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nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


woodstock 2.0

Rispondere alla domanda Cosa faresti se dovessi vincere al Superenalotto? non è semplice come possa sembrare. Innanzitutto c’è da dire che il montepremi, negli anni, è lievitato in modo imbarazzante. E uno quando pensa “vincere al Superenalotto” non pensa “vincere il premio di consolazione da qualche misero centomila euro” ma “vincere fantastilioni e fantastiliardi, nell’ordine, se vogliamo, dei CENTO MILIONI DI EURO”. Cento milioni di euro sono tantissimi. Roba che nella mia testa non ci sta, come l’infinito o la morte, sono robe troppo grosse.

Ma io, negli anni, mi sono preparata. Ho affinato la risposta a questa domanda, e ora lo so, cosa farei se vincessi 100 milioni di euro al Superenalotto. Lo so da un po’, ma ora lo rendo pubblico, così poi se succede davvero potete venire qua tutti a dirmi “Naima*, l’avevi detto, ora lo fai”.

Dunque, se io vincessi 100 milioni di euro al Superenalotto, farei Woodstock. Non essendo dotata della capacità di resuscitare i morti, e nemmno di rintracciare quell’isola misteriosa tipo l’isola di Lost dove, come tutti sanno, vivono felici e contenti Elvis Presley, John Lennon, Janis Joplin, Marilyn Monroe, Michael Jackson, Jimi Hendrix, Jim Morrison, il vero Paul McCartney e molti altri, è ovvio che il mio Woodstock non potrebbe mai essere come l’originale del ’69. Vabbè, amen. Se vincessi 100 milioni di euro al Superenalotto organizzerei un festival enooooooorme, e chiamerei tutti i miei gruppi preferiti. Ma tutti. Tipo i Radiohead, i Pearl Jam, gli U2, i Foo Fighters, i Rolling Stones (accidenti, devo muovermi a vincerli, ‘sti 100 milioni, prima che questi mi schiattino), i Sigur Ros, Bjork, i Rage Against The Machine, i Deftones, Ben Harper (ma con gli Innocent Criminals, però, non con quelli nuovi), i Massive Attack, i Faithless, i Cranberries, Alanis Morrissette (ma mi deve fare solo Jagged Little Pill), Aphex Twin, gli Skunk Anansie, i Red Hot Chili Peppers, gli Incubus (sì, okay, questi più per ragioni di figosità del cantante), i R.E.M., i Depeche Mode, Madonna (sì, Madonna, cavoli), Lady Gaga (sì, anche Lady Gaga, cavoli), potrei perfino far venire quel cretino di Justin Timberlake che, almeno, fa sempre ridere. E un sacco di altra gente che adesso non mi viene in mente, e sono sicura che ho dimenticato una grande quantità di gruppi/artisti che mi fanno impazzire – ma tant’è, avete capito.

E dunque, organizzerò questo festival. Spenderò tutti i 100 milioni di euro, fino all’ultimo centesimo (magari potrei valutare di acquistarmi una casa a Parigi, ma solo se mi avanzano dei soldi alla fine). E il festival sarà GRATIS. Potranno venire tutti, tutti quelli che vorranno, da tutto il mondo, senza pagare nessun biglietto d’ingresso.

E poi, dopo? Dopo niente. Tutto come prima. Niente macchinoni, ville con piscina in giro per il mondo, champagne, cocaina, yacht, business class. Ma anche chi se ne frega. Volete mettere con la musica?

Diamine, devo proprio giocarci, a questo stupido Superenalotto.


thinkin’

Cose a cui penso in questi giorni, mentre non scrivo nulla, anche se vorrei:

  • al finale di Lost. (Ebbene sì, ancora. Ma solo perchè ci voglio scrivere qualcosa sopra, e tutti hanno già detto quasi tutto, e allora si fa difficile).
  • al pessimo giornalismo. A quanto sia, in effetti, più pessimo di quanto io, già non proprio ottimista, potessi pensare.
  • al fatto che ormai il sessismo è un problema superato, COL CAZZO (appunto).
  • a Bologna che era sempre lei ma un po’ diversa, tipo una ragazza che si è appena fatta un nuovo colore di capelli.
  • a quanto, nonostante mi venga più facile fare amicizia con gli uomini, le poche donne di cui ho l’onore di essera amica siano meravigliose. [ Esempio 1, Esempio 2, Esempio 3.]
  • se quest’ansia di incertezza totale (niente lavoro, niente studio, niente progetti, niente di niente) in fondo io me la stia coltivando invece di cercare un modo di superarla, perchè, in fondo, ogni scelta è una rinuncia.
  • a quanto è bello sapere bene due lingue, e circondarsi di persone con cui puoi parlarle entrambe. Contemporaneamente.
  • a Milano, che tutti dicono fa cacare e invece, secondo me, è bellissima.
  • al fatto che, mi importa davvero tanto di sempre meno cose, e non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, in fondo, questo non sia altro che un bene.

oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


twin peaks birthday

“C’è un mistero da svelare. Anzi, a dire il vero, ce ne sono molti. Si moltiplicano e si accumulano, srotolandosi, uno dopo l’altro, lungo il filo delle puntate. Ci sono moltissimi personaggi, e, insieme a loro, intrighi, manipolazioni, tradimenti. I generi si ibridano, scivolando dal dramma al noir, dalla fantascienza al mistery. Tanti tasselli di un puzzle che spettatori attenti e fedeli cercano di assemblare, persi dentro un infinito dibattito che si allunga, settimana dopo settimana. I primi tasselli appartengono ai territori del reale, ma, sempre di più, si finisce per sconfinare nel fantastico e nel soprannaturale: il bianco e il nero si oppongono, in una lotta per la conquista delle anime.

Non si sta parlando, per l’ennesima volta, dell’inflazionatissima sesta stagione di Lost, ma di un’altra serie, una con qualche anno in più sulle spalle. Vent’anni, per la precisione: è questa l’età di Twin Peaks, due stagioni per la ABC, creata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda, sugli schermi statunitensi, a partire dall’8 aprile 1990. Prima dell’isola – e prima di X Files, prima di E.R., altre rivoluzioni della serialità che devono molto, e dichiaratamente, al lavoro di Lynch – c’era Twin Peaks, una cittadina sperduta della provincia americana, nello stato di Washington, circondata da una foresta misteriosa, anche questa popolata di fantasmi e sussurri. La madre di tutte le domande che alimentano le conversazioni mattiniere alla macchinetta del caffè, è quel tormentone mai sopito, “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, pronunciato da chiunque, almeno una volta nella vita. La risposta, per chi non lo sapesse, giunge anche abbastanza presto, verso la metà della seconda stagione (pessima mossa del network che, dallo svelamento del mistero principale in poi, comincerà a perdere ascolti), ma, a quel punto, una grande quantità di altri interrogativi ha spalancato un vaso di Pandora.

Un nano che parla al contrario, un gigante, la Signora del Ceppo, l’uomo dal braccio solo, Mike e Bob, la crostata di ciliegie più buona del mondo, la Loggia Bianca e la Loggia Nera: sono solo alcuni tra i bizzarri personaggi che capiteranno sulla nostra strada e su quella dell’agente FBI Dale Cooper, chiamato a Twin Peaks per investigare sull’omicidio della bellissima e popolare diciottenne Laura Palmer. Del resto, su un piano più prosaico, non mancano nemmeno criminali, prostitute, imprenditori senza scrupoli, spacciatori e associazioni segrete, a disegnare, come spesso si è detto, il panorama di un’America di provincia che sotto la superficiale facciata di perbenismo nasconde delitti, pulsioni, segreti. I segreti di Twin Peaks (questo il titolo italiano della serie, trasmessa per la prima volta da Canale 5, nel 1991) si muove incessantemente tra i diversi livelli, passando con facilità dalla critica sociale alle inquietudini filosofiche e anche orrorifiche degli spettatori, attraverso il mezzo del surreale, di cui Lynch, si sa, è maestro.

Sul piano del racconto, in fondo, Twin Peaks, almeno all’inizio, è un noir mescolato alla soap; un’operazione che il co-creatore, Mark Frost, aveva già effettuato con Hill Street Blues, considerato il capostipite delle serie a narrativa multilineare. Ciò che è davvero innovativo – oltre al valore autoriale che una firma come quella di Lynch conferisce – è il gioco con gli spettatori appassionati che, forse, davvero, in televisione capita per la prima volta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda, quanto un simbolo del culto che la serie televisiva ha generato negli anni, fondendosi irrimediabilmente con la cultura popolare condivisa. E’ così che Twin Peaks conquista, per la prima volta, tutte quelle potenzialità che distanziano la tv dal cinema, ponendosi come archetipo della quality television e dando vita, in questi vent’anni, a uno stuolo di autorevoli, e bellissimi, emulatori.”

Articolo apparso su Nocturno.


the beginning of the end

destiny, and stuff like that

Bene. Eccoci qua. La prima puntata (doppia) dell’ultima stagione di Lost. In questi giorni – da circa sei anni in realtà, ma in questi giorni la cosa viene insistentemente a galla – esistono due tipi di persone: quelli che veleggiano nella propria vita, ignari, e quelli che avevano la data “2 febbraio 2010″ marchiata a fuoco nel cervello. Il primo tipo di persone, quando incontra un esponente della seconda categoria, assume un’espressione perplessa e sconcertata e – un pochino – preoccupata; perchè molti di quelli del secondo tipo si chiedono cose come “cosa dice un pupazzo di neve all’altro pupazzo di neve?” oppure “cosa giace all’ombra della statua?”, ripetono ossessivamente una certa sequenza di numeri (4, 8, 15, 16, 23, 42), hanno una passione per gli orsi polari e per un cane di nome Vincent (se sentite un mio amico dire “dio vincent!”, ecco, ora capite perchè), ogni tanto urlano, inspiegabilmente, “WAAAAAAAAALT!” oppure “WE HAVE TO GO BAAAAAACK!“, hanno paura degli Altri, venerano un tale Jacob, ti salutano dicendo dude oppure brotha, e via dicendo con tutta una serie di stranezze che comprende anche il restare svegli una notte infrasettimanale fino alle cinque del mattino, smanettando con degli streaming tremendamente instabili, e il giorno dopo essere dei cadaveri ambulanti. Ma fieri di se stessi, molto.

Indovinate un po’ a quale delle due categorie appartengo io. Ecco. D’ora in poi il post sarà prepotentemente SPOILER, ma non per tutti, solo per quelli che seguono Lost nella programmazione italiana, o insomma, quelli che ancora non hanno visto la premiere della sesta stagione. Tutti gli altri, quelli appartenenti al primo tipo, possono leggere tranquillamente, perchè tanto, non capiranno niente. Quindi, direte voi, perchè dovremmo seguire una cosa di cui non capiamo niente? Bella domanda, ragazzi, ce lo chiediamo anche noi del secondo tipo, da anni. Eppure continuiamo a farlo.

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the end and the beginning

the end of the journey

Visto che non ho tempo di scrivere un post perchè sono impegnata a scrivere di Battlestar Galactica, ho pensato di pubblicare qui due cose che ho scritto per Nocturno di gennaio, su Battlestar Galactica. Cosa sono originale, vero?

La quarta (e ultima) stagione di Battlestar Galactica

La differenza tra una buona serie tv, appassionante e ottimamente realizzata, e una serie tv di culto risiede principalmente nei suoi spettatori. L’amore incondizionato e, talvolta, ossessivo che i fan dell’universo di una fiction riservano al proprio oggetto di adorazione risponde a dinamiche misteriose (ne sanno qualcosa gli autori del poco riuscito Flash Forward) e reca con sè parecchie insidie, oltre all’inevitabile gloria: aspettative elevatissime possono accompagnarsi a vertiginose delusioni. Battlestar Galactica, reimmaginazione di una serie di fantascienza degli anni 70 operata dal veterano di Star Trek Ronald D. Moore, nonostante resti ancora semisconosciuta al grande pubblico italiano, appartiene a questa categoria in grado di sconvolgere le anime di migliaia di fan.

In una galassia lontana lontana, come spesso succede nella narrativa sci-fi, gli uomini hanno dato vita a macchine senzienti che, ahinoi, si sono ribellate e hanno iniziato una guerra senza esclusione di colpi ai danni dei propri creatori. Dopo un terribile attacco nucleare, i superstiti della razza umana vagano per lo spazio, inseguiti dai cylon, i quali, nel frattempo si evolvono e assomigliano sempre più a coloro che li hanno generati. Una premessa per nulla originale, raccontata però attraverso stili di ripresa documentaristici e con un’attenzione al realismo di trame e personaggi davvero notevole per un’ambientazione fantascientifica.

Mentre le repliche dei primi episodi vanno in onda su Rai4 già da questo settembre, è partita a dicembre sugli schermi della satellitare FX la quarta ed ultima stagione, tremendamente attesa e gravida di un pesante carico di questioni irrisolte. E’ noto: come per Lost, il culto è generato più facilmente da quei prodotti che moltiplicano le possibilità di discussioni e di teorie da rimbalzarsi l’un l’altro su forum e blog. Non sta forse lì, il vero piacere, nell’allungare l’esperienza di fruizione oltre i confini dei quaranta canonici minuti settimanali? E non è, dunque, inevitabile che il finale sia deludente, per il solo fatto che ci priva tutti, per sempre, di quest’esperienza totalizzante?

Perchè, nonostante la quarta stagione di Battlestar Galactica conservi, per buona parte delle puntate, l’altissima qualità già dimostrata negli anni precedenti, nonostante sia ricca di episodi magnifici (in particolare l’episodio 4×10, Revelations, uno dei momenti più destabilizzanti dell’intera serie) e di interpretazioni magistrali, nonostante tutto, di questo si parla: la delusione del season finale. Lo troverete troppo affrettato, o troppo inverosimile; non appagherà la vostra ansia di risposte, e le poche spiegazioni che vi elargirà, quasi sicuramente, non vi piaceranno. Vi sentirete insoddisfatti, spiazzati e, inevitabilmente, anche un po’ presi in giro.

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zero tituli

untitled

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Io non capisco. Che senso ha fare un titolo così?

Voglio sapere in quanti l’hanno capito. Okay che Flash Forward lo stanno mandando sul satellite quasi in contemporanea con gli Usa, ma comunque se io faccio un sondaggio random tra le prime venti persone che incontro, se lo seguiamo in due è già tanto.

Non capisco.

Senza contare il pessimo gusto di quello che l’ha scritto, che già me lo immagino lì a gongolare con gli amici, sentendosi estremamente figo&intertestuale. Ci scommetto pure che dirà le parole “l’erede di Lost“, credendoci davvero. Bah.


tutto torna

Scoperto qui.

Abbastanza geniale, devo dire.


it hurts so good

true blood

true blood

Ci sono quelle serie tv che o le ami follemente o le odi. Di solito sono quelle belle.

Voglio dire, House è un capolavoro, nel suo genere, e infatti piace a tutti. Devo trovare ancora qualcuno a cui faccia proprio cagare House, a parte forse il Pierlu che gli basta vedere una flebo o una lettiga e si sente male, cosa che, tra l’altro, mi ha reso difficoltosissima la visione di ER nella mia adolescenza pre internet.

Ma vabbè, è facile. Già, per esempio, Lost ultimamente tutti a dire “Lost fa cagare, basta, non si capisce un cazzo”. Eh.

True Blood è una serie della HBO – sempre sia lodata – la cui prima stagione è andata in onda l’autunno scorso in the United States e, mi dicono dalla regia, sta andando ora in onda su Sky, qua nel belpaese. Se non avete Sky e vi interessa, consiglio spassionato: cercatevela in inglese con i subs, chè sicuro ora che arriva su Mediaset o Rai la piazzeranno alle tre di notte e taglieranno all’impazzata scene di sesso e sangue, sai mai che poi uno del Moige si incazzi come una biscia e pianti giù un casino. Sia mai che si possa vedere della tv fatta decentemente.

Sì, perchè in True Blood scopano tutti un sacco. E ci sono i vampiri, e non sono quelle fighette di Twilight. Ci sono gli squartamenti, e il sangue, e un sacco di parolacce, e gli omicidi, e la droga, e – addirittura – i gay. C’è pure un vampiro gay, a un certo punto, non oso immaginare un incubo peggiore per uno del Moige. E il tutto è, a mio avviso, estremamente divertente. E poi ci sono le metafore, un casino di metafore. [A questo proposito, il mio animo nerd reclama questa maglietta.]

Tutto questo lo scrivo perchè domenica scorsa la HBO – sempre sia lodata – ha trasmesso il primo episodio della seconda stagione e io oggi me lo sono trangugiato con gran gusto, leccandomi i baffi. [Da qui ci sono lievissimi spoiler sull'episodio]. Solo in questo telefilm si possono vedere cose come Bill – il vampiro Bill – che fa la raccolta differenziata. Già mi ero intenerita un casino quando, nella prima stagione, giocava a golf con la Wii. O il cattivissimo vampiro Eric che mena un tizio con il braccio del tizio medesimo, giusto giusto tranciato via per l’occasione, e il tutto mentre si fa i colpi di sole (il vampiro Eric si fa i colpi di sole, non il tizio). D’altronde centinaia d’anni con lo stesso taglio&colore di capelli dev’essere una gran scocciatura. Poi ci sono anche scambi di battute di sublime pathos, del tipo “tu sei un assassino, hai ucciso mio zio che mi molestava, non possiamo stare insieme” “ma come, io ti amo tanto, tu mi fai sentire cose che non ho sentito per 140 anni” “oh, tesoro, sei un tenerone, facciamo l’amore selvaggiamente!” (non è proprio così, ma quello è il succo).

Bè, anch’io farei l’amore selvaggiamente con il vampiro Bill, tutto sommato.

No, okay, forse da questo mio post True Blood può apparire una puttanta pangalattica, ma vi assicuro che invece è una delle cose migliori viste quest’anno. Fidatevi, anche se amo il blues.

“Jessica, I’m gonna have a guest coming over shortly…”

“Oh! Can we eat her?”

Bill e Jessica, True Blood, season 2, episode 1, “Nothing but the blood”


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