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back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.


alternative to what?

be your own hero

Ora, io mi rendo perfettamente conto che, dopo avermi letto distruggere criticare (500) Days Of Summer, quando vedrete quello che sto per fare, ovvero dire che invece mi è piaciuto Whip It, la vostra reazione sarà, legittimamente, un robusto mavaccagare. Ne avete tutti i diritti, lo so, ma questo non cambia il fatto che Whip It, invece, mi sia piaciuto.

Sarà che a me Drew Barrymore è sempre stata simpatica, fin da quella volta in cui, da piccola, ho letto la sua storia sul Gente di mia nonna (sì, mia nonna legge Gente e Famiglia Cristiana, e quando vado a casa sua a trovarla, dò sempre un’occhiata al Gente, perchè dal parrucchiere non ci vado quasi mai, e quando ci vado mi porto un libro, ma comunque sul gossip bisogna sempre tenersi informati, non sai mai in che conversazioni ti capiterà di trovarti, prima o poi]. Ma dicevo, ero piccola, tipo età delle medie, e ho letto sul Gente la storia di questa tipa che era la bambina di E.T. ma che poi, la dura vita del mondo dello spettacolo e tutto il resto, praticamente a 9 anni era un’alcolizzata, a 10 anni si fumava le canne, a 12 anni tirava su delle piste che non vi dico (così diceva il Gente). Poi dopo l’ho vista in Poison Ivy (La mia peggiore amica, o qualcosa del genere) che faceva la fighissima stronza, e insomma, non so com’è, ma era già all’epoca uno dei miei personalissimi miti. Dopo si è ripulita – mah – e ha cominciato a fare delle commedie smielose tipo Never Been Kissed o 50 First Dates, e vabbè, però anche a produrre Donnie Darko e a fare un sacco di soldi con le Charlie’s Angels, e adesso se ne esce a fare la regista di questo Whip It, la cui protagonista assoluta è Ellen “Juno” Page, e, sono sicura di avervelo detto, ho un debole per Ellen Page, perchè è bassa quanto me.

[Ho un debole per tutte quelle basse quanto me, categoria che include, oltre ad Ellen Page, anche quelle due tope atomiche di Kylie Minogue e Kirsten Bell, e sono sempre lieta di poter confermare la profondamente veritiera e incancellabile legge della vita che recita nella botte piccola c'è il vino buono]. [Questa regola non vale per gli uomini, come dimostrano, che so, Brunetta o Berlusconi].

Perchè mi è piaciuto Whip It? Che, in fondo, uno potrebbe dirmi, è un filmetto adolescenziale come tanti altri, mescolato a un filmetto di sport come tanti altri, e come tanti altri filmetti adolescenziali/di sport segue il consueto schema “il mondo non mi capisce – figata, ho trovato lo sport che fa per me! – figata, ho trovato pure il tipo/la tipa! – porcapaletta, i miei mi hanno sgamato, il tipo mi ha mollato, va tutto a rotoli, il mondo mi odia again – tutto si risolve giusto in tempo perchè io possa mostrare al mondo quanto sono kick ass in questo sport che fa per me”. Ecco, Whip It va esattamente così, e con tutti gli stereotipi del caso, tra cui la madre soffocante che però alla fine lo fa per il tuo bene, il morosino stronzo che però alla fine non ti merita, la migliore amica che a un certo punto litigate ma poi fate la pace e trova il moroso anche lei, etc etc, e anche una scena d’amore in una piscina chiusa, figuratevi il clichè (però quella scena lì è girata notevolmente bene).

In realtà, la prima, banalissima cosa che mi sento di dire, è che, in fondo Whip It è un film onesto. Non pretende di essere più di quello che è – cosa che, di per sè, non è un merito, anche Natale a Beverly Hills non pretende di essere niente di più di una puttanata intollerabile a base di volgarità e tette al vento, e non per questo mi viene da fargli i complimenti, anzi, se mai, da vomitare. Ma insomma, quello che Whip It vuole essere è proprio un film adolescenziale/di sport, senza grandi verità sulla vita, se non la prevedibile formula “sii te stesso, trova la tua strada, fai la tua cosa, e sarai felice”. Dentro questo genere, funziona molto bene, ha tutte le sue cose giuste al momento giusto, e gioca egregiamente con quel meccanismo di previsioni e attese che ha uno spettatore, quando va a vedere un film da cui sa già cosa aspettarsi.

In più, Whip It ha dalla sua il fatto di essere un film su uno sport divertentissimo. Uno sport praticamente sconosciuto qui da noi, ma in Usa, dicono, fosse di gran moda fino agli anni Settanta, e adesso è di nuovo sulla cresta dell’onda, riportato in vita dalla sottocultura punk e oggi praticato soprattutto da ragazze: il roller derby. Il fatto che sia sul roller derby e non sulla pallavolo o su un gruppo di cheerleader o su una compagnia di danza, porta una serie di benefici non indifferenti:

  • Le protagoniste (tra l’altro, oltre ad Ellen Page e Drew Barrymore, ci sono Zoe Bell e Eve e un’adorabilmente bitch Juliette Lewis) sfoggiano un look punk/alternative che, sì, è molto trendy, è vero, però su di loro fa la sua porchissima figura.
  • Le ragazze si menano. E non nel senso che potete sperare voialtri maschietti arrapati stile lotta nel fango; nel senso che, finalmente, graziealcielo, si vede un film in cui le ragazze, invece di tirarsi i capelli e infamarsi a vicenda nei corridoi della scuola, risolvono i propri attriti con uno spintone ben assestato. Che non è un elogio alla violenza, sia chiaro, lungi da me. Però insomma, non è che noialtre si sia così fragili da romperci al primo soffio di vento. (Ho adorato la scena in cui le giocatrici si confrontano i lividi raccolti durante la gara, vantandosene. Scena già vista e interpretata nei miei più che reali spogliatoi di danza, perchè i lividi si portano come orgogliose cicatrici, oh, yeah).
  • Di conseguenza, ci sono un bel po’ di sequenze in cui le ragazze si divertono, senza rimorsi. L’abusatissima food fight, per esempio, o gli scherzi un po’ goliardici, le prese in giro ai danni del coach, etc. Si divertono i personaggi, si divertono le attrici, ti diverti tu. E infatti Drew Barrymore si ritaglia la parte secondaria di una fattona attaccabrighe violentissima, e secondo me si è divertita un casino a interpretarla, e infatti fa davvero, davvero ridere.
  • [Da questo punto in poi è spoiler, fino alla fine dell'elenco puntato, dopo l'elenco puntato potete tornare a leggere senza problemi] Alcune scelte, apparentemente marginali, mi sono piaciute tantissimo, e sono tali, a mio avviso, da dare un sapore speciale al film. Il fatto che non vincano, alla fine, per esempio. Te lo aspetti, e invece no, ma va bene lo stesso. Va bene lo stesso, perchè vincere, in questa storia, non era il punto. Va bene lo stesso, perchè comunque da sfigate totali sempre ultime arrivano seconde, e mica fa schifo. Va bene lo stesso, perchè l’ansia da competizione non è mai stata nelle loro corde. Non è questione di buonismo alla De Coubertin, è proprio che, in questo caso, davvero, l’importante è partecipare, essere felici scivolando su otto rotelle, in mezzo a un pubblico che acclama, divertendosi un mondo.
  • Sempre in quest’ottica che “w lo sport”, bello il personaggio di Juliette Lewis, che vuole comunque batterti sul campo e non facendo la spia (basta con le ragazze gnè gnè, perdio), bella la scena in cui Bliss/Babe Ruthless subisce un colpo fortissimo, cade a faccia a terra, il silenzio si fa assordante e tu speri fortemente “no! vi prego! un’altra Million Dollar Baby no!” e invece piano piano si rialza, da sola, alza la mano a rassicurare tutti e ritorna ai blocchi di partenza, per l’ultimo round. Una piccola metafora, di come si può cadere e rialzarsi, di come, ancora una volta, non si sia fatti di vetro e perennemente fragili; e anche, da un’altra prospettiva, un parallelismo tra la crescita di Bliss e il distacco dai genitori, i quali devono guardare, da lontano, impotenti, che la figlia si rialzi, questa volta  senza il loro aiuto.

E dunque. Sì, questo film mi è piaciuto, e potrebbe diventare anche un mio piccolissimo culto. [Infatti, nel frattempo, ho già iniziato a plagiare chi mi sta intorno, con risultati direi soddisfacenti]. Ah, negli Stati Uniti il film è uscito il 9 ottobre 2009, in Italia uscirà boh. Non c’è ancora una data. Notare che nel cast sono presenti, come già detto, Ellen Page, Drew Barrymore, Juliette Lewis, Zoe Bell, Eve, e aggiungeteci Jimmy Fallon e Marcia Gay Harden. Bah. Vabbè, tanto si trova.


cinquecento giorni d’estate

che il poster in linguaorientalesconosciuta fa un sacco indie

E’ che ierisera, invece di andare a dormire presto per poi poter oggi combinare qualcosa di utile, ho visto questo film qui di cui tutti parlano. Cioè, non è che ne parlano tutti come di Avatar, diciamo che ne parlano tutti nell’ambiente un po’ indie alternativo dei piccoli culti, insomma, l’ambiente da Sundance Film Festival, per intenderci. E quindi.

Io ero una grande amante dei film da Sundance. Avete presente? Quelle commedie che si lasciano guardare senza sforzo, e però sono anche intelligenti, e con quel retrogusto amarognolo che fa tanto “io ho capito tutto della vita”, e con quell’estetica sempre un po’ vintage che fa tanto “nostalgia” e quindi anche un po’ “malinconia”. Sono assolutamente convinta, per dire, che Little Miss Sunshine sia un vero e proprio capolavoro. Già su Juno inizio a dire, vabbè, bello, eh, per carità, e poi Ellen Page è davvero forte, ed è bassa quanto me, e la poltrona spostata in mezzo al giardino e il telefono hamburger e le disquisizioni su Dario Argento, tutto molto figo, però in sostanza, appiccicato addosso, alla fine, mi rimane già molto meno.

Questo (500) Days Of Summer – okay, non voglio buttarla sempre sul doppiaggio, ma volete spiegarmi il motivo di tradurre, in italiano, il nome della protagonista da Summer in Sole? C’è ancora qualcuno, in questo inizio di secondo decennio del duemila, che non sappia che summer vuol dire estate? Vabbè, mettiamo anche che sia così e quindi traduci il nome per tradurre il gioco di parole; per quale motivo, allora, il titolo italiano non è (500) giorni di Sole ma (500) giorni insieme, che, tra l’altro, sembra il titolo di una tragicommedia hollywoodiana smielatissima da mezza età e quintali di fazzoletti consumati? Vabbè, chi se ne frega, tanto io l’ho visto in inglese, ciao – dicevo, questo (500) Days Of Summer appartiene allo stesso giro, è tanto tanto indie, con le musiche indie, le pettinature indie, le citazioni indie. Ed è tanto tanto vintage, con i vestiti vintage, la carta da parati vintage, la luce obliqua marrone vintage delle foto anni settanta. C’è Ringo Starr, c’è Il Laureato, c’è Bergman, c’è la Nouvelle Vague, c’è l’Ikea. C’è il karaoke, ci sono i biglietti d’auguri, i filmini sgranati in super8, i vinili, la lavagna col gesso. Una colonna sonora che la senti e ti ritrovi con i pantaloni strettissimi a sigaretta e una maglia a righe orizzontali e gli occhiali con la montatura grossa. E  ci sono gli split screen. E la voce fuoricampo. E i salti narrativi e temporali.

Ma non è tutto ciò a darmi fastidio, anche se è inevitabile che, ormai, questo gioco qui di originale abbia pochissimo, lo sgami subito ed è inevitabilmente furbo; e funziona davvero solo quando il film è valido, o quantomeno davvero strambo e genialoide, come per esempio, che so, i Tenenbaum. In ogni caso, sono tutte cose piacevoli, a vedersi, anche se hanno smesso da un po’ di meravigliarmi. Questo film qui, come altri suoi omologhi, è costruito un po’ tipo una bancarella di souvenir di Parigi. Ci sono un sacco di scenette appiccicate insieme, estremamente carine, per carità, e anche, più o meno, autoconclusive. Fatte apposta per essere tagliate e riportate su YouTube e ribloggate ovunque. Insomma, fatte apposta che tu ti scegli la tua preferita e te la porti a casa come ricordo di quel posto lì dove sei stato, e quel posto lì era un film intitolato (500) Days Of Summer.

Ma non è nemmeno questo, a darmi fastidio (abbiate pazienza, ci arrivo), anzi, mi piace questa cosa che posso portarmi a casa la mia citazione come ricordo. Quello che mi dà fastidio è che i personaggi sono odiosi. Non sembrano odiosi, all’inizio, perchè in realtà sono costruiti per immedesimartici, soprattutto lui, Tom, tenero, che si innamora di lei, Summer. Non sembrano odiosi, perchè lei, Summer, è interpretata da Zooey Deschanel, e Zooey Deschanel è adorabile sotto ogni aspetto, e non puoi odiarla neanche se ti impegni. Però c’hai questo senso di fastidio lungo tutto il film, e non sai bene spiegartelo, poi alla fine ti accorgi che è perchè ti hanno preso in giro, e in realtà i protagonisti sono odiosi. Lui è un lagnoso insopportabile, lei una maniacodepressa. Lui è ingenuo e zuccheroso come neanche una twilighters fanatica, lei volubile e schizofrenica e anche un po’ stronza. La brutta e banalizzata copia di Joel e Clementine di Eternal Sunshine of a Spotless Mind.

Eternal Sunshine of a Spotless Mind non lo cito a caso, anzi, è proprio il film che ti viene in mente e ti ricorda cosa vuol dire fare un film davvero doloroso sull’amore e i rapporti di coppia. In questo (500) Days Of Summer, alla fine [occhio, spoiler!!!] la Summer del titolo, dopo aver fatto soffrire come un cane il piccolo Tom, perchè lei “non crede nell’amore”, si sposa con il primo pisquano che la abborda in un bar. Ne deduce che l’amore esiste davvero, yeah, aveva ragione Tom, mentre Tom – che, a mio avviso, avrebbe tutto il diritto di spaccarle una mazza da baseball sui denti – ne deduce che, se tutte le donne sono delle pazze furiose come Summer, l’amore non esiste… no, aspetta. Non può finire così, figuriamoci: nel posticcissimo finale consolatorio, Tom incontra Lyla Garrity Autumn (sì, Autumn. Nella versione italiana Luna, naturalmente. Sì, potete sbattere la testa sulla tastiera), una splendida ragazza che gli sorride, colpo di fulmine, yeah, l’amore esiste, figata.

Allora tu pensi al finale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, a quegli “okay” sussurrati tra i sorrisi e le lacrime, tra due persone che si sono appena ri-conosciute, e sanno già che si ameranno un sacco, e poi si odieranno un sacco, ma forse ci riproveranno lo stesso, forse no, è un casino – sono un casino, le relazioni, e quelle d’amore ancora di più – e ti dici che quello era un film con i controcazzi, e questo invece un po’ lo mandi a cagare. Non puoi farmi un film sul dolore dell’amore e poi farlo finire a pizza e fichi, “chiodo scaccia chiodo”. Tutto quello che hai costruito nell’ora e mezza precedente, lo butti nel cesso in un secondo, così.

In sostanza, e concludendo, quello che mi è piaciuto davvero tanto è la Los Angeles in cui si svolge la storia: bella e senza tempo, un luogo che non esiste nella realtà – Los Angeles è abbastanza orrenda – ma forse negli occhi di qualche innamorato sì. Ecco. Ah, e la ragazzina sorella del protagonista. Lei era forte. Forse è un po’ poco, ma tant’è.

E adesso basta, che devo combinare qualcosa di utile, assolutamente per forza.


il leone e l’agnello

i have a dream

Lo so, lo so che è come sparare sulla croce rossa, però sabato, reduci da un venerdì sera abbastanza intenso, abbiamo pensato bene di trasformare la “serata donne + pizza + commedia americana stupida” in “serata guardiamo Twilight e ridiamone”. C’è da dire che io e Giò andammo al cinema a vedere Twilight quando uscì, totalmente ignare di cosa ci aspettasse. Sì, ok, non viviamo in una caverna agli estremi confini del Circolo Polare Artico, due cose le sapevamo, ma non eravamo preparate a rotolarci tra le sedie del cinema sghignazzando come se avessimo fumato dieci canne.

Ieri, con la scusa di mettere in pari la terza coinqui, per poterla poi trascinare con noi a vedere New Moon, l’effetto è stato ancora più devastante.

  • Primo problema: la protagonista si chiama Isabella, abbreviato in “Bella”. Ne consegue che, ogni volta che un personaggio si rivolge a lei sullo schermo, io credo sempre di trovarmi, tipo, a Quarto Oggiaro, in mezzo a una compravendita di fumo tra tamarri. “Oh, Bella zio, cioè, tu non puoi capire come cazzo stavo ieri sera”. Quando la chiamano da lontano, invece, mi immagino un sudaticcio camionista che, passando per strada, la apostrofa: “Abbellaaaa!!!”
  • Secondo problema: la protagonista, Abbella, mi provoca zero empatia, anzi, a volerla proprio dire tutta, credo che un paio di ceffoni non potrebbero farle che bene. Voglio dire, all’inizio del film si porta in giro quest’aria afflitta perchè “che sfiga, mia madre si è risposata con un tipo simpaticissimo che mi adora, e anche mia madre mi adora, e anche mio padre, e arrivo nella nuova scuola e tutti subito mi adorano, e pure il figlio del capo indiano mi adora, e pure il capo indiano, e però io sono tanto triste perchè qui piove e tutto è bagnato”. Tesoro mio, la vecchia Rose DeWitt Bukater, per citare la tua omologa del mio periodo, era uno spirito libero e intraprendente intrappolato in una rete di convenzioni sociali soffocanti, con una madre stronza, e costretta a sposare un imbecille per convenienza. Smettila di lagnarti, fai un giro sul Titanic e poi ne riparliamo.
  • Il protagonista maschile, Edward Cullen (ma con tutti i nomi affascinanti che ci sono, proprio Cullen? Vabbè…), è obiettivamente un bel figliolo, e fin qui nulla da eccepire. Palliduccio, è vero, ma con dei bei capelli molto spumosi. Il problema – e forse il problema è anche del doppiaggio italiano, non so, ma, ecco, Twilight non è certo uno di quei capolavori che bramo vedere in lingua originale – è che parla sempre come se gli stesse scappando tantissimo la cacca. Capisco che sia un’anima tormentata, lacerata tra una natura di assassino predatore e un forte desiderio di umanità. Però che sofferenza. Alla fine del film mi sentivo stanca per lui, a furia di tenere tutti i nervi così in tensione.
  • E’ un film d’ammore, giusto? Nulla contro i film d’ammore, li adoro. Sono un’anima romantica, io. Però una scena fondamentale, nei film d’ammore, è quella del primo incontro tra i due amanti. Okay, prima c’è la scena in cui si vedono per la prima volta, e qui lui si muove al rallentatore, come da copione. Benissimo. Un po’ meno chiaro mi è il perchè i capelli di Abbella siano sempre scarmigliati dal vento, anche in sala mensa. Ma vabbè. Però poi i due si incontrano, nell’aula di biologia. Chi ha visto il film non avrà potuto trattenere le risate, perchè Abbella puzza. Sì, sì, puzza tantissimo, tanto che il povero Edward è costretto a tenersi una mano sulla bocca e sul naso, con aria disgustata. E poi scappa via a vomitare. Io non mi capacito di come abbiano potuto girare questa scena. Cioè, quante volte avranno dovuto rifarla? Io non sarei riuscita a restare seria. Mai.
  • Abbella sbava. Per tutto il film. Ogni volta che entra in scena il Cullen, lei inizia a sbavare e a respirare forte, e a emanare ormoni. Lo guarda ammutolita e sbava, e respira, e sospira, e sbava. Andiamo, un po’ di dignità! Ho capito che è figo, sorella, anch’io sbavo quando al capitano Apollo cade per sbaglio l’asciugamano, ma se me lo trovassi davanti, cercherei perlomeno di non farmene accorgere. Sbaverei interiormente, tratterrei lo svenimento e mi prodigherei nel tentativo di conquistarlo con il mio irresistibile senso dell’umorismo e la mia effervescente personalità! Mioddio, il set sarà stato tutto umidiccio di saliva.
  • Abbella e il Cullen si amano. Così, perchè devono. Perchè a un certo punto della sceneggiatura c’era scritto “Abbella e il Cullen si amano” e così loro si amano. Prima però c’è l’altra scena esilarante in cui lei ci insegna come si cercano su Google informazioni sui vampiri. Come se il mondo intero non parlasse di vampiri da secoli, come se Bram Stoker, Murnau, Bela Lugosi, Christopher Lee, Herzog, Coppola, Brad Pitt, Tom Cruise, il conte Dackula, Gary Oldman, Blade, Buffy, Dampyr e il conte Vlad non fossero mai esistiti. “Mmm… dunque, aspetta… tu non mangi mai, sei palliduccio, freddo come la morte, velocissimo, fortissimo, leggi nel pensiero, prendi le mele al volo, guidi una Volvo e non esci mai se non è nuvolosissimo… aspetta… ce l’ho sulla punta della lingua…” No, in effetti ti capisco, Abbella, questa cosa che il Cullen se ne va in giro di giorno avrebbe tratto in inganno chiunque. Il fatto è che la Meyer aveva ordinato per sbaglio cinque quintali di gloss glitterato e non sapeva cosa farne, così ha pensato bene di inventarsi questa cosa che i vampiri alla luce del sole sbrilluccicano. Nel caso qualcuno avesse pensato di trarre dei film dai suoi libri, avrebbe saputo come disfarsi dell’incauto acquisto.
  • Dunque, si amano, e saltabeccano sui rami degli alberi, molto molto in alto, e per fortuna che Abbella non soffre di vertigini, se no sai che vomito. Poi, bè, il resto è storia. A un certo punto tutta la famiglia Cullen decide di andare a giocare a baseball, e il baseball dei vampiri è divertentissimo, perchè lanciano le palle lontanissimo e corrono velocissimo. In pratica, non si capisce una cippa, ma vabbè, tanto è baseball, sarebbe noioso in ogni caso. Poi arrivano dei vampiri cattivi, e siccome Abbella si porta sempre un ventilatore appiccicato alla schiena, propaga la sua puzza il suo forte odore di gustosissimo sangue ovunque, e il vampiro più cattivo di tutti i vampiri cattivi decide che si vuole sbranare Abbella, proprio lei e nessun’altra, e qua finalmente cominciano a succedere delle cose – banali e prevedibili, ma almeno succedono – però mancano solo quindici minuti di film, per cui succede tutto rapidissimamente; alla fine si ritrovano tutti sul set di una puntata di Smallville e il vampiro cattivo muore, molto sfocato e in lontananza.
  • Abbella, a questo punto, non ce la fa più, perchè in tutte le due ore di pellicola lei e il Cullen si sono scambiati un solo misero bacio, al termine del quale, tra l’altro, il Cullen si è scagliato contro il muro, probabilmente sopraffatto dalla di lei puzza. Trascinandosi dietro il suo ormone di cinquantacinque chili, Abbella implora il Cullen di farla diventare vampira, così finalmente potranno trombare vivere per sempre insieme felici e contenti. Però lui niente, perchè la ama così com’è, e poi finalmente il film è finito e può correre in bagno a fare la cacca.

Ecco, sono ben consapevole di non aver scritto, qui, nulla di nuovo. Twilight si presta alla parodia più di qualunque altro film adolescenziale che io ricordi, e sono certa che gente più geniale e spiritosa di me abbia avuto modo di satireggiarlo a dovere, da un annetto a questa parte. Volevo solo dire che, aldilà delle apparenze, questa non è una presa per il culo gratuita e anche un po’ facile della passione di migliaia di teenager. La mia camera è stata tappezzata del faccino di Leo DiCaprio troppo a lungo, e ancora mi piace da impazzire sdilinquirmi per storie di amori impossibili e tormentati.

Il fatto è che, in Twilight, mi sembrano mancare proprio le basi dell’appassionante storia d’amore adolescenziale: il figo di turno è solo figo e basta, i due si amano perchè devono amarsi, praticamente non si scambiano mai una parola. Non limonano duro, e non voglio buttarla sempre sul sesso, però il sesso è fondamentale nei film adolescenziali, perchè in quel periodo lì si pensa al sesso mediamente sempre. E poi – il difetto secondo me più grave, oltre alla trama raffazzonata a caso, ma si sa che in questi casi la trama è l’ultima cosa a contare – è che la protagonista è intollerabile. Non sarei mai e poi mai riuscita ad immedesimarmi in una tizia che non fa niente di niente, che non è intelligente e autonoma, che non ha delle caratteristiche particolari, che sta lì a sbavare e ad aspettare di essere salvata. Poffarbacco, io mi immedesimavo in Baby di Dirty Dancing, una che imparava a ballare in una settimana, che saltava addosso a Patrick Swayze (RIP), che mandava a cagare famiglia e reputazione su due piedi e che faceva la presa dell’angelo da dio, sempre per rimanere in tema “film adolescenziali porcheria”.

Insomma, come da immagine, non posso che invocare Buffy, perchè risolva la situazione.

[Grazie a Giò per l'ispirazione, le risate, e tutto quanto.]


l’ombelico del mondo

peace and music

peace and music

[Avviso ai lettori: questo è un altro di quei post in cui Naima* confessa al mondo di emozionarsi un casino per delle cose random. Siete avvertiti.]

Dunque, sono andata a vedere Taking Woodstock, che è un film di Ang Lee, tratto da una specie di autobiografia di Elliot Tiber, che sarebbe poi il ragazzo che ha salvato il Festival di Woodstock. Il film è carino, senza troppe pretese, scivola giù bene come una bottiglia di Bacardi Breezer al lime.

Però, nonostante fosse in fin dei conti una commedia, a un certo punto mi sono ritrovata con gli occhi lucidi. La stessa cosa mi era capitata leggendo il libro, quindi non mi sono stupita più di tanto. Non si tratta tanto di un’idealizzazione un po’ banale di quel periodo storico lì, e nemmeno tanto il rimpianto inutile di non aver vissuto quei tempi. E’ che un po’ i brividi di quel tipo mi vengono anche in altre occasioni, tipo anche all’Italia Wave a Livorno, quest’estate, per dire.

Credo sia per la pace che mi si scatena dentro. Mentre la sera scende piano sopra l’estate e tutto quanto si riempie di musica. L’idea che in fondo le cose davvero importanti, quelle per cui vale la pena, non siano poi così lontane, e non c’entrino poi molto con tutto quello che ci affligge, le preoccupazioni quotidiane, le pene d’amore, le bestemmie lavorative, gli scazzi personali. Mi dà l’idea di una rivoluzione in agguato, perchè forse basterebbe rendersi conto di questo rovesciamento di priorità per fare andare tutto meglio.

La musica, e la sera, la gente, il vino, il raccontare, luci sparse, le chiacchiere e un po’ di danza. Sentirsi liberi. E in pace.

Poi certo a Woodstock c’era pure il fatto di essere il centro dell’universo, per tre giorni. Ma, ecco, forse è proprio questo: che essere il centro dell’universo è meno difficile di quanto si pensi.


e poi si ride, anche

whatever works

whatever works

C’è quel momento in cui i due personaggi escono dal cinema – un cinema di quelli del Greenwich Village, dove i titoli dei film vengono scritti con i caratteri mobili – e poi si incamminano, e la camera sta dall’altro lato della strada e poi li segue con un carrello, verso destra.

Li segue per un po’, non tanto. Però basta.

Perchè anche un dialetto basta per farti sentire a casa, e una carrellata verso destra, dall’altra parte di una strada, basta per farti sentire Woody Allen. Che in un’ora e mezza ti dice tutto il mondo, strabordante di cinismo e disperazione per questa miserabile umanità, e scintillante di qualcosa che non sai, ma forse, volendo, potresti chiamare: speranza. O destino. O culo.

L’importante è la visione d’insieme. Una qualsiasi, basta che funzioni.


diabetismi

another stupid teen comedy

another stupid teen comedy

Nelle stupide commedie americane per teen ager c’è spessissimo questo abusatissimo clichè del tizio che deve conquistare la ragazza per scommessa o per soldi e poi finisce per innamorarsene. E c’è sempre il momento in cui i due sono innamorati e felici e se lui, molto semplicemente, le raccontasse la verità tutto andrebbe immediatamente a posto e continuerebbero ad essere innamorati e felici (certo, il film durerebbe quei venti minuti di meno).

Ecco, io in quel punto lì spero sempre disperatamente che il tizio glielo dica e i due ci si facciano una risata su e vadano in un locale a caso a bersi una di quelle cose disgustosamente ciccione che ci sono in Usa, tipo il McFlurry o un Frappuccino all’arancia.

Perchè pure nelle stupide commedie americane per teen ager io credo che si possa evitare di rovinare tutto semplicemente essendo onesti e sinceri. Dio, sono nauseante e sdolcinata come un McFlurry o un Frappuccino all’arancia.


just another stupid american comedy

lotta allultimo sangue

lotta all'ultimo sangue

Ecco, giusto perchè si parlava di confronti tra cinema e serie tv.

A casa nostra – e non solo la nostra, immagino – quello che succede, nei momenti un po’ no della vita, è organizzare la serata amiche/cibo d’asporto/commedia americana scema (+ bottiglia di bianco scolata dalla sottoscritta, ma quest’ultima è un optional tutto mio). L’altra sera la scelta della commedia americana scema è ricaduta, abbastanza a caso, su questo Bride Wars (sottotitolo italiano La mia miglior nemica, che mi ricorda per somiglianza un tremendo film con Drew Barrymore che faceva la femme fatale, seducendo il padre della sua migliore amica sfigata, o qualcosa di simile. Giusto per rimarcare la fantasia dei distributori italiani).

Ora, non è che io voglia buttarla sempre sul femminismo, ma perdio. In questo film ci sono la pucciosissima Kate Hudson (che nella mia testa sarà sempre la Penny Lane di Almost Famous) e la sedicente eredediaudreyhepburn – ahahahahahaha – Anne Hataway (che invece si è sganciata egregiamente dal Diavolo veste Prada, dimostrando di essere una brava attrice in Rachel Getting Married, che però mi sa che abbiamo visto in due). Queste due tizie sono amicheperlapelle, non fanno un passo l’una senza l’altra, si vogliono tanto bene, una delle due (Kate) è un avvocato di successo, l’altra (Anne) un’insegnante, vivono a New York, of course, hanno dei fidanzati molto scialbi e il loro unico scopo nella vita è SPOSARSI. Sì, basta vedere come si protendono disperatamente verso il bouquet lanciato da una loro amica, quasi fosse una bottiglia d’acqua nel deserto, o l’ultima cartina lunga rimasta sul fondo del cassetto alle tre di notte. Progettano il proprio matrimonio sin da quando erano bambine, hanno deciso che si sposeranno all’Hotel Plaza a giugno e che, naturalmente, si faranno vicendevolmente da damigelle, perchè si vogliono tanto bene.

Sì, lo so, a questo punto, potreste mettervi lì e scrivere dettagliatamente tutta la trama delle successive due ore di film senza averlo nemmeno visto. E ci azzecchereste. Ovviamente finisce che l’unico giorno disponibile al Plaza a giugno è uno solo, che nessuna delle due vuole cedere il posto all’altra, che l’amicizia decennale va in pezzi con una velocità da centometrista, che si fanno una marea di scherzi scemi e, taluni, anche molto cattivi, che alla fine fanno pace e si vogliono ancora bene.

Ripeto, non voglio buttarla sempre sul femminismo, ma, a parte l’inevitabile e irritante sottofondo costante di gridolini isterici – sembra sempre che le donne, tra loro, non possano esprimersi se non squittendo e cinguettando – la morale indiscussa del film è che “il matrimonio è il giorno più bello della vita di una donna”. E l’uomo? Non si doveva essere in due? Ah, no, certo, gli uomini del film assistono alla malattia mentale crescente delle due protagoniste con distacco e paternalismo, un po’ increduli ma tutto sommato tanto tanto comprensivi. Anche se, come ricorda la voce off dell’organizzatrice di matrimoni, c’è il terribile pericolo in agguato che il promesso sposo possa rendersi conto di avere a che fare con una pazza furiosa e mollarla all’altare. Quindi, ragazze, occhio: gridolini isterici sì, ma moderati.

La stessa organizzatrice di matrimoni, che è un po’ la guida spirituale dell’intera pellicola, a un certo punto dice una cosa tipo che “la vita di una donna comincia il giorno in cui si sposa” e che la sua segretaria, che porta l’incancellabile marchio d’infamia della zitellaggine, “morirà già morta”. Io lo so che è una commedia, che per far ridere si esagera, che è tutto un gioco divertente, giusto per svagarsi due ore senza pensare a niente. Però non c’è una vera presa di distanza, non c’è, che so, un personaggio qualsiasi che, magari con qualche battuta sferzante, butti tutto sul ridicolo, qualcuno che si ponga al di fuori di questo meccanismo (a parte la sopracitata segretaria zitella, e sappiamo come venga liquidata). Le donne del film sono tutte con le protagoniste, i maschi del film scuotono il capo con aria di superiorità e tornano a giocare alla playstation.

Forse quello che non capisco è a quale genere di pubblico si rivolga una commedia così. A un pubblico maschile, non credo. A me, che dovrei essere una rappresentante del pubblico femminile, non fa ridere, anzi, mi fa girare le palle. Però leggo in internet che questo è uno dei cosiddetti women’s movies. Film con donne, per donne (il regista però è un uomo, ma non vuol dire niente, vero?). Allora, come al solito, forse è colpa mia, che queste categorie di genere non riesco mai a capirle bene. Perchè a me piace la fantascienza e i noir cattivi&violenti e, addirittura, persino il calcio. E sono, quindi, una donna atipica, come mi ripetono in molti. Bah.

E certe cose le prendo sempre troppo sul serio. Dopotutto, è solo un’innocua leggera stupida commedia americana, giusto?


old west & friends

doc holliday e mac

doc holliday e mac

“Mac, sei mai stato innamorato?”

“No, ho fatto il barista tutta la vita.”

Wyatt Earp e il barista Mac, Sfida infernale (My Darling Clementine), John Ford, 1948

Ci sono delle cose che mi fanno impazzire, dei vecchi film hollywoodiani.

Una cosa sono certi dialoghi. Un’altra cosa è il loro essere così ostentatamente finti. Chissenefrega del realismo, è uno spettacolo, uno spettacolo e basta. Nei western esplodono colpi di pistola a caso, e nessuno se ne stupisce. Nei musical, non è tanto che la gente canti e balli nel mezzo dell’azione, è proprio che la macchina da presa fa quel cavolo che vuole. Nelle commedie ci sono sempre quelle scene con la gente in macchina e i trasparenti dietro. Che quello che guida non guarda mai la strada, ma la donna di fianco a lui e chiacchiera e tu non stai mica lì con la tensione che da un momento all’altro possa spuntare fuori un camion e farli secchi.

Che poi, a ben pensarci, è collegato con i dialoghi. Nessuno, neanche negli anni quaranta, parlava come parlano nei film. E lo so che dipende dai mezzi tecnici, che lo stile è collegato con l’avanzamento tecnologico, etc etc.

Ma il fatto è che poi quei luoghi, quei clichès così inevitabilmente frusti hanno finito per diventare, nella nostra testa, dei luoghi veri. Ti sembra di esserci stato, in un villaggio del vecchio West, potresti disegnarne una mappa perfetta. E quando i due amanti perseguitati si incontrano alla stazione, per l’ultimo addio, ci dev’essere sempre, per forza, la nebbia, o la pioggia.

Lo so che non sto dicendo niente di nuovo, per carità. E che quei film sono tremendamente ingenui, e tutto il resto. Mi fanno quell’effetto di tornare all’infanzia, quando certe cose erano quelle che erano, perchè dovevano essere così, e basta. Ti chiedevi il perchè di un sacco di cose, ma non certo come facesse il cowboy buono a sparare così veloce e a ucciderne tre in un colpo solo. Che poi è una delle cose che mi fa amare il cinema, dare un corpo a mondi che non ci sono, e regalarteli.

Certo, dopo il tour de force di questi giorni, voglio farmi un’abbuffata di cinismo, complessità, letture multiple e politically uncorrect. Però è bello sapere che ci sono, ad aspettarti, dei posti dove puoi andare a riposarti un po’.


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