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femmine contro femmine

lotto marzo

Scrivo questo pezzo un po’ così, consapevole del fatto che ripeterò molte cose dette (anche meglio) altrove, da molte donne impegnate da sempre sulle questioni di genere. Ci rimugino dall’8 marzo, quando un mio collega mi ha fatto leggere un articolo, credo su Alias, in cui si sollevava il problema del “moralismo femminista”. L’8 marzo, tra l’altro, da quando sono entrata nell’agognato “mondo del lavoro”, assume sempre più i connotati di una festa strana e imbarazzante: da un lato viene percepita dai più come qualcosa d’inutile, di ridondante, quando non è la deprimente (perchè una tantum) occasione per le “femmine” di andare a sbronzarsi tutte insieme senza “maschi”; dall’altro, ribadirne l’importanza concettuale di tappa fondamentale dell’imprescindibile percorso di lotta per l’uguaglianza scatena la reazione annoiata di “che palle, tu e il tuo femminismo”.

[Sempre per inciso. Il mio 8 marzo è iniziato con il canonico "auguri a tutte le donne!" pronunciato entusiasticamente da un uomo, che si è subito premurato di aggiungere "e noi uomini, perchè non ce l'abbiamo una festa? Con tutto quello che ci fate sopportare!". Ecco, appunto.]

Ma veniamo a questo problema del “moralismo femminista”. L’articolo sottolineava come il discorso sul femminile degli ultimi anni – per capirci: l’attenzione mediatica sollevata dal movimento Se non ora quando, con quella manifestazione partecipatissima in pieno governo Berlusconi – sembri contenere in sè un contraddittorio passo indietro. Le femministe che deplorano le veline scostumate, i festini del Cavaliere, le pubblicità pullulanti donne oggetto, le giovani che si concedono al potere per far carriera andrebbero contro quanto il femminismo storico chiedeva di ottenere, la libertà per la donna di gestire il proprio corpo e la propria sessualità come le pare e piace, senza sottostare ai diktat di nessuno.

Da sempre si sa che la questione di genere è complessa e spinosa, perchè si fonda su archetipi e stereotipi culturali vecchi di secoli. Tanto che tra le argomentazioni di chi sostiene come inevitabile e giusta la differenziazione di ruoli maschili e femminili c’è sempre questo supposto “ordine naturale delle cose”. C’è la religione, ci sono i miti, le leggende. Ci sono abitudini radicate tanto nel profondo di ciascuno di noi, anche dei più preparati a difendersi dallo stereotipo del pregiudizio. E poi c’è la propensione a cascare nelle provocazioni, con entrambe le scarpe. E ancora, l’evidenza, spesso dimenticata per questioni di comodo, che “le donne”, proprio come “gli uomini”, non sono una massa compatta e indistinta, ma tanti singoli individui, unici e differenti tra loro.

Allora rieccola, la favola di Biancaneve – sarà un caso, tra l’altro, il proliferare di riletture cinematografiche e televisive sull’argomento? Tutte, tra l’altro, con grandi icone hollywoodiane della femminilità che alla soglia dei 40 anni interpretano la Strega Cattiva terrorizzata dalla (perdita della) giovinezza? In sostanza, le vecchie femministe moraliste (e sfiorite) si scagliano contro queste giovani intraprendenti e spregiudicate che, fiere e consapevoli della propria bellezza e sensualità, utilizzano a proprio vantaggio le proprie doti muliebri, mettendo letteralmente in pratica lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” per ottenere soldi e potere. Ecco che le vecchie femministe moraliste, che negli anni 70 non avevano remore a farsi chiamare puttane e a sollevare al cielo le mani unite a raffigurare la vagina, ora si mutano in beghine bigotte, quelle che senza più voglie si prendono la briga e il gusto di dare a tutti il consiglio giusto.

Ci sono, sì, delle femministe che ci cascano con tutte le scarpe. Che mettono alla gogna il comportamento indecoroso delle olgettine e delle donne defilippiane. Anche se ricordo distintamente tanti articoli a firma maschile sull’impegnatissima Repubblica che, ai tempi dello scandalo Ruby e di quel che ne seguì, si ergevano a moralizzatori addossando tutta la responsabilità alle giovani protagoniste delle “cene eleganti” e soprassedendo signorilmente sui signori uomini che vi partecipavano.

Ma non è questo il punto. Non è il solito refrain delle donne che non sanno essere solidali tra loro. La battaglia, sempre più attuale, si gioca (si deve giocare) non (solo) sul piano delle colpe e delle responsabilità dei fatti, ma su una questione di sguardo e di rappresentazione. Il punto non è se sia sbagliato per una donna concedersi al desiderio maschile in cambio di qualcosa. E’, appunto, una sua scelta (quando lo è davvero, ma evitiamo ulteriori sterminate parentesi). Il problema sta nell’immaginario, nel modello unico e mai plurale. Nell’immaginario (della televisione, del cinema, della pubblicità, quello che alimenta la nostra visione del mondo) le donne hanno tutte ventanni e un corpo perfetto. Le donne non invecchiano, e se invecchiano non lo danno a vedere. E se lo danno a vedere allora sono streghe, acide, sfiorite, insoddisfatte, vecchie femministe moraliste. Nell’immaginario le donne stanno ai margini, servizievoli e silenziose, poco vestite e accondiscendenti, a disposizione dei maschi. E’ una loro scelta? Può essere, e nel caso nessuno gliela nega. Ma l’assenza del tanto invocato contraddittorio è desolante come una pietra tombale. L’immaginario si riflette nella quotidianità, la pervade in maniera sottile. Lo si vede nel modo in cui gli uomini trattano le donne, e parlano delle donne. E viceversa, naturalmente. L’immaginario (ri)costruisce muri, distanze, barriere. Incomprensioni. Fa rientrare dalla finestra quello che con immensa fatica si è cacciato fuori dalla porta: le divisioni, gli scontri, le gabbie.

Farsi rinchiudere nella contrapposizione tra “donne vere” (quelle che studiano, lavorano, prendono dottorati, fanno le madri di famiglia, e tutto quanto retorica vuole) e “donne false” (quelle che si siliconano e si spogliano, che si concedono alla libidine maschile in cambio di favori o soldi, che si “liftano” la faccia per restare perennemente giovani) significa farsi riaccompagnare placidamente in un rassicurante sistema di ruoli e di stereotipi e riassorbire la potenza deflagrante di un discorso sulla rappresentazione (e, di conseguenza, la percezione) del femminile.

Siamo tutte “donne vere”, tutte quante, ovviamente. Ad essere falso è il modello unico che ci rappresenta, e che, di contro, rappresenta l’uomo, perchè – ci tengo a ribadirlo sempre – le battaglie di genere sono trasversali ai generi. Solo che nel modello dell’immaginario collettivo, l’uomo ha (per ora) delle possibilità tra cui scegliere. L’uomo è giovane, aitante, sportivo, affascinante, ma anche anziano, saggio, autorevole. E’ bello ed è brutto. E’ stupido e intelligente. E’ un toy boy e un appassionato esperto amante. Non può ancora essere femmineo e femminile, ed è anche per questo che ci si deve battere. In definitiva, perchè ognuno (uomo o donna) possa essere se stesso, nella vita quotidiana e dentro l’immaginario che lo rappresenta e in cui si riconosce.

Ancora una volta, è una questione di libertà. Quella per cui chiunque può aspirare ad essere tutto ciò che vuole, senza il peso dell’inadeguatezza, dell’inappropriatezza, del pregiudizio. L’esatto contrario del moralismo, appunto.


di metà e di cieli

Sì, si parla un sacco di dignità delle donne, ed è giusto. Sabato ci sono manifestazioni in tutta Italia (andateci) e sul Web c’è un appello da firmare (firmatelo). Non che appelli e manifestazioni servano davvero a qualcosa, lo sappiamo, ma fa tanto bene al cuore, quando si è immersi nella merda, sapere di non essere soli.

Che poi tante volte si sente da più parti il monito pieno di rimprovero ma voi donne, perchè non vi ribellate? Ci ribelliamo, zii, abbiate fede, firmiamo le petizioni, andiamo a manifestare, cerchiamo di fare il lavoro che ci piace anche se ci pagano meno degli uomini, e continuiamo pure a fare figli anche se quando rimaniamo incinte ci licenziano, e curiamo i vecchi che gli uomini non sono capaci di curare perchè nessuno gli ha mai insegnato a farlo, e continuiamo ad innamorarci, nonostante una su tre, tra noi, subisca un atto di violenza maschile almeno una volta nella vita. Te pensa.

Noi donne ci ribelliamo, e sono anni, e fidatevi che non smetteremo adesso. Ma voi uomini, voi, perchè non vi ribellate? La vostra dignità vale meno della nostra? Oppure considerate dignitoso essere associati all’immagine del seduttore, del porco, dell’ignorante, dell’insensibile? Davvero non sentite che la vostra dignità è minacciata tanto quanto la nostra, la vostra dignità di persona, prima che di “maschio”, quando la società vi cresce come padroni unici del mondo, privandovi della possibilità di essere voi stessi?

Tracciare divisioni ha sempre questo difetto: che l’altro rimane altro, e i problemi dell’altro, per quanto possiamo essere empatici, non ci riguardano mai davvero. Ma questa è una stronzata, signori miei. Perchè un uomo che in una donna non vede altro che un buco, non è un uomo, è un pisello. Un uomo che non sa amare la sua compagna come sua eguale, con cui condividere la vita, le esperienze, il senso, le competenze, i sogni, l’intelligenza e i progetti è un uomo a metà. Un uomo che non sa prendersi cura degli altri, perchè gli hanno insegnato che a prendersi cura degli altri sono solo le donne, è una persona a cui hanno strappato una parte essenziale del proprio essere. Una specie di zombie che deambula a caso e non vedrà mai le cose come sono davvero. E una società governata da uomini come questi, è ovvio, è una società che va a puttane, in tutti i sensi possibili.

Le donne non sono “l’altra metà del cielo”, siamo tutti quanti lo stesso fottuto cielo, e la dignità, il valore, il senso del nostro essere è umiliato quotidianamente a prescindere dal genere cui apparteniamo. Quindi, insomma, ribelliamoci tutti insieme, chè tutti insieme ci tocca fare il lungo e faticoso cammino che ci aspetta.


inappropriato luglio

Fa caldo, e tutto si appiccica. Un bisogno costante di lavarsi le mani e annodarsi i capelli lontano dal collo, mentre la sedia lascia impronte sulle gambe nude e il fantasma bruciante di luglio assedia la finestra, dietro le tapparelle chiuse. Lame di luce bianca. Sul parquet.

L’altra settimana è morta la mia nonna. Ci ha colto d’improvviso un lunedì mattina, all’apparenza identico a tutti i giorni caldi che si susseguono da un mese. Avevo gli occhi sporchi di sonno, quando ho risposto al telefono, e anche mentre affondavo le mani nella borsa, in cerca delle chiavi della macchina. In questi casi, sembra sempre che siano le mani ad andare avanti, al tuo posto. Prendono il controllo della situazione, ricollegandosi al mondo intorno, prima che la tua testa possa definitivamente andarsene da un’altra parte e decidere di non tornare indietro.

Un funerale con il sole di luglio sembra qualcosa di storto. I funerali chiamano pioggia e umido, qualcosa che confonda le lacrime, e poi vestiti marroni come le foglie marce, e il sapore dell’autunno, e ombrelli scuri aperti ad allontanare il cielo. Un funerale di luglio, il mio vestito verde lino, i sandali sopra la ghiaia del cimitero. La mia nonna che, a dirla per davvero, non c’era più già da un bel pezzo. Non c’è, forse, al mondo, nulla di tanto inadeguato quanto i funerali.

Bisognerebbe raccontare dei lunghi pasti al freddo dei miei inverni delle medie, le mezze penne scotte con il sugo troppo dolce che lei mi cucinava prima che tornassi a scuola, il pomeriggio. Ogni tanto prendeva  una birra dal frigo e ce la dividevamo, in quei miei tredici anni. Facevo un sonnellino sul suo letto, e dalle pareti mi guardavano i ritratti, quello di lei giovane e bellissima, anni ’40 pieni dentro quei riccioli dorati, e quello di suo marito, il nonno che non ho conosciuto, vestito con l’uniforme dell’Esercito di Tito. E questo posto di cui parlava, Fiume, che prima ancora di ritrovarlo nei libri di storia, ho sempre immaginato come una città luminosa dove tutti andavano all’opera. La mia nonna non sapeva quasi niente – non so nemmeno se avesse finito le elementari – però conosceva le arie di Verdi e di Puccini, e un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare – faceva sempre freddo, in quelle pause pranzo dei miei inverni delle medie.

Un cappello sul letto porta sfortuna. Io, mia mamma, mia nonna, questo gesto quasi involontario – non appoggiare mai un cappello su un letto, spostare precipitosamente qualsiasi copricapo dal letto, se qualcun altro ce l’ha appoggiato – ci lega da un tempo che non mi ricordo. Il cappello, e dire “xè vera verità!” quando qualcuno starnutisce dopo che qualcun altro ha detto qualcosa. Le nottate in cucina, a impastare parole e farina e silenzi, e comunque arrivare a sedersi a tavola sempre troppo tardi. Le patate in tecia, le frittole con dentro l’uvetta, a Carnevale. I bigliettini di Natale e le cartoline. Sbuffare quando si parla di parenti, ma poi essere felici di alzare i calici ad ogni brindisi.

Fa caldo e tutto appiccica, le ombre fanno ridere e il vento non si muove. Pure Milano, qua fuori, fa fatica a respirare, un po’ come i cani lasciati ad arroventare in macchina, con pochi centimetri di finestrino giù. E’ passato qualche giorno, abbiamo scollinato luglio. Io della morte non so molto, nemmeno se scrivere queste parole sia inappropriato quanto un funerale sotto il cielo d’estate. Se ne sono venute qui quasi da sole, nella penombra di questo pomeriggio in cui mi nascondo dietro le tapparelle del soggiorno.

E adesso non so bene come finire. Come al solito è lei, la fine. E’ sempre lei, quella che ti frega.


thinkin’

Cose a cui penso in questi giorni, mentre non scrivo nulla, anche se vorrei:

  • al finale di Lost. (Ebbene sì, ancora. Ma solo perchè ci voglio scrivere qualcosa sopra, e tutti hanno già detto quasi tutto, e allora si fa difficile).
  • al pessimo giornalismo. A quanto sia, in effetti, più pessimo di quanto io, già non proprio ottimista, potessi pensare.
  • al fatto che ormai il sessismo è un problema superato, COL CAZZO (appunto).
  • a Bologna che era sempre lei ma un po’ diversa, tipo una ragazza che si è appena fatta un nuovo colore di capelli.
  • a quanto, nonostante mi venga più facile fare amicizia con gli uomini, le poche donne di cui ho l’onore di essera amica siano meravigliose. [ Esempio 1, Esempio 2, Esempio 3.]
  • se quest’ansia di incertezza totale (niente lavoro, niente studio, niente progetti, niente di niente) in fondo io me la stia coltivando invece di cercare un modo di superarla, perchè, in fondo, ogni scelta è una rinuncia.
  • a quanto è bello sapere bene due lingue, e circondarsi di persone con cui puoi parlarle entrambe. Contemporaneamente.
  • a Milano, che tutti dicono fa cacare e invece, secondo me, è bellissima.
  • al fatto che, mi importa davvero tanto di sempre meno cose, e non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, in fondo, questo non sia altro che un bene.

my bloody valentine

my hurley valentine

Come se non gli bastasse il fatto di essere, già di per sè, una festa di merda, il San Valentino si prodiga sempre per rendermi la giornata pietosa. Io non sono una persona superstiziosa, non me ne frega una cippa di passare sotto una scala e i gatti neri li adoro e trovo che siano stati discriminati troppo a lungo nei secoli dei secoli. Però è un fatto: ad oggi ricordo un solo San Valentino vagamente accettabile, cioè un giorno come un altro, tranquillo, senza ferite di sorta.

Se sei single a San Valentino, inevitabilmente, un po’ ti deprimi. Voglio dire, tu te ne stai lì a farti i fatti tuoi, con i tuoi libri film serie tv blog tumblr recensioni caselibriautoviaggifoglidigiornale (rendetevi conto, il potere malefico del San Valentino mi ha portato addirittura a citare Tizianoferro), non ci pensi nemmeno al fatto che un po’ ti manca, un qualcuno a fianco, ma mica uno qualunque, eh… uno come dici tu, fatto su misura, uno che ti legga i libri ad alta voce in macchina mentre il tramonto si srotola intorno e la strada corre, uno che verrebbe con te tre volte al cinema in un giorno, uno da lavorarci insieme ore e ore fianco a fianco, senza alzare la testa dal pc e solo ogni tanto allungarsi le dita incontro senza premeditazione, quasi in automatico, uno da amare anche quando russa, uno con cui ubriacarsi senza ritegno, uno da cui farsi spogliare in ogni momento, etc.

Tu sei lì, e mica ci pensi, che ci hai le tue cose da fare e sei una persona indipendente, mica una che sta lì a piagnucolarsi addosso nella solitudine. E invece, sticazzi, arriva il fottuto San Valentino e via, deliri di Pretty Woman alla tv e Baci Perugina a grandinate, gente che si amano e si baciano ad ogni angolo di strada, mioddio, è proprio come quando hai un ritardo e in giro vedi solo donne incinte. Solo che qua mica è una tua suggestione, qua è un malefico complotto ordito da crudeli manager di multinazionali senza scrupoli. Sono certa che il maggior numero di introiti di San Valentino, a questi signori, derivi da tutti i single che si affogano nel cioccolato oppure si danno allo shopping compulsivo per stordire la propria angoscia. Bastardi.

Perchè poi, le volte che mi è capitato di non essere single a San Valentino, alla fine ho sempre litigato col mio moroso, quel giorno lì. In un modo o nell’altro, colpa mia o colpa sua, che si decida di ignorare saggiamente la festività o di avventurarsi cautamente in una canonica celebrazione a base di cenetta romantica&sesso selvaggio, non c’è niente da fare, si finisce sempre per mandarsi sonoramente affanculo. E’ un complotto, ve lo dico io.

E quest’anno, che quasi del San Valentino non mi ero proprio accorta, in tutt’altre faccende affaccendata, mi procaccio una bella distorsione alla caviglia. Camminando. Sotto casa. E via, una simpatica domenica al pronto soccorso, dolori, bestemmie, saltelli, fasciature, ghiaccio, tutori, stampelle, tre piani di scale su un piede solo. Tra l’altro, sabato prossimo era in programma una festa di Carnevale con i miei stupidi piccoli amici. Avevo già in programma una trasformazione al cristallo di luna, chè io il Carnevale, invece, lo adoro. Però, com’è come non è, alla fine il Carnevale invece non riesco mai a festeggiarmelo come si deve.

No, basta, di maledizioni festive, per oggi, ne basta una.


alternative to what?

be your own hero

Ora, io mi rendo perfettamente conto che, dopo avermi letto distruggere criticare (500) Days Of Summer, quando vedrete quello che sto per fare, ovvero dire che invece mi è piaciuto Whip It, la vostra reazione sarà, legittimamente, un robusto mavaccagare. Ne avete tutti i diritti, lo so, ma questo non cambia il fatto che Whip It, invece, mi sia piaciuto.

Sarà che a me Drew Barrymore è sempre stata simpatica, fin da quella volta in cui, da piccola, ho letto la sua storia sul Gente di mia nonna (sì, mia nonna legge Gente e Famiglia Cristiana, e quando vado a casa sua a trovarla, dò sempre un’occhiata al Gente, perchè dal parrucchiere non ci vado quasi mai, e quando ci vado mi porto un libro, ma comunque sul gossip bisogna sempre tenersi informati, non sai mai in che conversazioni ti capiterà di trovarti, prima o poi]. Ma dicevo, ero piccola, tipo età delle medie, e ho letto sul Gente la storia di questa tipa che era la bambina di E.T. ma che poi, la dura vita del mondo dello spettacolo e tutto il resto, praticamente a 9 anni era un’alcolizzata, a 10 anni si fumava le canne, a 12 anni tirava su delle piste che non vi dico (così diceva il Gente). Poi dopo l’ho vista in Poison Ivy (La mia peggiore amica, o qualcosa del genere) che faceva la fighissima stronza, e insomma, non so com’è, ma era già all’epoca uno dei miei personalissimi miti. Dopo si è ripulita – mah – e ha cominciato a fare delle commedie smielose tipo Never Been Kissed o 50 First Dates, e vabbè, però anche a produrre Donnie Darko e a fare un sacco di soldi con le Charlie’s Angels, e adesso se ne esce a fare la regista di questo Whip It, la cui protagonista assoluta è Ellen “Juno” Page, e, sono sicura di avervelo detto, ho un debole per Ellen Page, perchè è bassa quanto me.

[Ho un debole per tutte quelle basse quanto me, categoria che include, oltre ad Ellen Page, anche quelle due tope atomiche di Kylie Minogue e Kirsten Bell, e sono sempre lieta di poter confermare la profondamente veritiera e incancellabile legge della vita che recita nella botte piccola c'è il vino buono]. [Questa regola non vale per gli uomini, come dimostrano, che so, Brunetta o Berlusconi].

Perchè mi è piaciuto Whip It? Che, in fondo, uno potrebbe dirmi, è un filmetto adolescenziale come tanti altri, mescolato a un filmetto di sport come tanti altri, e come tanti altri filmetti adolescenziali/di sport segue il consueto schema “il mondo non mi capisce – figata, ho trovato lo sport che fa per me! – figata, ho trovato pure il tipo/la tipa! – porcapaletta, i miei mi hanno sgamato, il tipo mi ha mollato, va tutto a rotoli, il mondo mi odia again – tutto si risolve giusto in tempo perchè io possa mostrare al mondo quanto sono kick ass in questo sport che fa per me”. Ecco, Whip It va esattamente così, e con tutti gli stereotipi del caso, tra cui la madre soffocante che però alla fine lo fa per il tuo bene, il morosino stronzo che però alla fine non ti merita, la migliore amica che a un certo punto litigate ma poi fate la pace e trova il moroso anche lei, etc etc, e anche una scena d’amore in una piscina chiusa, figuratevi il clichè (però quella scena lì è girata notevolmente bene).

In realtà, la prima, banalissima cosa che mi sento di dire, è che, in fondo Whip It è un film onesto. Non pretende di essere più di quello che è – cosa che, di per sè, non è un merito, anche Natale a Beverly Hills non pretende di essere niente di più di una puttanata intollerabile a base di volgarità e tette al vento, e non per questo mi viene da fargli i complimenti, anzi, se mai, da vomitare. Ma insomma, quello che Whip It vuole essere è proprio un film adolescenziale/di sport, senza grandi verità sulla vita, se non la prevedibile formula “sii te stesso, trova la tua strada, fai la tua cosa, e sarai felice”. Dentro questo genere, funziona molto bene, ha tutte le sue cose giuste al momento giusto, e gioca egregiamente con quel meccanismo di previsioni e attese che ha uno spettatore, quando va a vedere un film da cui sa già cosa aspettarsi.

In più, Whip It ha dalla sua il fatto di essere un film su uno sport divertentissimo. Uno sport praticamente sconosciuto qui da noi, ma in Usa, dicono, fosse di gran moda fino agli anni Settanta, e adesso è di nuovo sulla cresta dell’onda, riportato in vita dalla sottocultura punk e oggi praticato soprattutto da ragazze: il roller derby. Il fatto che sia sul roller derby e non sulla pallavolo o su un gruppo di cheerleader o su una compagnia di danza, porta una serie di benefici non indifferenti:

  • Le protagoniste (tra l’altro, oltre ad Ellen Page e Drew Barrymore, ci sono Zoe Bell e Eve e un’adorabilmente bitch Juliette Lewis) sfoggiano un look punk/alternative che, sì, è molto trendy, è vero, però su di loro fa la sua porchissima figura.
  • Le ragazze si menano. E non nel senso che potete sperare voialtri maschietti arrapati stile lotta nel fango; nel senso che, finalmente, graziealcielo, si vede un film in cui le ragazze, invece di tirarsi i capelli e infamarsi a vicenda nei corridoi della scuola, risolvono i propri attriti con uno spintone ben assestato. Che non è un elogio alla violenza, sia chiaro, lungi da me. Però insomma, non è che noialtre si sia così fragili da romperci al primo soffio di vento. (Ho adorato la scena in cui le giocatrici si confrontano i lividi raccolti durante la gara, vantandosene. Scena già vista e interpretata nei miei più che reali spogliatoi di danza, perchè i lividi si portano come orgogliose cicatrici, oh, yeah).
  • Di conseguenza, ci sono un bel po’ di sequenze in cui le ragazze si divertono, senza rimorsi. L’abusatissima food fight, per esempio, o gli scherzi un po’ goliardici, le prese in giro ai danni del coach, etc. Si divertono i personaggi, si divertono le attrici, ti diverti tu. E infatti Drew Barrymore si ritaglia la parte secondaria di una fattona attaccabrighe violentissima, e secondo me si è divertita un casino a interpretarla, e infatti fa davvero, davvero ridere.
  • [Da questo punto in poi è spoiler, fino alla fine dell'elenco puntato, dopo l'elenco puntato potete tornare a leggere senza problemi] Alcune scelte, apparentemente marginali, mi sono piaciute tantissimo, e sono tali, a mio avviso, da dare un sapore speciale al film. Il fatto che non vincano, alla fine, per esempio. Te lo aspetti, e invece no, ma va bene lo stesso. Va bene lo stesso, perchè vincere, in questa storia, non era il punto. Va bene lo stesso, perchè comunque da sfigate totali sempre ultime arrivano seconde, e mica fa schifo. Va bene lo stesso, perchè l’ansia da competizione non è mai stata nelle loro corde. Non è questione di buonismo alla De Coubertin, è proprio che, in questo caso, davvero, l’importante è partecipare, essere felici scivolando su otto rotelle, in mezzo a un pubblico che acclama, divertendosi un mondo.
  • Sempre in quest’ottica che “w lo sport”, bello il personaggio di Juliette Lewis, che vuole comunque batterti sul campo e non facendo la spia (basta con le ragazze gnè gnè, perdio), bella la scena in cui Bliss/Babe Ruthless subisce un colpo fortissimo, cade a faccia a terra, il silenzio si fa assordante e tu speri fortemente “no! vi prego! un’altra Million Dollar Baby no!” e invece piano piano si rialza, da sola, alza la mano a rassicurare tutti e ritorna ai blocchi di partenza, per l’ultimo round. Una piccola metafora, di come si può cadere e rialzarsi, di come, ancora una volta, non si sia fatti di vetro e perennemente fragili; e anche, da un’altra prospettiva, un parallelismo tra la crescita di Bliss e il distacco dai genitori, i quali devono guardare, da lontano, impotenti, che la figlia si rialzi, questa volta  senza il loro aiuto.

E dunque. Sì, questo film mi è piaciuto, e potrebbe diventare anche un mio piccolissimo culto. [Infatti, nel frattempo, ho già iniziato a plagiare chi mi sta intorno, con risultati direi soddisfacenti]. Ah, negli Stati Uniti il film è uscito il 9 ottobre 2009, in Italia uscirà boh. Non c’è ancora una data. Notare che nel cast sono presenti, come già detto, Ellen Page, Drew Barrymore, Juliette Lewis, Zoe Bell, Eve, e aggiungeteci Jimmy Fallon e Marcia Gay Harden. Bah. Vabbè, tanto si trova.


pope’s anatomy

mi sono rotta le costole

Apprendo solo ora che il simpatico papa Ratzinger, avrebbe chiosato il primo decennio del nuovo millennio dichiarando che “Dio ha creato la donna dalla costola dell’uomo, e non dalla testa, affinchè gli fosse compagna, e non dominatrice nè schiava”.

Ovvio, mica poteva impastare anche lei nell’argilla, sia mai che poi si pensava di essere un’essere indipendente e a sè stante.


oh my goddess

mi sembra evidente

Non è che io ami particolarmente le “giornate” su qualcosa o contro qualcosa, quando riguardano cose come, che so, la fame nel mondo, il riscaldamento globale o, appunto, la violenza sulle donne. Mi sembra il solito modo comodo e ipocrita di fare la faccia contrita per un giorno e, poi, dopo, who cares.

Però mi è tornato in mente questo manifesto qua sopra. Era stato realizzato da un’associazione milanese per il 25 novembre dell’anno scorso, ma poi il comune di Milano non ha lasciato che venisse affisso in giro. Tutta la storia è qui.

Ora, i dati sono i dati. Poi ci sono anche altre cose. Per esempio, le cariche della polizia alle donne nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. C’è questa tale Donatella Papi, giornalista (?) che vuole sposare Angelo Izzo, perchè dice che Angelo Izzo non ha fatto niente, che è stata tutta una congiura dei giudici (comunisti?). Angelo Izzo ha fatto questa cosa qui, e anche solo permettersi di dire che non è successo davvero, mi fa ribollire il sangue. Ultimamente, sulla scia dei vari scandali D’Addario, Letizia, Tarantini etc, qualcuno ha provato, qua e là, a parlare di astrusità quali la rappresentazione della donna nei media. Poi ora basta, ma cheppalle, sempre a rompere il cazzo, voi femministe, e fatece vede’ un po’ de coscia, suvvia, che sarà mai! E comunque se le donne fanno le zoccole è una scelta loro.

Io, comunque, consiglio questo documentario (25 minuti) di Lorella Zanardo.

Mi è tornato in mente il manifesto di cui sopra, classificato come “blasfemo”. Perchè, non l’ho mai ben capito, dove stia la blasfemia. Mi hanno detto che è perchè associare un corpo nudo di donna al cristo non fa. Perchè associare il corpo costantemente martoriato di milioni di donne al corpo sofferente di cristo non fa. Il mio inossidabile anticlericalismo mi ha suggerito che i cattolici hanno, come sempre, la coscienza sporca, ed è vero.

Non riesco, però, a togliermi dalla testa l’idea che quello che dà veramente fastidio, a qualcuno, di quest’immagine, è l’associazione di un corpo femminile a una divinità. Perchè, va bene tutto, ma dio donna, proprio no. Sì, dai, il peccato originale, Eva e la mela, la donna che è una tentazione del demonio e tutto quanto, e poi comunque la donna è debole, fragile, da proteggere, al massimo una madre, accogliente e in lacrime, può essere tante cose, una donna, ma dio, proprio, no.

Eh, appunto. [E comunque, come diceva una volta il sempre ottimo Cristiano Valli, la Chiesa potrebbe pure pagare i diritti di copyright come fanno tutti, oppure che la smettesse di rompere i coglioni.]


just for the record

una che ne sapeva

una che ne sapeva

Giusto una precisazione, chè dopo questo post non vorrei passare per la veterofemminista che ce l’ha a morte con gli uomini e vomita luoghi comuni su quanto i maschi siano stronzi, insensibili e bastardi. Perchè, tra l’altro, le donne che odiano gli uomini e ne parlano male a prescindere, mi irritano quanto un intero campo di ortiche.

Il punto è che io tutta questa differenza di genere non ce la vedo. O meglio, mi risulta lampante e fondamentale in talune situazioni – quando devo scegliere con chi uscire per una serata romantica, ad esempio – e totalmente irrilevante in altri campi. La maggior parte della gente che conosco – uomini e donne – non condivide questo mio pensiero, ma purtroppo io continuo a credere – e a sentire – che molto prima che appartenere a un genere noi si sia tutti delle persone. Diversissime e uguali. Ok, noi abbiamo le mestruazioni e voi potete pisciare in piedi. Ma in fondo, eliminate tutte le sovrastrutture culturali radicate e vecchie di millenni, sono convinta che non sarebbe poi così difficile ritrovarsi come estremamente simili.

Che poi è anche un po’ quello che io cerco, nelle persone, uomini o donne che siano: la condivisione. E credo che si sarebbe tutti molto più ricchi, come individui e come società, mettendo insieme le cose, e non separandole.

“La battaglia finirà solo quando ci riconosceremo come simili” diceva Simone De Beauvoir. E nel 2009 sarebbe anche ora di finirla, questa battaglia, chè abbiamo cose più importanti a cui pensare.


solo una battuta

più bello che intelligente, disse la consulta

"più bello che intelligente", disse la consulta

Ieri sera, X Factor, seconda manche, è il turno di Chiara. Uno dei ragazzi presenti in sala nel mio salotto esclama, a proposito dell’orrido stacchetto di presentazione: – Sembra che stia per arrivare Godzilla! -

Risate. Grasse risate.

Io sto zitta, e starei zitta anche ora, chè non voglio passare sempre per la femminista rompicazzo. Tutti ridono, fa ridere, insomma, è una battuta, Chiara è in effetti molto sovrappeso e quel montaggio delle immagini lì, con il controluce e tutto, certo non l’aiuta. E poi è pur sempre solo X Factor, non è il caso di farne una tragedia. Il fatto che Chiara dia la merda a tutti gli altri concorrenti con la sua voce da brividi, in un reality show non è mai stato troppo importante.

Oggi poi però leggo che la testa di cazzo che ci governa ieri sera se n’è uscito con una delle sue battute piene di fine umorismo all’indirizzo di Rosy Bindi: “ho sempre pensato che lei fosse più bella che intelligente”. Non si può dire che la sua sia comicità da Bagaglino, il Bagaglino le avrebbe direttamente dato della racchia. Stupida.

Metto insieme le due cose – così lontane, o forse no – e realizzo come, ancora una volta, l’abilità e la competenza di una donna vengano sempre dopo, molto dopo, la sua prestanza fisica. E, di conseguenza, l’insulto all’estetica viene molto prima di ogni critica nel merito. Se poi sei pure non sposata, anatema! Sei una “zitella petulante” – così è stata definita oggi la Bindi da un altro elegante e raffinato politico di governo, l’esimio leghista Castelli – perchè è ovvio: sei brutta, nessuno ti ha voluta, quindi ora non scopi e rompi le palle a noi che siamo veri uomini duri e puri e, per dimostrare tutta la nostra potenza, spargiamo a piene mani il nostro testosterone andando a escort.

Niente di nuovo. Però che voltastomaco. C’è sempre poi qualcuno – quasi sempre un’altra donna – che sottolinea come, in fondo, è anche un po’ colpa della brutta/grassa di turno: potrebbe mettersi a dieta, potrebbe assumere un esperto di immagine, potrebbe assoldare un hair stylist, potrebbe truccarsi,  potrebbe ritoccarsi (a questo proposito ieri c’era anche una pantomima inquietante su Mara Maionchi e il suo botulino, bleah).

Vero.

E se non volesse, la donna grassa/brutta in questione? Se non gliene fregasse una cippa di dimagrire, se volesse tenersi tutte le sue rughe, perchè, come diceva Anna Magnani, “ci ha messo una vita a farsele”? Se stesse bene con se stessa e con il suo corpo, così com’è, libera da tutte quelle paturnie che ci assillano continuamente, tutte quante noi, giorno dopo giorno – me per prima, lo ammetto – quando entriamo in un qualunque negozio per comprarci anche la più scrausa delle magliette? Non sarebbe questa una conquista invidiabile?

E se poi non volesse sposarsi. Se non volesse avere figli. Se fosse una sua scelta, e anche stra cazzi suoi. Per quale motivo un uomo non deve mai subire tutto questo? Perchè una donna dev’essere sempre giudicata in relazione a qualcosa o a qualcun altro, e mai per se stessa, il suo lavoro, la sua vita, le sue scelte, le sue qualità? Perchè nessuno dice mai a Calderoli, per dire, che è più bello che intelligente. Mi sembra lapalissiano.

Poi mi viene pure in mente che qualche giorno fa su Repubblica.it c’era il consueto articolo di pseudoscienza a caso riguardo la sensazionale scoperta di un’equipe di medici di Salcazzodove: è più difficile dimagrire, se sei felice. E l’articolista, serenamente, scriveva una roba tipo “in fondo, un po’ di depressione non fa poi così male”. E il cerchio si chiude, belle mie. Siate tristi, vomitate la vostra cena, sentitevi sempre inadeguate e mai all’altezza della situazione, non pensate nemmeno per un attimo di valere qualcosa se non c’è un uomo a dirvi quanto siete belle. E sorridete, sorridete alla telecamera, mi raccomando.


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