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c’era due volte, e c’è ancora

Il 21 aprile di quest’anno i barabbisti sono calati su Busto Arsizio per cantare le Schegge di Liberazione. Da un sacco di tempo mi dicevo quanto sarebbe stato bello fare le Schegge a Busto, in pratica dalla prima volta che ho saputo che dall’ebook avevano tirato fuori un reading. Ce l’abbiamo fatta con l’associazione 26per1, che in fondo forse era destino, visto che quando i barabbi hanno deciso di lanciare l’idea dell’ebook collettivo sulla Resistenza il loro appello iniziava con “Barabba dice 26×1″, quindi, forse, era solo questione di tempo. Ne scrivo solo ora perché, si sa, il tempo che manca e tutto il resto, e anche per altre ragioni più personali sulla mia appartenenza a 26per1. Ne scrivo per dire che è stato bellissimo.

I barabbi sono arrivati, e finalmente ci siamo guardati nella faccia, e ci abbiamo letto un bel po’ di quell’entusiasmo che spesso ci sembra labile e volatile come la nebbia del mattino. Piovigginava, ma c’era anche quell’aria strana di quando ti riconosci anche se non ti sei mai visto prima. I barabbi venivano un po’ dall’Emilia, un po’ dalla Romagna, un po’ dalla Brianza, un po’ da altre parti, e in men che non si dica erano tantissimi, con le parole di carta e di pixel pronte a diventare vive, a farsi di voce e di musica. C’erano anche i musici, Simonerossi e Bicio e Gianluca. Gianluca è un contrabbasso, Simone e Bicio no, e per farsi perdonare quando ti vedono ti abbracciano fortissimo, e ti accorgi che di quell’abbraccio lì avevi proprio bisogno. Suonano sempre, qualsiasi cosa, e ti danno un po’ la sensazione di aver capito tutto, o quanto meno di aver capito abbastanza, che poi è la stessa cosa. Abbiamo mangiato e parlato e riso molto e poi siamo andati a fare le Schegge.

La sala era piena di facce attente, occhi spalancati, pensieri densi e concentrati sul cono di luce dentro cui i barabbi leggevano e suonavano. I racconti si sgranavano via uno dopo l’altro, e qualcuno faceva sorridere, e tanti facevano piangere. Io stavo abbarbicata su una scaletta di metallo, guardavo dall’alto, le guance un po’ gonfie di lacrime e di emozione. E mentre ascoltavo ripensavo a quel romanzo di Gianni Rodari, che da piccola leggevo e rileggevo, quello che si intitola C’era due volte il barone Lamberto. Il barone Lamberto era un signore molto ricco e molto buono che viveva su quell’isola che sta in mezzo al Lago d’Orta. Una volta il barone Lamberto era andato in Egitto e lì aveva incontrato una specie di santone che gli aveva svelato il segreto per l’immortalità: bastava che ci fosse sempre qualcuno a ripetere il tuo nome, allora non potevi morire. Così il barone Lamberto, tornato a casa, aveva assunto un po’ di gente che, a turno, ripeteva in continuazione Lamberto Lamberto Lamberto. Dovete sapere che c’era pure un giovinastro inutile ottuso e lazzarone che, solo per il fatto di esser suo parente, voleva ereditare i miliardi del barone Lamberto e, stufo di aspettare che il barone schiattasse, cercava in tutti i modi di farlo fuori, ma quello niente, il mattino dopo si presentava per colazione fresco fresco e in formissima, più vivo che mai.

Ecco, pensavo al barone Lamberto e a noialtri lì a cantare la Resistenza e la Liberazione, con la musica le parole i ricordi, a renderle dense e palpabili tra le pareti del teatro e gli occhi attenti della gente, pensavo che finché continuiamo a cantarle, a ripeterle, a dar loro peso e forma, non ci saranno giovinastri avidi e ottusi o revisionisti in malafede che tengano. Loro resteranno vive e forti, e ci libereranno ancora e ancora e ancora.

Per questo il 10 giugno io me ne vado a Carpi ad ascoltare ancora le Schegge insieme alle Mondine di Novi di Modena, e invito tutti ad andarci. E’ una roba di lacrime e brividi, dicono i barabbi, e ve lo dico anch’io. Fidatevi. Ché di ripetere certe canzoni non ci si stanca mai, almeno finché si è vivi. E nemmeno di essere, ancora e sempre, partigiani.


sulla fascia

tuttaunaltramusica

Tutte le volte che vado in libreria, finisco sempre per chiedermi se Nick Hornby, di lavoro, in realtà non faccia quello che scrive le fascette promozionali dei libri. Tipo che sembra che almeno un libro su tre sia avvolto da una fascetta con una frase di presentazione firmata da Nick Hornby. Poi però leggo dei libri di Nick Hornby che mi piacciono, e allora penso che anche un po’ chissenefrega, che tanto poi figurati se le fascette le scrive davvero lui.


impressioni di febbraio

macchina

La mia mente esonda liquida e si scioglie sulla tastiera.

Per questo che poi certi tasti non funzionano. Tipo la s la devo sempre schiacciare un paio di volte. E poi c’è il tasto sinistro del touchpad tutto consumato. Un’ellisse grigiastra in mezzo al nero, mio padre mi sente bestemmiare dal salotto e viene a vedere “che succede?”, ci sono io che stringo forte le nocche attorno al bordo della scrivania, perchè il pc si è spento, ancora una volta, nel bel mezzo di qualcosa. Anche le nocche, diventano grigiastre, come quella macchia lì. Mio papà dice “si vede che questo computer ha già fatto settecentomila chilometri, si vede da quella macchia lì”, quell’alone grigiastro consumato sul tasto sinistro del touchpad.

Inspiro, espiro, avvio. Rumore di ventole che girano, la musichetta di Windows – chissà se è questa quella composta da Brian Eno, oppure era un’altra, chissà se Brian Eno lo sapeva, quando ha accettato di comporre la musica di Windows, che avrebbe catalizzato l’odio e la frustrazione di generazioni, ma cosa gliene potrà poi fregare, a Brian Eno, chissà quanti soldi gli avranno dato – “chissà quanti soldi gli avranno dato”, la frase killer di ogni elucubrazione. Inspiro, espiro, avvio. Nel frattempo la luce si sposta sul muro di fronte, disegnando i giorni. Febbraio se n’è quasi andato, inghiottito dentro la musica di Brian Eno e i tasti della tastiera tutti appiccicaticci di appunti mentali, collegamenti e parole scartate.

Come tutte quelle s, quelle ribattute mille volte, sulla tastiera, forse si accumulano ai bordi dei tasti, insieme alla polvere, e agli avanzi di cibo.

Un po’ mi sento in colpa, con febbraio, per non averlo cagato di pezza. Mi spiace, febbraio, sul serio, non volevo. Per certi versi è stato un po’ come quando ti metti a dormire per fare passare più veloce un’attesa. Ogni tanto ti svegli e controlli l’ora, lanci un’occhiata al muro e vedi le giornate allungarsi, e sotto la lingua inizi a pregustarti la primavera. E non me ne voglia, febbraio, certo non è colpa sua, ma arriva sempre in quel punto dell’inverno quando ormai tutti, anche gli entusiasti della neve, dell’inverno si sono rotti i coglioni.

Poi comunque, qui in attesa, in questo campo di battaglia, fatto di fortezze di libri e di cadaveri di parole abbandonate, a guardare febbraio scorrere sul muro, non ci sto poi malissimo.

A parte quando il pc si spegne, a caso, ancora una volta, e volano le bestemmie, si riavvia la musica di Windows, e siamo punto e a capo.

Inspiro, respiro, avvio.


mattinata old style

una batteria (click for fun)

Stamattina gli operai hanno staccato la corrente.

Non andava il riscaldamento, avevo il cellulare scarico, il telefono non funzionava (ho un cordless), la batteria del pc ho preferito conservarmela per dei lavori che avrei dovuto fare più tardi. Sono ritornata a letto, ben al caldo sotto le coperte, e mi sono messa a leggere dei libri per la tesi.

E così ho pensato che tutte le polemiche sul libro digitale sì o libro digitale no, viva il kindle, abbasso il kindle, “i libri letti sul pc sono libri senz’anima”, “voialtri siete dei feticisti che non capite il progresso”, “adoro il profumo della carta impolverata la mattina”, “gli ebook salveranno la Foresta Amazzonica” – insomma ho pensato che è tutta fuffa. Ho pensato che io, appena potrò permettermelo, un aggeggio per leggere che mi permette di prendere annotazioni, fare ricerche per parole chiave, copiaincollare, risparmiare sulla carta, portarmi appresso mille libri in duecento grammi, sicuramente me lo comprerò. Però continuerò anche a comprarmi dei libri, che oltre ad essere, talvolta, dei bellissimi oggetti d’arredamento, non hanno bisogno mai delle batterie.

E finchè c’è un po’ di luce del mattino e un piumone caldo, almeno per un bel po’, io sono a posto così.

[C'è da dire che il kindle può avere un'autonomia anche di due settimane, ma metti che precipiti con un aereo su un'isola misteriosa tra Sidney e Los Angeles... ehm, vabbè, in autonomia il libro comunque lo batte.]


the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


la luna e la mela

mela marcia

Abbiamo clamorosamente toppato orario, decidendo di andare a vedere New Moon alle cinque e mezza del pomeriggio. Innanzitutto, eravamo sobrie, chè va bene l’alcolismo giovanile, ma iniziare a bere alle quattro solo per affrontare la visione del secondo capitolo della saga di Twilight ci sembrava eccessivo. E poi non c’erano twilighters assatanate tra il pubblico, anzi, la sala era semivuota e i pochi spettatori sghignazzavano quanto noi. Da ciò ne ho dedotto che le fan di Twilight vanno al cinema la sera, che fa più figo, infatti quando siamo uscite noi, ce n’erano sciami pronti a catapultarsi all’interno del cinema, compreso un quartetto che era uguale uguale alle schiavette di Blair in Gossip Girl. Nel caso, sapevatelo.

Innanzitutto, un’improvvisa rivelazione si è spalancata davanti a noi, talmente semplice e geniale, proprio quelle cose che una volta inventate ti sembrano una stronzata e ti chiedi come mai non ci hai pensato prima tu, cose tipo, che ne so, Facebook: il motivo per cui Edward Cullen, il vampiro supereroe che legge nel pensiero, non riesce a leggere nella mente di Abbella è che, semplicemente, nella mente di Abbella NON C’è NIENTE. Sì, lo so, è di una banalità stupefacente, ma non mi stupisco del fatto che nessuno – vampiri, uominilupo, bestie mitologiche e mutaforma a caso – non ci sia ancora arrivato : sono tremendamente idioti anche loro.

[Sia chiaro che con questo non voglio dire che i fan di Twilight siano tutti degli stupidi - anche se sulle "twilightmoms" non ho dubbio alcuno -, non mi permetterei mai di generalizzare e definire stupide migliaia e migliaia di persone, di adolescenti, poi, gli adolescenti non sono stupidi, assolutamente, e infatti vorrei proprio dire, agli adolescenti: "voi siete intelligenti! siete sensibili! state vivendo un'età che fa un po' cagare sotto alcuni aspetti, ma sotto altri è una figata pangalattica! Fate un sacco di cose stupide, è vero, ma chi non ne fa? Però non siete stupidi! Ribellatevi! Gli esperti di marketing sono kattivi! I manager della Cw che fanno per voi solo fiction inguardabili sono kattivi! Licia Troisi che scrive libri illeggibili! Stephanie Meyer che vuole convincervi che non trombare sia bello! Ribellatevi! (Però usate sempre il preservativo, mi raccomando)"].

Comunque, così per divertirmi e mentre aspetto che il cuggino mi porti la nuova puntata di The Big Bang Theory, passerò ora ad illustrarvi la profusione a piene mani di stupidità presente in New Moon e, per fare questo, dovrò raccontarvi cosa succede in New Moon, quindi, inevitabilmente, ci saranno degli spoiler, ma tanto, se avete visto il trailer di New Moon, sapete già cosa succede nel film, quindi potete leggere tranquillamente.

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l’ombelico del mondo

peace and music

peace and music

[Avviso ai lettori: questo è un altro di quei post in cui Naima* confessa al mondo di emozionarsi un casino per delle cose random. Siete avvertiti.]

Dunque, sono andata a vedere Taking Woodstock, che è un film di Ang Lee, tratto da una specie di autobiografia di Elliot Tiber, che sarebbe poi il ragazzo che ha salvato il Festival di Woodstock. Il film è carino, senza troppe pretese, scivola giù bene come una bottiglia di Bacardi Breezer al lime.

Però, nonostante fosse in fin dei conti una commedia, a un certo punto mi sono ritrovata con gli occhi lucidi. La stessa cosa mi era capitata leggendo il libro, quindi non mi sono stupita più di tanto. Non si tratta tanto di un’idealizzazione un po’ banale di quel periodo storico lì, e nemmeno tanto il rimpianto inutile di non aver vissuto quei tempi. E’ che un po’ i brividi di quel tipo mi vengono anche in altre occasioni, tipo anche all’Italia Wave a Livorno, quest’estate, per dire.

Credo sia per la pace che mi si scatena dentro. Mentre la sera scende piano sopra l’estate e tutto quanto si riempie di musica. L’idea che in fondo le cose davvero importanti, quelle per cui vale la pena, non siano poi così lontane, e non c’entrino poi molto con tutto quello che ci affligge, le preoccupazioni quotidiane, le pene d’amore, le bestemmie lavorative, gli scazzi personali. Mi dà l’idea di una rivoluzione in agguato, perchè forse basterebbe rendersi conto di questo rovesciamento di priorità per fare andare tutto meglio.

La musica, e la sera, la gente, il vino, il raccontare, luci sparse, le chiacchiere e un po’ di danza. Sentirsi liberi. E in pace.

Poi certo a Woodstock c’era pure il fatto di essere il centro dell’universo, per tre giorni. Ma, ecco, forse è proprio questo: che essere il centro dell’universo è meno difficile di quanto si pensi.


le tette di anna paquin

young adults

young adults

So che ormai non dovrei, ma mi stupisco sempre dell’incompetenza di certi giornalisti. Soprattutto quando, per non scrivere boiate, basterebbe googlare per due minuti due. Sì, lo so benissimo che un articolo scritto “alla cazzo di cane” attira molti più lettori di una recensione vagamente seria, così come la galleria di Trovacinema, qualche settimana fa, con toni analoghi, era un mero pretesto per pubblicare delle tette a caso sulla colonna infame di Repubblica. Quindi, lo so che non dovrei stupirmi.

Ma tant’è, mi stupisco. Forse anche perchè, facendomi volutamente del male, ho guardato il pilot di The Vampire Diaries (l’ho guardato perchè l’autore è Kevin Williamson, quello di Dawson’s Creek, e dite quello che vi pare ma Dawson’s Creek aveva il suo fottuto perchè). Santocielo, che palle!!! Già Twilight fa abbastanza cagare di suo, per quale motivo allungare il tedio a ventidue puntate? Solo per rafforzare questo strafracassamento di maroni che vuole storie di vampiri = storie per adolescenti emo, di modo da eliminare quello che tutti, dal 1897 in poi, vogliono nelle storie di vampiri e cioè sangue e sesso. Così quando poi c’è magari un telefilm che fa il suo sporco lavoro, tutti giù a scandalizzarsi e a strabuzzare gli occhi (e magari il telefilm medesimo si sente in obbligo di aumentare le scene pucci pucci umana/vampiro, giusto per seguire la massa, bleah). Roba da chiamare l’American Vampires League.

Ma questi giovani adulti (anche questa categoria non mi è molto chiara… adesso io cosa sono? un’adulta di mezzo non più giovane giovane ma non ancora incartapecorita?) non si rompono mortalmente a vedersi propinare queste disgustose sdolcinatezze tutte fotocopiate le une dalle altre? Mah. Si vede che ormai io sono un’adulta vecchia.

[Adesso non vedo l'ora che un teenager a caso capiti qui e mi insulti usando molte kappa. Scrivo 'Edward Cullen' giusto per aumentare le possibilità che questo avvenga]


non vado al cinema, non faccio sport

baaria

baaria

Siccome che in questi giorni sto – incredibile a dirsi – facendo delle maratone di studio allucinanti (la potenza di essersi  rotti le palle dell’università), un po’ mi sto perdendo le consuete vicissitudini veneziane. Per fortuna, c’è gente da oltre Manica che mi informa. (Shame on me, lo so, ma comunque non ho nessuna intenzione di guardare l’orrido programma di Marzullo in terza serata per tenermi aggiornata).

Insomma, ieri quindi sono stata informata di questa polemica sul film di Tornatore. E poi, insomma, i commenti che se ne fanno in giro, tipo qui.

A me questa storia di boicottare Medusa e Mediaset e Mondadori e Einaudi e cazziemazzi, mi è sempre sembrata una gran stronzata. Un po’ come il discorso molto aristofreak “io non ho la televisione a casa, e sto così bene”. Io, personalmente, non guardo quasi mai la televisione, perchè quella italiana fa letteralmente cagare. Ma Annozero, la Gabanelli, la Dandini, Blob, certe cose di La7, certe cose pure di Mtv, e, chessò, Zelig quando faceva ancora ridere, e, insomma, i programmi che meritano e che ora non mi vengono in mente, non vedo proprio perchè non dovrei guardarli. O perchè non dovrei comprare un libro di Wu Ming, o di Lucarelli, o di De Cataldo, o di Saviano, o di Michela Murgia o di – chediol’abbiaingloria – Douglas Adams.

Il vero problema è che questa anomalia non dovrebbe esistere. Un presidente del consiglio non dovrebbe possedere queste aziende – nè altre, per quanto mi riguarda – e un imprenditore non dovrebbe poter fare il presidente del consiglio. Punto.

Ma non è che siccome siamo una nazione di testedicazzo, allora io, per ripicca, mi riduco a una testadicazzo uguale, non leggendo, non andando al cinema, non guardando la tv. E anche il discorso “leggere i libri in biblioteca, scaricare i film senza pagare” etc. mi sa un po’ di paraculata. Lungi da me criticare anche solo vagamente chi scarica illegalmente – ah, ci mancherebbe pure! – ma uno che proponga un boicottaggio, sarebbe bene sapesse due cose su, per dire, come funziona il sistema cinema in Italia. Che i soldi sono pochi, che si fa fatica a trovarli, che se vai male al botteghino poi la volta dopo di soldi ne hai di meno o non ne hai affatto. E che, raramente, in Italia, si fanno tanti tanti soldi col cinema.

Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga che tante persone abbiano letto Gomorra, dando tanti soldi (ma poi, quanti saranno? Di più o di meno del costo di un’edizione di Sanremo?) a Mondadori, piuttosto che se non l’avessero letto affatto. Intanto, Saviano è ancora vivo, e scusate se è poco. E magari – dico magari, perchè qua non si può mai dire – un po’ di persone sa delle cose che prima non sapeva.

In sostanza, preferisco che i miei boicottaggi danneggino solo chi devono danneggiare, e nessun altro.


io non sono razzista, ma…

giovani di destra

giovani di destra

“Con opinioni come le sue, era molto importante non passare per razzista. Lui era Frontalmente Nazionale e non lo nascondeva. Ma appunto per questo, non voleva sentirsi dire che lo era perchè razzista. No, no, come aveva imparato tanto tempo fa in grammatica, non si trattava di un rapporto di causa, ma di conseguenza. Era Frontalmente Nazionale, il biondino, cosicchè aveva avuto modo di riflettere oggettivamente sui pericoli dell’immigrazione selvaggia ed era giunto alla ragionevole conclusione che bisognava sbatterli fuori subito, quei selvaggi, primo per la purezza della razza francese, secondo per la disoccupazione, e poi per il discorso pubblica sicurezza. Quando si hanno tante buone ragioni per avere un’opinione giusta, non bisogna lasciarsela macchiare da accuse di razzismo.”

Daniel Pennac, La fata carabina

Quando rileggo Pennac, mi ricordo come mai sia uno dei miei scrittori preferiti. In ogni frase si nasconde sempre qualcosa di più. E poi, la sua lettura è un piacere di ritmo che si scioglie in bocca.


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