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agevolazioni

lo struzzo

Mi domando davvero a che livelli debba arrivare l’ipocrisia prima che tutti ci si metta a vomitare per il disgusto.

In un paese dove un Festival longevo e ricchissimo viene chiuso (pardon, spostato) e indagato per “agevolazione all’uso della marijuana”. Un paese dove un ragazzo muore massacrato di botte in galera, e tutta la stampa si nasconde dietro la generica parola “droga”, perchè ben consapevole che scrivere che uno muore in questo modo tremendo per venti grammi di erba paleserebbe agli occhi dell’opinione pubblica la terrificante assurdità dell’accaduto.

Certo che la gravità dei due eventi non è lontanamente paragonabile.

Però mi sembra indicativo di una complicità diffusa nel costruire dei bei cumuli di sabbia, per poi poterci ficcare più comodamente la testa dentro. Per agevolarsi.


un sorriso per i nostri telespettatori!

la tv del presidente

la tv del presidente

Ecco, vai a vedere Videocracy – subito, da brava democratica che non sopporta le censure, ma non nel weekend perchè sei una democratica squattrinata che approfitta impunemente degli sconti studenti – e quando esci dici: “embè?”

La prima cosa che ti viene in mente è “tutto sto casino per un film che non dice sostanzialmente niente, che mischia a caso un po’ di tette&culi, Lele Mora con la faccia da pirla vestito di bianco nella sua villa tutta bianca ma molto molto nero dentro, il pisello di Fabrizio Corona, il regista del Grande Fratello evidentemente incocainatissimo, un tenero sfigato brescianbergamasco che perde la sua vita dietro ai provini, il presidente della tv&delconsiglio sorridente nella sua paresi facciale”. Poteva essere fatto molto meglio, ti dici, il materiale c’è, eccome se c’è. Di cose da dire ce ne sono tante, e forse si poteva fare a meno di alcune e mettercene altre, e montare il tutto un pochino meglio.

Poi, mentre stai per addormentarti, l’illuminazione (banale, come sono spesso le illuminazioni): non è un film per gli italiani, ma per tutti gli altri. Ripensi a quelle immagini sgranate e ostentate e deformate e ti salta agli occhi la mostruosità, il grottesco, l’osceno. Corpi su corpi esibiti, gli uomini unti e seminudi attorno alla piscina di Mora, le ragazze ammassate una addosso all’altra a dimenarsi per ottenere un posto da velina, e le ragazze Billionaire che sgomitano per diventare meteorine, e lo striptease della signora per un provino a Mediaset, le labbra ridondanti della vicina di casa di Berlusconi che fotografa le feste dei vip e poi, naturalmente, quel sorriso così innaturale, quel ghigno un po’ da Joker che il nostro presidente del consiglio porta in giro imperterrito.

Forse, pensi, gli stranieri non direbbero “embè”. Certo, in qualunque paese, immagino, ci sono uomini pieni di potere e soldi che amano ostentare ricchezza e circondarsi di donne come fossero elementi decorativi. In qualunque paese ci sono trasmissioni televisive scandalose e personaggi discutibili. Ma una perdita del senso di realtà così diffusa e pervasiva, una società così divisa in due da uno schermo, di qua quelli che appaiono, di là quelli che vogliono apparire, e costantemente questo imperativo di divertirsi, di sorridere – ehi, sorridi alla telecamera! -, come in quel video degli Skunk Anansie, e prima quello dei Soundgarden, un immenso paese dei balocchi dove tutti sono già da tempo trasformati in asini… sicuri che gli stranieri direbbero “embè”? O non resterebbero magari increduli e disgustati, come davanti a un film horror?

Il fatto che noi si dica “embè” è tremendamente indicativo. Ci siamo abituati, non ci sono cazzi. E il fatto che Rai&Mediaset si preoccupino di censurare un film così poco efficace (è poco efficace a prescindere, per com’è fatto, lo sarebbe anche se non fossimo ormai tutti rincoglioniti) è forse la cosa più inquietante del film. Dittatura, ebbene sì, se pure un film, per noi, innocuo viene censurato anche solo perchè osa mettere vagamente in cattiva luce il presidente del consiglio.

Forse anche controproducente, dal momento che questo weekend Videocracy ha conquistato il quarto posto al box office. Ma non illudiamoci. Anche messi davanti a uno specchio, ormai, sorridiamo alla telecamera e diciamo “embè”.


come to daddy

grrrrrrrr

grrrrrrrr

Cioè, per colpa di quel tizio megalomane che siede a Palazzo Chigi, non solo non si può più fare il tifo per la nazionale di calcio in modo normale, evitando assurde perifrasi. Ma non posso nemmeno più chiamare mio padre “papi” senza rischiare decadi e decadi di psicanalisi, roba che neanche Woody Allen.

Cioè, no, davvero.

Quanto mi sta nel cazzo.


buffi stupidi costumi italiani

i celti in battaglia, foto by Naima*

i celti in battaglia, foto by Naima*

Ieri mi hanno trascinata ad una festa celtica, a Monterenzio, poco fuori Bologna.

Sì, lo so, anch’io temevo che, come da noi su al Nord, fosse uno di quei raduni assurdi dove leghisti infoiati blaterano di una Padania inverosimile che esiste solo nelle loro teste e riesumano dal giusto oblio buffi stupidi costumi locali. Non era così. Cioè, non so come la pensino politicamente questi tizi qua ritratti nella foto, ma sembravano piuttosto dei formidabili nerd con la fissa della ricostruzione storica, insomma un grande raduno cosplay con popolazioni barbariche e antichi greci al posto dei manga e dei cartoni animati giapponesi. Era pure divertente, e l’idromele assai buono.

Poi oggi pensavo ai leghisti. Pensavo che io li ho sempre visti così, appunto. Degli anacronistici maniaci e paranoici – a vari livelli, eh. Ma sostanzialmente gente che, o per paura o per ignoranza o per boh, è rimasta indietro a un conflitto “noi vs loro” che oggi come oggi non ha più ragione di esistere.

Però il ddl sicurezza è stato approvato. Ci saranno le ronde. Essere un clandestino sarà praticamente un reato. Solo per il fatto di venire da un altro paese, un paese sgradito agli itagliani (e intanto nel resto del mondo, gli itagliani diventano sempre più sgraditi ai più), delle persone verranno automaticamente trasformate in criminali. Non che cambi molto, voglio dire, nei fatti è già così. La Lega ha preso uno sfracello di voti, alle ultime elezioni, e anche alle penultime. Questa è la democrazia, mi insegnano. Il Parlamento rappresenta il popolo, e la maggioranza di governo attuale è uno specchio desolante.

Quindi questi tizi un po’ strani, nel loro anacronismo, ci trascinano tutti quanti indietro in un Medioevo di cartapesta, dove la notte ci si rinchiude nelle capanne, tutti asserragliati nel proprio feudo, a cercare la protezione di un signorotto gozzovigliante, pronti ad imbracciare i forconi e le torce contro il nemico di turno, come in quelle grottesche scene dei Simpson, e magari a bruciare sul rogo le donne che vogliano uscire dal proprio ruolo di mogli o veline, chiamandole “streghe”.

E’ che una volta ci si incazzava, noialtri. Intendo quelli che non erano d’accordo. Che è democrazia anche questa, fare opposizione, perchè in un paese libero ognuno ha diverse opinioni, e il diritto di esprimerle. Ma il mio amico del Pd – ve ne ho già parlato, sì – mi illumina, spiegandomi che “l’opposizione non si può fare, perchè tanto il Pdl ha la maggioranza dei voti e quindi sarebbe inutile per noi opporci”.

Questo discorso mi ricorda tristemente qualcosa, allo stesso modo in cui leggi discriminatorie mi ricordano leggi razziali. Non che mi servano conferme, mica siamo arrivati in questa situazione dall’oggi al domani. Ma visto che la rassegnazione sembra ormai pandemica, lasciatemi almeno lo stupore e l’indignazione. Anche se, con stupore e indignazione e basta, ci si fa ben poco.


ho fatto due etti e mezzo, lascio?

prosciutto

prosciutto

“Pensare che Berlusconi abbia biso­gno di pagare 2.000 euro una ragaz­za, perché vada con lui, mi sembra un po’ troppo. Penso che potrebbe averne grandi quantitativi, gratis.” Quella merda di Ghedini sul Corriere.

Quattro etti di figa per l’utilizzatore finale, grazie.

Offre la casa.


acab

sbirrotubbies

[Post spoileroso su Sbirri di Roberto Burchielli: non leggete oltre se avete intenzione di vedere questo entusiasmante capolavoro della cinematografia e non volete rovinarvi anticipatamente la sorpresa degli imprevedibili risvolti della trama].

Dunque, c’è Raul Bova che fa il gioranalistareporter d’assalto, è sposato con una libraia incinta e ha già un figlio, Marco, di anni sedici. Raul Bova è tanto preso dalla sua carriera, non sta mai a casa, il figlio Marco ne soffre un casino perchè il suo papà non va alla partita a vederlo, quindi il figlio Marco un weekend va a Milano con gli amici, prende una pasticcadiecstasy e muore. Raul Bova non capisce più una cippa, sbarella, urla muccinianamente, molla a casa la moglie incinta e stracciamaroni, si traveste da Er Monnezza e va a Milano, ad infiltrarsi in una squadra di sbirri in borghese che dà la caccia agli spacciatori, ufficialmente per fare un super reportage sulla ddroga, in realtà vuole vendicare la morte del figlio mortodiecstasy.

Come potete intuire da queste poche righe, Sbirri ha lo spessore sociologico di una canzone di Povia.

Due cose dovrebbero essere interessanti. La prima è che le scene degli sbirri che fanno gli arresti sui Navigli sono – a detta dell’autore e dei suoi responsabili del marketing – arresti veri, ma veri veramente, un po’ come un Cops de noantri (con tanto di spacciatori stranieri e “di colore”, perchè noi siamo politicamente corretti e nigger non lo diciamo a nessuno). La seconda è l’inserimento massiccio delle nuove tecnologie come fonti dell’enunciazione interne alla diegesi – ehm, scusate, volevo dire che insomma ci sono le immagini filmate dai telefonini, le immagini filmate dagli operatori, le immagini di Raul Bova che si registra con la webcam e manda i videomessaggi alla moglie piangendo, le immagini delle telecamere di sorveglianza etc etc.

In realtà metà del film è costituita da Raul Bova molto introspettivo che si siede per terra, appoggiato a un muretto, e guarda fisso nel blu dell’infinito, sconvolto dalle miserie del mondo. Le miserie del mondo che si srotolano davanti ai suoi occhi sono più o meno le cose che un dodicenne medio ha visto in una puntata di The OC: i ragazzini vanno in discoteca e si drogano. A un certo punto a Raul Bova gli spiegano che “questa è cocaina e questo è fumo”, casomai gli dovesse sfuggire la differenza. A un certo altro punto Raul Bova vomita nel Naviglio perchè non può sopportare di vedere questo schifo in cui un ventenne ha venduto delle paste per cinquanta miseri euri. Raul Bova sgrana gli occhi sorpreso ad ogni svelamento di queste ed altre insospettabili verità.

Naturalmente gli sbirri sono buoni, ma buoni, ma talmente buoni che a un certo punto Raul Bova parte con una filippica incazzatissima contro “questi ggiovani che fanno i graffiti con le bombolette sui muri, ma perchè non possono fare dei disegni sulla tela” e gli sbirri gli spiegano che no, i ‘pezzi’ sono arte, è la libertà di espressione, è che i ggiovani devono essere lasciati liberi di sfogare la propria creatività e poi, guarda, i ‘pezzi’ sono belli, colorano la città.

Ma la cosa peggiore è che le parti con gli sbirri sono le parti migliori del film. E sono troppo poche. [Mai mi sarei sognata di poter scrivere una cosa del genere]. Cioè, sono tipo un servizio delle Iene, molto scontate ma tutto sommato vagamente interessanti.

Tutto il resto sono Raul Bova e la moglie che si registrano videomessaggi con perle sul significato della vita e montaggi paralleli infiniti di Raul Bova e la moglie che si pensano, con colonna sonora molto pop&accattivante. Alla fine, dopo due ore scarse di fiato sospeso, si scopre che il figlio Marco era un tesorone, si è preso una pasticca solo perchè costretto dal branco di amici e da un paio di fighette milanesi. Raul Bova può tornare a casa dalla moglie, assistere al parto e ricominciare una nuova vita. Commozione.

In sintesi, due palle.

Con l’aggravante che, se questo film lo vedesse mia madre, verrebbe colta da un paranoico terrore che la sua figlioletta possa essere presa dal vortice della droga e lei magari non se ne accorge perchè non la ascolta abbastanza e ha, addirittura, un lavoro e, a volte, non è a casa e, in sostanza, è colpa sua. Se io avessi dieci anni di meno, mi chiuderebbe immediatamente in casa, sprangando porte&finestre, e non mi lascerebbe andare a Milano nemmeno per vedere una maratona di Heimat all’Anteo. E così un sacco di altre madri che non sono mica stupide, ma semplicemente hanno cessato di avere familiarità con la vita notturna da una trentina d’anni.

Insomma, la tesi è: i nostri ragazzi sono costantemente esposti al pericolo in questo mondo crudele, i loro amici si drogano e li spingono a drogarsi, e tu, genitore, non te ne accorgi, quindi stai attento, che se muoiono è colpa tua.

E’ un po’ come quelle interviste ai politici in cui si fanno un sacco di domande e si sentono un sacco di risposte su dettagli inutili e, quando ci si avvicina al nocciolo di un problema, la domanda che servirebbe non la fa mai nessuno. Figuriamoci se qualcuno, poi, dà una risposta.

La cosa più buona del film sono state le Goleador alla cocacola di cui mi sono fatta durante la visione.

Ma, diciamoci la verità, me la sono pesantemente cercata.


il degrado

giardini, foto by tacu

giardini, foto by tacu

Ieri sera un paio di dozzine di ggiovani studenti bolognesi, capeggiati dalla Giò e dalla sottoscritta, si sono radunati ai  Giardini Margherita all’ora del tramonto. Con le coperte stese sul prato, i piedi nudi, qualche bottiglia di vino, qualche lattina di birra, una chitarra, un sacco di chiacchiere e di nicotina. [Nicotina arricchita poca, giusto il giusto].

E una macchina della pula che si faceva il giro completo del parco a passo d’uomo – non voglio neanche immaginare lo sfrenato vortice di divertimento che aspetta gli sbirri, quando gli tocca fare quel turno lì.

Poi, quando il cielo si è riempito di stelle, lo Chalet – locale in mezzo al parco – si è riempito di gente strafighetta che ballava la musica house dentro scarpe scomodissime e sotto capelli somiglianti a sculture postmoderne. Lo so perchè ho bevuto un casino di birra e ho dovuto approfittare del cesso dello Chalet più e più volte.

Non è che io voglia fare del facile moralismo, ognuno si sceglie le serate che più gli piacciono, e se a uno piace la musica house e il tacco dodici, lungi da me criticarlo. Pure io me lo metto, il tacco dodici, ogni tanto, per ovvie ragioni di bassezza cronica.

Ma il fatto è che, per qualcuno, noi – quelli lì che si fanno le canne bevendo il vino nel prato – siamo il degrado. Da combattere, da estirpare, da metterci il coprifuoco che dopo le dieci non si vendono più alcolici, da non far sedere per terra in piazza Verdi, da dirgli di fare piano quando cantano De Andrè in piazza Santo Stefano.

Ecco, io questa cosa, proprio non la capisco.


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