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the cocacola swan

[Premessa obbligatoria: per una serie di ragioni con cui non vi ammorbo, ho visto Black Swan prima sul mio caro pc, in versione originale, e poi al cinema, ovviamente doppiato. Con mio sommo rammarico, inizialmente, perchè certi film vorrei fortemente vederli prima su grande schermo, ma, col senno di poi... che culo.]

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, spiegatemi un po’ perchè cazzo dovrei spendere otto fottuti euro (e, da luglio, forse anche nove, thanks to decreto milleproroghe) per venire a vedere i film al cinema. Analizziamo insieme la questione.

I pro:

  • Grande schermo.
  • Impianto sonoro presumibilmente in dolby surround e bla bla bla.
  • Poltrone comode, quasi sempre.
  • Sala buia, rito collettivo, uscire con gli amici, etc etc.

I contro:

  • Le altre persone. Okay, cari distributori ed esercenti del cinema italiano, potrete anche dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente maleducata e fastidiosa, che non ha ricevuto mai un’educazione all’immagine, e che è convinta che a me piaccia pagare otto fottuti euro per ascoltare i loro amabili cazzi invece che seguire quanto avviene sullo schermo. Potrete dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente che non si preoccupa di informarsi sul film che sta andando a vedere, se non ha mai sentito parlare di Aronofsky, se credeva di vedere una trasposizione al cinema del balletto con Nureyev e Margot Fontaine, se basta loro vedere una goccia di sangue per avere un attacco di panico isterico. Non è colpa vostra, se molti si sentono in dovere di riempire il vuoto con i loro bisbiglii di merda, quando i personaggi sullo schermo non stanno dialogando, e se non sono in grado di spegnere il loro fottuto telefono nemmeno in sala. Non è colpa vostra, però, cazzo, poi seduti a fianco me li becco sempre io, e son bestemmie.
  • L’incapacità del proiezionista/la qualità video risalente al 1927. Questo, invece, è colpa vostra. Mi spiegate perchè il mio screener scaricato grazie a qualche anima santa, si vede più nitido e meno sgranato della vostra copia in pellicola de Il cigno nero? Perchè per metà del tempo quel che si vede è costantemente e lievemente sfocato, e sfondo e primo piano confondono i confini, e appena c’è un movimento di macchina inaspettatamente accelerato non si capisce più un cazzo? Perchè tante volte sbagliate il mascherino? Perchè vi ostinate a distribuire copie con più graffi sulla pellicola di quelli sulla schiena di Natalie Portman?
  • Il doppiaggio. Ed eccoci all’argomento clou. A cui di solito mi viene risposto “sei un’insopportabile snob”, e potrebbe anche essere vero, ma, perdio, parliamone. Voi adattatori dei dialoghi, voi direttori del doppiaggio, li vedete i film prima di sputtanarli con le vostre voci di merda? Oppure siete dei cerebrolesi che non capiscono cosa stanno guardando? SPOILER SU BLACK SWAN, NIENTE DI TRASCENDENTALE, MA IO, PER SICUREZZA, VI AVVERTO. E’ un film in cui la colonna sonora fa tipo il 50 percento del lavoro. C’è tutta una serie di rumori ambientali messi lì apposta per costruirti la tensione, che è poi quasi lo scopo ultimo di un film come Black Swan. Ma, ovviamente, siccome siamo in Italia, la metà di quei rumori di fondo viene buttata via, e appiattita, perchè noi dobbiamo doppiare. Ma il punto non sarebbe nemmeno questo: il punto è che, per qualche oscura ragione, ogni singolo dialogo viene snaturato, abbassato, banalizzato. Live a little diventa Su, un po’ di vita, neanche Vincent Cassel fosse mia nonna. Poi, quando Mila Kunis dice, in originale, le stesse identiche parole, ed è fondamentale che siano le stesse identiche parole, ma sì, cambiamole, tanto cosa sarà mai. E via così, a pacchi. Per arrivare all’apoteosi finale, il momento di pathos ed emozione e brividi e pelle d’oca su cui si chiude il film: la povera Natalie Portman si sacrifica sull’altare dell’arte, mormorando, in estasi I felt it. Perfect. I was perfect. Traduzione: L’ho sentito. Perfetto. E’ stato perfetto.

NO!!! Brutto pirla direttore del doppiaggio, NO! Non è la stessa fottuta cosa. Perchè hai appena visto un film in cui una povera crista si autodistrugge nell’ossessiva ricerca (tra le altre cose) della personale perfezione, quindi non è lo stesso dire “è stato perfetto” e “sono stata perfetta”. Per quale motivo decidi di cambiarlo? Per il labiale? (Non credo, non mi sembra ci sia una differenza così marcata tra le due opzioni, al massimo se vuoi stare più stretto, falle dire “ero perfetta” e sei a posto). Oppure perchè sei sordo e hai capito male? Oppure perchè sei deficiente e non hai capito una mazza del film? Oppure perchè non sai l’inglese? Oppure perchè, così, quella frase non ti piaceva e quindi hai deciso di cambiarla, a tua discrezione? E chi cazzo sei, tu, che cambi la sceneggiatura di un film come ti pare e piace, e poi mi chiedi di pagare 8 fottuti euro per vedere la tua versione di Black Swan, illudendomi che sia la versione del buon vecchio Aronofsky?

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, vorrei proprio sapere con che coraggio mi venite a parlare di legalità, rispetto delle regole, qualità dell’opera quando mi chiedete di non scaricare i film e di venire da voi a darvi i miei fottuti otto euro. Quando i film me li fate uscire con mesi di ritardo rispetto al restodelmondo, me li fate vedere e sentire male e pretendete di doppiarli alla cazzo di cane. Che poi mi chiedo se distribuire i film in versione originale con i sottotitoli, come avviene in tutto gli altri paesi del mondo civilizzato, non vi costerebbe meno e, forse, non aiuterebbe anche a diffondere una cultura cinematografica diversa, un approccio all’opera in grado di risolvere, almeno in parte, quei problemi di educazione di cui parlavo poco più su.

Quantomeno, metà di quella gente che al cinema ci va solo per continuare la conversazione cominciata in macchina, spaventata da quegli orribili mostri che sono i sottotitoli, se ne starebbe a casa. Nel frattempo, sentite un po’, me ne sto a casa io, e con quegli otto fottuti euro ci compro delle caramelle gommose alla Coca Cola. Frizzanti.


back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.


oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


cinquecento giorni d’estate

che il poster in linguaorientalesconosciuta fa un sacco indie

E’ che ierisera, invece di andare a dormire presto per poi poter oggi combinare qualcosa di utile, ho visto questo film qui di cui tutti parlano. Cioè, non è che ne parlano tutti come di Avatar, diciamo che ne parlano tutti nell’ambiente un po’ indie alternativo dei piccoli culti, insomma, l’ambiente da Sundance Film Festival, per intenderci. E quindi.

Io ero una grande amante dei film da Sundance. Avete presente? Quelle commedie che si lasciano guardare senza sforzo, e però sono anche intelligenti, e con quel retrogusto amarognolo che fa tanto “io ho capito tutto della vita”, e con quell’estetica sempre un po’ vintage che fa tanto “nostalgia” e quindi anche un po’ “malinconia”. Sono assolutamente convinta, per dire, che Little Miss Sunshine sia un vero e proprio capolavoro. Già su Juno inizio a dire, vabbè, bello, eh, per carità, e poi Ellen Page è davvero forte, ed è bassa quanto me, e la poltrona spostata in mezzo al giardino e il telefono hamburger e le disquisizioni su Dario Argento, tutto molto figo, però in sostanza, appiccicato addosso, alla fine, mi rimane già molto meno.

Questo (500) Days Of Summer – okay, non voglio buttarla sempre sul doppiaggio, ma volete spiegarmi il motivo di tradurre, in italiano, il nome della protagonista da Summer in Sole? C’è ancora qualcuno, in questo inizio di secondo decennio del duemila, che non sappia che summer vuol dire estate? Vabbè, mettiamo anche che sia così e quindi traduci il nome per tradurre il gioco di parole; per quale motivo, allora, il titolo italiano non è (500) giorni di Sole ma (500) giorni insieme, che, tra l’altro, sembra il titolo di una tragicommedia hollywoodiana smielatissima da mezza età e quintali di fazzoletti consumati? Vabbè, chi se ne frega, tanto io l’ho visto in inglese, ciao – dicevo, questo (500) Days Of Summer appartiene allo stesso giro, è tanto tanto indie, con le musiche indie, le pettinature indie, le citazioni indie. Ed è tanto tanto vintage, con i vestiti vintage, la carta da parati vintage, la luce obliqua marrone vintage delle foto anni settanta. C’è Ringo Starr, c’è Il Laureato, c’è Bergman, c’è la Nouvelle Vague, c’è l’Ikea. C’è il karaoke, ci sono i biglietti d’auguri, i filmini sgranati in super8, i vinili, la lavagna col gesso. Una colonna sonora che la senti e ti ritrovi con i pantaloni strettissimi a sigaretta e una maglia a righe orizzontali e gli occhiali con la montatura grossa. E  ci sono gli split screen. E la voce fuoricampo. E i salti narrativi e temporali.

Ma non è tutto ciò a darmi fastidio, anche se è inevitabile che, ormai, questo gioco qui di originale abbia pochissimo, lo sgami subito ed è inevitabilmente furbo; e funziona davvero solo quando il film è valido, o quantomeno davvero strambo e genialoide, come per esempio, che so, i Tenenbaum. In ogni caso, sono tutte cose piacevoli, a vedersi, anche se hanno smesso da un po’ di meravigliarmi. Questo film qui, come altri suoi omologhi, è costruito un po’ tipo una bancarella di souvenir di Parigi. Ci sono un sacco di scenette appiccicate insieme, estremamente carine, per carità, e anche, più o meno, autoconclusive. Fatte apposta per essere tagliate e riportate su YouTube e ribloggate ovunque. Insomma, fatte apposta che tu ti scegli la tua preferita e te la porti a casa come ricordo di quel posto lì dove sei stato, e quel posto lì era un film intitolato (500) Days Of Summer.

Ma non è nemmeno questo, a darmi fastidio (abbiate pazienza, ci arrivo), anzi, mi piace questa cosa che posso portarmi a casa la mia citazione come ricordo. Quello che mi dà fastidio è che i personaggi sono odiosi. Non sembrano odiosi, all’inizio, perchè in realtà sono costruiti per immedesimartici, soprattutto lui, Tom, tenero, che si innamora di lei, Summer. Non sembrano odiosi, perchè lei, Summer, è interpretata da Zooey Deschanel, e Zooey Deschanel è adorabile sotto ogni aspetto, e non puoi odiarla neanche se ti impegni. Però c’hai questo senso di fastidio lungo tutto il film, e non sai bene spiegartelo, poi alla fine ti accorgi che è perchè ti hanno preso in giro, e in realtà i protagonisti sono odiosi. Lui è un lagnoso insopportabile, lei una maniacodepressa. Lui è ingenuo e zuccheroso come neanche una twilighters fanatica, lei volubile e schizofrenica e anche un po’ stronza. La brutta e banalizzata copia di Joel e Clementine di Eternal Sunshine of a Spotless Mind.

Eternal Sunshine of a Spotless Mind non lo cito a caso, anzi, è proprio il film che ti viene in mente e ti ricorda cosa vuol dire fare un film davvero doloroso sull’amore e i rapporti di coppia. In questo (500) Days Of Summer, alla fine [occhio, spoiler!!!] la Summer del titolo, dopo aver fatto soffrire come un cane il piccolo Tom, perchè lei “non crede nell’amore”, si sposa con il primo pisquano che la abborda in un bar. Ne deduce che l’amore esiste davvero, yeah, aveva ragione Tom, mentre Tom – che, a mio avviso, avrebbe tutto il diritto di spaccarle una mazza da baseball sui denti – ne deduce che, se tutte le donne sono delle pazze furiose come Summer, l’amore non esiste… no, aspetta. Non può finire così, figuriamoci: nel posticcissimo finale consolatorio, Tom incontra Lyla Garrity Autumn (sì, Autumn. Nella versione italiana Luna, naturalmente. Sì, potete sbattere la testa sulla tastiera), una splendida ragazza che gli sorride, colpo di fulmine, yeah, l’amore esiste, figata.

Allora tu pensi al finale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, a quegli “okay” sussurrati tra i sorrisi e le lacrime, tra due persone che si sono appena ri-conosciute, e sanno già che si ameranno un sacco, e poi si odieranno un sacco, ma forse ci riproveranno lo stesso, forse no, è un casino – sono un casino, le relazioni, e quelle d’amore ancora di più – e ti dici che quello era un film con i controcazzi, e questo invece un po’ lo mandi a cagare. Non puoi farmi un film sul dolore dell’amore e poi farlo finire a pizza e fichi, “chiodo scaccia chiodo”. Tutto quello che hai costruito nell’ora e mezza precedente, lo butti nel cesso in un secondo, così.

In sostanza, e concludendo, quello che mi è piaciuto davvero tanto è la Los Angeles in cui si svolge la storia: bella e senza tempo, un luogo che non esiste nella realtà – Los Angeles è abbastanza orrenda – ma forse negli occhi di qualche innamorato sì. Ecco. Ah, e la ragazzina sorella del protagonista. Lei era forte. Forse è un po’ poco, ma tant’è.

E adesso basta, che devo combinare qualcosa di utile, assolutamente per forza.


once upon a time, in nazi occupied france…

inquadratura tipica

inquadratura tipica

Uscita dal cinema, con gli occhi ancora in fiamme e la meravigliosa sensazione di appagamento di un post pranzo abbondante e squisito, mi sono accorta di non avere più parole.

Forse perchè ne servirebbero troppe. Se un’immagine vale più di mille parole, due ore e quaranta di immagini così pretenderebbero una decina di volumi. E un’eloquenza che temo di non possedere.

Per cui, credo di poter riassumere il concetto con: “Tarantino spacca i culi” (lo so che l’ho scritto anche nello status di facebook e l’ho ripetuto tutto il giorno in giro e rischio di essere ripetitiva, ma davvero mi sembra la sintesi più efficace). Forse dopo la prossima visione, riconquisterò la capacità di esprimermi e scriverò qualcosa di più strutturato.

[Chi mi conosce personalmente, non potrà non apprezzare un film in grado di lasciarmi muta e silenziosa.]

[Inutile dire che doppiare un film così è un delitto senza perdono.]


il nuovo che avanza

90210 nuova versione

90210 nuova versione

Siccome sono donna e, come ricorda uno dei pleonastici gruppi di feisbuc, so fare anche tre cose contemporaneamente (!), ho completato il mio ripasso di Deleuze&Casetti con in sottofondo Raidue che trasmetteva il remake di Beverly Hills 90210, intitolato – originalità – 90210.

Ora, nella mia perversione telefilmica che mi porta a guardare liberamente e coscientemente badilate di cagate, io ho già visto questa serie in originale, parallelamente alla sua messa in onda in Usa, su quel meraviglioso canale ricettacolo del trash che è la CW. Questo nuovo 90210 fa sembrare l’originale anni Novanta un capolavoro della serialità televisiva e, dopo le prime tre puntate incentrate sull’entusiasmante mistero “di chi è il figlio di Kelly?”, perde ogni ragion d’essere.

Ma in tutto questo, tra immagini-affezione ed enunciazioni enunciative, la tivù stava alle mie spalle e sentivo solo l’audio e tutto quello a cui riuscivo a pensare è che il doppiaggio italiano quasi quasi fa sembrare l’odiosa protagonista Annie una vera attrice. Cioè, un doppiaggio italiano che migliora l’originale, non credo ci sia esemplificazione migliore di quanto questo telefilm sia brutto.

[Se penso che ci ha lavorato Rob Thomas, creatore del bellissimo&compianto Veronica Mars, mi capacito ancora meno.]

E, in definitiva, tutto questo è esemplificazione anche degli elevati livelli a cui può arrivare il mio masochismo seriale.

Per dire, domani mi guarderò le ultime due puntate di Harper’s Island.


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