Ogni tanto capita di vedere un film che ti rimane appiccicato addosso per un bel po’ di giorni, e spesso è per la storia che racconta, ma molto più spesso è per l’atmosfera, che è poi la stessa cosa delle canzoni che ti rimangono in testa e non se ne vanno, ma non quelle canzoni ritornello fatte con lo stampino apposta per restarti incollate al cervello facili facili, intendo quelle canzoni meravigliose che ti scivolano dentro l’anima e quando per sbaglio camminando per strada ti capita di guardare in su, succede che la musica ti si spalanca addosso come una colonna sonora perfetta e liquida che si adagia sulle cose.
Ecco, quelle canzoni lì, intendo. E quei film che ti rimangono appiccicati addosso per un sacco di tempo sono un po’ come quelle canzoni, continuano a parlarti da qualche parte dentro la testa, e poi scappano fuori da ogni poro e tu non puoi fare altro che rimasticarteli e anche parlarne agli altri e dire “guardalo”, e va da sè che quei film – un po’ come quelle canzoni – spesso sono film tristi. O, se non sono proprio tristi, hanno dentro una specie di vena malinconica, perchè a tutti noi piace crogiolarci nella nostalgia dentro la luce del tramonto di una sera di giugno. Se proprio dobbiamo scegliere, voglio dire, meglio una sera di giugno che una grigia e fredda mattinata di novembre col cielo di ghisa e il cappotto tirato su stretto contro il vento, in attesa del tram.
Che poi mi viene in mente come, alcuni di questi film (e di quella musica, tra l’altro), vengano dai più definiti “deprimenti“. L’aggettivo “deprimente” è uno di quelli che più ho sentito associare a uno di questi film, il più recente in ordine di tempo, che è Never Let Me Go, o, secondo la distribuzione italiana, Non lasciarmi. L’ho visto venerdì e ce l’ho ancora addosso e non si schioda. E mi fa pensare a un altro film che, per certi versi, è molto diverso, e per altri invece no, The Road. Quello che ha rischiato di non essere mai distribuito in Italia perchè definito, per l’appunto, “troppo deprimente”.
Allora mi viene da pensare che forse questi film vengono definiti deprimenti per lo stesso motivo per cui mi restano appiccicati dentro, e cioè che ci dicono delle cose di noi stessi che non vorremmo mai sentirci dire, quel genere di paure che se ti capita di pensarci la notte, quando stai lentamente ondeggiando dentro il sonno, ti ritrovi d’improvviso con gli occhi spalancati e la tachicardia e una voragine di terrore che ti risucchia al centro del materasso, giù giù verso chissà dove.
E non parlano di queste cose dicendotele in faccia, ma te le dipingono intorno, come, appunto, quella musica di cui sopra. Voglio dire, non è che The Road sia spaventoso perchè ti fa vedere che gli umani possono diventare cannibali, e nemmeno Never Let Me Go è sconvolgente perchè ti mostra le implicazioni etiche di una possibile evoluzione medica. Quel che di The Road davvero ti consuma è riconoscere perfettamente gli spazi urbani o extraurbani in cui vivi tutti i giorni dentro la devastazione del futuro in cui è ambientato. Quel che di Never Let Me Go non riesci a schiodarti dalla testa è la rassegnazione, quella stessa rassegnazione che ogni mattina ti spinge ad obbedire alla sveglia. E la stessa indelebile crudeltà del tempo che passa, e che non sarà mai abbastanza, che tu viva trent’anni o cento.
Non te lo gridano in faccia, ma ti vengono così vicino, in modo straziante e disturbante, con un contrappunto di immagini e parole che assomiglia ad una musica che ti ritorna in mente quando meno te lo aspetti, e ti scuote dal sonno, riprecipitandoti su un piano di lucidità scomoda dal quale la quotidianità continuamente ti distrae. E forse è per questo che, per quanto deprimenti, sono musiche che non vorresti mai smettere di ascoltare: perchè cercare, sempre e più in profondità, dicapire le cose è, in fin dei conti, il nostro vero motore di senso.
[Premessa obbligatoria: per una serie di ragioni con cui non vi ammorbo, ho visto Black Swan prima sul mio caro pc, in versione originale, e poi al cinema, ovviamente doppiato. Con mio sommo rammarico, inizialmente, perchè certi film vorrei fortemente vederli prima su grande schermo, ma, col senno di poi... che culo.]
Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, spiegatemi un po’ perchè cazzo dovrei spendere otto fottuti euro (e, da luglio, forse anche nove, thanks to decreto milleproroghe) per venire a vedere i film al cinema. Analizziamo insieme la questione.
I pro:
Grande schermo.
Impianto sonoro presumibilmente in dolby surround e bla bla bla.
Poltrone comode, quasi sempre.
Sala buia, rito collettivo, uscire con gli amici, etc etc.
I contro:
Le altre persone. Okay, cari distributori ed esercenti del cinema italiano, potrete anche dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente maleducata e fastidiosa, che non ha ricevuto mai un’educazione all’immagine, e che è convinta che a me piaccia pagare otto fottuti euro per ascoltare i loro amabili cazzi invece che seguire quanto avviene sullo schermo. Potrete dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente che non si preoccupa di informarsi sul film che sta andando a vedere, se non ha mai sentito parlare di Aronofsky, se credeva di vedere una trasposizione al cinema del balletto con Nureyev e Margot Fontaine, se basta loro vedere una goccia di sangue per avere un attacco di panico isterico. Non è colpa vostra, se molti si sentono in dovere di riempire il vuoto con i loro bisbiglii di merda, quando i personaggi sullo schermo non stanno dialogando, e se non sono in grado di spegnere il loro fottuto telefono nemmeno in sala. Non è colpa vostra, però, cazzo, poi seduti a fianco me li becco sempre io, e son bestemmie.
L’incapacità del proiezionista/la qualità video risalente al 1927. Questo, invece, è colpa vostra. Mi spiegate perchè il mio screener scaricato grazie a qualche anima santa, si vede più nitido e meno sgranato della vostra copia in pellicola de Il cigno nero? Perchè per metà del tempo quel che si vede è costantemente e lievemente sfocato, e sfondo e primo piano confondono i confini, e appena c’è un movimento di macchina inaspettatamente accelerato non si capisce più un cazzo? Perchè tante volte sbagliate il mascherino? Perchè vi ostinate a distribuire copie con più graffi sulla pellicola di quelli sulla schiena di Natalie Portman?
Il doppiaggio. Ed eccoci all’argomento clou. A cui di solito mi viene risposto “sei un’insopportabile snob”, e potrebbe anche essere vero, ma, perdio, parliamone. Voi adattatori dei dialoghi, voi direttori del doppiaggio, li vedete i film prima di sputtanarli con le vostre voci di merda? Oppure siete dei cerebrolesi che non capiscono cosa stanno guardando? SPOILER SU BLACK SWAN, NIENTE DI TRASCENDENTALE, MA IO, PER SICUREZZA, VI AVVERTO. E’ un film in cui la colonna sonora fa tipo il 50 percento del lavoro. C’è tutta una serie di rumori ambientali messi lì apposta per costruirti la tensione, che è poi quasi lo scopo ultimo di un film come Black Swan. Ma, ovviamente, siccome siamo in Italia, la metà di quei rumori di fondo viene buttata via, e appiattita, perchè noi dobbiamo doppiare. Ma il punto non sarebbe nemmeno questo: il punto è che, per qualche oscura ragione, ogni singolo dialogo viene snaturato, abbassato, banalizzato. Live a little diventa Su, un po’ di vita, neanche Vincent Cassel fosse mia nonna. Poi, quando Mila Kunis dice, in originale, le stesse identiche parole, ed è fondamentale che siano le stesse identiche parole, ma sì, cambiamole, tanto cosa sarà mai. E via così, a pacchi. Per arrivare all’apoteosi finale, il momento di pathos ed emozione e brividi e pelle d’oca su cui si chiude il film: la povera Natalie Portman si sacrifica sull’altare dell’arte, mormorando, in estasi I felt it. Perfect. I was perfect. Traduzione: L’ho sentito. Perfetto. E’ stato perfetto.
NO!!! Brutto pirla direttore del doppiaggio, NO! Non è la stessa fottuta cosa. Perchè hai appena visto un film in cui una povera crista si autodistrugge nell’ossessiva ricerca (tra le altre cose) della personale perfezione, quindi non è lo stesso dire “è stato perfetto” e “sono stata perfetta”. Per quale motivo decidi di cambiarlo? Per il labiale? (Non credo, non mi sembra ci sia una differenza così marcata tra le due opzioni, al massimo se vuoi stare più stretto, falle dire “ero perfetta” e sei a posto). Oppure perchè sei sordo e hai capito male? Oppure perchè sei deficiente e non hai capito una mazza del film? Oppure perchè non sai l’inglese? Oppure perchè, così, quella frase non ti piaceva e quindi hai deciso di cambiarla, a tua discrezione? E chi cazzo sei, tu, che cambi la sceneggiatura di un film come ti pare e piace, e poi mi chiedi di pagare 8 fottuti euro per vedere la tua versione di Black Swan, illudendomi che sia la versione del buon vecchio Aronofsky?
Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, vorrei proprio sapere con che coraggio mi venite a parlare di legalità, rispetto delle regole, qualità dell’opera quando mi chiedete di non scaricare i film e di venire da voi a darvi i miei fottuti otto euro. Quando i film me li fate uscire con mesi di ritardo rispetto al restodelmondo, me li fate vedere e sentire male e pretendete di doppiarli alla cazzo di cane. Che poi mi chiedo se distribuire i film in versione originale con i sottotitoli, come avviene in tutto gli altri paesi del mondo civilizzato, non vi costerebbe meno e, forse, non aiuterebbe anche a diffondere una cultura cinematografica diversa, un approccio all’opera in grado di risolvere, almeno in parte, quei problemi di educazione di cui parlavo poco più su.
Quantomeno, metà di quella gente che al cinema ci va solo per continuare la conversazione cominciata in macchina, spaventata da quegli orribili mostri che sono i sottotitoli, se ne starebbe a casa. Nel frattempo, sentite un po’, me ne sto a casa io, e con quegli otto fottuti euro ci compro delle caramelle gommose alla Coca Cola. Frizzanti.
Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.
Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.
La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.
Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che omaggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bugs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.
The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto. Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.
L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.
Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.
Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.
Tipo che a Nolan devono avergli detto “noi ti diamo un sacco di soldi, però guarda che c’è ancora in giro gente che si chiede se la macchina di Tesla funzionava davvero e che si guarda Memento in ordine cronologico perchè se no non lo capisce. Quindi, questo Inception, vedi di farlo chiaro e lineare”. Perchè, sì, bello è bello, ma, cielo, quante spieghe. Mentre a livello visivo c’è tutto uno splendore di roba che esplode dallo schermo (con buona pace dell’inutile 3D), i personaggi hanno in bocca dei dialoghi che neanche le didascalie del cinema muto. Vabbè, alla fine anche chissenefrega. Il film è davvero bello, 142 minuti passano in un lampo, è quel genere di cinema che ancora sa risvegliare la meraviglia, e nel frattempo parla anche d’altro, tipo della realtà, del sogno, del tempo, del rimpianto, della creazione, dell’illusione, del cinema stesso.
Avercene.
E poi voglio rivederlo in lingua originale, chè il doppiaggio non si poteva sentire. Chissà quando qua in Italia si accorgeranno che Di Caprio ha smesso di avere quindici anni da un bel pezzo. Già temo per la fine che farà Ellen Page.
Stamattina ero stra in anticipo per il lavoro alla fiera Orticola, nei giardini di via Palestro. Ma tipo in anticipo di un’ora e mezza, una cosa mai successami prima d’ora, e infatti ero estremamente disorientata dalla nuova esperienza.
Bè, quello che ho fatto è stato comprarmi una brioche e andare a mangiarmela in Via Della Spiga, davanti a Tiffany.
Intendiamoci: a me dei diamanti frega una cippa, così come di ogni altro gioiello, prezioso o simile. E’ che noi cinefilini del cazzo si va in brodo di giuggiole solo a riconoscerle e a enumerarle, le citazioni. Essere una citazione – per quanto banale… bè, non ha prezzo.
E’ una settimana che mi chiedo se non sia il caso di scrivere qualcosa su queste elezioni. Alla fine, no. Cosa c’è da dire? Mi ricordo quando i risultati delle elezioni mi facevano incazzare. Mi ricordo anche quando seguire la campagna elettorale, e poi andare a votare, e poi ascoltare la radio, per tutta la giornata e fino a tarda sera, attendendo i dati, uno dopo l’altro, quella scia di numeri che, ora dopo ora, diventa sempre più reale, significava tante cose, la più importante delle quali è che, nonostante tutto, si ha il culo enorme di vivere in un paese libero, in una democrazia.
Ora. Campagna elettorale io non ne ho vista. Mezza, proprio. Gli unici manifesti che dicevano delle cose, alla vecchia maniera, erano quelli della Lega, ed esprimevano concetti profondissimi, tipo “padroni a casa nostra” e via dicendo. Su tutti gli altri c’erano dei nomi, e basta. Per altro, nemmeno nomi di gente simpatica, per lo più. Paese democratico, vabbè, ciao. La democrazia, di suo, non funziona proprio benissimo, figuriamoci la nostra, tra conflitti d’interesse, informazione controllata, istruzione alla frutta, disuguaglianze di classe, e via discorrendo. Sul paese libero, pure, preferirei non spendere troppe parole. Giusto per rimanere su un tema caldo caldo, mi chiedo quanto sia libero un paese in cui io non posso prevenire un concepimento, non posso prendere la pillola del giorno dopo, non posso abortire senza enormi trafile e sofferenze, però se ho un contratto di lavoro precario e rimango incinta mi licenziano (o mi pagano meno, o non mi assumono proprio). Se fossi lesbica e volessi sposarmi, non potrei. Però se fossi lesbica, ora che ci penso, le mie possibilità di rimanere incinta si ridurrebbero drasticamente. E non perderei il lavoro. Basterebbe tenere nascosto il mio orientamento sessuale. Cielo, nonostante tutto la Chiesa ci spinge all’omossessualità (vabbè, d’altra parte, si sa… no, basta battute sui preti pedofili, dai, non se ne può più, davvero, perchè fare di tutta l’erba un fascio? Perchè fare di tutti gli stranieri dei criminali? Perchè fare di tutti i dissidenti dei terroristi? Perchè fare di tutte le veline delle zoccole? Perchè fare di tutti i giudici dei comunisti? Son cose che non si fanno, su).
E dunque, siamo ad un punto in cui
non mi aspettavo risultati diversi da questi.
non mi aspettavo niente.
non me ne frega niente.
E questo è quanto. Questo è quello che mi sta facendo questo paese. Non me ne frega niente, non mi appassiono a niente, non investo niente di niente di niente nel politico, nel pubblico. E questa non sono io. Non sono la persona che voglio essere. Per cui, non so davvero cosa dire, di queste elezioni, chè ormai anche dire, “non voglio marcire qui, voglio andarmene in un paese civile” sembra superfluo e banale.
Allora, tutto quello che mi viene da fare è riportare il trailer che, per l’appunto, vedete qui sopra. Non so bene perchè, ma trovo dei collegamenti tra l’attuale (sì, vabbè, attuale) situazione sociopoliticoculturale italiana e questo, da alcuni attesissimo, film. L’unica cosa, forse, è che manca Chuck Norris. Se ci fosse anche Chuck Norris, avrei molta più speranza.
Avete presente la scena più bella di Ratatouille, quella in cui il critico Anton Ego, al primo boccone di ratatouille, si ritrova improvvisamente dentro la propria infanzia, a mangiare verdure e nostalgia? (Se non l’avete presente, la scena è questa, e non fate caso ai sottotitoli in spagnolo, perchè tanto la scena in questione, come quasi tutte le migliori sequenze cinematografiche, è senza dialoghi). Ecco, questo pomeriggio mi è successa la stessa cosa: stavo parlando con Bab, un discorso che non c’entrava nulla con quello che sto per dire (o, forse, un pochino sì, ora che ci penso), ma comunque siamo finite a parlare di sabbionaie.
Ecco, e all’improvviso, per un attimo, sono ritornata ad essere una Naima* quattrenne (o comunque un’età x compresa tra i 3 e i 5 anni), con baffi di sabbia e sabbia sotto le unghie e granelli di sabbia nei capelli, seduta dentro la sabbionaia della scuola materna, a giocare con la sabbia. Non solo. Sono ritornata ad essere quella Naima* quattrenne, nel momento in cui, giocando e scavando, scavando e giocando, è arrivata sul fondo della sabbionaia e si è ritrovata a grattare il cemento. Davvero, me lo ricordo perfettamente, anzi, l’ho proprio rivissuto: è così che dev’essersi sentito Truman Burbank di The Truman Show, quando ha realizzato tutto.
Sono picconate, impietose, all’infanzia. Momenti che ti segnano la vita, che ti trascinano a forza verso l’età adulta. Ben più di lauree, promozioni, esami, matrimoni.
Visto che non ho tempo di scrivere un post perchè sono impegnata a scrivere di Battlestar Galactica, ho pensato di pubblicare qui due cose che ho scritto per Nocturno di gennaio, su Battlestar Galactica. Cosa sono originale, vero?
La quarta (e ultima) stagione di Battlestar Galactica
La differenza tra una buona serie tv, appassionante e ottimamente realizzata, e una serie tv di culto risiede principalmente nei suoi spettatori. L’amore incondizionato e, talvolta, ossessivo che i fan dell’universo di una fiction riservano al proprio oggetto di adorazione risponde a dinamiche misteriose (ne sanno qualcosa gli autori del poco riuscito Flash Forward) e reca con sè parecchie insidie, oltre all’inevitabile gloria: aspettative elevatissime possono accompagnarsi a vertiginose delusioni. Battlestar Galactica, reimmaginazione di una serie di fantascienza degli anni 70 operata dal veterano di Star Trek Ronald D. Moore, nonostante resti ancora semisconosciuta al grande pubblico italiano, appartiene a questa categoria in grado di sconvolgere le anime di migliaia di fan.
In una galassia lontana lontana, come spesso succede nella narrativa sci-fi, gli uomini hanno dato vita a macchine senzienti che, ahinoi, si sono ribellate e hanno iniziato una guerra senza esclusione di colpi ai danni dei propri creatori. Dopo un terribile attacco nucleare, i superstiti della razza umana vagano per lo spazio, inseguiti dai cylon, i quali, nel frattempo si evolvono e assomigliano sempre più a coloro che li hanno generati. Una premessa per nulla originale, raccontata però attraverso stili di ripresa documentaristici e con un’attenzione al realismo di trame e personaggi davvero notevole per un’ambientazione fantascientifica.
Mentre le repliche dei primi episodi vanno in onda su Rai4 già da questo settembre, è partita a dicembre sugli schermi della satellitare FX la quarta ed ultima stagione, tremendamente attesa e gravida di un pesante carico di questioni irrisolte. E’ noto: come per Lost, il culto è generato più facilmente da quei prodotti che moltiplicano le possibilità di discussioni e di teorie da rimbalzarsi l’un l’altro su forum e blog. Non sta forse lì, il vero piacere, nell’allungare l’esperienza di fruizione oltre i confini dei quaranta canonici minuti settimanali? E non è, dunque, inevitabile che il finale sia deludente, per il solo fatto che ci priva tutti, per sempre, di quest’esperienza totalizzante?
Perchè, nonostante la quarta stagione di Battlestar Galactica conservi, per buona parte delle puntate, l’altissima qualità già dimostrata negli anni precedenti, nonostante sia ricca di episodi magnifici (in particolare l’episodio 4×10, Revelations, uno dei momenti più destabilizzanti dell’intera serie) e di interpretazioni magistrali, nonostante tutto, di questo si parla: la delusione del season finale. Lo troverete troppo affrettato, o troppo inverosimile; non appagherà la vostra ansia di risposte, e le poche spiegazioni che vi elargirà, quasi sicuramente, non vi piaceranno. Vi sentirete insoddisfatti, spiazzati e, inevitabilmente, anche un po’ presi in giro.
Io ho una compagnia di amici che non vanno mai al cinema. Non tutti, eh, ma mediamente. Dicono anche cose tipo “io, per principio, sono contro il cinema”, cose che io faccio fatica a capire, ma d’altra parte io ho perso anni della mia vita a studiarlo, il cinema, e quindi non sono propriamente imparziale, in questo campo. Comunque. Questi miei amici qui, a vedere Avatar ci sono venuti. Di lunedì sera, al secondo spettacolo, e il secondo spettacolo è finito quasi alle due di notte. Per dire, la potenza di James Cameron. E del marketing.
Ora, non ha molto senso che io mi metta a fare un post su Avatar, dal momento che tutto quello che se ne poteva scrivere è già stato scritto abbondantemente, in questo mese di programmazione planetaria, questo mese che separa l’Italia dal mondo civile. Non è che dobbiamo per forza dire la nostra, sempre. Ma anche sì, dai. Fondamentalmente, penso di Avatar quello che hanno detto in molti, è un grande film popolare, e anche un trionfo di visioni. Tipo quando è nato il cinema, che la gente andava a vederlo solo per fare “wow”. Che la cosa figa era il treno che si muoveva e il cowboy che ti sparava guardandoti negli occhi. Poi, ecco, condivido con altri che, già che ci hanno speso dei miliardi, potevano pure pensare di assumere, tipo, uno sceneggiatore. Non dico tanto per la storia, che è vero che è prevedibile e stravista, ma chi se ne frega, è una storia che funziona da sempre, dico proprio per i dialoghi e la definizione dei personaggi.
Quello che volevo dire è che Avatar, mentre lo vedevo, mi ha ricordato cos’è che, ai tempi, mi aveva fatto sbarellare di Titanic. No, non sto parlando di Leonardo Di Caprio, in Avatar Leo non c’è, e quest’altro tizio che hanno preso non ha neanche un decimo del suo carisma. Parlo del fatto che, quando vidi Titanic per la prima volta, poi, dopo, mi sembrava di esserci stata davvero, sul Titanic. Di conoscere le venature del legno sui corrimano, e gli scricchiolii dei pavimenti quando ci cammini, e il gelo delle scale di metallo. E’ una sensazione strana, che mica succede con tutti i film. Ecco, la stessa cosa mi è successa con Avatar, e naturalmente non si può ignorare il fatto che, se il Titanic lo puoi ricostruire in scala 9/10, come fece Cameron ai tempi, il mondo di Pandora non esiste da nessun’altra parte che non sia lo schermo su cui viene proiettato.
Ecco, a me queste son cose che fanno sbarellare. Questa cosa che con il cinema puoi creare delle cose che non ci sono e, se lo fai bene, almeno per la durata del film la gente può dimenticarsi che quelle cose non esistono per davvero, e crederci. Per me questa è una cosa potentissima e che, tutte le volte, mi riempie di meraviglia.
Ah, e comunque, la foresta di Pandora, di notte, è uno sballo totale.
[Poi, da vera cinefila, mi fanno sbarellare anche tutte queste cose metafilmiche sulla visione, il vedere, l'occhio, il sognare, l'essere immobilizzati in un corpo ma vivere delle avventure pazzesche attraverso un altro mezzo - un avatar, uno schermo - e da vera fissata di internet & nuovi media, mi prendono bene anche queste riflessioni sull'essere tutti collegati, stabilire legami con il mondo attraverso una treccia/porta usb, e via dicendo. Ma anche queste cose, e molte altre, sono già stata ribadite a destra e a manca, per cui basta].
[Ah, no. Volevo dire un'ultima cosa che l'uscita di Avatar ha messo in evidenza: così, a titolo personale, ribadisco il mio odio per quelli che dicono cose tipo "non ho bisogno di vederlo per parlarne male", "è già il film che più ha incassato nella storia, dev'essere per forza una cagata", e via dicendo. Ecco, ma perchè? Io pure Twilight ho visto, prima di criticarlo. E anzi, sto pure leggiucchiando i libri, per poter dire, con maggior cognizione di causa, che è una puttanata galattica. Perchè comunque, un pochino, mi interessa capire cosa faccia impazzire milioni di persone. Altre cose, che non mi interessano, non le vedo/leggo/ascolto, però nemmeno ne parlo male, che poi senza sapere di cosa si sta parlando, non c'è neanche gusto, nè vero divertimento].
Ora, io mi rendo perfettamente conto che, dopo avermi letto distruggerecriticare (500) Days Of Summer, quando vedrete quello che sto per fare, ovvero dire che invece mi è piaciuto Whip It, la vostra reazione sarà, legittimamente, un robusto mavaccagare. Ne avete tutti i diritti, lo so, ma questo non cambia il fatto che Whip It, invece, mi sia piaciuto.
Sarà che a me Drew Barrymore è sempre stata simpatica, fin da quella volta in cui, da piccola, ho letto la sua storia sul Gente di mia nonna (sì, mia nonna legge Gente e Famiglia Cristiana, e quando vado a casa sua a trovarla, dò sempre un’occhiata al Gente, perchè dal parrucchiere non ci vado quasi mai, e quando ci vado mi porto un libro, ma comunque sul gossip bisogna sempre tenersi informati, non sai mai in che conversazioni ti capiterà di trovarti, prima o poi]. Ma dicevo, ero piccola, tipo età delle medie, e ho letto sul Gente la storia di questa tipa che era la bambina di E.T. ma che poi, la dura vita del mondo dello spettacolo e tutto il resto, praticamente a 9 anni era un’alcolizzata, a 10 anni si fumava le canne, a 12 anni tirava su delle piste che non vi dico (così diceva il Gente). Poi dopo l’ho vista in Poison Ivy (La mia peggiore amica, o qualcosa del genere) che faceva la fighissima stronza, e insomma, non so com’è, ma era già all’epoca uno dei miei personalissimi miti. Dopo si è ripulita – mah – e ha cominciato a fare delle commedie smielose tipo Never Been Kissed o 50 First Dates, e vabbè, però anche a produrre Donnie Darko e a fare un sacco di soldi con le Charlie’s Angels, e adesso se ne esce a fare la regista di questo Whip It, la cui protagonista assoluta è Ellen “Juno” Page, e, sono sicura di avervelo detto, ho un debole per Ellen Page, perchè è bassa quanto me.
[Ho un debole per tutte quelle basse quanto me, categoria che include, oltre ad Ellen Page, anche quelle due tope atomiche di Kylie Minogue e Kirsten Bell, e sono sempre lieta di poter confermare la profondamente veritiera e incancellabile legge della vita che recita nella botte piccola c'è il vino buono]. [Questa regola non vale per gli uomini, come dimostrano, che so, Brunetta o Berlusconi].
Perchè mi è piaciuto Whip It? Che, in fondo, uno potrebbe dirmi, è un filmetto adolescenziale come tanti altri, mescolato a un filmetto di sport come tanti altri, e come tanti altri filmetti adolescenziali/di sport segue il consueto schema “il mondo non mi capisce – figata, ho trovato lo sport che fa per me! – figata, ho trovato pure il tipo/la tipa! – porcapaletta, i miei mi hanno sgamato, il tipo mi ha mollato, va tutto a rotoli, il mondo mi odia again – tutto si risolve giusto in tempo perchè io possa mostrare al mondo quanto sono kick ass in questo sport che fa per me”. Ecco, Whip It va esattamente così, e con tutti gli stereotipi del caso, tra cui la madre soffocante che però alla fine lo fa per il tuo bene, il morosino stronzo che però alla fine non ti merita, la migliore amica che a un certo punto litigate ma poi fate la pace e trova il moroso anche lei, etc etc, e anche una scena d’amore in una piscina chiusa, figuratevi il clichè (però quella scena lì è girata notevolmente bene).
In realtà, la prima, banalissima cosa che mi sento di dire, è che, in fondo Whip It è un film onesto. Non pretende di essere più di quello che è – cosa che, di per sè, non è un merito, anche Natale a Beverly Hills non pretende di essere niente di più di una puttanata intollerabile a base di volgarità e tette al vento, e non per questo mi viene da fargli i complimenti, anzi, se mai, da vomitare. Ma insomma, quello che Whip It vuole essere è proprio un film adolescenziale/di sport, senza grandi verità sulla vita, se non la prevedibile formula “sii te stesso, trova la tua strada, fai la tua cosa, e sarai felice”. Dentro questo genere, funziona molto bene, ha tutte le sue cose giuste al momento giusto, e gioca egregiamente con quel meccanismo di previsioni e attese che ha uno spettatore, quando va a vedere un film da cui sa già cosa aspettarsi.
In più, Whip It ha dalla sua il fatto di essere un film su uno sport divertentissimo. Uno sport praticamente sconosciuto qui da noi, ma in Usa, dicono, fosse di gran moda fino agli anni Settanta, e adesso è di nuovo sulla cresta dell’onda, riportato in vita dalla sottocultura punk e oggi praticato soprattutto da ragazze: il roller derby. Il fatto che sia sul roller derby e non sulla pallavolo o su un gruppo di cheerleader o su una compagnia di danza, porta una serie di benefici non indifferenti:
Le protagoniste (tra l’altro, oltre ad Ellen Page e Drew Barrymore, ci sono Zoe Bell e Eve e un’adorabilmente bitch Juliette Lewis) sfoggiano un look punk/alternative che, sì, è molto trendy, è vero, però su di loro fa la sua porchissima figura.
Le ragazze si menano. E non nel senso che potete sperare voialtri maschietti arrapati stile lotta nel fango; nel senso che, finalmente, graziealcielo, si vede un film in cui le ragazze, invece di tirarsi i capelli e infamarsi a vicenda nei corridoi della scuola, risolvono i propri attriti con uno spintone ben assestato. Che non è un elogio alla violenza, sia chiaro, lungi da me. Però insomma, non è che noialtre si sia così fragili da romperci al primo soffio di vento. (Ho adorato la scena in cui le giocatrici si confrontano i lividi raccolti durante la gara, vantandosene. Scena già vista e interpretata nei miei più che reali spogliatoi di danza, perchè i lividi si portano come orgogliose cicatrici, oh, yeah).
Di conseguenza, ci sono un bel po’ di sequenze in cui le ragazze si divertono, senza rimorsi. L’abusatissima food fight, per esempio, o gli scherzi un po’ goliardici, le prese in giro ai danni del coach, etc. Si divertono i personaggi, si divertono le attrici, ti diverti tu. E infatti Drew Barrymore si ritaglia la parte secondaria di una fattona attaccabrighe violentissima, e secondo me si è divertita un casino a interpretarla, e infatti fa davvero, davvero ridere.
[Da questo punto in poi è spoiler, fino alla fine dell'elenco puntato, dopo l'elenco puntato potete tornare a leggere senza problemi] Alcune scelte, apparentemente marginali, mi sono piaciute tantissimo, e sono tali, a mio avviso, da dare un sapore speciale al film. Il fatto che non vincano, alla fine, per esempio. Te lo aspetti, e invece no, ma va bene lo stesso. Va bene lo stesso, perchè vincere, in questa storia, non era il punto. Va bene lo stesso, perchè comunque da sfigate totali sempre ultime arrivano seconde, e mica fa schifo. Va bene lo stesso, perchè l’ansia da competizione non è mai stata nelle loro corde. Non è questione di buonismo alla De Coubertin, è proprio che, in questo caso, davvero, l’importante è partecipare, essere felici scivolando su otto rotelle, in mezzo a un pubblico che acclama, divertendosi un mondo.
Sempre in quest’ottica che “w lo sport”, bello il personaggio di Juliette Lewis, che vuole comunque batterti sul campo e non facendo la spia (basta con le ragazze gnè gnè, perdio), bella la scena in cui Bliss/Babe Ruthless subisce un colpo fortissimo, cade a faccia a terra, il silenzio si fa assordante e tu speri fortemente “no! vi prego! un’altra Million Dollar Baby no!” e invece piano piano si rialza, da sola, alza la mano a rassicurare tutti e ritorna ai blocchi di partenza, per l’ultimo round. Una piccola metafora, di come si può cadere e rialzarsi, di come, ancora una volta, non si sia fatti di vetro e perennemente fragili; e anche, da un’altra prospettiva, un parallelismo tra la crescita di Bliss e il distacco dai genitori, i quali devono guardare, da lontano, impotenti, che la figlia si rialzi, questa volta senza il loro aiuto.
E dunque. Sì, questo film mi è piaciuto, e potrebbe diventare anche un mio piccolissimo culto. [Infatti, nel frattempo, ho già iniziato a plagiare chi mi sta intorno, con risultati direi soddisfacenti]. Ah, negli Stati Uniti il film è uscito il 9 ottobre 2009, in Italia uscirà boh. Non c’è ancora una data. Notare che nel cast sono presenti, come già detto, Ellen Page, Drew Barrymore, Juliette Lewis, Zoe Bell, Eve, e aggiungeteci Jimmy Fallon e Marcia Gay Harden. Bah. Vabbè, tanto si trova.