personaggio pubblico più conosciuto d’Italia, più di Craxi, di Falcone, del Papa (Berlusconi, all’epoca, se lo filavano ancora in pochissimi, pensate che meraviglia); mi ricordo quelle parole magiche, avviso di garanzia, perchè mi sono fatta spiegare cosa volesse dire, visto che ne parlavano tutti; naturalmente mi ricordo dell’Hotel Raphael e delle monetine; più di ogni altra cosa, mi ricordo distintamente quell’elettricità nell’aria, e un senso di felicità e di rivalsa, assolutamente trasversale e contagioso, in chiunque. Chiunque. La gente comune, intendo, si sentiva liberata di un peso enorme e, finalmente, qualcosa che sembrava impossibile – rovesciare un sistema di poteri profondamente ingiusto ma talmente radicato da apparire immutabile – si stava realizzando, ed era anche più facile del previsto.

Quello di cui non mi capacito è: se me lo ricordo io, che all’epoca avevo dieci anni, che ero una bambina che si preparava a finire le scuole elementari e che leggeva le novelization di Beverly Hills 90210 di nascosto sotto il banco, com’è possibile che tutti gli altri, quelli che magari di anni ne avevano venti, o trenta, o quaranta, o più, adesso si facciano raccontare queste balle colossali sulla guerra civile, l’abuso di potere dei giudici, il colpo di stato politico, e tutte le puttanate che, in questi giorni di riabilitazioni arbitrarie, vengono vomitate dalla bocca dei più svariati parlamentari&opinionisti? Come diavolo è possibile? Loro c’erano! Loro erano adulti, e consapevoli! Magari non erano attenti alla politica come i miei genitori, ma erano comunque tra quelli felici, tra quelli che spulciavano il Corriere per sapere chi sarebbe stato il prossimo, tra quelli che a Craxi gli avrebbero tirato robe ben più pesanti.

Io posso anche capire che quando senti Gasparri dire che lui è stato eletto nel ’92, quasi ti viene da rimpiangere Forlani e Citaristi, ma sospetto che non sia questo il motivo. E’ questa cosa assurda che non riesco a spiegarmi, la stessa magia della crisi che scompare, perchè alla tv Barbara D’Urso e l’Italia sul 2 ti dicono che non c’è, e tu ci credi, anche se il vero motivo per cui stai guardando l’Italia sul 2 al pomeriggio è, probabilmente, che non trovi uno straccio di lavoro. Come credere alle previsioni del tempo che ti dicono che c’è il sole mentre fuori piove. Che aprire la finestra fa fatica, e poi se lo fai sei un pessimista comunista stalinista leninista maoista castrista sterminatore di dissidenti nei gulag.

Del 1992 ho anche altri ricordi, indelebili e collettivi. Un’autostrada divelta, sotto il sole. E una via di un quartiere residenziale di Palermo, neanche due mesi dopo, strabordante di auto della polizia, e di pianto. E ricordo una rabbia sorda e un dolore impotente, anche quello diffuso, tra tutti, da Nord a Sud, senza divisioni. Ecco, quella volta lì, forse, mi sono sentita italiana. Ma, forse, quella sensazione, chissà, l’ho solo immaginata.


un grande paese

il logo più bello degli ultimi centocinquant'anni

Quando la scorsa primavera/estate è venuto fuori tutto il bordello (ed è proprio il caso di usare questa parola) su Berlusconi Papi Letizia Noemi la D’Addario Topolanek le veline Tarantini Veronica “miomaritoèmalato” Lario, ho pensato che in fondo un po’ mi dispiaceva che, con tutte le merdate immonde fatte dal Silvio in tanti anni di onorata carriera criminale, venisse mandato a casa per una questione di corna & zoccole. Voglio dire, un po’ come Al Capone che era un big boss mafioso, ma è stato incastrato per una storia di tasse non pagate. Intendiamoci, qualunque modo di togliersi dai piedi gente del genere è ben accetto, però che uno vada a troie o a trans o tradisca la moglie sono più che altro cazzi suoi, la politica non c’entra niente – certo, a meno che il politico in questione non mi sfracassi la minchia con puttanate sulla sacralità del matrimonio e della famiglia, impedendomi dei diritti sacrosanti, perchè questo sì, questo mi fa incazzare.

E insomma, per fortuna ho dovuto ricredermi. Per fortuna viviamo in un grande paese, ragazzi, un paese dalla mentalità talmente aperta che l’immagine del vecchio porco non è stata scalfita minimamente dal suo andare a mignotte; la cattolicissima Italia che, in nome di cattolicissimi valori morali, sfascia la faccia agli omosessuali che – sacrilegio! – osano addirittura pretendere di camminare per strada, la cattolicissima Italia che non lascia morire in pace Eluana Englaro o Piergiorgio Welby, la cattolicissima Italia che ti costringe a girare venti ospedali prima di trovare un medico disposto a prescriverti la pillola del giorno dopo, questa cattolicissima Italia qui è già tutta pronta a rivotarlo in massa, lui e il suo Partito dell’Amore, contro il perfido Network dell’Odio.

Certo, infiniti ringraziamenti vanno profusi alla Sinistra dell’Amore, una sinistra dal cuore talmente grande da non chiedere nemmeno le dimissioni del farabutto che rivela segreti di stato nel lettone di Putin, che regala poltrone in cambio di un pompino, che ci fa vergognare dei nostri natali ogni volta che noi si varchi il confine per andare in un paese civile. Una sinistra generosa, che accoglie a braccia aperte il Grande Centro di Pierferdy, i Radicali, CHIUNQUE, tranne fomentatori d’odio&violenza, come quello là, quel Nicky Vendola, no no, lui no, è cattivo e pessimista e pure frocio. Una sinistra che prepara con caaaaaaaaaaaaaalma la peggiore campagna elettorale che io abbia mai visto. Negli ultimi centocinquant’anni.

Intanto, un paese della Calabria è infiammato da una guerra civile tra braccianti africani e cittadini italiani.  La caccia al negro è uno sport diffusissimo. Intanto la disoccupazione cresce, i primi a farne le spese sono i giovani, soprattutto i laureati, che non trovano un lavoro che non sia precario a vita, ma Castelli da Santoro dice che è colpa loro, dei giovani, perchè non hanno voglia di lavorare, lui quand’era alle elementari con Formigoni in una classe di 220 bambini si alzava alle quattro del mattino e andava a dormire alle cinque di notte (o qualcosa del genere). La Gelmini istituisce le quote di stranieri nelle classi. Un paio di giunte pidielline sgombrano campi rom proprio nella notte in cui fa meno tredici gradi. Brunetta vuole cambiare il primo articolo della Costituzione, forse perchè i lavoratori invece di lavorare decidono di passare al gelo le feste di Natale, a godersi il panorama innevato dai tetti delle fabbriche dove rischiano il licenziamento.  Non funziona niente. Ma niente di niente. E il film di Natale di Neri Parenti viene dichiarato film d’essai (e non ditemi che non c’entra, perchè tutto c’entra, tutto si tiene).

Questo grande paese, così generoso e aperto, seduto davanti a una tv che gli racconta una realtà fittizia, e lui ci crede, beato, basterebbe affacciarsi alla finestra per capire che sono tutte frottole, ma no, a lui piacciono le favole. Del resto, si sa, dai, noi italiani, in fondo, siamo dei bambinoni, bonaccioni, simpatici, allegri, ci piace la pizza, ci piace cantare, il sole, il mare, il tramonto, e la mamma è sempre la mamma, e se puoi fare il furbo lo fai, e che sei, scemo?

Questo grande paese, vaffanculo.


sfide

una maglietta carina

una maglietta carina

Ogni volta che vedo Belpietro in tv, mi siedo, incrocio le braccia e dico “dai, visto che tutti si ostinano a dire che sei tanto intelligente, convincimi che non sei una testa di cazzo”.

Non succede mai. Vinco sempre io. Dà un sacco di soddisfazione.

Una volta lo facevo anche con Giuliano Ferrara, ma era troppo facile.


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