Archivi delle etichette: ricordi

inappropriato luglio

Fa caldo, e tutto si appiccica. Un bisogno costante di lavarsi le mani e annodarsi i capelli lontano dal collo, mentre la sedia lascia impronte sulle gambe nude e il fantasma bruciante di luglio assedia la finestra, dietro le tapparelle chiuse. Lame di luce bianca. Sul parquet.

L’altra settimana è morta la mia nonna. Ci ha colto d’improvviso un lunedì mattina, all’apparenza identico a tutti i giorni caldi che si susseguono da un mese. Avevo gli occhi sporchi di sonno, quando ho risposto al telefono, e anche mentre affondavo le mani nella borsa, in cerca delle chiavi della macchina. In questi casi, sembra sempre che siano le mani ad andare avanti, al tuo posto. Prendono il controllo della situazione, ricollegandosi al mondo intorno, prima che la tua testa possa definitivamente andarsene da un’altra parte e decidere di non tornare indietro.

Un funerale con il sole di luglio sembra qualcosa di storto. I funerali chiamano pioggia e umido, qualcosa che confonda le lacrime, e poi vestiti marroni come le foglie marce, e il sapore dell’autunno, e ombrelli scuri aperti ad allontanare il cielo. Un funerale di luglio, il mio vestito verde lino, i sandali sopra la ghiaia del cimitero. La mia nonna che, a dirla per davvero, non c’era più già da un bel pezzo. Non c’è, forse, al mondo, nulla di tanto inadeguato quanto i funerali.

Bisognerebbe raccontare dei lunghi pasti al freddo dei miei inverni delle medie, le mezze penne scotte con il sugo troppo dolce che lei mi cucinava prima che tornassi a scuola, il pomeriggio. Ogni tanto prendeva  una birra dal frigo e ce la dividevamo, in quei miei tredici anni. Facevo un sonnellino sul suo letto, e dalle pareti mi guardavano i ritratti, quello di lei giovane e bellissima, anni ’40 pieni dentro quei riccioli dorati, e quello di suo marito, il nonno che non ho conosciuto, vestito con l’uniforme dell’Esercito di Tito. E questo posto di cui parlava, Fiume, che prima ancora di ritrovarlo nei libri di storia, ho sempre immaginato come una città luminosa dove tutti andavano all’opera. La mia nonna non sapeva quasi niente – non so nemmeno se avesse finito le elementari – però conosceva le arie di Verdi e di Puccini, e un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare – faceva sempre freddo, in quelle pause pranzo dei miei inverni delle medie.

Un cappello sul letto porta sfortuna. Io, mia mamma, mia nonna, questo gesto quasi involontario – non appoggiare mai un cappello su un letto, spostare precipitosamente qualsiasi copricapo dal letto, se qualcun altro ce l’ha appoggiato – ci lega da un tempo che non mi ricordo. Il cappello, e dire “xè vera verità!” quando qualcuno starnutisce dopo che qualcun altro ha detto qualcosa. Le nottate in cucina, a impastare parole e farina e silenzi, e comunque arrivare a sedersi a tavola sempre troppo tardi. Le patate in tecia, le frittole con dentro l’uvetta, a Carnevale. I bigliettini di Natale e le cartoline. Sbuffare quando si parla di parenti, ma poi essere felici di alzare i calici ad ogni brindisi.

Fa caldo e tutto appiccica, le ombre fanno ridere e il vento non si muove. Pure Milano, qua fuori, fa fatica a respirare, un po’ come i cani lasciati ad arroventare in macchina, con pochi centimetri di finestrino giù. E’ passato qualche giorno, abbiamo scollinato luglio. Io della morte non so molto, nemmeno se scrivere queste parole sia inappropriato quanto un funerale sotto il cielo d’estate. Se ne sono venute qui quasi da sole, nella penombra di questo pomeriggio in cui mi nascondo dietro le tapparelle del soggiorno.

E adesso non so bene come finire. Come al solito è lei, la fine. E’ sempre lei, quella che ti frega.


twin peaks birthday

“C’è un mistero da svelare. Anzi, a dire il vero, ce ne sono molti. Si moltiplicano e si accumulano, srotolandosi, uno dopo l’altro, lungo il filo delle puntate. Ci sono moltissimi personaggi, e, insieme a loro, intrighi, manipolazioni, tradimenti. I generi si ibridano, scivolando dal dramma al noir, dalla fantascienza al mistery. Tanti tasselli di un puzzle che spettatori attenti e fedeli cercano di assemblare, persi dentro un infinito dibattito che si allunga, settimana dopo settimana. I primi tasselli appartengono ai territori del reale, ma, sempre di più, si finisce per sconfinare nel fantastico e nel soprannaturale: il bianco e il nero si oppongono, in una lotta per la conquista delle anime.

Non si sta parlando, per l’ennesima volta, dell’inflazionatissima sesta stagione di Lost, ma di un’altra serie, una con qualche anno in più sulle spalle. Vent’anni, per la precisione: è questa l’età di Twin Peaks, due stagioni per la ABC, creata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda, sugli schermi statunitensi, a partire dall’8 aprile 1990. Prima dell’isola – e prima di X Files, prima di E.R., altre rivoluzioni della serialità che devono molto, e dichiaratamente, al lavoro di Lynch – c’era Twin Peaks, una cittadina sperduta della provincia americana, nello stato di Washington, circondata da una foresta misteriosa, anche questa popolata di fantasmi e sussurri. La madre di tutte le domande che alimentano le conversazioni mattiniere alla macchinetta del caffè, è quel tormentone mai sopito, “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, pronunciato da chiunque, almeno una volta nella vita. La risposta, per chi non lo sapesse, giunge anche abbastanza presto, verso la metà della seconda stagione (pessima mossa del network che, dallo svelamento del mistero principale in poi, comincerà a perdere ascolti), ma, a quel punto, una grande quantità di altri interrogativi ha spalancato un vaso di Pandora.

Un nano che parla al contrario, un gigante, la Signora del Ceppo, l’uomo dal braccio solo, Mike e Bob, la crostata di ciliegie più buona del mondo, la Loggia Bianca e la Loggia Nera: sono solo alcuni tra i bizzarri personaggi che capiteranno sulla nostra strada e su quella dell’agente FBI Dale Cooper, chiamato a Twin Peaks per investigare sull’omicidio della bellissima e popolare diciottenne Laura Palmer. Del resto, su un piano più prosaico, non mancano nemmeno criminali, prostitute, imprenditori senza scrupoli, spacciatori e associazioni segrete, a disegnare, come spesso si è detto, il panorama di un’America di provincia che sotto la superficiale facciata di perbenismo nasconde delitti, pulsioni, segreti. I segreti di Twin Peaks (questo il titolo italiano della serie, trasmessa per la prima volta da Canale 5, nel 1991) si muove incessantemente tra i diversi livelli, passando con facilità dalla critica sociale alle inquietudini filosofiche e anche orrorifiche degli spettatori, attraverso il mezzo del surreale, di cui Lynch, si sa, è maestro.

Sul piano del racconto, in fondo, Twin Peaks, almeno all’inizio, è un noir mescolato alla soap; un’operazione che il co-creatore, Mark Frost, aveva già effettuato con Hill Street Blues, considerato il capostipite delle serie a narrativa multilineare. Ciò che è davvero innovativo – oltre al valore autoriale che una firma come quella di Lynch conferisce – è il gioco con gli spettatori appassionati che, forse, davvero, in televisione capita per la prima volta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda, quanto un simbolo del culto che la serie televisiva ha generato negli anni, fondendosi irrimediabilmente con la cultura popolare condivisa. E’ così che Twin Peaks conquista, per la prima volta, tutte quelle potenzialità che distanziano la tv dal cinema, ponendosi come archetipo della quality television e dando vita, in questi vent’anni, a uno stuolo di autorevoli, e bellissimi, emulatori.”

Articolo apparso su Nocturno.


apocalipse, now

E’ una settimana che mi chiedo se non sia il caso di scrivere qualcosa su queste elezioni. Alla fine, no. Cosa c’è da dire? Mi ricordo quando i risultati delle elezioni mi facevano incazzare. Mi ricordo anche quando seguire la campagna elettorale, e poi andare a votare, e poi ascoltare la radio, per tutta la giornata e fino a tarda sera, attendendo i dati, uno dopo l’altro, quella scia di numeri che, ora dopo ora, diventa sempre più reale, significava tante cose, la più importante delle quali è che, nonostante tutto, si ha il culo enorme di vivere in un paese libero, in una democrazia.

Ora. Campagna elettorale io non ne ho vista. Mezza, proprio. Gli unici manifesti che dicevano delle cose, alla vecchia maniera, erano quelli della Lega, ed esprimevano concetti profondissimi, tipo “padroni a casa nostra” e via dicendo. Su tutti gli altri c’erano dei nomi, e basta. Per altro, nemmeno nomi di gente simpatica, per lo più. Paese democratico, vabbè, ciao. La democrazia, di suo, non funziona proprio benissimo, figuriamoci la nostra, tra conflitti d’interesse,  informazione controllata, istruzione alla frutta, disuguaglianze di classe, e via discorrendo. Sul paese libero, pure, preferirei non spendere troppe parole. Giusto per rimanere su un tema caldo caldo, mi chiedo quanto sia libero un paese in cui io non posso prevenire un concepimento, non posso prendere la pillola del giorno dopo, non posso abortire senza enormi trafile e sofferenze, però se ho un contratto di lavoro precario e rimango incinta mi licenziano (o mi pagano meno, o non mi assumono proprio). Se fossi lesbica e volessi sposarmi, non potrei. Però se fossi lesbica, ora che ci penso, le mie possibilità di rimanere incinta si ridurrebbero drasticamente. E non perderei il lavoro. Basterebbe tenere nascosto il mio orientamento sessuale. Cielo, nonostante tutto la Chiesa ci spinge all’omossessualità (vabbè, d’altra parte, si sa… no, basta battute sui preti pedofili, dai, non se ne può più, davvero, perchè fare di tutta l’erba un fascio? Perchè fare di tutti gli stranieri dei criminali? Perchè fare di tutti i dissidenti dei terroristi? Perchè fare di tutte le veline delle zoccole? Perchè fare di tutti i giudici dei comunisti? Son cose che non si fanno, su).

E dunque, siamo ad un punto in cui

  1. non mi aspettavo risultati diversi da questi.
  2. non mi aspettavo niente.
  3. non me ne frega niente.

E questo è quanto. Questo è quello che mi sta facendo questo paese. Non me ne frega niente, non mi appassiono a niente, non investo niente di niente di niente nel politico, nel pubblico. E questa non sono io. Non sono la persona che voglio essere. Per cui, non so davvero cosa dire, di queste elezioni, chè ormai anche dire, “non voglio marcire qui, voglio andarmene in un paese civile” sembra superfluo e banale.

Allora, tutto quello che mi viene da fare è riportare il trailer che, per l’appunto, vedete qui sopra. Non so bene perchè, ma trovo dei collegamenti tra l’attuale (sì, vabbè, attuale) situazione sociopoliticoculturale italiana e questo, da alcuni attesissimo, film. L’unica cosa, forse, è che manca Chuck Norris. Se ci fosse anche Chuck Norris, avrei molta più speranza.


un ricordo

pertini al funerale di berlinguer

Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi.

Io, quando è morto Pertini, me lo ricordo, anche se avevo solo otto anni. Me lo ricordo perchè mia madre ha pianto. Niente di esagerato, niente fiumi di lacrime e di disperazione. Però me lo ricordo, il suo viso che diventa scuro, il respiro che per un attimo inciampa e gli occhi che si fanno lucidi fino a straboradare. Si è seduta sul divano, si è coperta gli occhi con le dita, per un po’, e quando si è rialzata per riprendere a lavorare, sembrava che tutto fosse un po’ più pesante.

Io me lo ricordo, perchè ricordo che non capivo bene questa cosa, che si dovesse piangere la morte di qualcuno che nemmeno si conosceva veramente. E ancora, è una cosa che anche oggi mi sembra sempre vagamente ipocrita e perbenista, quel genere di situazioni in cui non sai bene come comportarti, quali siano i movimenti giusti da fare. Figuriamoci, poi, gli anniversari delle morti. Come disse una volta Pertini stesso, il modo migliore per pensare ai morti è pensare ai vivi. Però mia madre, quella volta, non era ipocrita nè perbenista, perchè non la stava mica guardando nessuno, tranne me, che ero solo una mocciosa di otto anni, e Pertini, quasi non sapevo chi fosse. Probabilmente davvero, il mondo senza Pertini, le sembrava più vuoto di un pezzo.

In ogni caso, dicevo, le commemorazioni, non sono tanto una cosa nelle mie corde. Però, dopo il decennale della morte di Craxi, che per una settimana non si è parlato d’altro, sembrava che volessero intitolargli una via in ogni città d’Italia, tutti giù a sbrodolare puttanate sul grande statista che sarebbe stato, e tutto il resto, e poi al ventennale della morte di Pertini, non una parola, non un qualunque a caso membro di una qualunque a caso di istituzione che si lasci sfuggire una parola in memoria di un uomo che, lui davvero, ha messo la propria vita intera a disposizione di noi tutti.

Ora, a me le commemorazioni, dicevo, non è che mi dicano granchè. Però, questa volta, nel piccolo del mio infimo blog, un ricordo ce lo voglio lasciare, di Sandro Pertini. Così, giusto per un tentativo, minuscolo, di riequilibrio.


my bloody valentine

my hurley valentine

Come se non gli bastasse il fatto di essere, già di per sè, una festa di merda, il San Valentino si prodiga sempre per rendermi la giornata pietosa. Io non sono una persona superstiziosa, non me ne frega una cippa di passare sotto una scala e i gatti neri li adoro e trovo che siano stati discriminati troppo a lungo nei secoli dei secoli. Però è un fatto: ad oggi ricordo un solo San Valentino vagamente accettabile, cioè un giorno come un altro, tranquillo, senza ferite di sorta.

Se sei single a San Valentino, inevitabilmente, un po’ ti deprimi. Voglio dire, tu te ne stai lì a farti i fatti tuoi, con i tuoi libri film serie tv blog tumblr recensioni caselibriautoviaggifoglidigiornale (rendetevi conto, il potere malefico del San Valentino mi ha portato addirittura a citare Tizianoferro), non ci pensi nemmeno al fatto che un po’ ti manca, un qualcuno a fianco, ma mica uno qualunque, eh… uno come dici tu, fatto su misura, uno che ti legga i libri ad alta voce in macchina mentre il tramonto si srotola intorno e la strada corre, uno che verrebbe con te tre volte al cinema in un giorno, uno da lavorarci insieme ore e ore fianco a fianco, senza alzare la testa dal pc e solo ogni tanto allungarsi le dita incontro senza premeditazione, quasi in automatico, uno da amare anche quando russa, uno con cui ubriacarsi senza ritegno, uno da cui farsi spogliare in ogni momento, etc.

Tu sei lì, e mica ci pensi, che ci hai le tue cose da fare e sei una persona indipendente, mica una che sta lì a piagnucolarsi addosso nella solitudine. E invece, sticazzi, arriva il fottuto San Valentino e via, deliri di Pretty Woman alla tv e Baci Perugina a grandinate, gente che si amano e si baciano ad ogni angolo di strada, mioddio, è proprio come quando hai un ritardo e in giro vedi solo donne incinte. Solo che qua mica è una tua suggestione, qua è un malefico complotto ordito da crudeli manager di multinazionali senza scrupoli. Sono certa che il maggior numero di introiti di San Valentino, a questi signori, derivi da tutti i single che si affogano nel cioccolato oppure si danno allo shopping compulsivo per stordire la propria angoscia. Bastardi.

Perchè poi, le volte che mi è capitato di non essere single a San Valentino, alla fine ho sempre litigato col mio moroso, quel giorno lì. In un modo o nell’altro, colpa mia o colpa sua, che si decida di ignorare saggiamente la festività o di avventurarsi cautamente in una canonica celebrazione a base di cenetta romantica&sesso selvaggio, non c’è niente da fare, si finisce sempre per mandarsi sonoramente affanculo. E’ un complotto, ve lo dico io.

E quest’anno, che quasi del San Valentino non mi ero proprio accorta, in tutt’altre faccende affaccendata, mi procaccio una bella distorsione alla caviglia. Camminando. Sotto casa. E via, una simpatica domenica al pronto soccorso, dolori, bestemmie, saltelli, fasciature, ghiaccio, tutori, stampelle, tre piani di scale su un piede solo. Tra l’altro, sabato prossimo era in programma una festa di Carnevale con i miei stupidi piccoli amici. Avevo già in programma una trasformazione al cristallo di luna, chè io il Carnevale, invece, lo adoro. Però, com’è come non è, alla fine il Carnevale invece non riesco mai a festeggiarmelo come si deve.

No, basta, di maledizioni festive, per oggi, ne basta una.


sabbia e cemento

was anything real?

Avete presente la scena più bella di Ratatouille, quella in cui il critico Anton Ego, al primo boccone di ratatouille, si ritrova improvvisamente dentro la propria infanzia, a mangiare verdure e nostalgia? (Se non l’avete presente, la scena è questa, e non fate caso ai sottotitoli in spagnolo, perchè tanto la scena in questione, come quasi tutte le migliori sequenze cinematografiche, è senza dialoghi). Ecco, questo pomeriggio mi è successa la stessa cosa: stavo parlando con Bab, un discorso che non c’entrava nulla con quello che sto per dire (o, forse, un pochino sì, ora che ci penso), ma comunque siamo finite a parlare di sabbionaie.

Ecco, e all’improvviso, per un attimo, sono ritornata ad essere una Naima* quattrenne (o comunque un’età x compresa tra i 3 e i 5 anni), con baffi di sabbia e sabbia sotto le unghie e granelli di sabbia nei capelli, seduta dentro la sabbionaia della scuola materna, a giocare con la sabbia. Non solo. Sono ritornata ad essere quella Naima* quattrenne, nel momento in cui, giocando e scavando, scavando e giocando, è arrivata sul fondo della sabbionaia e si è ritrovata a grattare il cemento. Davvero, me lo ricordo perfettamente, anzi, l’ho proprio rivissuto: è così che dev’essersi sentito Truman Burbank di The Truman Show, quando ha realizzato tutto.

Sono picconate, impietose, all’infanzia. Momenti che ti segnano la vita, che ti trascinano a forza verso l’età adulta. Ben più di lauree, promozioni, esami, matrimoni.


happy chocolate to you

tanti auguri, blog di disma!

Il giorno del mio compleanno, di solito non metto la sveglia.
Se posso, naturalmente. Il giorno del mio compleanno aspetto che sia lui a decidere quando è giorno per me, e resto sotto le coperte del dormiveglia, galleggiando dentro quel colore non più buio che hanno le mattine con le tapparelle giù. Tengo gli occhi chiusi, come le coperte. Sotto le palpebre, un solletico di attesa.
Come quegli odori che quando li senti ti riarrotolano addosso un mondo, quel solletico mi parla di tutte le mattine di quand’ero bambina ed era il mio compleanno. Un po’ come il Natale, quello struggente piacere di attesa, quel tenersi in bocca il sapore della sorpresa a venire, e anche un po’ di preoccupato terrore: e se Babbo Natale non mi ha portato niente? Se si è sbronzato di idromele con gli elfi ed è finito in un fosso, lui, la slitta e tutte le renne, e tutti i regali sparpagliati attorno, nella neve ruvida, tra i fili d’erba gelati? E se nessuno se lo ricorda, che oggi è il mio compleanno? Se nessuno mi manda neanche uno straccio di essemmesse di auguri? Per fortuna che c’è Facebook, va là.
Poi mi alzo, e il giorno del mio compleanno mi faccio sempre il latte al cioccolato e dentro ci catapulto un quintale di cereali al cioccolato, oppure ci suicido un casino di pandistelle. Chè il giorno del mio compleanno, il cioccolato non è mai troppo, nè abbastanza.
E mentre sto lì, a leccarmi i miei baffi di latte, mi stringo addosso questo mantello d’infanzia, e penso che, se per molti il compleanno è un momento in cui si invecchia, per me è sempre svegliarmi bambina. Dopo, il peso della giornata si accumula e lo schiaccia per farlo diventare un giorno come gli altri.
Ma al risveglio, quel solletico sotto le palpebre, mi fa sentire sempre come quando avevo cinque anni. E’ come Natale, ma solo per me.

Il mio contributo al Writing Festival organizzato da Disma in onore del primo compleanno del suo blog.

the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


rimembranze

memories

Io nel 1992 avevo dieci anni. D’accordo, ho di sicuro l’enorme fortuna di essere cresciuta in una famiglia in cui l’attenzione per l’attualità e l’impegno politico sono all’ordine del giorno. Però avevo dieci anni – un’età in cui i miei interessi principali erano i libri Junior Mondadori, le Barbie, i quaderni di scuola, il mio gatto Lillo, le mie amiche Betty e Marta, i pattini Fischer Price, la bicicletta, le lezioni di danza, e via dicendo – e Tangentopoli me la ricordo. Me la ricordo bene.

Mi ricordo questo clima di euforia diffusa, il telegiornale sempre acceso sul Palazzo di Giustizia; mi ricordo Paolo Brosio e Un Giorno In Pretura; mi ricordo Antonio Di Pietro eroe nazionale, che a Napoli gli avevano fatto pure la statuina del presepe, e che, da un sondaggio, risultava essere il personaggio pubblico più conosciuto d’Italia, più di Craxi, di Falcone, del Papa (Berlusconi, all’epoca, se lo filavano ancora in pochissimi, pensate che meraviglia); mi ricordo quelle parole magiche, avviso di garanzia, perchè mi sono fatta spiegare cosa volesse dire, visto che ne parlavano tutti; naturalmente mi ricordo dell’Hotel Raphael e delle monetine; più di ogni altra cosa, mi ricordo distintamente quell’elettricità nell’aria, e un senso di felicità e di rivalsa, assolutamente trasversale e contagioso, in chiunque. Chiunque. La gente comune, intendo, si sentiva liberata di un peso enorme e, finalmente, qualcosa che sembrava impossibile – rovesciare un sistema di poteri profondamente ingiusto ma talmente radicato da apparire immutabile – si stava realizzando, ed era anche più facile del previsto.

Quello di cui non mi capacito è: se me lo ricordo io, che all’epoca avevo dieci anni, che ero una bambina che si preparava a finire le scuole elementari e che leggeva le novelization di Beverly Hills 90210 di nascosto sotto il banco, com’è possibile che tutti gli altri, quelli che magari di anni ne avevano venti, o trenta, o quaranta, o più, adesso si facciano raccontare queste balle colossali sulla guerra civile, l’abuso di potere dei giudici, il colpo di stato politico, e tutte le puttanate che, in questi giorni di riabilitazioni arbitrarie, vengono vomitate dalla bocca dei più svariati parlamentari&opinionisti? Come diavolo è possibile? Loro c’erano! Loro erano adulti, e consapevoli! Magari non erano attenti alla politica come i miei genitori, ma erano comunque tra quelli felici, tra quelli che spulciavano il Corriere per sapere chi sarebbe stato il prossimo, tra quelli che a Craxi gli avrebbero tirato robe ben più pesanti.

Io posso anche capire che quando senti Gasparri dire che lui è stato eletto nel ’92, quasi ti viene da rimpiangere Forlani e Citaristi, ma sospetto che non sia questo il motivo. E’ questa cosa assurda che non riesco a spiegarmi, la stessa magia della crisi che scompare, perchè alla tv Barbara D’Urso e l’Italia sul 2 ti dicono che non c’è, e tu ci credi, anche se il vero motivo per cui stai guardando l’Italia sul 2 al pomeriggio è, probabilmente, che non trovi uno straccio di lavoro. Come credere alle previsioni del tempo che ti dicono che c’è il sole mentre fuori piove. Che aprire la finestra fa fatica, e poi se lo fai sei un pessimista comunista stalinista leninista maoista castrista sterminatore di dissidenti nei gulag.

Del 1992 ho anche altri ricordi, indelebili e collettivi. Un’autostrada divelta, sotto il sole. E una via di un quartiere residenziale di Palermo, neanche due mesi dopo, strabordante di auto della polizia, e di pianto. E ricordo una rabbia sorda e un dolore impotente, anche quello diffuso, tra tutti, da Nord a Sud, senza divisioni. Ecco, quella volta lì, forse, mi sono sentita italiana. Ma, forse, quella sensazione, chissà, l’ho solo immaginata.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.