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inappropriato luglio

Fa caldo, e tutto si appiccica. Un bisogno costante di lavarsi le mani e annodarsi i capelli lontano dal collo, mentre la sedia lascia impronte sulle gambe nude e il fantasma bruciante di luglio assedia la finestra, dietro le tapparelle chiuse. Lame di luce bianca. Sul parquet.

L’altra settimana è morta la mia nonna. Ci ha colto d’improvviso un lunedì mattina, all’apparenza identico a tutti i giorni caldi che si susseguono da un mese. Avevo gli occhi sporchi di sonno, quando ho risposto al telefono, e anche mentre affondavo le mani nella borsa, in cerca delle chiavi della macchina. In questi casi, sembra sempre che siano le mani ad andare avanti, al tuo posto. Prendono il controllo della situazione, ricollegandosi al mondo intorno, prima che la tua testa possa definitivamente andarsene da un’altra parte e decidere di non tornare indietro.

Un funerale con il sole di luglio sembra qualcosa di storto. I funerali chiamano pioggia e umido, qualcosa che confonda le lacrime, e poi vestiti marroni come le foglie marce, e il sapore dell’autunno, e ombrelli scuri aperti ad allontanare il cielo. Un funerale di luglio, il mio vestito verde lino, i sandali sopra la ghiaia del cimitero. La mia nonna che, a dirla per davvero, non c’era più già da un bel pezzo. Non c’è, forse, al mondo, nulla di tanto inadeguato quanto i funerali.

Bisognerebbe raccontare dei lunghi pasti al freddo dei miei inverni delle medie, le mezze penne scotte con il sugo troppo dolce che lei mi cucinava prima che tornassi a scuola, il pomeriggio. Ogni tanto prendeva  una birra dal frigo e ce la dividevamo, in quei miei tredici anni. Facevo un sonnellino sul suo letto, e dalle pareti mi guardavano i ritratti, quello di lei giovane e bellissima, anni ’40 pieni dentro quei riccioli dorati, e quello di suo marito, il nonno che non ho conosciuto, vestito con l’uniforme dell’Esercito di Tito. E questo posto di cui parlava, Fiume, che prima ancora di ritrovarlo nei libri di storia, ho sempre immaginato come una città luminosa dove tutti andavano all’opera. La mia nonna non sapeva quasi niente – non so nemmeno se avesse finito le elementari – però conosceva le arie di Verdi e di Puccini, e un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare – faceva sempre freddo, in quelle pause pranzo dei miei inverni delle medie.

Un cappello sul letto porta sfortuna. Io, mia mamma, mia nonna, questo gesto quasi involontario – non appoggiare mai un cappello su un letto, spostare precipitosamente qualsiasi copricapo dal letto, se qualcun altro ce l’ha appoggiato – ci lega da un tempo che non mi ricordo. Il cappello, e dire “xè vera verità!” quando qualcuno starnutisce dopo che qualcun altro ha detto qualcosa. Le nottate in cucina, a impastare parole e farina e silenzi, e comunque arrivare a sedersi a tavola sempre troppo tardi. Le patate in tecia, le frittole con dentro l’uvetta, a Carnevale. I bigliettini di Natale e le cartoline. Sbuffare quando si parla di parenti, ma poi essere felici di alzare i calici ad ogni brindisi.

Fa caldo e tutto appiccica, le ombre fanno ridere e il vento non si muove. Pure Milano, qua fuori, fa fatica a respirare, un po’ come i cani lasciati ad arroventare in macchina, con pochi centimetri di finestrino giù. E’ passato qualche giorno, abbiamo scollinato luglio. Io della morte non so molto, nemmeno se scrivere queste parole sia inappropriato quanto un funerale sotto il cielo d’estate. Se ne sono venute qui quasi da sole, nella penombra di questo pomeriggio in cui mi nascondo dietro le tapparelle del soggiorno.

E adesso non so bene come finire. Come al solito è lei, la fine. E’ sempre lei, quella che ti frega.


my bloody valentine

my hurley valentine

Come se non gli bastasse il fatto di essere, già di per sè, una festa di merda, il San Valentino si prodiga sempre per rendermi la giornata pietosa. Io non sono una persona superstiziosa, non me ne frega una cippa di passare sotto una scala e i gatti neri li adoro e trovo che siano stati discriminati troppo a lungo nei secoli dei secoli. Però è un fatto: ad oggi ricordo un solo San Valentino vagamente accettabile, cioè un giorno come un altro, tranquillo, senza ferite di sorta.

Se sei single a San Valentino, inevitabilmente, un po’ ti deprimi. Voglio dire, tu te ne stai lì a farti i fatti tuoi, con i tuoi libri film serie tv blog tumblr recensioni caselibriautoviaggifoglidigiornale (rendetevi conto, il potere malefico del San Valentino mi ha portato addirittura a citare Tizianoferro), non ci pensi nemmeno al fatto che un po’ ti manca, un qualcuno a fianco, ma mica uno qualunque, eh… uno come dici tu, fatto su misura, uno che ti legga i libri ad alta voce in macchina mentre il tramonto si srotola intorno e la strada corre, uno che verrebbe con te tre volte al cinema in un giorno, uno da lavorarci insieme ore e ore fianco a fianco, senza alzare la testa dal pc e solo ogni tanto allungarsi le dita incontro senza premeditazione, quasi in automatico, uno da amare anche quando russa, uno con cui ubriacarsi senza ritegno, uno da cui farsi spogliare in ogni momento, etc.

Tu sei lì, e mica ci pensi, che ci hai le tue cose da fare e sei una persona indipendente, mica una che sta lì a piagnucolarsi addosso nella solitudine. E invece, sticazzi, arriva il fottuto San Valentino e via, deliri di Pretty Woman alla tv e Baci Perugina a grandinate, gente che si amano e si baciano ad ogni angolo di strada, mioddio, è proprio come quando hai un ritardo e in giro vedi solo donne incinte. Solo che qua mica è una tua suggestione, qua è un malefico complotto ordito da crudeli manager di multinazionali senza scrupoli. Sono certa che il maggior numero di introiti di San Valentino, a questi signori, derivi da tutti i single che si affogano nel cioccolato oppure si danno allo shopping compulsivo per stordire la propria angoscia. Bastardi.

Perchè poi, le volte che mi è capitato di non essere single a San Valentino, alla fine ho sempre litigato col mio moroso, quel giorno lì. In un modo o nell’altro, colpa mia o colpa sua, che si decida di ignorare saggiamente la festività o di avventurarsi cautamente in una canonica celebrazione a base di cenetta romantica&sesso selvaggio, non c’è niente da fare, si finisce sempre per mandarsi sonoramente affanculo. E’ un complotto, ve lo dico io.

E quest’anno, che quasi del San Valentino non mi ero proprio accorta, in tutt’altre faccende affaccendata, mi procaccio una bella distorsione alla caviglia. Camminando. Sotto casa. E via, una simpatica domenica al pronto soccorso, dolori, bestemmie, saltelli, fasciature, ghiaccio, tutori, stampelle, tre piani di scale su un piede solo. Tra l’altro, sabato prossimo era in programma una festa di Carnevale con i miei stupidi piccoli amici. Avevo già in programma una trasformazione al cristallo di luna, chè io il Carnevale, invece, lo adoro. Però, com’è come non è, alla fine il Carnevale invece non riesco mai a festeggiarmelo come si deve.

No, basta, di maledizioni festive, per oggi, ne basta una.


sabbia e cemento

was anything real?

Avete presente la scena più bella di Ratatouille, quella in cui il critico Anton Ego, al primo boccone di ratatouille, si ritrova improvvisamente dentro la propria infanzia, a mangiare verdure e nostalgia? (Se non l’avete presente, la scena è questa, e non fate caso ai sottotitoli in spagnolo, perchè tanto la scena in questione, come quasi tutte le migliori sequenze cinematografiche, è senza dialoghi). Ecco, questo pomeriggio mi è successa la stessa cosa: stavo parlando con Bab, un discorso che non c’entrava nulla con quello che sto per dire (o, forse, un pochino sì, ora che ci penso), ma comunque siamo finite a parlare di sabbionaie.

Ecco, e all’improvviso, per un attimo, sono ritornata ad essere una Naima* quattrenne (o comunque un’età x compresa tra i 3 e i 5 anni), con baffi di sabbia e sabbia sotto le unghie e granelli di sabbia nei capelli, seduta dentro la sabbionaia della scuola materna, a giocare con la sabbia. Non solo. Sono ritornata ad essere quella Naima* quattrenne, nel momento in cui, giocando e scavando, scavando e giocando, è arrivata sul fondo della sabbionaia e si è ritrovata a grattare il cemento. Davvero, me lo ricordo perfettamente, anzi, l’ho proprio rivissuto: è così che dev’essersi sentito Truman Burbank di The Truman Show, quando ha realizzato tutto.

Sono picconate, impietose, all’infanzia. Momenti che ti segnano la vita, che ti trascinano a forza verso l’età adulta. Ben più di lauree, promozioni, esami, matrimoni.


the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


brown years #2

frank

“Io, Frank, dal vivo, l’ho visto quattro volte. Quattro volte. La più memorabile è stata nell’estate del Settantaquattro, al Vigorelli, a Milano. Perchè c’era Beppe, Beppe Facciadicavallo, che lavorava insieme al service, insomma, montava e smontava il palco, e così Beppe Facciadicavallo ci ha fatti entrare prima per sentire il soundcheck e così ci siamo ritrovati tutti sotto il palco, a pochissimi metri da lui, da Frank, che faceva il soundcheck, provava, riprovava, parlava con i tecnici, faceva suonare ognuno degli altri musicisti, uno alla volta, sistemava le luci, accese, spente, accese, spente.

Accanto a noi, appoggiato alle transenne ad ascoltare il soundcheck c’era Cucciolo, del Banco del Mutuo Soccorso. Il Banco erano quelli che cantavano Non mi rompete – ‘non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno…’ – e lui lo chiamavano tutti Cucciolo, perchè era davvero enorme, e con un sacco di barba e capelli, sarà pesato duecento chili, non so. E insomma, a un certo punto, dopo mezz’ora di luci accese, luci spente, luci accese, luci spente, Frank si è rotto le palle, si è fatto dare una scala a pertica lunghisssssima ed è salito su lui, da solo, a sistemare le luci. Solo che a un certo punto deve aver perso l’equilibrio, perchè la scala si è messa ad ondeggiare paurosamente, e lui è rimasto appeso al traliccio, con i piedi che scalciavano nel vuoto. Tutti guardavamo in su, con il fiato sospeso.

E’ stato un attimo, poi con le gambe è riuscito a riacciuffare la scala, è sceso ridendo e ha detto basta, apposto, andiamo a cenare, che è meglio. Noi siamo rimasti lì, con la sera che veniva giù piano, noi, e anche Cucciolo del Banco del Mutuo Soccorso, e tutto il resto del pubblico che lentamente, come la sabbia di una clessidra, riempiva il prato. Il pubblico che aveva comprato il biglietto, eh, perchè costava duemilalire e tutti dicevano che era troppo, un prezzo assurdo, io lavoravo e me lo potevo permettere, e così l’avevo comprato, ma fuori dal Vigorelli c’era pieno di gente incazzata nera che voleva entrare, perchè duemilalire erano uno sproposito, e poi la musica è di tutti, echeccazzo.

A un certo punto, si sentivano già i cancelli che tremavano, perchè tutta la massa di gente senza biglietto si era accalcata lì addosso, e faceva casino e voleva entrare, ed era ormai quasi buio. Abbiamo sentito un suono di chitarra venire dal palco, un suono tutto distorto che non somigliava a niente, però non si vedeva nulla, perchè le luci erano tutte spente e il palco era buio, si sentiva solo quest’improvvisazione di chitarra che si rimasticava su e giù le note, e si vedeva solo un minuscolo puntino rosso, una luce piccolissima che bruciava in mezzo al nero.

Poi abbiamo capito cos’era, era la Winston Rossa di Frank appoggiata sulle chiavi della chitarra di Frank, ed era la chitarra di Frank quella che si stava mangiando su e giù le note, ed era Frank che improvvisava, avanti e indietro, aspettando. Sì, aspettava. A un certo punto i cancelli sono venuti giù, e tutta la gente, come un fiume tranquillo, è dilagata all’interno, è andata a prendersi il proprio posto, ha riempito gli stracci di prato rimasti deserti.

A quel punto, allora, Frank ha smesso di suonare. Ha raccolto la sigaretta e ha aspirato l’ultimo tiro. Le luci si sono accese. Il resto del gruppo, pezzi dei Mothers Of Invention, lo hanno raggiunto sul palco. Frank li ha presentati, uno ad uno. E poi, ha dato inizio al concerto.”

A proposito di anni marroni.

[Per amor di completezza, aggiungo che un caro amico del Pierlu - il Pierlu è, naturalmente, il portatore sano di questo ricordo - un caro amico del Pierlu ha impostato Non mi rompete del Banco del Mutuo Soccorso come propria segreteria telefonica.]


cinquecento giorni d’estate

che il poster in linguaorientalesconosciuta fa un sacco indie

E’ che ierisera, invece di andare a dormire presto per poi poter oggi combinare qualcosa di utile, ho visto questo film qui di cui tutti parlano. Cioè, non è che ne parlano tutti come di Avatar, diciamo che ne parlano tutti nell’ambiente un po’ indie alternativo dei piccoli culti, insomma, l’ambiente da Sundance Film Festival, per intenderci. E quindi.

Io ero una grande amante dei film da Sundance. Avete presente? Quelle commedie che si lasciano guardare senza sforzo, e però sono anche intelligenti, e con quel retrogusto amarognolo che fa tanto “io ho capito tutto della vita”, e con quell’estetica sempre un po’ vintage che fa tanto “nostalgia” e quindi anche un po’ “malinconia”. Sono assolutamente convinta, per dire, che Little Miss Sunshine sia un vero e proprio capolavoro. Già su Juno inizio a dire, vabbè, bello, eh, per carità, e poi Ellen Page è davvero forte, ed è bassa quanto me, e la poltrona spostata in mezzo al giardino e il telefono hamburger e le disquisizioni su Dario Argento, tutto molto figo, però in sostanza, appiccicato addosso, alla fine, mi rimane già molto meno.

Questo (500) Days Of Summer – okay, non voglio buttarla sempre sul doppiaggio, ma volete spiegarmi il motivo di tradurre, in italiano, il nome della protagonista da Summer in Sole? C’è ancora qualcuno, in questo inizio di secondo decennio del duemila, che non sappia che summer vuol dire estate? Vabbè, mettiamo anche che sia così e quindi traduci il nome per tradurre il gioco di parole; per quale motivo, allora, il titolo italiano non è (500) giorni di Sole ma (500) giorni insieme, che, tra l’altro, sembra il titolo di una tragicommedia hollywoodiana smielatissima da mezza età e quintali di fazzoletti consumati? Vabbè, chi se ne frega, tanto io l’ho visto in inglese, ciao – dicevo, questo (500) Days Of Summer appartiene allo stesso giro, è tanto tanto indie, con le musiche indie, le pettinature indie, le citazioni indie. Ed è tanto tanto vintage, con i vestiti vintage, la carta da parati vintage, la luce obliqua marrone vintage delle foto anni settanta. C’è Ringo Starr, c’è Il Laureato, c’è Bergman, c’è la Nouvelle Vague, c’è l’Ikea. C’è il karaoke, ci sono i biglietti d’auguri, i filmini sgranati in super8, i vinili, la lavagna col gesso. Una colonna sonora che la senti e ti ritrovi con i pantaloni strettissimi a sigaretta e una maglia a righe orizzontali e gli occhiali con la montatura grossa. E  ci sono gli split screen. E la voce fuoricampo. E i salti narrativi e temporali.

Ma non è tutto ciò a darmi fastidio, anche se è inevitabile che, ormai, questo gioco qui di originale abbia pochissimo, lo sgami subito ed è inevitabilmente furbo; e funziona davvero solo quando il film è valido, o quantomeno davvero strambo e genialoide, come per esempio, che so, i Tenenbaum. In ogni caso, sono tutte cose piacevoli, a vedersi, anche se hanno smesso da un po’ di meravigliarmi. Questo film qui, come altri suoi omologhi, è costruito un po’ tipo una bancarella di souvenir di Parigi. Ci sono un sacco di scenette appiccicate insieme, estremamente carine, per carità, e anche, più o meno, autoconclusive. Fatte apposta per essere tagliate e riportate su YouTube e ribloggate ovunque. Insomma, fatte apposta che tu ti scegli la tua preferita e te la porti a casa come ricordo di quel posto lì dove sei stato, e quel posto lì era un film intitolato (500) Days Of Summer.

Ma non è nemmeno questo, a darmi fastidio (abbiate pazienza, ci arrivo), anzi, mi piace questa cosa che posso portarmi a casa la mia citazione come ricordo. Quello che mi dà fastidio è che i personaggi sono odiosi. Non sembrano odiosi, all’inizio, perchè in realtà sono costruiti per immedesimartici, soprattutto lui, Tom, tenero, che si innamora di lei, Summer. Non sembrano odiosi, perchè lei, Summer, è interpretata da Zooey Deschanel, e Zooey Deschanel è adorabile sotto ogni aspetto, e non puoi odiarla neanche se ti impegni. Però c’hai questo senso di fastidio lungo tutto il film, e non sai bene spiegartelo, poi alla fine ti accorgi che è perchè ti hanno preso in giro, e in realtà i protagonisti sono odiosi. Lui è un lagnoso insopportabile, lei una maniacodepressa. Lui è ingenuo e zuccheroso come neanche una twilighters fanatica, lei volubile e schizofrenica e anche un po’ stronza. La brutta e banalizzata copia di Joel e Clementine di Eternal Sunshine of a Spotless Mind.

Eternal Sunshine of a Spotless Mind non lo cito a caso, anzi, è proprio il film che ti viene in mente e ti ricorda cosa vuol dire fare un film davvero doloroso sull’amore e i rapporti di coppia. In questo (500) Days Of Summer, alla fine [occhio, spoiler!!!] la Summer del titolo, dopo aver fatto soffrire come un cane il piccolo Tom, perchè lei “non crede nell’amore”, si sposa con il primo pisquano che la abborda in un bar. Ne deduce che l’amore esiste davvero, yeah, aveva ragione Tom, mentre Tom – che, a mio avviso, avrebbe tutto il diritto di spaccarle una mazza da baseball sui denti – ne deduce che, se tutte le donne sono delle pazze furiose come Summer, l’amore non esiste… no, aspetta. Non può finire così, figuriamoci: nel posticcissimo finale consolatorio, Tom incontra Lyla Garrity Autumn (sì, Autumn. Nella versione italiana Luna, naturalmente. Sì, potete sbattere la testa sulla tastiera), una splendida ragazza che gli sorride, colpo di fulmine, yeah, l’amore esiste, figata.

Allora tu pensi al finale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, a quegli “okay” sussurrati tra i sorrisi e le lacrime, tra due persone che si sono appena ri-conosciute, e sanno già che si ameranno un sacco, e poi si odieranno un sacco, ma forse ci riproveranno lo stesso, forse no, è un casino – sono un casino, le relazioni, e quelle d’amore ancora di più – e ti dici che quello era un film con i controcazzi, e questo invece un po’ lo mandi a cagare. Non puoi farmi un film sul dolore dell’amore e poi farlo finire a pizza e fichi, “chiodo scaccia chiodo”. Tutto quello che hai costruito nell’ora e mezza precedente, lo butti nel cesso in un secondo, così.

In sostanza, e concludendo, quello che mi è piaciuto davvero tanto è la Los Angeles in cui si svolge la storia: bella e senza tempo, un luogo che non esiste nella realtà – Los Angeles è abbastanza orrenda – ma forse negli occhi di qualche innamorato sì. Ecco. Ah, e la ragazzina sorella del protagonista. Lei era forte. Forse è un po’ poco, ma tant’è.

E adesso basta, che devo combinare qualcosa di utile, assolutamente per forza.


ogni primo di gennaio

una delle cose che più mi piacciono del capodanno

Alla fine, il Capodanno è un espediente narrativo.

Tipo come nei film per teen ager, che c’è sempre il prom, alla fine, cioè, il ballo di fine anno, e tutti i nodi vengono al pettine, tutte le storie si incontrano, e si incrociano, e quella che doveva diventare reginetta diventa reginetta e piange, e lei e il suo principeazzurro finalmente si baciano, oppure succedono macelli, tipo che la protagonista scopre che il bellimbusto la stava frequentando solo per scommessa e poi si è innamorato di lei ma lei pensa di no, insomma, quel genere di cose inevitabili di cui avevo, per altro, già accennato qua.

Ecco, poi nella realtà il ballo di fine anno delle high school è una roba un po’ triste e di un kitsch notevole, con le tipelle che indossano quegli orripilanti vestiti dai colori abbacinanti e sinteticissimi, e i sedicenni in smoking e brufolazzi che non si possono guardare, e la palestra della scuola addobbata con i festoni di cartapesta ma che, per quante scritte glitterate tu ci possa appiccicare in giro, sempre la palestra della scuola rimane. E, quasi sempre, il dj fa schifo. E, mi immagino, quasi sempre si finisce a vomitare nel parcheggio l’alcol da due soldi che ci si è fatti comprare dai cugini over 21 per fare colpo sulle ragazze, e il giorno dopo si deve avere un hangover di quelli memorabili.

Insomma, quel genere di cose che nei film è in un modo e nella realtà in un altro. Il Capodanno è così, c’è quest’ansia che monta e sembra che debba succedere tutto in quella notte di passaggio verso l’anno nuovo, tutti i ricordi e i rimorsi e i rimpianti dell’anno passato ti si addensano addosso spingendoti contro il muro della mezzanotte (e figurarsi poi, quest’anno, mica c’erano solo quelli dell’anno passato, ma addirittura di un decennio, roba pesisssima). E ti aspetti sempre qualcosa di rivelatore, una specie di epifania, in qualunque forma, che so, una visione alcolica, un sms inaspettato, un limone duro con un estraneo o con l’amore della tua vita che ritorna o con uno che credevi di no e invece poi sì. Delle parole solenni mescolate a un divertimento estremo.

Ma invece, nulla di tutto questo succede. Quasi mai. L’espediente narrativo non funziona, probabilmente perchè non viviamo in un racconto e quindi non abbiamo regole. O ne abbiamo diverse. Di certo, non abbiamo gli espedienti narrativi.

Di conseguenza, sono sempre molto più felice il primo di gennaio. [Scusa per la mia felicità...] Oppure il due, come oggi, che c’è il vento che piace a me, quello che sembra cattivo come una mamma quando si accanisce a pulire a fondo, però alla fine sei contento perchè tutto sembra un po’ più in ordine e si respira meglio. E, in definitiva, faccio gli auguri di buon anno, che hanno molto più senso degli auguri di Natale, non fosse altro perchè durano 365 giorni, invece di un giorno solo (giorno in cui, per altro, ci si autopunisce mangiando come oche all’ingrasso). E, va che culo, questa volta posso farvi pure gli auguri di buon decennio, così sto a posto fino al duemilaeventi.


tanto per

messaggi subliminali

Il motivo per cui non scrivo da un po’, oltre al fatto che ho aperto pure un tumblr, è che il Natale ha questo potere di immalinconirmi e, in men che non si dica, regredisco a quell’età adolescenziale in cui il divertimento maggiore consiste nel crogiolarsi per ore nella propria adolescenziale tristezza. Due palle. E, per evitare che questo blog si trasformi in uno di quei MySpace emo, con i teschi i cuoricini le stelline le immagini degli angeli e dei demoni e di giovani fanciulle in lacrime, ho preferito astenermi dallo scrivere per un po’.

Non che io abbia qualcosa contro i post malinconico-nostalgici, si sa, però bisogna essere nel mood giusto.

[E' tutto falso. Sto davvero snobbando il blog per il tumblr. Sono una brutta persona.]

Quindi, insomma, tutto ok.

E no, non parlerò di quello di cui tutti parlano, perchè se n’è già parlato fin troppo e ovunque e in modo estremamente più spiritoso e divertente di quanto sarei in grado di fare io. E poi, perdindirindina, non voglio essere complice nella propagazione di questo clima di odio e violenza subdolamente instillato dalle sinistre nella nostra società.

Confido in Parigi, che sappia essermi d’ispirazione.


per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

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