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inappropriato luglio

Fa caldo, e tutto si appiccica. Un bisogno costante di lavarsi le mani e annodarsi i capelli lontano dal collo, mentre la sedia lascia impronte sulle gambe nude e il fantasma bruciante di luglio assedia la finestra, dietro le tapparelle chiuse. Lame di luce bianca. Sul parquet.

L’altra settimana è morta la mia nonna. Ci ha colto d’improvviso un lunedì mattina, all’apparenza identico a tutti i giorni caldi che si susseguono da un mese. Avevo gli occhi sporchi di sonno, quando ho risposto al telefono, e anche mentre affondavo le mani nella borsa, in cerca delle chiavi della macchina. In questi casi, sembra sempre che siano le mani ad andare avanti, al tuo posto. Prendono il controllo della situazione, ricollegandosi al mondo intorno, prima che la tua testa possa definitivamente andarsene da un’altra parte e decidere di non tornare indietro.

Un funerale con il sole di luglio sembra qualcosa di storto. I funerali chiamano pioggia e umido, qualcosa che confonda le lacrime, e poi vestiti marroni come le foglie marce, e il sapore dell’autunno, e ombrelli scuri aperti ad allontanare il cielo. Un funerale di luglio, il mio vestito verde lino, i sandali sopra la ghiaia del cimitero. La mia nonna che, a dirla per davvero, non c’era più già da un bel pezzo. Non c’è, forse, al mondo, nulla di tanto inadeguato quanto i funerali.

Bisognerebbe raccontare dei lunghi pasti al freddo dei miei inverni delle medie, le mezze penne scotte con il sugo troppo dolce che lei mi cucinava prima che tornassi a scuola, il pomeriggio. Ogni tanto prendeva  una birra dal frigo e ce la dividevamo, in quei miei tredici anni. Facevo un sonnellino sul suo letto, e dalle pareti mi guardavano i ritratti, quello di lei giovane e bellissima, anni ’40 pieni dentro quei riccioli dorati, e quello di suo marito, il nonno che non ho conosciuto, vestito con l’uniforme dell’Esercito di Tito. E questo posto di cui parlava, Fiume, che prima ancora di ritrovarlo nei libri di storia, ho sempre immaginato come una città luminosa dove tutti andavano all’opera. La mia nonna non sapeva quasi niente – non so nemmeno se avesse finito le elementari – però conosceva le arie di Verdi e di Puccini, e un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare – faceva sempre freddo, in quelle pause pranzo dei miei inverni delle medie.

Un cappello sul letto porta sfortuna. Io, mia mamma, mia nonna, questo gesto quasi involontario – non appoggiare mai un cappello su un letto, spostare precipitosamente qualsiasi copricapo dal letto, se qualcun altro ce l’ha appoggiato – ci lega da un tempo che non mi ricordo. Il cappello, e dire “xè vera verità!” quando qualcuno starnutisce dopo che qualcun altro ha detto qualcosa. Le nottate in cucina, a impastare parole e farina e silenzi, e comunque arrivare a sedersi a tavola sempre troppo tardi. Le patate in tecia, le frittole con dentro l’uvetta, a Carnevale. I bigliettini di Natale e le cartoline. Sbuffare quando si parla di parenti, ma poi essere felici di alzare i calici ad ogni brindisi.

Fa caldo e tutto appiccica, le ombre fanno ridere e il vento non si muove. Pure Milano, qua fuori, fa fatica a respirare, un po’ come i cani lasciati ad arroventare in macchina, con pochi centimetri di finestrino giù. E’ passato qualche giorno, abbiamo scollinato luglio. Io della morte non so molto, nemmeno se scrivere queste parole sia inappropriato quanto un funerale sotto il cielo d’estate. Se ne sono venute qui quasi da sole, nella penombra di questo pomeriggio in cui mi nascondo dietro le tapparelle del soggiorno.

E adesso non so bene come finire. Come al solito è lei, la fine. E’ sempre lei, quella che ti frega.


un ricordo

pertini al funerale di berlinguer

Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi.

Io, quando è morto Pertini, me lo ricordo, anche se avevo solo otto anni. Me lo ricordo perchè mia madre ha pianto. Niente di esagerato, niente fiumi di lacrime e di disperazione. Però me lo ricordo, il suo viso che diventa scuro, il respiro che per un attimo inciampa e gli occhi che si fanno lucidi fino a straboradare. Si è seduta sul divano, si è coperta gli occhi con le dita, per un po’, e quando si è rialzata per riprendere a lavorare, sembrava che tutto fosse un po’ più pesante.

Io me lo ricordo, perchè ricordo che non capivo bene questa cosa, che si dovesse piangere la morte di qualcuno che nemmeno si conosceva veramente. E ancora, è una cosa che anche oggi mi sembra sempre vagamente ipocrita e perbenista, quel genere di situazioni in cui non sai bene come comportarti, quali siano i movimenti giusti da fare. Figuriamoci, poi, gli anniversari delle morti. Come disse una volta Pertini stesso, il modo migliore per pensare ai morti è pensare ai vivi. Però mia madre, quella volta, non era ipocrita nè perbenista, perchè non la stava mica guardando nessuno, tranne me, che ero solo una mocciosa di otto anni, e Pertini, quasi non sapevo chi fosse. Probabilmente davvero, il mondo senza Pertini, le sembrava più vuoto di un pezzo.

In ogni caso, dicevo, le commemorazioni, non sono tanto una cosa nelle mie corde. Però, dopo il decennale della morte di Craxi, che per una settimana non si è parlato d’altro, sembrava che volessero intitolargli una via in ogni città d’Italia, tutti giù a sbrodolare puttanate sul grande statista che sarebbe stato, e tutto il resto, e poi al ventennale della morte di Pertini, non una parola, non un qualunque a caso membro di una qualunque a caso di istituzione che si lasci sfuggire una parola in memoria di un uomo che, lui davvero, ha messo la propria vita intera a disposizione di noi tutti.

Ora, a me le commemorazioni, dicevo, non è che mi dicano granchè. Però, questa volta, nel piccolo del mio infimo blog, un ricordo ce lo voglio lasciare, di Sandro Pertini. Così, giusto per un tentativo, minuscolo, di riequilibrio.


il prete grinch

almeno jack skeleton aveva buone intenzioni

E insomma, torno a casa dopo il lungo weekend della madonna, e mia mamma mi racconta che il prete della parrocchia frequentata dai suoi alunni (terza elementare) ha detto loro che Babbo Natale non esiste. Molti bambini sono corsi da mia madre, sconvolti, in cerca di rassicurazione.

Ma cos’è, una lotta di popolarità? Che si sa che Babbo Natale, di media, sta più simpatico di Gesù Bambino, anche perchè è più credibile, voglio dire, Babbo Natale è un signore grasso con la slitta e le renne, Gesù Bambino un moccioso appena nato tutto nudo nella paglia. I bambini mica sono scemi, è ovvio che, dei due, è Babbo Natale a portare i regali. Oppure è una specie di ripicca? Siccome che ci sono questi sporchi atei relativisti che dicono che Dio non esiste, allora io rovino il Natale ai loro bambini sputtanandogli il Santa Claus?

Ah! Allora lo ammetti che Dio e Babbo Natale sono più o meno sullo stesso piano! Esattamente come La Foca del Vaso Sacro del Polo Sud e il Flying Spaghetti Monster! E allora, cosa? Lasciamo che il bimbominkismo dilaghi anche qui? Facciamo un Team Jesus contro un Team Santa?

Oppure, dal momento che sappiamo tutti quanti che dire a un bambino che Babbo Natale non esiste è una delle cose più brutte che si possano fare, tu, prete, sei semplicemente un grandissimo stronzo. E, ti dirò, non per generalizzare, ma facendo due conti e valutando il comportamento medio dei tuoi simili, direi che la stronzaggine, nelle vostre azioni, è molto più che ricorrente.

Possibile che dobbiate sempre rompere le balle?


l’identità e la tradizione

identità

Io – ufficialmente – non ho mai fatto nemmeno un’ora di religione in tutta la mia carriera scolastica.

Già dalla scuola materna (perchè cercano di prenderti da piccolo), i miei previdenti genitori mi hanno segnata per l’ora di “attività alternativa alla religione cattolica”, spiegandomi – i miei genitori mi hanno sempre trattata da persona cervellodotata, anche quando ero una persona piccola, e non sarò mai loro abbastanza grata per questo, e per tante altre cose – che l’essere religiosa, e cattolica, avrebbe dovuto essere una scelta mia, e solo mia, che avrei dovuto prendere quando avessi avuto tutti gli elementi e la maturità per farlo.

Durante tutti gli anni della materna e delle elementari e delle medie, nell’ora “alternativa” ho fatto delle cose fighissime: un anno, la maestra delle elementari, ci fece “educazione alla pace”, un altro anno “ecologia”, un altro ancora leggemmo le biografie di personaggi chiave del ventesimo secolo, tipo Gandhi, Martin Luther King e Malcolm X. Alle medie un mini corso di “giornalismo”, uno di informatica in dos, di cui non ricordo praticamente nulla, e un anno “cinema”, cosa che credo abbia contribuito non poco – insieme alle perversioni del Pierlu, che mi faceva vedere 2001 Odissea nello spazio a sei anni – ai miei studi futuri.

Nel frattempo, per non far soffrire la nonna, che ci teneva molto, andai a catechismo, per via della comunione e della cresima. Sempre con la raccomandazione dei miei di continuare a pensare con la mia testa. Mi ricordo che, ovviamente, per un periodo, mi sentii molto cattolica. Dicevo le preghiere tutte le sere, e chiacchieravo amabilmente con Dio, prima di addormentarmi. Sono sempre stata convinta che avessimo un ottimo rapporto. Finchè, a un certo punto, una vocina molto insistente nella mia testa cominciò a dirmi che sarebbe molto bello se esistesse un aldilà, e un disegno superiore, e tutto il resto, ma il Big Bang e il caso e tutto il resto sono una spiegazione molto più credibile. Roba che, delle volte, non mi dispiacerebbe nemmeno poi tanto poter “credere”, ma proprio non ce la faccio. Magari andrò all’Inferno, ma almeno non avrò mentito a me stessa in cambio di un po’ di consolazione.

Poi alle superiori c’era un prete simpatico (sì, sono pochi, ma esistono) che faceva l’ora di religione, e siccome non c’era nessuna attività alternativa prevista per l’ora di religione, finivo per rimanere in classe a discettare con lui dei massimi sistemi, di Dio e della vita, e mi piaceva pure, e credo abbia giovato molto il fatto che lui mi trattasse da persona cervellodotata, appunto, e che rispettassimo le nostre convinzioni, senza cercare di convertirci a vicenda. Forse non dovrei dirlo, ma una volta pure lui convenne con me che l’ora di religione è una cagata, e infatti lui di religione cattolica, in classe, non parlava quasi mai. E nemmeno di tutte le puttanate cielline tipo il progetto di vita, etc. Era convinto che le donne avrebbero potuto benissimo fare le sacerdotesse, e che il voto di castità fosse una cosa inutile.

Ecco, ho divagato. Ripensavo a queste cose in questi giorni, dopo la sentenza della corte europea sul crocifisso e tutte le infinite discussioni nostrane che ne sono seguite. Che i cattolici non abbiano mai compreso il significato di “laicità” si sapeva. Ma io proprio non capisco cosa c’entri il crocifisso con il concetto di identità. A parte che a me dell’identità italiana o europea o venusiana o rettiliana o coloniale non può importarmene una cippa. Ma se proprio, ma santoilcielo, ma insegnate bene la storia, e non solo fino alla seconda guerra mondiale. O la geografia, che poi c’è gente che, se non fosse per il terremoto, non saprebbe dove mi è l’Abruzzo. Per non parlare dell’educazione civica, che non se la caga mai nessuno, e che dovrebbe insegnare cosa vuol dire essere un cittadino – cosa che, per quanto mi riguarda, è l’unica identità che mi interessi.

Per quanto riguarda l’identità religiosa, chiese e oratori (e anche i ciellini) sono ovunque. E per l’identità italiana, StudioSport, StudioAperto e la rubrica Gusto mi pare provvedano egregiamente.

Le altre cose che penso al riguardo, sono già state dette egregiamente qui.


io ikeo, tu ikei, egli ikea

pratica & utile

pratica & utile

Chissà perchè l’andare all’Ikea finisce sempre per portare a condizioni psicofisiche devastanti.  Che è anche divertente osservare le persone: i bambini sono estasiati, meglio che a Disneyland. E gli adulti misurano, progettano, litigano, confrontano, discettano in italosvedese. [Una volta mio papà è incappato in un uomo esausto che dormiva su un letto in esposizione].

Aspvik, Glimma, Ektorp, Arild, Gyllen, Tindra, Nyttja, Alg, Enger, Figgjo, Godmorgon, Grundtal, Kroken, Mandal, Tingvoll, Lillesand. Chiudi gli occhi e ti sembra di esserti teletrasportata, per magia, in un romanzo di Tolkien. Ora che ci penso, quand’ero piccola e scrivevo racconti fantastici e perdevo ore ed ore del mio tempo a sfogliare libri dei nomi per trovarne di astrusi e inusuali, avrei potuto molto più semplicemente fare affidamento su un catalogo Ikea. [Che poi lo so che probabilmente in svedese questi nomi hanno un significato banale tipo 'ciotola' o 'mensola', ma suonano comunque elfici o giù di lì].

Bè, in sostanza, sono distrutta. E però ci siamo andati tutti insieme io, la Flavia e il Pierlu [the happy family] con il camioncino del Pierlu, e il Pierlu ha fatto tutte le strade in mezzo alla campagna, e dalla radio veniva una musica country blues, e allora io ho fatto finta che eravamo una famigliola del sud degli Stati Uniti, tipo l’Alabama o la Louisiana, e allora adesso mi è venuta voglia di gamberi e pesce gatto. E quindi, complice anche il gelato riempito due volte, il tutto ha avuto anche il suo perchè.


acab

sbirrotubbies

[Post spoileroso su Sbirri di Roberto Burchielli: non leggete oltre se avete intenzione di vedere questo entusiasmante capolavoro della cinematografia e non volete rovinarvi anticipatamente la sorpresa degli imprevedibili risvolti della trama].

Dunque, c’è Raul Bova che fa il gioranalistareporter d’assalto, è sposato con una libraia incinta e ha già un figlio, Marco, di anni sedici. Raul Bova è tanto preso dalla sua carriera, non sta mai a casa, il figlio Marco ne soffre un casino perchè il suo papà non va alla partita a vederlo, quindi il figlio Marco un weekend va a Milano con gli amici, prende una pasticcadiecstasy e muore. Raul Bova non capisce più una cippa, sbarella, urla muccinianamente, molla a casa la moglie incinta e stracciamaroni, si traveste da Er Monnezza e va a Milano, ad infiltrarsi in una squadra di sbirri in borghese che dà la caccia agli spacciatori, ufficialmente per fare un super reportage sulla ddroga, in realtà vuole vendicare la morte del figlio mortodiecstasy.

Come potete intuire da queste poche righe, Sbirri ha lo spessore sociologico di una canzone di Povia.

Due cose dovrebbero essere interessanti. La prima è che le scene degli sbirri che fanno gli arresti sui Navigli sono – a detta dell’autore e dei suoi responsabili del marketing – arresti veri, ma veri veramente, un po’ come un Cops de noantri (con tanto di spacciatori stranieri e “di colore”, perchè noi siamo politicamente corretti e nigger non lo diciamo a nessuno). La seconda è l’inserimento massiccio delle nuove tecnologie come fonti dell’enunciazione interne alla diegesi – ehm, scusate, volevo dire che insomma ci sono le immagini filmate dai telefonini, le immagini filmate dagli operatori, le immagini di Raul Bova che si registra con la webcam e manda i videomessaggi alla moglie piangendo, le immagini delle telecamere di sorveglianza etc etc.

In realtà metà del film è costituita da Raul Bova molto introspettivo che si siede per terra, appoggiato a un muretto, e guarda fisso nel blu dell’infinito, sconvolto dalle miserie del mondo. Le miserie del mondo che si srotolano davanti ai suoi occhi sono più o meno le cose che un dodicenne medio ha visto in una puntata di The OC: i ragazzini vanno in discoteca e si drogano. A un certo punto a Raul Bova gli spiegano che “questa è cocaina e questo è fumo”, casomai gli dovesse sfuggire la differenza. A un certo altro punto Raul Bova vomita nel Naviglio perchè non può sopportare di vedere questo schifo in cui un ventenne ha venduto delle paste per cinquanta miseri euri. Raul Bova sgrana gli occhi sorpreso ad ogni svelamento di queste ed altre insospettabili verità.

Naturalmente gli sbirri sono buoni, ma buoni, ma talmente buoni che a un certo punto Raul Bova parte con una filippica incazzatissima contro “questi ggiovani che fanno i graffiti con le bombolette sui muri, ma perchè non possono fare dei disegni sulla tela” e gli sbirri gli spiegano che no, i ‘pezzi’ sono arte, è la libertà di espressione, è che i ggiovani devono essere lasciati liberi di sfogare la propria creatività e poi, guarda, i ‘pezzi’ sono belli, colorano la città.

Ma la cosa peggiore è che le parti con gli sbirri sono le parti migliori del film. E sono troppo poche. [Mai mi sarei sognata di poter scrivere una cosa del genere]. Cioè, sono tipo un servizio delle Iene, molto scontate ma tutto sommato vagamente interessanti.

Tutto il resto sono Raul Bova e la moglie che si registrano videomessaggi con perle sul significato della vita e montaggi paralleli infiniti di Raul Bova e la moglie che si pensano, con colonna sonora molto pop&accattivante. Alla fine, dopo due ore scarse di fiato sospeso, si scopre che il figlio Marco era un tesorone, si è preso una pasticca solo perchè costretto dal branco di amici e da un paio di fighette milanesi. Raul Bova può tornare a casa dalla moglie, assistere al parto e ricominciare una nuova vita. Commozione.

In sintesi, due palle.

Con l’aggravante che, se questo film lo vedesse mia madre, verrebbe colta da un paranoico terrore che la sua figlioletta possa essere presa dal vortice della droga e lei magari non se ne accorge perchè non la ascolta abbastanza e ha, addirittura, un lavoro e, a volte, non è a casa e, in sostanza, è colpa sua. Se io avessi dieci anni di meno, mi chiuderebbe immediatamente in casa, sprangando porte&finestre, e non mi lascerebbe andare a Milano nemmeno per vedere una maratona di Heimat all’Anteo. E così un sacco di altre madri che non sono mica stupide, ma semplicemente hanno cessato di avere familiarità con la vita notturna da una trentina d’anni.

Insomma, la tesi è: i nostri ragazzi sono costantemente esposti al pericolo in questo mondo crudele, i loro amici si drogano e li spingono a drogarsi, e tu, genitore, non te ne accorgi, quindi stai attento, che se muoiono è colpa tua.

E’ un po’ come quelle interviste ai politici in cui si fanno un sacco di domande e si sentono un sacco di risposte su dettagli inutili e, quando ci si avvicina al nocciolo di un problema, la domanda che servirebbe non la fa mai nessuno. Figuriamoci se qualcuno, poi, dà una risposta.

La cosa più buona del film sono state le Goleador alla cocacola di cui mi sono fatta durante la visione.

Ma, diciamoci la verità, me la sono pesantemente cercata.


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