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femmine contro femmine

lotto marzo

Scrivo questo pezzo un po’ così, consapevole del fatto che ripeterò molte cose dette (anche meglio) altrove, da molte donne impegnate da sempre sulle questioni di genere. Ci rimugino dall’8 marzo, quando un mio collega mi ha fatto leggere un articolo, credo su Alias, in cui si sollevava il problema del “moralismo femminista”. L’8 marzo, tra l’altro, da quando sono entrata nell’agognato “mondo del lavoro”, assume sempre più i connotati di una festa strana e imbarazzante: da un lato viene percepita dai più come qualcosa d’inutile, di ridondante, quando non è la deprimente (perchè una tantum) occasione per le “femmine” di andare a sbronzarsi tutte insieme senza “maschi”; dall’altro, ribadirne l’importanza concettuale di tappa fondamentale dell’imprescindibile percorso di lotta per l’uguaglianza scatena la reazione annoiata di “che palle, tu e il tuo femminismo”.

[Sempre per inciso. Il mio 8 marzo è iniziato con il canonico "auguri a tutte le donne!" pronunciato entusiasticamente da un uomo, che si è subito premurato di aggiungere "e noi uomini, perchè non ce l'abbiamo una festa? Con tutto quello che ci fate sopportare!". Ecco, appunto.]

Ma veniamo a questo problema del “moralismo femminista”. L’articolo sottolineava come il discorso sul femminile degli ultimi anni – per capirci: l’attenzione mediatica sollevata dal movimento Se non ora quando, con quella manifestazione partecipatissima in pieno governo Berlusconi – sembri contenere in sè un contraddittorio passo indietro. Le femministe che deplorano le veline scostumate, i festini del Cavaliere, le pubblicità pullulanti donne oggetto, le giovani che si concedono al potere per far carriera andrebbero contro quanto il femminismo storico chiedeva di ottenere, la libertà per la donna di gestire il proprio corpo e la propria sessualità come le pare e piace, senza sottostare ai diktat di nessuno.

Da sempre si sa che la questione di genere è complessa e spinosa, perchè si fonda su archetipi e stereotipi culturali vecchi di secoli. Tanto che tra le argomentazioni di chi sostiene come inevitabile e giusta la differenziazione di ruoli maschili e femminili c’è sempre questo supposto “ordine naturale delle cose”. C’è la religione, ci sono i miti, le leggende. Ci sono abitudini radicate tanto nel profondo di ciascuno di noi, anche dei più preparati a difendersi dallo stereotipo del pregiudizio. E poi c’è la propensione a cascare nelle provocazioni, con entrambe le scarpe. E ancora, l’evidenza, spesso dimenticata per questioni di comodo, che “le donne”, proprio come “gli uomini”, non sono una massa compatta e indistinta, ma tanti singoli individui, unici e differenti tra loro.

Allora rieccola, la favola di Biancaneve – sarà un caso, tra l’altro, il proliferare di riletture cinematografiche e televisive sull’argomento? Tutte, tra l’altro, con grandi icone hollywoodiane della femminilità che alla soglia dei 40 anni interpretano la Strega Cattiva terrorizzata dalla (perdita della) giovinezza? In sostanza, le vecchie femministe moraliste (e sfiorite) si scagliano contro queste giovani intraprendenti e spregiudicate che, fiere e consapevoli della propria bellezza e sensualità, utilizzano a proprio vantaggio le proprie doti muliebri, mettendo letteralmente in pratica lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” per ottenere soldi e potere. Ecco che le vecchie femministe moraliste, che negli anni 70 non avevano remore a farsi chiamare puttane e a sollevare al cielo le mani unite a raffigurare la vagina, ora si mutano in beghine bigotte, quelle che senza più voglie si prendono la briga e il gusto di dare a tutti il consiglio giusto.

Ci sono, sì, delle femministe che ci cascano con tutte le scarpe. Che mettono alla gogna il comportamento indecoroso delle olgettine e delle donne defilippiane. Anche se ricordo distintamente tanti articoli a firma maschile sull’impegnatissima Repubblica che, ai tempi dello scandalo Ruby e di quel che ne seguì, si ergevano a moralizzatori addossando tutta la responsabilità alle giovani protagoniste delle “cene eleganti” e soprassedendo signorilmente sui signori uomini che vi partecipavano.

Ma non è questo il punto. Non è il solito refrain delle donne che non sanno essere solidali tra loro. La battaglia, sempre più attuale, si gioca (si deve giocare) non (solo) sul piano delle colpe e delle responsabilità dei fatti, ma su una questione di sguardo e di rappresentazione. Il punto non è se sia sbagliato per una donna concedersi al desiderio maschile in cambio di qualcosa. E’, appunto, una sua scelta (quando lo è davvero, ma evitiamo ulteriori sterminate parentesi). Il problema sta nell’immaginario, nel modello unico e mai plurale. Nell’immaginario (della televisione, del cinema, della pubblicità, quello che alimenta la nostra visione del mondo) le donne hanno tutte ventanni e un corpo perfetto. Le donne non invecchiano, e se invecchiano non lo danno a vedere. E se lo danno a vedere allora sono streghe, acide, sfiorite, insoddisfatte, vecchie femministe moraliste. Nell’immaginario le donne stanno ai margini, servizievoli e silenziose, poco vestite e accondiscendenti, a disposizione dei maschi. E’ una loro scelta? Può essere, e nel caso nessuno gliela nega. Ma l’assenza del tanto invocato contraddittorio è desolante come una pietra tombale. L’immaginario si riflette nella quotidianità, la pervade in maniera sottile. Lo si vede nel modo in cui gli uomini trattano le donne, e parlano delle donne. E viceversa, naturalmente. L’immaginario (ri)costruisce muri, distanze, barriere. Incomprensioni. Fa rientrare dalla finestra quello che con immensa fatica si è cacciato fuori dalla porta: le divisioni, gli scontri, le gabbie.

Farsi rinchiudere nella contrapposizione tra “donne vere” (quelle che studiano, lavorano, prendono dottorati, fanno le madri di famiglia, e tutto quanto retorica vuole) e “donne false” (quelle che si siliconano e si spogliano, che si concedono alla libidine maschile in cambio di favori o soldi, che si “liftano” la faccia per restare perennemente giovani) significa farsi riaccompagnare placidamente in un rassicurante sistema di ruoli e di stereotipi e riassorbire la potenza deflagrante di un discorso sulla rappresentazione (e, di conseguenza, la percezione) del femminile.

Siamo tutte “donne vere”, tutte quante, ovviamente. Ad essere falso è il modello unico che ci rappresenta, e che, di contro, rappresenta l’uomo, perchè – ci tengo a ribadirlo sempre – le battaglie di genere sono trasversali ai generi. Solo che nel modello dell’immaginario collettivo, l’uomo ha (per ora) delle possibilità tra cui scegliere. L’uomo è giovane, aitante, sportivo, affascinante, ma anche anziano, saggio, autorevole. E’ bello ed è brutto. E’ stupido e intelligente. E’ un toy boy e un appassionato esperto amante. Non può ancora essere femmineo e femminile, ed è anche per questo che ci si deve battere. In definitiva, perchè ognuno (uomo o donna) possa essere se stesso, nella vita quotidiana e dentro l’immaginario che lo rappresenta e in cui si riconosce.

Ancora una volta, è una questione di libertà. Quella per cui chiunque può aspirare ad essere tutto ciò che vuole, senza il peso dell’inadeguatezza, dell’inappropriatezza, del pregiudizio. L’esatto contrario del moralismo, appunto.


ah, i vampiri di una volta…

Per chi avesse davvero voglia di leggere i miei sproloqui, ecco un mio pezzo sui vampiri in tv, pubblicato su Nocturno di dicembre. Con Buffy, sempre nei nostri cuori.

“Chissà cos’avrebbe pensato Buffy, l’ammazzavampiri, davanti alla massiccia invasione di “non morti” che popola, oggi, schermi televisivi e cinematografici, oltre alle pagine di svariati best seller. Non sono pochi coloro che invocano, oggi, l’intervento della bionda impalettatrice interpretata da Sarah Michelle Gellar per porre fine a questo proliferare di canini appuntiti.

Apripista delle “serie sui vampiri”, in onda sulla ormai defunta WB dal 1997 al 2003, Buffy – The Vampire Slayer ha raccontato, per sei stagioni, le vicende di un gruppo di amici impegnati a contenere le forze del male, nella cittadina californiana di Sunnydale. Non solo, ha anche svolto un ruolo fondamentale nella storia della serialità: ibridazione di generi, autoironia e citazionismo, squisitissima cultura pop profusa a piene mani, e la creazione di un fortissimo fandom trasversale ed eterogeneo, pronto a sostenere la propria eroina in tutto e per tutto.

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nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


votantonio

Vi avevo promesso che vi avrei ammorbato con i Serialemmys, e, dunque, vi ammorbo con i Serialemmys: è iniziata finalmente la seconda fase. Ora si fa sul serio. I premi più importanti del mondo della tv stanno per essere assegnati, e tocca a tutti voi votare. Quindi… votate!

Dai, che è divertente! La seconda fase brilla e splende, e ha anche le categorie cretine, che poi sono anche quelle che ci interessano davvero.

Per il resto, perdonate la mia latitanza: è estate, fa caldo, si fanno cose, si vede gente, ci si immalinconisce, si va ai concerti all’aperto, si lotta all’ultimo sangue contro le zanzare, si venera il dio ventilatore, si leggono best seller discutibili, si beve fiumi di mojito, si sogna di prendere un aereo, molti aerei, volare via, via, vieni via di qua. Il mare, ragazzi. Il mare.


per poter così giocare nella squadra nazionale

Uffi, ma davvero non c’è proprio nessuno che condivida la mia idea di tifare Giappone, per vedere finalmente realizzato il sogno di Holly e Benji?

Siete crudeli, e senza cuore, e qualcuno, davvero, deve avervi rubato l’infanzia.


pick your six, again

Informazione di servizio: è tempo di sole, di mare, di vacanze e di Serialemmys. Per il secondo anno consecutivo, Serialmente lancia questa meravigliosa iniziativa che permette a te – sì, proprio a te – di essere finalmente protagonista del tuo destino, scegliendo i candidati ideali a vincere un Emmy Serialemmy, aka il premio più prestigioso del mondo dei telefilm. Quindi, precipitevolissimevolmente precipitatevi qui, registratevi se non siete registrati, loggatevi se non siete loggati, e votate, scegliendo fino a sei candidati per ogni categoria. Questa volta si votano le comedy, presto sarà il momento dei drama. Quindi, come dicono i veri gggiovani, stay tuned. Tanto ci penserò io a ricordarvelo.

Ve l’ho già detto, che dovete votare? Votate!


oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


twin peaks birthday

“C’è un mistero da svelare. Anzi, a dire il vero, ce ne sono molti. Si moltiplicano e si accumulano, srotolandosi, uno dopo l’altro, lungo il filo delle puntate. Ci sono moltissimi personaggi, e, insieme a loro, intrighi, manipolazioni, tradimenti. I generi si ibridano, scivolando dal dramma al noir, dalla fantascienza al mistery. Tanti tasselli di un puzzle che spettatori attenti e fedeli cercano di assemblare, persi dentro un infinito dibattito che si allunga, settimana dopo settimana. I primi tasselli appartengono ai territori del reale, ma, sempre di più, si finisce per sconfinare nel fantastico e nel soprannaturale: il bianco e il nero si oppongono, in una lotta per la conquista delle anime.

Non si sta parlando, per l’ennesima volta, dell’inflazionatissima sesta stagione di Lost, ma di un’altra serie, una con qualche anno in più sulle spalle. Vent’anni, per la precisione: è questa l’età di Twin Peaks, due stagioni per la ABC, creata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda, sugli schermi statunitensi, a partire dall’8 aprile 1990. Prima dell’isola – e prima di X Files, prima di E.R., altre rivoluzioni della serialità che devono molto, e dichiaratamente, al lavoro di Lynch – c’era Twin Peaks, una cittadina sperduta della provincia americana, nello stato di Washington, circondata da una foresta misteriosa, anche questa popolata di fantasmi e sussurri. La madre di tutte le domande che alimentano le conversazioni mattiniere alla macchinetta del caffè, è quel tormentone mai sopito, “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, pronunciato da chiunque, almeno una volta nella vita. La risposta, per chi non lo sapesse, giunge anche abbastanza presto, verso la metà della seconda stagione (pessima mossa del network che, dallo svelamento del mistero principale in poi, comincerà a perdere ascolti), ma, a quel punto, una grande quantità di altri interrogativi ha spalancato un vaso di Pandora.

Un nano che parla al contrario, un gigante, la Signora del Ceppo, l’uomo dal braccio solo, Mike e Bob, la crostata di ciliegie più buona del mondo, la Loggia Bianca e la Loggia Nera: sono solo alcuni tra i bizzarri personaggi che capiteranno sulla nostra strada e su quella dell’agente FBI Dale Cooper, chiamato a Twin Peaks per investigare sull’omicidio della bellissima e popolare diciottenne Laura Palmer. Del resto, su un piano più prosaico, non mancano nemmeno criminali, prostitute, imprenditori senza scrupoli, spacciatori e associazioni segrete, a disegnare, come spesso si è detto, il panorama di un’America di provincia che sotto la superficiale facciata di perbenismo nasconde delitti, pulsioni, segreti. I segreti di Twin Peaks (questo il titolo italiano della serie, trasmessa per la prima volta da Canale 5, nel 1991) si muove incessantemente tra i diversi livelli, passando con facilità dalla critica sociale alle inquietudini filosofiche e anche orrorifiche degli spettatori, attraverso il mezzo del surreale, di cui Lynch, si sa, è maestro.

Sul piano del racconto, in fondo, Twin Peaks, almeno all’inizio, è un noir mescolato alla soap; un’operazione che il co-creatore, Mark Frost, aveva già effettuato con Hill Street Blues, considerato il capostipite delle serie a narrativa multilineare. Ciò che è davvero innovativo – oltre al valore autoriale che una firma come quella di Lynch conferisce – è il gioco con gli spettatori appassionati che, forse, davvero, in televisione capita per la prima volta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda, quanto un simbolo del culto che la serie televisiva ha generato negli anni, fondendosi irrimediabilmente con la cultura popolare condivisa. E’ così che Twin Peaks conquista, per la prima volta, tutte quelle potenzialità che distanziano la tv dal cinema, ponendosi come archetipo della quality television e dando vita, in questi vent’anni, a uno stuolo di autorevoli, e bellissimi, emulatori.”

Articolo apparso su Nocturno.


due misure

Comunque, a parte tutto – chè prima di schierarmi a priori, mi piace avere qualche dato più preciso – mi domando come mai, quando un pirla italiano qualunque va nei cazzi facendo trekking in zone di guerriglie civili o simili, la Farnesina e i media stanno a lutto stretto ammorbandoci per almeno dieci giorni, mentre quando vanno nei cazzi tre medici che rischiavano la pellaccia per salvare delle vite umane, c’è un silenzio di tomba, rotto, al massimo, da qualche figuradimerda di Frattini.


apocalipse, now

E’ una settimana che mi chiedo se non sia il caso di scrivere qualcosa su queste elezioni. Alla fine, no. Cosa c’è da dire? Mi ricordo quando i risultati delle elezioni mi facevano incazzare. Mi ricordo anche quando seguire la campagna elettorale, e poi andare a votare, e poi ascoltare la radio, per tutta la giornata e fino a tarda sera, attendendo i dati, uno dopo l’altro, quella scia di numeri che, ora dopo ora, diventa sempre più reale, significava tante cose, la più importante delle quali è che, nonostante tutto, si ha il culo enorme di vivere in un paese libero, in una democrazia.

Ora. Campagna elettorale io non ne ho vista. Mezza, proprio. Gli unici manifesti che dicevano delle cose, alla vecchia maniera, erano quelli della Lega, ed esprimevano concetti profondissimi, tipo “padroni a casa nostra” e via dicendo. Su tutti gli altri c’erano dei nomi, e basta. Per altro, nemmeno nomi di gente simpatica, per lo più. Paese democratico, vabbè, ciao. La democrazia, di suo, non funziona proprio benissimo, figuriamoci la nostra, tra conflitti d’interesse,  informazione controllata, istruzione alla frutta, disuguaglianze di classe, e via discorrendo. Sul paese libero, pure, preferirei non spendere troppe parole. Giusto per rimanere su un tema caldo caldo, mi chiedo quanto sia libero un paese in cui io non posso prevenire un concepimento, non posso prendere la pillola del giorno dopo, non posso abortire senza enormi trafile e sofferenze, però se ho un contratto di lavoro precario e rimango incinta mi licenziano (o mi pagano meno, o non mi assumono proprio). Se fossi lesbica e volessi sposarmi, non potrei. Però se fossi lesbica, ora che ci penso, le mie possibilità di rimanere incinta si ridurrebbero drasticamente. E non perderei il lavoro. Basterebbe tenere nascosto il mio orientamento sessuale. Cielo, nonostante tutto la Chiesa ci spinge all’omossessualità (vabbè, d’altra parte, si sa… no, basta battute sui preti pedofili, dai, non se ne può più, davvero, perchè fare di tutta l’erba un fascio? Perchè fare di tutti gli stranieri dei criminali? Perchè fare di tutti i dissidenti dei terroristi? Perchè fare di tutte le veline delle zoccole? Perchè fare di tutti i giudici dei comunisti? Son cose che non si fanno, su).

E dunque, siamo ad un punto in cui

  1. non mi aspettavo risultati diversi da questi.
  2. non mi aspettavo niente.
  3. non me ne frega niente.

E questo è quanto. Questo è quello che mi sta facendo questo paese. Non me ne frega niente, non mi appassiono a niente, non investo niente di niente di niente nel politico, nel pubblico. E questa non sono io. Non sono la persona che voglio essere. Per cui, non so davvero cosa dire, di queste elezioni, chè ormai anche dire, “non voglio marcire qui, voglio andarmene in un paese civile” sembra superfluo e banale.

Allora, tutto quello che mi viene da fare è riportare il trailer che, per l’appunto, vedete qui sopra. Non so bene perchè, ma trovo dei collegamenti tra l’attuale (sì, vabbè, attuale) situazione sociopoliticoculturale italiana e questo, da alcuni attesissimo, film. L’unica cosa, forse, è che manca Chuck Norris. Se ci fosse anche Chuck Norris, avrei molta più speranza.


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