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the cocacola swan

[Premessa obbligatoria: per una serie di ragioni con cui non vi ammorbo, ho visto Black Swan prima sul mio caro pc, in versione originale, e poi al cinema, ovviamente doppiato. Con mio sommo rammarico, inizialmente, perchè certi film vorrei fortemente vederli prima su grande schermo, ma, col senno di poi... che culo.]

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, spiegatemi un po’ perchè cazzo dovrei spendere otto fottuti euro (e, da luglio, forse anche nove, thanks to decreto milleproroghe) per venire a vedere i film al cinema. Analizziamo insieme la questione.

I pro:

  • Grande schermo.
  • Impianto sonoro presumibilmente in dolby surround e bla bla bla.
  • Poltrone comode, quasi sempre.
  • Sala buia, rito collettivo, uscire con gli amici, etc etc.

I contro:

  • Le altre persone. Okay, cari distributori ed esercenti del cinema italiano, potrete anche dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente maleducata e fastidiosa, che non ha ricevuto mai un’educazione all’immagine, e che è convinta che a me piaccia pagare otto fottuti euro per ascoltare i loro amabili cazzi invece che seguire quanto avviene sullo schermo. Potrete dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente che non si preoccupa di informarsi sul film che sta andando a vedere, se non ha mai sentito parlare di Aronofsky, se credeva di vedere una trasposizione al cinema del balletto con Nureyev e Margot Fontaine, se basta loro vedere una goccia di sangue per avere un attacco di panico isterico. Non è colpa vostra, se molti si sentono in dovere di riempire il vuoto con i loro bisbiglii di merda, quando i personaggi sullo schermo non stanno dialogando, e se non sono in grado di spegnere il loro fottuto telefono nemmeno in sala. Non è colpa vostra, però, cazzo, poi seduti a fianco me li becco sempre io, e son bestemmie.
  • L’incapacità del proiezionista/la qualità video risalente al 1927. Questo, invece, è colpa vostra. Mi spiegate perchè il mio screener scaricato grazie a qualche anima santa, si vede più nitido e meno sgranato della vostra copia in pellicola de Il cigno nero? Perchè per metà del tempo quel che si vede è costantemente e lievemente sfocato, e sfondo e primo piano confondono i confini, e appena c’è un movimento di macchina inaspettatamente accelerato non si capisce più un cazzo? Perchè tante volte sbagliate il mascherino? Perchè vi ostinate a distribuire copie con più graffi sulla pellicola di quelli sulla schiena di Natalie Portman?
  • Il doppiaggio. Ed eccoci all’argomento clou. A cui di solito mi viene risposto “sei un’insopportabile snob”, e potrebbe anche essere vero, ma, perdio, parliamone. Voi adattatori dei dialoghi, voi direttori del doppiaggio, li vedete i film prima di sputtanarli con le vostre voci di merda? Oppure siete dei cerebrolesi che non capiscono cosa stanno guardando? SPOILER SU BLACK SWAN, NIENTE DI TRASCENDENTALE, MA IO, PER SICUREZZA, VI AVVERTO. E’ un film in cui la colonna sonora fa tipo il 50 percento del lavoro. C’è tutta una serie di rumori ambientali messi lì apposta per costruirti la tensione, che è poi quasi lo scopo ultimo di un film come Black Swan. Ma, ovviamente, siccome siamo in Italia, la metà di quei rumori di fondo viene buttata via, e appiattita, perchè noi dobbiamo doppiare. Ma il punto non sarebbe nemmeno questo: il punto è che, per qualche oscura ragione, ogni singolo dialogo viene snaturato, abbassato, banalizzato. Live a little diventa Su, un po’ di vita, neanche Vincent Cassel fosse mia nonna. Poi, quando Mila Kunis dice, in originale, le stesse identiche parole, ed è fondamentale che siano le stesse identiche parole, ma sì, cambiamole, tanto cosa sarà mai. E via così, a pacchi. Per arrivare all’apoteosi finale, il momento di pathos ed emozione e brividi e pelle d’oca su cui si chiude il film: la povera Natalie Portman si sacrifica sull’altare dell’arte, mormorando, in estasi I felt it. Perfect. I was perfect. Traduzione: L’ho sentito. Perfetto. E’ stato perfetto.

NO!!! Brutto pirla direttore del doppiaggio, NO! Non è la stessa fottuta cosa. Perchè hai appena visto un film in cui una povera crista si autodistrugge nell’ossessiva ricerca (tra le altre cose) della personale perfezione, quindi non è lo stesso dire “è stato perfetto” e “sono stata perfetta”. Per quale motivo decidi di cambiarlo? Per il labiale? (Non credo, non mi sembra ci sia una differenza così marcata tra le due opzioni, al massimo se vuoi stare più stretto, falle dire “ero perfetta” e sei a posto). Oppure perchè sei sordo e hai capito male? Oppure perchè sei deficiente e non hai capito una mazza del film? Oppure perchè non sai l’inglese? Oppure perchè, così, quella frase non ti piaceva e quindi hai deciso di cambiarla, a tua discrezione? E chi cazzo sei, tu, che cambi la sceneggiatura di un film come ti pare e piace, e poi mi chiedi di pagare 8 fottuti euro per vedere la tua versione di Black Swan, illudendomi che sia la versione del buon vecchio Aronofsky?

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, vorrei proprio sapere con che coraggio mi venite a parlare di legalità, rispetto delle regole, qualità dell’opera quando mi chiedete di non scaricare i film e di venire da voi a darvi i miei fottuti otto euro. Quando i film me li fate uscire con mesi di ritardo rispetto al restodelmondo, me li fate vedere e sentire male e pretendete di doppiarli alla cazzo di cane. Che poi mi chiedo se distribuire i film in versione originale con i sottotitoli, come avviene in tutto gli altri paesi del mondo civilizzato, non vi costerebbe meno e, forse, non aiuterebbe anche a diffondere una cultura cinematografica diversa, un approccio all’opera in grado di risolvere, almeno in parte, quei problemi di educazione di cui parlavo poco più su.

Quantomeno, metà di quella gente che al cinema ci va solo per continuare la conversazione cominciata in macchina, spaventata da quegli orribili mostri che sono i sottotitoli, se ne starebbe a casa. Nel frattempo, sentite un po’, me ne sto a casa io, e con quegli otto fottuti euro ci compro delle caramelle gommose alla Coca Cola. Frizzanti.


un ottovolante di merda

Sto lontana due giorni dalla Rete – nel senso che mi limito a farne l’utilizzo privato che ne fa la stragrande maggioranza degli utenti Facebook, e cioè pubblicare le foto dei miei muffin sui vari social network – e non mi accorgo che succede questa cosa qui, e che a questa cosa qui seguono una valanga di robe, Macchianera che chiude e dirotta il traffico su quel tumblr, tutti i più noti blogger che dicono la propria opinione, un sacco di solidarietà e, ovviamente, anche tanti contro.

Non sto qui a fare il riassunto della storia, chè chi ancora ne fosse all’oscuro, gli basta Google. Quello che volevo dire è che, di tutti i commenti critici che ho letto, non ce n’è uno che mi sembri meno di un’arrampicata sugli specchi. Lo sciopero della fame è pericoloso e stupido, e probabilmente inutile, e probabilmente questa giornalista – che non conosco – ha davvero agito sull’onda dell’indignazione, senza pensare alle conseguenze. Ma riportare tutto alla vicenda personale, andando a parlare dei dettagli della vita di Paola Caruso, o di quanti privilegi preveda un contratto di giornalista, per quanto legittimo, mi sembra un modo come un altro di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale: se a 40 anni sei precaria, ma da 7 anni lavori per uno stesso padrone, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Io ho appena iniziato a muovere i passi in quell’universo dove lavora Paola Caruso. Non so ancora se e quanto sono brava, non so ancora se e quanto mi merito un posto fisso. Ma la verità è che, come forse Paola, e come penso una marea di gente, vivo la convinzione intima e profonda che io, un posto fisso, non l’avrò mai. E non è solo una questione di essere legata a un posto e a un luogo, nè di avere una posizione o uno status: non avere un posto fisso si porta dietro una voragine di vuoto, l’impossibilità di progettare nulla che vada oltre lo scadere del contratto. Giorni sull’orlo del “vediamo come va”, con la consolazione del “se sarai brava, se lavorerai tanto, se sarai sveglia, se ti farai notare, forse, allora, forse” e poi forse un bel niente. Forse forse forse, per ora, per me, può anche andare bene così – ci ho messo tanto a studiare e a laurearmi, sono in ritardo con tutto – ma forse, io credo, arriverà anche un giorno in cui si sentirà il bisogno di respirare.

Di arredare una casa con qualcosa di più dei mobili dell’Ikea.

Di arredare una casa per restarci.

Magari di fare un figlio.

Magari di tenere insieme una famiglia.

Di pensare che se i tuoi genitori invecchiano, tu, un modo per accompagnarli fino alla fine, te lo puoi permettere. E se tuo figlio si ammala, e se ti ammali tu, e anche senza catastrofi, semplicemente, vivere con la parvenza di qualche radice sotto i piedi.

Di mettersi in un posto e pensare, sai che c’è, io sto bene qui, voglio stare qui, voglio cercare il mio senso dentro le immagini su queste pareti, che sono quelle che ho costruito io, e non voglio che cadano domani perchè magari non mi rinnovano il contratto.

Io non so nulla di Paola Caruso, ma credo che il punto sia questo: arriva quell’istante in cui l’equilibrio precario smette di essere eccitante e denso di tutte le opportunità del mondo, e ti diventa solo un ottovolante senza sicura, dal quale non puoi scendere, ma non puoi neanche smettere di vomitare. E poi, non è che Paola Caruso sia una sola, ecco. Siamo un’intera generazione, che va ingrossando le sue fila giorno dopo giorno. Un’intera generazione a vomitare su questo ottovolante di merda.

Forse, ecco, con quest’immagine in testa, è il caso di andare un po’ oltre il caso personale.

Postilla: sento sempre più spesso dire in giro “non ti ha mica obbligato nessuno a fare il giornalista/il designer/il ricercatore/il fotografo/l’insegnante/l’operatore/il grafico/il filosofo/il professore/il linguista/lo scenografo/l’illustratore/l’antropologo/l’assistente sociale/blablabla. Potevi fare l’ingegnere o il medico, oppure invece di passare cinque anni a fumarti le canne studiando Lettere e Filosofia, potevi rimboccarti le maniche e andare a lavorare in fabbrica/in bottega/da Zara/all’Esselunga”. Ecco, miei cari, anche se fosse vero che per un ingegnere o un medico è più facile, anche se fosse sano immaginare un mondo senza tutte quelle professioni di cui sopra, e anche facendo finta (ahahahahah) che in fabbrica si stia da dio (dai tetti, infatti, si gode di una vista niente male, neh), ricordo che il lavoro è una cosa che fai per tutta la vita. Per almeno otto ore al giorno, per almeno cinque giorni su sette (di solito, molto di più). Ti alzi al mattino e ti metti a fare quella cosa lì. E poi, dopo un po’ di anni che sei su questa terra, alla fine muori. E gran parte di quel tempo l’hai passato lavorando, quindi, ecco, fare il lavoro che ci corrisponde e per cui si è portati mi sembra quanto meno una cosa per cui valga la pena di lottare. Poi, è ovvio, la vita ti porta in giro su delle strade imprevedibili, ma evitare di passarla tutta quanta a fare un lavoro di merda, non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo.


primi guay

Tutto sommato, mi aspettavo peggio.

No, allora, non è che adesso faccio come Lippi che “meritavamo di vincere noi, loro hanno fatto un tiro solo”. Sì, bè, zio, pure noi, grazie tante.

Però mi aspettavo la disfatta più totale, la rovina dell’incapacità, e invece, tutto sommato, non è che si sia fatto poi così schifo. Poi, lo si è detto ieri, noi si deve sempre arrivare alla fine del girone facendo dei conti matematici complicatissimi, tipo degli schemi di equazioni “se x perde con almeno due gol di scarto, ma y pareggia contro z e noi segnamo almeno un gol in rovesciata doppia ballando la samba, allora forse passiamo”. Che faticaccia.

Altro da dichiarare: la scritta “gli azzurri” sul coppino fa un sacco tamarro di periferia. Così come Simone Pepe, d’altronde. A proposito di Simone Pepe, dopo “sale Grosso” di Germania 2006, mi aspetto grandi cose dai commentatori di quest’anno. E a proposito di commentatori, sul sito della Gazzetta c’era stamattina il titolo “De Rossi para guai”.Doh.

Poi. Montolivo tira da femmina (definizione di Crespi Carolina, ma che sposo in pieno). Poi. Nell’intervista del dopo partita Lippi non aveva la sua voce, ma la voce di un altro. Ipotizziamo che l’intervistatore abbia fatto entrambe le voci, camuffando la propria nelle risposte, come fanno nei film gialli quando devono fare le telefonate anonime. Poi. Le vuvuzela. Ne hanno parlato tutti, sì, sembra di essere immersi per novanta minuti in un enorme sciame di mosconi. Oppure come quando, alle superiori, durante la lezione, ci si metteva tutti d’accordo per fare un suono basso e continuo, a bocca chiusa, senza smettere mai, per mandare i prof ai pazzi. Ecco, voi che facevate quel gioco lì, ora siete stati puniti. Che poi, non so se l’avete notato, ma quel suono, se sei un filo nervoso, ti mette un’ansia pazzesca. Se dovessimo arrivare alle fasi serie, potrei avere una crisi di nervi. Poi. De Rossi, secondo voi, era ubriaco? Com’è che è invecchiato di dieci anni in quattro anni? E Buffon, dove si è nascosto? Che scherzi sono, questi, di  scomparire tra il primo e il secondo tempo? In compenso, Camoranesi non si nasconde per niente: è talmente senza vergogna, che quasi un po’ lo si ammira. Gilardino, invece… Gilardino? Perchè, c’era davvero?

E basta. Ah, no, messaggio promozionale per i milanesi: c’è patapalla, su Radiopopolare, e anche al Carroponte, dove c’è anche il maxischermo, e così prendete due piccioni con una fava.


oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


due misure

Comunque, a parte tutto – chè prima di schierarmi a priori, mi piace avere qualche dato più preciso – mi domando come mai, quando un pirla italiano qualunque va nei cazzi facendo trekking in zone di guerriglie civili o simili, la Farnesina e i media stanno a lutto stretto ammorbandoci per almeno dieci giorni, mentre quando vanno nei cazzi tre medici che rischiavano la pellaccia per salvare delle vite umane, c’è un silenzio di tomba, rotto, al massimo, da qualche figuradimerda di Frattini.


apocalipse, now

E’ una settimana che mi chiedo se non sia il caso di scrivere qualcosa su queste elezioni. Alla fine, no. Cosa c’è da dire? Mi ricordo quando i risultati delle elezioni mi facevano incazzare. Mi ricordo anche quando seguire la campagna elettorale, e poi andare a votare, e poi ascoltare la radio, per tutta la giornata e fino a tarda sera, attendendo i dati, uno dopo l’altro, quella scia di numeri che, ora dopo ora, diventa sempre più reale, significava tante cose, la più importante delle quali è che, nonostante tutto, si ha il culo enorme di vivere in un paese libero, in una democrazia.

Ora. Campagna elettorale io non ne ho vista. Mezza, proprio. Gli unici manifesti che dicevano delle cose, alla vecchia maniera, erano quelli della Lega, ed esprimevano concetti profondissimi, tipo “padroni a casa nostra” e via dicendo. Su tutti gli altri c’erano dei nomi, e basta. Per altro, nemmeno nomi di gente simpatica, per lo più. Paese democratico, vabbè, ciao. La democrazia, di suo, non funziona proprio benissimo, figuriamoci la nostra, tra conflitti d’interesse,  informazione controllata, istruzione alla frutta, disuguaglianze di classe, e via discorrendo. Sul paese libero, pure, preferirei non spendere troppe parole. Giusto per rimanere su un tema caldo caldo, mi chiedo quanto sia libero un paese in cui io non posso prevenire un concepimento, non posso prendere la pillola del giorno dopo, non posso abortire senza enormi trafile e sofferenze, però se ho un contratto di lavoro precario e rimango incinta mi licenziano (o mi pagano meno, o non mi assumono proprio). Se fossi lesbica e volessi sposarmi, non potrei. Però se fossi lesbica, ora che ci penso, le mie possibilità di rimanere incinta si ridurrebbero drasticamente. E non perderei il lavoro. Basterebbe tenere nascosto il mio orientamento sessuale. Cielo, nonostante tutto la Chiesa ci spinge all’omossessualità (vabbè, d’altra parte, si sa… no, basta battute sui preti pedofili, dai, non se ne può più, davvero, perchè fare di tutta l’erba un fascio? Perchè fare di tutti gli stranieri dei criminali? Perchè fare di tutti i dissidenti dei terroristi? Perchè fare di tutte le veline delle zoccole? Perchè fare di tutti i giudici dei comunisti? Son cose che non si fanno, su).

E dunque, siamo ad un punto in cui

  1. non mi aspettavo risultati diversi da questi.
  2. non mi aspettavo niente.
  3. non me ne frega niente.

E questo è quanto. Questo è quello che mi sta facendo questo paese. Non me ne frega niente, non mi appassiono a niente, non investo niente di niente di niente nel politico, nel pubblico. E questa non sono io. Non sono la persona che voglio essere. Per cui, non so davvero cosa dire, di queste elezioni, chè ormai anche dire, “non voglio marcire qui, voglio andarmene in un paese civile” sembra superfluo e banale.

Allora, tutto quello che mi viene da fare è riportare il trailer che, per l’appunto, vedete qui sopra. Non so bene perchè, ma trovo dei collegamenti tra l’attuale (sì, vabbè, attuale) situazione sociopoliticoculturale italiana e questo, da alcuni attesissimo, film. L’unica cosa, forse, è che manca Chuck Norris. Se ci fosse anche Chuck Norris, avrei molta più speranza.


un ricordo

pertini al funerale di berlinguer

Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi.

Io, quando è morto Pertini, me lo ricordo, anche se avevo solo otto anni. Me lo ricordo perchè mia madre ha pianto. Niente di esagerato, niente fiumi di lacrime e di disperazione. Però me lo ricordo, il suo viso che diventa scuro, il respiro che per un attimo inciampa e gli occhi che si fanno lucidi fino a straboradare. Si è seduta sul divano, si è coperta gli occhi con le dita, per un po’, e quando si è rialzata per riprendere a lavorare, sembrava che tutto fosse un po’ più pesante.

Io me lo ricordo, perchè ricordo che non capivo bene questa cosa, che si dovesse piangere la morte di qualcuno che nemmeno si conosceva veramente. E ancora, è una cosa che anche oggi mi sembra sempre vagamente ipocrita e perbenista, quel genere di situazioni in cui non sai bene come comportarti, quali siano i movimenti giusti da fare. Figuriamoci, poi, gli anniversari delle morti. Come disse una volta Pertini stesso, il modo migliore per pensare ai morti è pensare ai vivi. Però mia madre, quella volta, non era ipocrita nè perbenista, perchè non la stava mica guardando nessuno, tranne me, che ero solo una mocciosa di otto anni, e Pertini, quasi non sapevo chi fosse. Probabilmente davvero, il mondo senza Pertini, le sembrava più vuoto di un pezzo.

In ogni caso, dicevo, le commemorazioni, non sono tanto una cosa nelle mie corde. Però, dopo il decennale della morte di Craxi, che per una settimana non si è parlato d’altro, sembrava che volessero intitolargli una via in ogni città d’Italia, tutti giù a sbrodolare puttanate sul grande statista che sarebbe stato, e tutto il resto, e poi al ventennale della morte di Pertini, non una parola, non un qualunque a caso membro di una qualunque a caso di istituzione che si lasci sfuggire una parola in memoria di un uomo che, lui davvero, ha messo la propria vita intera a disposizione di noi tutti.

Ora, a me le commemorazioni, dicevo, non è che mi dicano granchè. Però, questa volta, nel piccolo del mio infimo blog, un ricordo ce lo voglio lasciare, di Sandro Pertini. Così, giusto per un tentativo, minuscolo, di riequilibrio.


rimembranze

memories

Io nel 1992 avevo dieci anni. D’accordo, ho di sicuro l’enorme fortuna di essere cresciuta in una famiglia in cui l’attenzione per l’attualità e l’impegno politico sono all’ordine del giorno. Però avevo dieci anni – un’età in cui i miei interessi principali erano i libri Junior Mondadori, le Barbie, i quaderni di scuola, il mio gatto Lillo, le mie amiche Betty e Marta, i pattini Fischer Price, la bicicletta, le lezioni di danza, e via dicendo – e Tangentopoli me la ricordo. Me la ricordo bene.

Mi ricordo questo clima di euforia diffusa, il telegiornale sempre acceso sul Palazzo di Giustizia; mi ricordo Paolo Brosio e Un Giorno In Pretura; mi ricordo Antonio Di Pietro eroe nazionale, che a Napoli gli avevano fatto pure la statuina del presepe, e che, da un sondaggio, risultava essere il personaggio pubblico più conosciuto d’Italia, più di Craxi, di Falcone, del Papa (Berlusconi, all’epoca, se lo filavano ancora in pochissimi, pensate che meraviglia); mi ricordo quelle parole magiche, avviso di garanzia, perchè mi sono fatta spiegare cosa volesse dire, visto che ne parlavano tutti; naturalmente mi ricordo dell’Hotel Raphael e delle monetine; più di ogni altra cosa, mi ricordo distintamente quell’elettricità nell’aria, e un senso di felicità e di rivalsa, assolutamente trasversale e contagioso, in chiunque. Chiunque. La gente comune, intendo, si sentiva liberata di un peso enorme e, finalmente, qualcosa che sembrava impossibile – rovesciare un sistema di poteri profondamente ingiusto ma talmente radicato da apparire immutabile – si stava realizzando, ed era anche più facile del previsto.

Quello di cui non mi capacito è: se me lo ricordo io, che all’epoca avevo dieci anni, che ero una bambina che si preparava a finire le scuole elementari e che leggeva le novelization di Beverly Hills 90210 di nascosto sotto il banco, com’è possibile che tutti gli altri, quelli che magari di anni ne avevano venti, o trenta, o quaranta, o più, adesso si facciano raccontare queste balle colossali sulla guerra civile, l’abuso di potere dei giudici, il colpo di stato politico, e tutte le puttanate che, in questi giorni di riabilitazioni arbitrarie, vengono vomitate dalla bocca dei più svariati parlamentari&opinionisti? Come diavolo è possibile? Loro c’erano! Loro erano adulti, e consapevoli! Magari non erano attenti alla politica come i miei genitori, ma erano comunque tra quelli felici, tra quelli che spulciavano il Corriere per sapere chi sarebbe stato il prossimo, tra quelli che a Craxi gli avrebbero tirato robe ben più pesanti.

Io posso anche capire che quando senti Gasparri dire che lui è stato eletto nel ’92, quasi ti viene da rimpiangere Forlani e Citaristi, ma sospetto che non sia questo il motivo. E’ questa cosa assurda che non riesco a spiegarmi, la stessa magia della crisi che scompare, perchè alla tv Barbara D’Urso e l’Italia sul 2 ti dicono che non c’è, e tu ci credi, anche se il vero motivo per cui stai guardando l’Italia sul 2 al pomeriggio è, probabilmente, che non trovi uno straccio di lavoro. Come credere alle previsioni del tempo che ti dicono che c’è il sole mentre fuori piove. Che aprire la finestra fa fatica, e poi se lo fai sei un pessimista comunista stalinista leninista maoista castrista sterminatore di dissidenti nei gulag.

Del 1992 ho anche altri ricordi, indelebili e collettivi. Un’autostrada divelta, sotto il sole. E una via di un quartiere residenziale di Palermo, neanche due mesi dopo, strabordante di auto della polizia, e di pianto. E ricordo una rabbia sorda e un dolore impotente, anche quello diffuso, tra tutti, da Nord a Sud, senza divisioni. Ecco, quella volta lì, forse, mi sono sentita italiana. Ma, forse, quella sensazione, chissà, l’ho solo immaginata.


e vai di avatar

che sballo!

Io ho una compagnia di amici che non vanno mai al cinema. Non tutti, eh, ma mediamente. Dicono anche cose tipo “io, per principio, sono contro il cinema”, cose che io faccio fatica a capire, ma d’altra parte io ho perso anni della mia vita a studiarlo, il cinema, e quindi non sono propriamente imparziale, in questo campo. Comunque. Questi miei amici qui, a vedere Avatar ci sono venuti. Di lunedì sera, al secondo spettacolo, e il secondo spettacolo è finito quasi alle due di notte. Per dire, la potenza di James Cameron. E del marketing.

Ora, non ha molto senso che io mi metta a fare un post su Avatar, dal momento che tutto quello che se ne poteva scrivere è già stato scritto abbondantemente, in questo mese di programmazione planetaria, questo mese che separa l’Italia dal mondo civile. Non è che dobbiamo per forza dire la nostra, sempre.  Ma anche sì, dai. Fondamentalmente, penso di Avatar quello che hanno detto in molti, è un grande film popolare, e anche un trionfo di visioni. Tipo quando è nato il cinema, che la gente andava a vederlo solo per fare “wow”. Che la cosa figa era il treno che si muoveva e il cowboy che ti sparava guardandoti negli occhi. Poi, ecco, condivido con altri che, già che ci hanno speso dei miliardi, potevano pure pensare di assumere, tipo, uno sceneggiatore. Non dico tanto per la storia, che è vero che è prevedibile e stravista, ma chi se ne frega, è una storia che funziona da sempre, dico proprio per i dialoghi e la definizione dei personaggi.

Quello che volevo dire è che Avatar, mentre lo vedevo, mi ha ricordato cos’è che, ai tempi, mi aveva fatto sbarellare di Titanic. No, non sto parlando di Leonardo Di Caprio, in Avatar Leo non c’è, e quest’altro tizio che hanno preso non ha neanche un decimo del suo carisma. Parlo del fatto che, quando vidi Titanic per la prima volta, poi, dopo, mi sembrava di esserci stata davvero, sul Titanic. Di conoscere le venature del legno sui corrimano, e gli scricchiolii dei pavimenti quando ci cammini, e il gelo delle scale di metallo. E’ una sensazione strana, che mica succede con tutti i film. Ecco, la stessa cosa mi è successa con Avatar, e naturalmente non si può ignorare il fatto che, se il Titanic lo puoi ricostruire in scala 9/10, come fece Cameron ai tempi, il mondo di Pandora non esiste da nessun’altra parte che non sia lo schermo su cui viene proiettato.

Ecco, a me queste son cose che fanno sbarellare. Questa cosa che con il cinema puoi creare delle cose che non ci sono e, se lo fai bene, almeno per la durata del film la gente può dimenticarsi che quelle cose non esistono per davvero, e crederci. Per me questa è una cosa potentissima e che, tutte le volte, mi riempie di meraviglia.

Ah, e comunque, la foresta di Pandora, di notte, è uno sballo totale.

[Poi, da vera cinefila, mi fanno sbarellare anche tutte queste cose metafilmiche sulla visione, il vedere,  l'occhio, il sognare, l'essere immobilizzati in un corpo ma vivere delle avventure pazzesche attraverso un altro mezzo - un avatar, uno schermo - e da vera fissata di internet & nuovi media, mi prendono bene anche queste riflessioni sull'essere tutti collegati, stabilire legami con il mondo attraverso una treccia/porta usb, e via dicendo. Ma anche queste cose, e molte altre, sono già stata ribadite a destra e a manca, per cui basta].

[Ah, no. Volevo dire un'ultima cosa che l'uscita di Avatar ha messo in evidenza: così, a titolo personale, ribadisco il mio odio per quelli che dicono cose tipo "non ho bisogno di vederlo per parlarne male", "è già il film che più ha incassato nella storia, dev'essere per forza una cagata", e via dicendo. Ecco, ma perchè? Io pure Twilight ho visto, prima di criticarlo. E anzi, sto pure leggiucchiando i libri, per poter dire, con maggior cognizione di causa, che è una puttanata galattica. Perchè comunque, un pochino, mi interessa capire cosa faccia impazzire milioni di persone. Altre cose, che non mi interessano, non le vedo/leggo/ascolto, però nemmeno ne parlo male, che poi senza sapere di cosa si sta parlando, non c'è neanche gusto, nè vero divertimento].


nel blu dipinto di blu

ragazzi italiani

Recentemente, Tumblr mi porta in dono questa perla: l’esistenza di un gruppo di Facebook intitolato “no ai matrimoni misti: sposate italiano!”. Ho fatto una ricerca su Facebook e non l’ho trovato, chissà, forse l’hanno già chiuso, ma non è questo il punto. Rileggo tra le info del gruppo, dove dice: “In Italia il numero di stranieri non europei, di colore soprattutto, cresce e non solo a causa dell’immigrazione regolare e clandestina ma anche perchè sono in costante aumento le coppie miste che decidono di sposarsi e di mettere al mondo figli ‘ibridi’”. Mi torna in mente una discussione avuta qualche tempo fa con i miei amici, reazioni stupite alla mia dichiarazione “io non mi sento italiana”. Non (solo) nel senso che i miei connazionali, mediamente parlando, ultimamente mi fanno schifo. Nel senso che proprio, io, non capisco cosa voglia dire, essere “italiani”.

Rileggo quelle dichiarazioni lì dei gruppi di Facebook razzisti, e l’immagine che mi si forma davanti è di un’infinita tristezza. Giovani (perchè la maggior parte sono giovani) tristissimi, tutti chiusi nel loro paesino di provincia a parlare con amici identici, delle stesse identiche cose (presumibilmente il calcio, la figa e Vasco, ma lo so, sto generalizzando, e generalizzare è male, però era per rendere l’idea). Voglio dire, ma che, davero? Cioè, tu a vent’anni non vuoi vedere il mondo, conoscere più cose nuove possibile, imparare delle lingue diverse, riempirti gli occhi di meraviglia, scoprire sapori di cui non sospettavi l’esistenza, chiacchierare con qualcuno che abbia una vita completamente diversa dalla tua, sapere cosa succede in giro? Davvero tu, a vent’anni, sei contento così? Perchè è questo il tipo di persona che mi figuro, quando leggo cose come “preserviamo le nostre tradizioni dalla contaminazione degli stranieri”.

Io non mi sento italiana, perchè non so proprio cosa voglia dire. Che parlo italiano? Che ho studiato Dante e Manzoni? Che mi riconosco nei valori della Costituzione della Repubblica? Che sono in grado – più o meno – di capire come funzioni qui da noi la politica, mentre già uno svizzero o un austriaco, cercando di comprenderla, si farebbe esplodere il cervello? Ecco, tutto ciò è vero, ma, come dire, gli animatori di quei gruppi lì non mi sembrano proprio (mediamente, eh, sto sempre generalizzando) dei fini conoscitori della lingua italiana, degli intellettuali italiani, della storia d’Italia, delle sue peculiarità politiche e della sua Costituzione.

Io non sono cattolica, anzi, non sono nemmeno credente. Ho bisnonni sloveni, croati, austriaci, serbi. Ho zii americani. Non guardo quasi mai la televisione italiana, ma tutti i giorni vedo telefilm statunitensi e, talvolta, inglesi. Leggo blog e quotidiani stranieri. Mi piace la pizza, è vero, ma credo che al 95 percento della popolazione mondiale piaccia la pizza: non mi sembra un dato rilevante. Però adoro il kebab e il sushi, e mi fanno schifo la trippa e la cassoeula. Sono certa di avere molte più cose in comune con un qualunque nerd appassionato di serie tv e, che so, di Harry Potter, che vive tipo a Kuala Lumpur o sull’Isola di Pasqua o in Patagonia, rispetto a quante somiglianze condivida con il mio vicino di casa lombardo che vota Lega e aspetta con ansia la prossima puntata di Porta a Porta. Però sono molto fiera che i miei nonni abbiano fatto la Resistenza, e tifo Italia ai mondiali di calcio e alle Olimpiadi.

Sono italiana? Oppure no? Sono contaminata, o ibrida? Ed è italiano oppure no il mio vicino di casa lombardo che vota Lega, non ha mai letto Dante, dice “se io avrebbi” e rimpiange Mussolini? In definitiva, è una distinzione che abbia davvero un qualche senso?

Non lo so. [Non è vero, lo so benissimo: non ha senso alcuno, punto. Era un "non lo so" retorico]. Preferisco pensare che io sono libera. Libera di non sentirmi straniera da nessuna parte. Mentre, probabilmente, il mio vicino di casa lombardo&leghista, si sente “straniero” e “diverso” a venti chilometri da qui.


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