Archivi delle etichette: facebook

oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


nel blu dipinto di blu

ragazzi italiani

Recentemente, Tumblr mi porta in dono questa perla: l’esistenza di un gruppo di Facebook intitolato “no ai matrimoni misti: sposate italiano!”. Ho fatto una ricerca su Facebook e non l’ho trovato, chissà, forse l’hanno già chiuso, ma non è questo il punto. Rileggo tra le info del gruppo, dove dice: “In Italia il numero di stranieri non europei, di colore soprattutto, cresce e non solo a causa dell’immigrazione regolare e clandestina ma anche perchè sono in costante aumento le coppie miste che decidono di sposarsi e di mettere al mondo figli ‘ibridi’”. Mi torna in mente una discussione avuta qualche tempo fa con i miei amici, reazioni stupite alla mia dichiarazione “io non mi sento italiana”. Non (solo) nel senso che i miei connazionali, mediamente parlando, ultimamente mi fanno schifo. Nel senso che proprio, io, non capisco cosa voglia dire, essere “italiani”.

Rileggo quelle dichiarazioni lì dei gruppi di Facebook razzisti, e l’immagine che mi si forma davanti è di un’infinita tristezza. Giovani (perchè la maggior parte sono giovani) tristissimi, tutti chiusi nel loro paesino di provincia a parlare con amici identici, delle stesse identiche cose (presumibilmente il calcio, la figa e Vasco, ma lo so, sto generalizzando, e generalizzare è male, però era per rendere l’idea). Voglio dire, ma che, davero? Cioè, tu a vent’anni non vuoi vedere il mondo, conoscere più cose nuove possibile, imparare delle lingue diverse, riempirti gli occhi di meraviglia, scoprire sapori di cui non sospettavi l’esistenza, chiacchierare con qualcuno che abbia una vita completamente diversa dalla tua, sapere cosa succede in giro? Davvero tu, a vent’anni, sei contento così? Perchè è questo il tipo di persona che mi figuro, quando leggo cose come “preserviamo le nostre tradizioni dalla contaminazione degli stranieri”.

Io non mi sento italiana, perchè non so proprio cosa voglia dire. Che parlo italiano? Che ho studiato Dante e Manzoni? Che mi riconosco nei valori della Costituzione della Repubblica? Che sono in grado – più o meno – di capire come funzioni qui da noi la politica, mentre già uno svizzero o un austriaco, cercando di comprenderla, si farebbe esplodere il cervello? Ecco, tutto ciò è vero, ma, come dire, gli animatori di quei gruppi lì non mi sembrano proprio (mediamente, eh, sto sempre generalizzando) dei fini conoscitori della lingua italiana, degli intellettuali italiani, della storia d’Italia, delle sue peculiarità politiche e della sua Costituzione.

Io non sono cattolica, anzi, non sono nemmeno credente. Ho bisnonni sloveni, croati, austriaci, serbi. Ho zii americani. Non guardo quasi mai la televisione italiana, ma tutti i giorni vedo telefilm statunitensi e, talvolta, inglesi. Leggo blog e quotidiani stranieri. Mi piace la pizza, è vero, ma credo che al 95 percento della popolazione mondiale piaccia la pizza: non mi sembra un dato rilevante. Però adoro il kebab e il sushi, e mi fanno schifo la trippa e la cassoeula. Sono certa di avere molte più cose in comune con un qualunque nerd appassionato di serie tv e, che so, di Harry Potter, che vive tipo a Kuala Lumpur o sull’Isola di Pasqua o in Patagonia, rispetto a quante somiglianze condivida con il mio vicino di casa lombardo che vota Lega e aspetta con ansia la prossima puntata di Porta a Porta. Però sono molto fiera che i miei nonni abbiano fatto la Resistenza, e tifo Italia ai mondiali di calcio e alle Olimpiadi.

Sono italiana? Oppure no? Sono contaminata, o ibrida? Ed è italiano oppure no il mio vicino di casa lombardo che vota Lega, non ha mai letto Dante, dice “se io avrebbi” e rimpiange Mussolini? In definitiva, è una distinzione che abbia davvero un qualche senso?

Non lo so. [Non è vero, lo so benissimo: non ha senso alcuno, punto. Era un "non lo so" retorico]. Preferisco pensare che io sono libera. Libera di non sentirmi straniera da nessuna parte. Mentre, probabilmente, il mio vicino di casa lombardo&leghista, si sente “straniero” e “diverso” a venti chilometri da qui.


letture estive #2

leggere

leggere

Tra le altre cose, ho letto:

  • Marina di Carlos Ruiz Zafon. Partiamo dalle cose facili. E’ la solita zuppa? Sì e no. Io non sono contro i best seller per principio, tanto per dire, sono una grandissima fan di Harry Potter, e più best seller di così, vi sfido. Il codice Da Vinci, invece, mi ha fatto abbastanza cagare, ma non addentriamoci in sterili polemiche. Per rimanere in ambito Zafon, L’ombra del vento mi piacque moltissimo. Io amo i romanzoni dove succedono tante cose avventurose, amo Barcellona, amo le robe un po’ gotiche, quindi, era facile. Il gioco dell’angelo non mi è piaciuto. C’è un confine sottile tra il piacere di ritrovare atmosfere già note e la noia della prevedibilità. In marina, il già noto sta, più che altro, nell’aver già letto altri libri di Zafon. E non si potrà mica fare una colpa di scrivere sempre le stesse cose a uno che fa l’autore di genere. In sostanza, l’atmosfera è quella lì: Barcellona gotica e misteriosa, vicoli bui, storie tormentate che emergono dal passato, amori impossibili, incendi, catastrofi, fotografie ingiallite e tutto l’ambaradan del feuilleton. C’è di bello un tocco vagamente horror che, se si pensa che in fondo era un libro per ragazzi, non posso non apprezzare. Insomma, la solita zuppa, ma ben cucinata. Finchè avrò voglia di leggere romanzoni d’avventura e Zafon me ne cucinerà, non mi lamenterò.
  • Cornflake di Micol Arianna Beltramini. Qua è più difficile. Libro tirato su un po’ a caso in libreria. Poi vedo che l’autrice ha pochi anni più di me, trovo il suo blog, la aggiungo su Facebook, scopro che abbiamo molte cose in comune. Quindi il mio giudizio ha poco d’imparziale. In primis, perchè se una ha più o meno i miei anni e scrive un romanzo che, grazieaddio, non parla di tribolazioni tardoadolescenziali e di depressione post lauream, non posso che dire “brava”. Poi magari il libro è un po’ stralunato e, in certi casi, troppo zuccheroso, ma – evviva – originale. E’ una favola, e ci sono dei passaggi molto molto belli, di quelli che con tre parole ti illuminano un sentimento di luce nuova. Quindi, complimenti all’autrice, aspetto con ansia il nuovo libro sui nostri amati nerd.
  • Accabadora di Michela Murgia. Qui arriva la parte davvero dura, perchè questo libro mi è piaciuto moltissimo. Michela Murgia è una scrittrice sarda, prima di questo avevo letto il suo Il mondo deve sapere, diario vero di un mese passato in un call center, e che straconsiglio stracaldamente a tutti. Accabadora è tutta un’altra cosa, la storia di due donne, una madre e una figlia non di sangue ma di anima, nella Sardegna degli Anni Cinquanta. E’ scritto da brividi, quel modo di scrivere per cui ogni parola è lì perchè non ce ne poteva stare un’altra e ogni frase ti apre un mondo che potrebbe diventare un altro libro tutto nuovo. E ancora, un’altra donna che non scrive delle solite menate esistenziali e del suo ombelico, ma disegna una storia e un universo e chiama pure in causa un enorme tema etico nel modo migliore possibile, cioè con i fatti. E con quello specifico femminile di cui parlava Virginia Woolf, senza rinchiudersi nella stanza tutta per sè, una volta ottenuta.

san germano, protettore dei bestemmiatori

questa volta no

questa volta no

A un certo punto il mio portatile ha cominciato a spegnersi sua sponte.

Normale.

Ha cominciato a succedere più o meno un anno dopo l’acquisto, d’estate, quando fa caldissimo, le volte in cui rimaneva acceso per molto molto tempo.

Io lo tengo sempre acceso per molto molto tempo. E gli faccio fare un sacco di cose. Non cose complicate, però un sacco di cose contemporaneamente. Io sono l’utente medio, cavoli. Ok, forse lo uso un po’ di più dell’utente medio, ma comunque essenzialmente per navigare, ascoltare musica, guardare film, scrivere delle tesine. Cose così. Cose che oggi come oggi dovrebbe essere normale fare tutte insieme e contemporaneamente. Chè pure Baricco ha scritto un libro in cui diceva che al giorno d’oggi si dev’essere multitasking.

Adesso, alla veneranda età di due anni e mezzo, da tipo una settimana a questa parte, si spegne continuamente. E per continuamente intendo, talvolta, anche ogni dieci minuti/un quarto d’ora. Mentre stai scrivendo. Mentre stai programmando la serata. Mentre stai guardando un film. Mentre stai rispondendo a un idiota test di feisbuc. Mentre stai facendo una ricerca di immagini durata un tot, proprio sul punto di salvare l’immagine giusta. Mentre stai guardando il sunto della partita in cui la Juve vinse 6 a 1 a SanSiro contro il Milan. Per fare degli esempi.

Son cose che fanno incazzare. Come se non bastasse, da due giorni a questa parte, quando si spegne, mi si “sloggano” tutti gli account. Tutti. E io sono quel terrificante genere di persona che si fa un account di qualsiasi cosa, tranne il MySpace perchè ho paura degli emo. Lo so che probabilmente questo c’entra più con delle impostazioni di firefox, non ho ancora controllato, ma comunque io non ho modificato nessuna delle impostazioni di firefox, quindi mi incazzo.

Poi quando riavvio il pc spesso non funziona la scrollbar. O i tasti del volume. O la webcam.

E oggi, per aggiungere bestemmia a bestemmia, la puntata 5×06 di True Blood, arrivata all’ottantasette percento di download, è scomparsa. Evaporata, sparita, come direbbero gli OdP. Nel nulla.

Son cose che fanno incazzare. Ma tanto.

E il primo che osa scrivermi una cosa tipo “passa a Linux”, vi assicuro che gli spiaccico la tastiera in testa, finchè non gli rimane un tatuaggio con scritto “qwerty”.


sempre di domenica

Un dimanche après-midi à lÎle de la Grande Jatte, Georges Seurat

Un dimanche après-midi à l'Île de la Grande Jatte, Georges Seurat

Che sia estate o inverno, finisce sempre che la domenica pomeriggio, il più delle volte, si riveli infida quanto le sabbie mobili o il ghiaccio sottile. Ti svegli tardi, chè il sabato notte andare a letto prima di una certa è vietato, poi mangi qualcosa, poi hai ancora sonno, ti metti a leggere, mentre leggi senti la sonnolenza assalirti da dietro le palpebre, resisti, poi cedi, decidi di fare un pisolino, ma appena chiudi il libro e appoggi la testa sul cuscino, eccoli lì, tutti in fila, i tuoi pensieri, a spalancarti gli occhi.

Che fine abbia fatto il sonno, boh.

Quella malinconia, mista di ricordi e irrequietezza, che si incastra nell’inizio di mille cose, senza arrivare alla fine di nessuna. Che poi pensi che il vero motivo per cui qualcuno abbia inventato facebook, sia in verità per arrivare alla fine delle domeniche pomeriggio, per superare “la lunga, tetra ora del tè dell’anima“, come la chiamava Douglas Adams [sì, sempre lui]. Un po’ come sembra che la Bicocca l’abbiano costruita per farci i videoclip trendy e le pubblicità, altro che università e Arcimboldi.

Sia chiaro, non sto parlando di noia. La noia non c’entra proprio niente.

Parlo di tutta quella nostalgia arrotolata che pare aspettarti, in agguato, dietro gli angoli delle cose, tra le pagine di ogni libro e dentro le immagini e nelle note della radio, chè d’improvviso non sembra esistere più niente che non si porti appresso un tuo ricordo, e poi un altro, e un altro ancora ed è inevitabile, poi, rimanere impigliati in quei fili e non combinare più niente.

E si sbuffa un casino, di domenica pomeriggio. Si sbuffa un casino, e si ripongono tutte le speranze di salvezza nell’aperitivo.


il nuovo che avanza

90210 nuova versione

90210 nuova versione

Siccome sono donna e, come ricorda uno dei pleonastici gruppi di feisbuc, so fare anche tre cose contemporaneamente (!), ho completato il mio ripasso di Deleuze&Casetti con in sottofondo Raidue che trasmetteva il remake di Beverly Hills 90210, intitolato – originalità – 90210.

Ora, nella mia perversione telefilmica che mi porta a guardare liberamente e coscientemente badilate di cagate, io ho già visto questa serie in originale, parallelamente alla sua messa in onda in Usa, su quel meraviglioso canale ricettacolo del trash che è la CW. Questo nuovo 90210 fa sembrare l’originale anni Novanta un capolavoro della serialità televisiva e, dopo le prime tre puntate incentrate sull’entusiasmante mistero “di chi è il figlio di Kelly?”, perde ogni ragion d’essere.

Ma in tutto questo, tra immagini-affezione ed enunciazioni enunciative, la tivù stava alle mie spalle e sentivo solo l’audio e tutto quello a cui riuscivo a pensare è che il doppiaggio italiano quasi quasi fa sembrare l’odiosa protagonista Annie una vera attrice. Cioè, un doppiaggio italiano che migliora l’originale, non credo ci sia esemplificazione migliore di quanto questo telefilm sia brutto.

[Se penso che ci ha lavorato Rob Thomas, creatore del bellissimo&compianto Veronica Mars, mi capacito ancora meno.]

E, in definitiva, tutto questo è esemplificazione anche degli elevati livelli a cui può arrivare il mio masochismo seriale.

Per dire, domani mi guarderò le ultime due puntate di Harper’s Island.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.