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nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


mattinata old style

una batteria (click for fun)

Stamattina gli operai hanno staccato la corrente.

Non andava il riscaldamento, avevo il cellulare scarico, il telefono non funzionava (ho un cordless), la batteria del pc ho preferito conservarmela per dei lavori che avrei dovuto fare più tardi. Sono ritornata a letto, ben al caldo sotto le coperte, e mi sono messa a leggere dei libri per la tesi.

E così ho pensato che tutte le polemiche sul libro digitale sì o libro digitale no, viva il kindle, abbasso il kindle, “i libri letti sul pc sono libri senz’anima”, “voialtri siete dei feticisti che non capite il progresso”, “adoro il profumo della carta impolverata la mattina”, “gli ebook salveranno la Foresta Amazzonica” – insomma ho pensato che è tutta fuffa. Ho pensato che io, appena potrò permettermelo, un aggeggio per leggere che mi permette di prendere annotazioni, fare ricerche per parole chiave, copiaincollare, risparmiare sulla carta, portarmi appresso mille libri in duecento grammi, sicuramente me lo comprerò. Però continuerò anche a comprarmi dei libri, che oltre ad essere, talvolta, dei bellissimi oggetti d’arredamento, non hanno bisogno mai delle batterie.

E finchè c’è un po’ di luce del mattino e un piumone caldo, almeno per un bel po’, io sono a posto così.

[C'è da dire che il kindle può avere un'autonomia anche di due settimane, ma metti che precipiti con un aereo su un'isola misteriosa tra Sidney e Los Angeles... ehm, vabbè, in autonomia il libro comunque lo batte.]


nel blu dipinto di blu

ragazzi italiani

Recentemente, Tumblr mi porta in dono questa perla: l’esistenza di un gruppo di Facebook intitolato “no ai matrimoni misti: sposate italiano!”. Ho fatto una ricerca su Facebook e non l’ho trovato, chissà, forse l’hanno già chiuso, ma non è questo il punto. Rileggo tra le info del gruppo, dove dice: “In Italia il numero di stranieri non europei, di colore soprattutto, cresce e non solo a causa dell’immigrazione regolare e clandestina ma anche perchè sono in costante aumento le coppie miste che decidono di sposarsi e di mettere al mondo figli ‘ibridi’”. Mi torna in mente una discussione avuta qualche tempo fa con i miei amici, reazioni stupite alla mia dichiarazione “io non mi sento italiana”. Non (solo) nel senso che i miei connazionali, mediamente parlando, ultimamente mi fanno schifo. Nel senso che proprio, io, non capisco cosa voglia dire, essere “italiani”.

Rileggo quelle dichiarazioni lì dei gruppi di Facebook razzisti, e l’immagine che mi si forma davanti è di un’infinita tristezza. Giovani (perchè la maggior parte sono giovani) tristissimi, tutti chiusi nel loro paesino di provincia a parlare con amici identici, delle stesse identiche cose (presumibilmente il calcio, la figa e Vasco, ma lo so, sto generalizzando, e generalizzare è male, però era per rendere l’idea). Voglio dire, ma che, davero? Cioè, tu a vent’anni non vuoi vedere il mondo, conoscere più cose nuove possibile, imparare delle lingue diverse, riempirti gli occhi di meraviglia, scoprire sapori di cui non sospettavi l’esistenza, chiacchierare con qualcuno che abbia una vita completamente diversa dalla tua, sapere cosa succede in giro? Davvero tu, a vent’anni, sei contento così? Perchè è questo il tipo di persona che mi figuro, quando leggo cose come “preserviamo le nostre tradizioni dalla contaminazione degli stranieri”.

Io non mi sento italiana, perchè non so proprio cosa voglia dire. Che parlo italiano? Che ho studiato Dante e Manzoni? Che mi riconosco nei valori della Costituzione della Repubblica? Che sono in grado – più o meno – di capire come funzioni qui da noi la politica, mentre già uno svizzero o un austriaco, cercando di comprenderla, si farebbe esplodere il cervello? Ecco, tutto ciò è vero, ma, come dire, gli animatori di quei gruppi lì non mi sembrano proprio (mediamente, eh, sto sempre generalizzando) dei fini conoscitori della lingua italiana, degli intellettuali italiani, della storia d’Italia, delle sue peculiarità politiche e della sua Costituzione.

Io non sono cattolica, anzi, non sono nemmeno credente. Ho bisnonni sloveni, croati, austriaci, serbi. Ho zii americani. Non guardo quasi mai la televisione italiana, ma tutti i giorni vedo telefilm statunitensi e, talvolta, inglesi. Leggo blog e quotidiani stranieri. Mi piace la pizza, è vero, ma credo che al 95 percento della popolazione mondiale piaccia la pizza: non mi sembra un dato rilevante. Però adoro il kebab e il sushi, e mi fanno schifo la trippa e la cassoeula. Sono certa di avere molte più cose in comune con un qualunque nerd appassionato di serie tv e, che so, di Harry Potter, che vive tipo a Kuala Lumpur o sull’Isola di Pasqua o in Patagonia, rispetto a quante somiglianze condivida con il mio vicino di casa lombardo che vota Lega e aspetta con ansia la prossima puntata di Porta a Porta. Però sono molto fiera che i miei nonni abbiano fatto la Resistenza, e tifo Italia ai mondiali di calcio e alle Olimpiadi.

Sono italiana? Oppure no? Sono contaminata, o ibrida? Ed è italiano oppure no il mio vicino di casa lombardo che vota Lega, non ha mai letto Dante, dice “se io avrebbi” e rimpiange Mussolini? In definitiva, è una distinzione che abbia davvero un qualche senso?

Non lo so. [Non è vero, lo so benissimo: non ha senso alcuno, punto. Era un "non lo so" retorico]. Preferisco pensare che io sono libera. Libera di non sentirmi straniera da nessuna parte. Mentre, probabilmente, il mio vicino di casa lombardo&leghista, si sente “straniero” e “diverso” a venti chilometri da qui.


The Cw reviews pt. 3 – Melrose Place + “sad news”

ella nella malefica piscina

ella nella malefica piscina

Sì, non avete letto male il titolo. Sì, dopo l’orripilante tentativo di fare un sequel/remake di Beverly Hills 90210, la Cw ha brillantemente deciso di fare un remake/sequel di Melrose Place. Revival anni Novanta a go go.

Ma prima la sad, sad news – che forse è anche un record, non lo so, non ho nemmeno voglia di cercare su google: The Beautiful Life è stato impietosamente cancellato dopo due soli episodi. Ciao ciao Misha, ciao ciao Elle McPherson (sì, c’era anche lei), ciao ciao bel mondo della moda, della cocaina e della prostituzione minorile. Non sapremo mai se il ragazzotto dell’Iowa ce la farà a sfondare dopo essersi fatto versare della birra addosso da un fotografo, nè come continuerà la carriera di prostituto del tipello di High School Musical, nè, tantomeno, che ne sarà della figlia segreta di Misha/Sonja. Tutto sommato, sopravviveremo.

Torniamo a bomba su Melrose Place Duepuntozero, che, invece, promette meglio. Il punto è che, essendo il Melrose Place originale un entusiasmante coacervo di trash e coseacaso, risulta molto più facile, per questo sequel, restare fedele allo spirito di partenza. E dunque, siamo sempre a Melrose Place – ma va? -, il condominio con piscina contagiafollia di Los Angeles. [Qualche innocuo spoiler, da qui in avanti, potete immaginarlo]. Continua a leggere


snobismi

un grande supereroe

un grande supereroe

Io non credo di essere una persona snob. Perlomeno, credo di non essere snob per quanto è possibile non essere qualcosa, fermo restando che c’è sempre una parte di quel qualcosa inconsapevole che non riusciamo a controllare e allora magari facciamo pure degli sforzi per eliminare anche quella minima parte lì – ma insomma, dai, non sono una persona snob.

Però quando vado in libreria e mi tuffo diretta nel reparto cinema, lì divento snob. A parte il fatto che un reparto televisione ancora non esiste da nessuna parte e i libri sull’argomento li devi stare a cercare col lanternino, leggendo i dorsi delle copertine uno a uno. E vabbè, è anche una cosa che faccio con un certo gusto, sedermi per terra con la testa piegata di lato e scorrere i titoli. Ma il punto è che nel reparto cinema si trovano delle cose imbarazzanti. La biografia di Rocco Siffredi, ancora ancora passi. Ma poi c’è quella di Costantino (non l’imperatore, il tronista. Ma in effetti ammetto che ai giorni nostri la differenza è labile). Quella di Paris Hilton. Quella di Luca Roncato. Quella di Christian De Sica (Figlio di papà si intitola, non senza una certa ironia, in fondo. Povero Vittorio). Quella della tipa che stava con Eric Clapton e ha vinto l’IsoladeiFamosi, nonmiricordopiùcomesichiama. Quella di Simona Ventura (ha un titolo tremendo, sembrava uno slogan di 300, l’ho rimosso). Ovviamente fiumi di pubblicazioni su Edward Cullen/Robert Pattinson. E via così.

Lì divento snob. Voglio dire, fate un reparto a parte. Chessò, “biografie di gente a caso”. “I quindici minuti di Andy Wahrol”. Cose così. Che poi per trovare un libro che mi parli di televisione e cultura contemporanea, mi tocca andare nel reparto sociologia. O nel reparto attualità. E lì è ancora peggio, perchè incappare nel faccione di Vespa che ti sogghigna è un niente.

Per concludere in bellezza, alla Feltrinelli di via dei Mille c’era in sottofondo la canzone di Anna Tatangelo sul suo amico gay.

Graziealcielo, alla Feltrinelli di via dei Mille, il reparto fumetti vende Rat Man.


letture estive #2

leggere

leggere

Tra le altre cose, ho letto:

  • Marina di Carlos Ruiz Zafon. Partiamo dalle cose facili. E’ la solita zuppa? Sì e no. Io non sono contro i best seller per principio, tanto per dire, sono una grandissima fan di Harry Potter, e più best seller di così, vi sfido. Il codice Da Vinci, invece, mi ha fatto abbastanza cagare, ma non addentriamoci in sterili polemiche. Per rimanere in ambito Zafon, L’ombra del vento mi piacque moltissimo. Io amo i romanzoni dove succedono tante cose avventurose, amo Barcellona, amo le robe un po’ gotiche, quindi, era facile. Il gioco dell’angelo non mi è piaciuto. C’è un confine sottile tra il piacere di ritrovare atmosfere già note e la noia della prevedibilità. In marina, il già noto sta, più che altro, nell’aver già letto altri libri di Zafon. E non si potrà mica fare una colpa di scrivere sempre le stesse cose a uno che fa l’autore di genere. In sostanza, l’atmosfera è quella lì: Barcellona gotica e misteriosa, vicoli bui, storie tormentate che emergono dal passato, amori impossibili, incendi, catastrofi, fotografie ingiallite e tutto l’ambaradan del feuilleton. C’è di bello un tocco vagamente horror che, se si pensa che in fondo era un libro per ragazzi, non posso non apprezzare. Insomma, la solita zuppa, ma ben cucinata. Finchè avrò voglia di leggere romanzoni d’avventura e Zafon me ne cucinerà, non mi lamenterò.
  • Cornflake di Micol Arianna Beltramini. Qua è più difficile. Libro tirato su un po’ a caso in libreria. Poi vedo che l’autrice ha pochi anni più di me, trovo il suo blog, la aggiungo su Facebook, scopro che abbiamo molte cose in comune. Quindi il mio giudizio ha poco d’imparziale. In primis, perchè se una ha più o meno i miei anni e scrive un romanzo che, grazieaddio, non parla di tribolazioni tardoadolescenziali e di depressione post lauream, non posso che dire “brava”. Poi magari il libro è un po’ stralunato e, in certi casi, troppo zuccheroso, ma – evviva – originale. E’ una favola, e ci sono dei passaggi molto molto belli, di quelli che con tre parole ti illuminano un sentimento di luce nuova. Quindi, complimenti all’autrice, aspetto con ansia il nuovo libro sui nostri amati nerd.
  • Accabadora di Michela Murgia. Qui arriva la parte davvero dura, perchè questo libro mi è piaciuto moltissimo. Michela Murgia è una scrittrice sarda, prima di questo avevo letto il suo Il mondo deve sapere, diario vero di un mese passato in un call center, e che straconsiglio stracaldamente a tutti. Accabadora è tutta un’altra cosa, la storia di due donne, una madre e una figlia non di sangue ma di anima, nella Sardegna degli Anni Cinquanta. E’ scritto da brividi, quel modo di scrivere per cui ogni parola è lì perchè non ce ne poteva stare un’altra e ogni frase ti apre un mondo che potrebbe diventare un altro libro tutto nuovo. E ancora, un’altra donna che non scrive delle solite menate esistenziali e del suo ombelico, ma disegna una storia e un universo e chiama pure in causa un enorme tema etico nel modo migliore possibile, cioè con i fatti. E con quello specifico femminile di cui parlava Virginia Woolf, senza rinchiudersi nella stanza tutta per sè, una volta ottenuta.

did i fall asleep?

dollhouse

dollhouse

Certo che Joss Whedon, per essere il superidolatrato guru che è, un pochino è sfigato.

Cioè, non tanto sfigato, dal momento che avendo creato una serie come Buffy – The Vampire Slayer, e poi lo spin off Angel si è messo abbastanza apposto per un po’, direi. Io non sono una grande fan di Buffy, devo ammetterlo, quando ero alle superiori avevo un compagno di classe infoiatissimo, io invece lo guardavo e mi sembrava una sciocchezzuola un po’ ingenuotta e con troppo poco sangue per i miei gusti. Poi sono andata all’università e ho scoperto che invece Buffy è uno dei telefilm più studiati, analizzati, sviscerati ed elogiati degli ultimi anni, soprattutto nell’ambito dei cultural studies.

Ok. Si vede che sono io che sono un po’ tarda.

Comunque, Whedon – che avrà comunque sempre la mia imperitura stima per aver definito Veronica Mars “Best. Show. Ever” – dopo ha fatto Firefly, di cui tutti dicono un gran bene, ma che è stato cancellato dopo quindici puntate, e per finire la storia hanno dovuto realizzare un film, Serenity. Adesso sta facendo questa nuova serie, Dollhouse, per la Fox. Vicende produttive incasinatissime che non sto a dirvi, con la Fox che gli chiede di rigirare interamente il pilot e poi pretende che i primi sei episodi siano dei procedurali con storia a sè, poi gli permettono di cominciare una sorta di trama orizzontale, poi ci inseriscono un altro episodio autoconclusivo, e alla fine succede tutto praticamente nelle ultime due puntate. Incredibile a dirsi, la serie è stata rinnovata per una seconda stagione. Mah. Misteri dei palinsesti statunitensi.

Sì, perchè l’idea non è niente male: c’è questa impresa ultrasegretissima, che tutti credono una leggenda metropolitana, che mette a disposizione, per i ricchi&facoltosi, delle doll, ovvero dei corpi ai quali impiantare, di volta in volta, personalità differenti, per soddisfare i bisogni e i desideri dei clienti. Sì, lo so che state pensando a robe porno, pervertiti che non siete altro, ma in realtà le possibilità sono molto più sterminate. A livello narrativo poi una cosa così concede un’ibridazione di generi impressionante, che non fa mai male. E quesiti etico-morali della madonna. E possibilità di storyline stracomplesse. Ah, e poi c’è Tahmoh Penikett – ma questo è un altro discorso, ihih.

Invece, a partire dall’orrida sigla tutta ovattata e mielosa, sembra che l’interesse della Fox fosse dare l’occasione ad Eliza Dushku di mettere più abitini sexy possibile. Eh, come biasimarli. (Fintantochè mi danno Tahmoh Penikett).

Ma insomma, il punto è che oggi ho visto Epitaph One, il tredicesimo episodio della serie, che a causa delle complicate vicende produttive di cui sopra, non è stato mandato in onda, ma è finito solo tra gli extra del dvd. (In Italia però lo faranno, dicono). E’ una storia più o meno scollegata dal resto, ambientata tipo dieci anni nel futuro.

E’ stato come vedere un film di Lynch, tipo Mulholland Drive, dove nella seconda parte trovi tutti gli elementi della prima, ma rimescolati. Come un sogno. Ed era, assolutamente, un episodio davvero bellissimo. Apocalittico e catastrofico e claustrofobico e cupo e cyberpunk, come piace a me. Flashback a iosa, con i personaggi che già conosci visti sotto tutta un’altra luce, e poca Eliza Dushku – che è estremamente gnocca ma ha sempre lo sguardo da triglia perso nel vuoto – e purtroppo poco Tahmoh, ma un sacco di Amy Acker (perchè non hanno fatto fare a lei la protagonista?!?!?) e anche un bel po’ di Topher, che essendo il personaggio del supernerd, è inevitabile che io abbia un debole per lui. Insomma, lo vedi e pensi che questo avrebbe potuto benissimo essere il pilot della serie. Poi si poteva andare avanti su due linee temporali, il futuro e i flashback, ah no, aspetta, quella è un’altra serie, mi sono confusa. Comunque non sarebbe stato male.

Messo qua così è un episodio megaspoiler, ma è anche il migliore della stagione. Quasi quasi consiglierei di vedere solo questo, e lasciar stare il resto. Poi l’anno prossimo magari la serie ingrana di brutto e diventa una figata, chissà. Io temo che si ritornerà alle mises succinte di Eliza. Forse Joss Whedon dovrebbe prendere in considerazione l’idea di fare film e basta. O magari di passare alla HBO.


keep jumping

razor

razor

Okay, ora confesso una cosa che darà probabilmente la misura del mio essere fuori di testa.

Uno degli effetti del mio masochismo seriale acuto, è che certe serie tv provocano in me uno sconvolgimento totale di sentimenti che mi fa fare cose apparentemente incomprensibili. Come per esempio avere da mesi sull’hd il film tv Battlestar Galactica: Razor e non guardarlo.

[Nota per chi non ha la minima idea di cosa io stia blaterando: Battlestar Galactica è finita a marzo di quest'anno. Finita per sempre. Ed è anche giusto così, le cose mica possono durare in eterno, soprattutto quelle belle. Razor è un film tv di quasi due ore, una specie di doppio episodio, che era andato in onda prima dell'inizio della quarta ed ultima stagione, ma sostanzialmente raccontava una storia abbastanza indipendente e non indispensabile ai fini della comprensione della trama.]

Credo che le persone normali non possano capire.

Perchè mai me lo tenevo lì, senza guardarlo. Perchè poi, una volta guardato, c’è solo The plan, il film tv che esce in autunno, e poi basta. No more Battlestar Galactica. E che sarà mai, no, infatti, non è niente. Posso sempre riguardare le puntate vecchie, se proprio dovessero mancarmi certi personaggi, oppure la cara vecchia bagnarola spaziale. Eh. Ma non è la stessa cosa.

Comunque oggi ho deciso di vedermelo, ed è stato bello. Non uno dei picchi più alti di BSG, ma comunque bello. Quello che mi fa impazzire delle serie tv è che il rapporto che instaurano con lo spettatore – ok, forse con lo spettatore malato, tipo me, ma lo spettatore sano allora non sa cosa si perde – è qualcosa che il cinema, mi spiace, non potrà fare mai. Ogni settimana vedere l’episodio di una serie che ti piace è come fare un salto nel tuo pub preferito, quello dove conosci tutti e stai da dio. Trangugiarti una stagione in una settimana è come andare in vacanza in quel posto dove andavi da piccola e non volevi venire via mai. E guardare un episodio di una serie che ami visceralmente è come tornare a casa dopo un lungo viaggio, quando ormai aveva cominciato a farsi acuta la nostalgia.

Sì, lo so, sono un’inguaribile romantica. Nerd, per di più.


giornate storte

linus e charlie

linus e charlie

Oggi è una di quelle giornate che, comunque le giri e le rigiri, finisce che sono sempre storte. Quelle che, comunque ti giri e ti rigiri, finisci sempre per sentirti come quando avevi cinque anni. E non in senso positivo, tipo “come quando avevi cinque anni ed eri il capodellascuolamaterna, la regina della palestrina, la maestra dello scivolo, la padrona della sabbionaia”. No. Più “come quando avevi cinque anni e tutto era troppo grande e quando dicevi le cose gli adulti ti guardavano con aria di superiorità e tu ti sentivi minuscola e impotente e tutte le lacrime pizzicavano dietro le palpebre e dentro la gola e non potevi farci niente”.

Non starò qui a tediarvi, perchè nessuno sopporta i tedii altrui, bastano i propri ad andare fuori dai gangheri. Io, perlomeno, vado fuori dai gangheri, in queste giornate qui – stare male un pochino va anche bene, ma dopo un po’ mi girano i coglioni proprio a elica. Quindi non vi tedierò raccontandovi dei miei dilemmi amletici ed esistenziali, di come  io mi senta bloccata e imprigionata e lasciata indietro e inadeguata e di come vorrei tanto fuggire da qualche parte ma, dannazione, probabilmente mi tocca invece mettere da parte i soldi per comprare un computer nuovo che non si impianti ogni tre per due. Eheh.

No. Condividerò invece un post che ho trovato oggi, dopo aver finito di leggere un libro di cui forse parlerò in un  altro post intitolato letture estive #2, o forse no. Cercavo informazioni sull’autrice, ho trovato il suo blog e sul suo blog una roba che potrei aver tranquillamente scritto io. E, tutto sommato, questo è il genere di cosa che ti fa sentire meglio, e anche in svariati modi. Ecco qui, dedicato a tutti i miei nerd personali.


buffi stupidi costumi italiani

i celti in battaglia, foto by Naima*

i celti in battaglia, foto by Naima*

Ieri mi hanno trascinata ad una festa celtica, a Monterenzio, poco fuori Bologna.

Sì, lo so, anch’io temevo che, come da noi su al Nord, fosse uno di quei raduni assurdi dove leghisti infoiati blaterano di una Padania inverosimile che esiste solo nelle loro teste e riesumano dal giusto oblio buffi stupidi costumi locali. Non era così. Cioè, non so come la pensino politicamente questi tizi qua ritratti nella foto, ma sembravano piuttosto dei formidabili nerd con la fissa della ricostruzione storica, insomma un grande raduno cosplay con popolazioni barbariche e antichi greci al posto dei manga e dei cartoni animati giapponesi. Era pure divertente, e l’idromele assai buono.

Poi oggi pensavo ai leghisti. Pensavo che io li ho sempre visti così, appunto. Degli anacronistici maniaci e paranoici – a vari livelli, eh. Ma sostanzialmente gente che, o per paura o per ignoranza o per boh, è rimasta indietro a un conflitto “noi vs loro” che oggi come oggi non ha più ragione di esistere.

Però il ddl sicurezza è stato approvato. Ci saranno le ronde. Essere un clandestino sarà praticamente un reato. Solo per il fatto di venire da un altro paese, un paese sgradito agli itagliani (e intanto nel resto del mondo, gli itagliani diventano sempre più sgraditi ai più), delle persone verranno automaticamente trasformate in criminali. Non che cambi molto, voglio dire, nei fatti è già così. La Lega ha preso uno sfracello di voti, alle ultime elezioni, e anche alle penultime. Questa è la democrazia, mi insegnano. Il Parlamento rappresenta il popolo, e la maggioranza di governo attuale è uno specchio desolante.

Quindi questi tizi un po’ strani, nel loro anacronismo, ci trascinano tutti quanti indietro in un Medioevo di cartapesta, dove la notte ci si rinchiude nelle capanne, tutti asserragliati nel proprio feudo, a cercare la protezione di un signorotto gozzovigliante, pronti ad imbracciare i forconi e le torce contro il nemico di turno, come in quelle grottesche scene dei Simpson, e magari a bruciare sul rogo le donne che vogliano uscire dal proprio ruolo di mogli o veline, chiamandole “streghe”.

E’ che una volta ci si incazzava, noialtri. Intendo quelli che non erano d’accordo. Che è democrazia anche questa, fare opposizione, perchè in un paese libero ognuno ha diverse opinioni, e il diritto di esprimerle. Ma il mio amico del Pd – ve ne ho già parlato, sì – mi illumina, spiegandomi che “l’opposizione non si può fare, perchè tanto il Pdl ha la maggioranza dei voti e quindi sarebbe inutile per noi opporci”.

Questo discorso mi ricorda tristemente qualcosa, allo stesso modo in cui leggi discriminatorie mi ricordano leggi razziali. Non che mi servano conferme, mica siamo arrivati in questa situazione dall’oggi al domani. Ma visto che la rassegnazione sembra ormai pandemica, lasciatemi almeno lo stupore e l’indignazione. Anche se, con stupore e indignazione e basta, ci si fa ben poco.


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