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thinkin’

Cose a cui penso in questi giorni, mentre non scrivo nulla, anche se vorrei:

  • al finale di Lost. (Ebbene sì, ancora. Ma solo perchè ci voglio scrivere qualcosa sopra, e tutti hanno già detto quasi tutto, e allora si fa difficile).
  • al pessimo giornalismo. A quanto sia, in effetti, più pessimo di quanto io, già non proprio ottimista, potessi pensare.
  • al fatto che ormai il sessismo è un problema superato, COL CAZZO (appunto).
  • a Bologna che era sempre lei ma un po’ diversa, tipo una ragazza che si è appena fatta un nuovo colore di capelli.
  • a quanto, nonostante mi venga più facile fare amicizia con gli uomini, le poche donne di cui ho l’onore di essera amica siano meravigliose. [ Esempio 1, Esempio 2, Esempio 3.]
  • se quest’ansia di incertezza totale (niente lavoro, niente studio, niente progetti, niente di niente) in fondo io me la stia coltivando invece di cercare un modo di superarla, perchè, in fondo, ogni scelta è una rinuncia.
  • a quanto è bello sapere bene due lingue, e circondarsi di persone con cui puoi parlarle entrambe. Contemporaneamente.
  • a Milano, che tutti dicono fa cacare e invece, secondo me, è bellissima.
  • al fatto che, mi importa davvero tanto di sempre meno cose, e non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, in fondo, questo non sia altro che un bene.

come gli adesivi che si staccano

fiori rossi

Ecco, adesso i fiori si sono, quasi tutti, più o meno accartocciati. D’altra parte, sono passate due settimane. E’ stato bello, per due settimane, avere la casa punteggiata di mazzi di fiori, prevalentemente rossi. Il rosso è il mio colore preferito – e i fiori sono una di quelle cose che ti pare completamente inutile, e in effetti lo è, completamente inutile, ti chiedi da anni come sia possibile l’esistenza di un business attorno ai mazzi di fiori, però poi, quando ti svegli e nel percorso verso la colazione spuntano, qua e là, queste cose colorate e morbide, un po’ lo pensi, “che bello”.

Poco. C’è una specie di sospensione, tra i fiori rossi e i confetti rossi e le bomboniere rosse – per fortuna che, il rosso, è il mio colore preferito. C’è una specie di sospensione, qualcosa che si è staccato, tipo come quando le cose adesive smettono di essere, per l’appunto, adesive, e non importa con quanta forza le tue dita cerchino di premerle per farle restare dove stanno. Una specie di perplessità latente, un senso di colpa per una felicità strabordante che invece non arriva.

Vorrei riavvolgere il nastro e rivedere la scena. Forse mi sono persa qualcosa. Forse, probabilmente, è per tutti così. Ti dicono che devi arrivare lì, te lo dicono per venticinque anni, poi quando ci arrivi, mah. I series finale non sono, quasi mai, come uno se li aspetta. E le mete, “le mete non sono che necessari pretesti”, diceva qualcuno, non mi ricordo chi, era una frase che avevo letto da qualche parte e poi mi ero scritta su un post it – un post it verde – per attaccarla al muro della mia camera, a Bologna, sopra il cuscino dove appoggiavo la testa tutte le sere – quel muro bianco e freddo trasformato in una versione più adulta della smemoranda liceale – un post it verde che a un certo punto ha smesso di attaccarsi, e non importa con quanta forza le mie dita provassero a premere per tenerlo lì.

Non è mica depressione post laurea, questa, eh, figurarsi. E’ più una sorta di spaesamento (ma esisterà questa parola?), fronte permanentemente corrucciata e labbra perplesse. Dovrei essere ubriaca, dovrei essere terrorizzata, dovrei essere al settimo cielo, dovrei essere a terra, dovrei cercare lavoro, dovrei riposare. Dovrei trasferirmi, fuggire all’estero, dovrei sistemarmi, dovrei. Invece ho la testa piena di colori saturi, di luci oblique, una voglia lontana di mare, di gelato, di macchine fotografiche, di aerei, di scrivere. Di scrivere.

Quest’ultima voglia, magari, vediamo di tenercela buona, e coltivarcela un po’. Quest’ultima, e  poi, perchè no, anche tutte le altre.


per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va

crisi

c'è grossa crisi

Non che ce ne fosse bisogno, ma quest’anno alla Fiera ho visto la crisi. E i suoi effetti.

In parole povere, l’anno scorso ho fatto un sacco di soldi (non per me, ovviamente, ma per i miei datori di lavoro temporaneo), quest’anno no. Il risultato più immediato è che mi sono stracciata le palle che non ho, fissando il vuoto per ore ed ore: primo effetto della crisi.

Il secondo effetto della crisi, forse, chissà, potrebbe essere che alla prossima fiera ci saranno meno stand e quindi magari non mi chiameranno e quindi avrò meno soldi e quindi, anche volendo, non potrei spenderli in altri ipotetici stand. Cosa che non avrei comunque fatto, ma non è questo il punto.

Il punto è che, in ogni caso, crisi o non crisi, per me il fatto che la gente eviti di buttare via i soldi in cose inutili non sembra poi un male. E’ come quel discorso che mi faceva il mio amico del piddì – sempre lui – che fare un sacco di imballaggi e produrre un sacco di rifiuti va bene perchè crea posti di lavoro. A me sembra una stronzata.

Vabbè, ma lo sappiamo da un pezzo che il capitalismo non funziona.

Che poi, un altro effetto, questa volta positivo, della crisi è che più di un cliente si è messo allegramente a parlare con me di quanto il governo attuale faccia merda e ci stia portando tutti alla rovina. Cosa che, se non altro, mi rassicura sul fatto che, anche vestita da pinguina e con i taccazzi, mi si legge ancora in faccia la mia appartenenza sinistrorsa.

[Postilla che non c'entra una cippa: non parlerò mai più su questo blog della Juve, a meno che noi non si vinca un qualche scudetto e/o champion's league e/o qualche altra competizione sportiva.]


a me non piace il calcio

un calciatore molto figo in svariati sensi

Poi uno dice “a me non piace il calcio”.

Ma come fai, se poi ti capita di essere in giro a bere il vino buono in compagnia, e all’improvviso ricordarti che c’è l’anticipo/posticipo/giorno della settimana random in cui si decide di piazzare una giornata di campionato così poi i giocatori sono spompati e prendono le bombe per tirarsi su e allora dopo le mamme dicono che pure il calcio rovina i giovani. [I giovani d'oggi sono rovinatissimi]. E allora pensare di andare in un pub a vedere almeno il secondo tempo, che entri e se provi ad immaginarla senza audio, la scena che ti si presenta è quantomeno surreale. Però l’audio c’è, eccome, e pure la birra, e i nervi tesi con gli occhi piantati sugli schermi

E di qua c’è la Juve che vince tre a zero con la Samp, e basta leggere quel 3 e quello 0 per allargarti un sorriso sulla faccia. Di là il Milan vince due a zero col Napoli, amen, non si può avere tutto. Ma come fai a dire “non mi piace il calcio” se, mentre sei lì col sorriso allargato sulla faccia e la birra gelata in mano, la Juve fa in tempo a segnare altri due gol, che sembrano un regalo. E quando poi la partita di qua finisce, quella di là continua, e il Milan vince ancora due a zero, no aspetta, due a uno, no aspetta: il Napoli pareggia nei cinque minuti di recupero.

Come fai a dire “non mi piace il calcio”, se basta così poco per essere immediatamente tutta allegra e frizzante, come un bicchiere di champagne.

Ecco, certo, forse per i milanisti non è stata proprio la stessa cosa.


mi piacciono le canzoni con i finali tristi

winter is coming, foto di anna parini

winter is coming, foto di anna parini

A un certo punto l’autunno arriva, e non importa più quanto tempo ci abbia messo. Che non è solo questione di vento, di foglie arancioni, di pioggia e cieli grigi. E neanche di cioccolate calde, buio alle cinque, matite temperate e castagne sbucciate.

E’ come se la malinconia delle domeniche pomeriggio si nascondesse dentro le cose, bruciacchiandole agli angoli. Poi pensa se fra un mese o poco più ti tocca lasciare Bologna, dopo quasi tre anni densi di tutte quelle cose che a noi del Dams piace tanto mettere nel nostro primo film. E  densi anche di amicizie vere, e pure qualche amore – ma questo è un discorso troppo grosso per stare nel post di un blog.

Allora usciamo, nell’ultimo sabato pomeriggio in cui c’è ancora un po’ di sole, prima che si debba cambiare l’ora per fare arrivare più in fretta la sera. Usciamo e andiamo a bere una cioccolata calda al Bar Zamboni, che sarà anche un po’ fighetto, ma è stato pure il primo posto a Bologna dove sono andata a bere qualcosa, ora che ci penso. Una cioccolata calda con la panna e con dentro tutto il sapore tardoadolescenziale (eh, va beh,  sì,  è Brizzi…  ma che ci vuoi fare, sono a Bologna…) dei sabati pomeriggio in centro ai tempi del liceo.

In Feltrinelli per vedere se quell’articolo lì su Nocturno c’è davvero davvero, c’è Samuele Bersani proprio davanti alle riviste di cinema, verrebbe da dirgli “levati, chè devo controllare una cosa” ma non fa, con tutta la gente che gli fa le foto e chiede gli autografi. Allora andiamo all’Osteria del Sole, quel posto dietro Piazza Maggiore dove c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e nella strada inondata di luce gialla beviamo il vino buono seduti sui gradini, sgranocchiando via patatine e castagne, chè ormai è buio.

Più tardi, in quell’enoteca così dannatamente parigina, persa nei vicoli dalle parti di Via dell’Inferno, che fa tanto radical chic sfogliare l’Internazionale col sottofondo jazz, però accidenti se è buono questo vino, e ci sale quella brillantezza allegra di quando il vino è proprio buono, altro che quella porcheria del pakistano – sarà che stiamo invecchiando, come si diceva io e Gaia nel suo appartamento, proprio a Parigi, proprio qualche mese fa, stiamo invecchiando e ci piace il vino buono.

Domenica, le sveglie impazzite, la spesa, cucinare insieme con la colonna sonora di Radio Rock – ma cosa diavolo avrà poi di così speciale la musica degli anni Sessanta? – le lasagne, il tiramisù, i biscotti fatti in casa, il tè, Taboo, il fumo, i film, e la sera che, proprio come previsto, arriva più in fretta. E sì, anche le benedette primarie che eleggono un altro Bersani, mannaggia, preferivo quello di sabato, anche se stava tra me e le riviste.

Eh.

L’autunno a un certo punto arriva, e non è tanto questione di maglioni di lana, ombrelli, quaderni di scuola. Non è solo questione di violini, di fumo e di nebbia.

[Grazie a Giò, a Bologna, a Dente, a Gaia, a Parigi, a Guccini, a Carmen Consoli e a Verlaine.]


snobismi

un grande supereroe

un grande supereroe

Io non credo di essere una persona snob. Perlomeno, credo di non essere snob per quanto è possibile non essere qualcosa, fermo restando che c’è sempre una parte di quel qualcosa inconsapevole che non riusciamo a controllare e allora magari facciamo pure degli sforzi per eliminare anche quella minima parte lì – ma insomma, dai, non sono una persona snob.

Però quando vado in libreria e mi tuffo diretta nel reparto cinema, lì divento snob. A parte il fatto che un reparto televisione ancora non esiste da nessuna parte e i libri sull’argomento li devi stare a cercare col lanternino, leggendo i dorsi delle copertine uno a uno. E vabbè, è anche una cosa che faccio con un certo gusto, sedermi per terra con la testa piegata di lato e scorrere i titoli. Ma il punto è che nel reparto cinema si trovano delle cose imbarazzanti. La biografia di Rocco Siffredi, ancora ancora passi. Ma poi c’è quella di Costantino (non l’imperatore, il tronista. Ma in effetti ammetto che ai giorni nostri la differenza è labile). Quella di Paris Hilton. Quella di Luca Roncato. Quella di Christian De Sica (Figlio di papà si intitola, non senza una certa ironia, in fondo. Povero Vittorio). Quella della tipa che stava con Eric Clapton e ha vinto l’IsoladeiFamosi, nonmiricordopiùcomesichiama. Quella di Simona Ventura (ha un titolo tremendo, sembrava uno slogan di 300, l’ho rimosso). Ovviamente fiumi di pubblicazioni su Edward Cullen/Robert Pattinson. E via così.

Lì divento snob. Voglio dire, fate un reparto a parte. Chessò, “biografie di gente a caso”. “I quindici minuti di Andy Wahrol”. Cose così. Che poi per trovare un libro che mi parli di televisione e cultura contemporanea, mi tocca andare nel reparto sociologia. O nel reparto attualità. E lì è ancora peggio, perchè incappare nel faccione di Vespa che ti sogghigna è un niente.

Per concludere in bellezza, alla Feltrinelli di via dei Mille c’era in sottofondo la canzone di Anna Tatangelo sul suo amico gay.

Graziealcielo, alla Feltrinelli di via dei Mille, il reparto fumetti vende Rat Man.


notte di città d’agosto

lultimo uomo della terra

l'ultimo uomo della terra

E’ l’una di notte del quattordici di agosto. Cioè l’una del mattino del quindici. Sì, dai, che avete capito.

Da lontano mi arrivano le sirene della polizia, dev’essere successo un incidente oppure boh. Sono proprio uguali uguali a quelle che si sentono nei film americani quando scatta l’inseguimento. O tipo quando inseguivano O.J.Simpson, ve lo ricordate? Io me lo ricordo, anche se ero piccola. Mi ricordo sempre un sacco di cose, io. Quasi nessuna di quelle importanti, però.

Ho lasciato per sbaglio la zanzariera su e le luci accese e ora ho la camera invasa di zanzare. Ho fatto delle telefonate, ne ho ricevute delle altre, ho guardato dei film e bevuto della birra. Ho pure beccato una partita della nazionale di basket – l’Italbasket – contro la Francia e l’ho guardata per un po’. L’Italia ha fatto merda liquida, come diceva il vecchio Zappa, per quelli che sanno chi è. La Juve però ha vinto il trofeo Tim, checculo. Sarà contento il Pierlu.

Le sirene ora non si sentono più e al loro posto è rimasto un silenzio vuoto che dà i brividi. Le tapparelle delle altre case sono tutte giù, non si sente una chiacchiera, un litigio,una risata, una tv troppo alta, l’acciottolio dei piatti che si lavano, il cozzare di bicchieri che brindano, un pianto di bambino. Niente. Che ok che è l’una di notte, ma io non ci sono abituata. Tutti quelli che si lamentano dei rumori della città, io non li capisco. Che poi comunque, anche se vai a vivere in campagna, lì ci sono i grilli che ti sfracassano i maroni, preferisco cento volte la signorina spagnola che urla sotto la mia finestra bolognese. Almeno mi rassicura del fatto che tutto il resto del mondo è ancora lì e non ha nessuna intenzione di scomparire mentre io mi addormento.

Io non li capisco, quelli che vogliono il silenzio. Io in questa notte di quattordiciquindici agosto, con la città muta che mi assedia intorno, mi sento come Vincent Price nell’Ultimo Uomo Della Terra (quel film che hanno girato a Roma con due lire negli anni Sessanta e poi un paio di anni fa l’hanno rifatto con Will Smith e l’hanno chiamato Io Sono Leggenda). Mi sembra che tutto il mondo si sia ridotto al cerchio di luce della mia lampada da scrivania. E, sinceramente, il cerchio di luce della mia lampada da scrivania è troppo troppo piccolo.

Ci sto dentro solo io. E io, da sola, non sono abbastanza.


per non parlar del coccodrillo

cocco e la barca

cocco e la barca

E’ ricominciata Tre uomini in barca, che è una trasmissione di Radio Popolare fatta così: gli ascoltatori della radio che vanno in giro per il mondo e ne hanno voglia, scrivono aggiornamenti delle loro avventure di viaggio da qualunque posto della terra. Sì, da Cinisello Balsamo a Kuala Lumpur. E poi i conduttori della trasmissione pubblicano gli scritti su un blog e li leggono in onda e talvolta telefonano pure agli ascoltatori che sono in giro per il mondo e poi danno un sacco di consigli di viaggio e cose così.

Come dice mia mamma “è uno di quei programmi che se sei bloccato a BustoArsizio tutta l’estate, ti fa venire un nervoso della madonna”. Però dipende dai punti di vista. Secondo me un pochino ti permette di andare in giro anche se non puoi muoverti da casa. Insomma, io lo sponsorizzo.

E mica solo perchè l’anno scorso ho scritto il blog dalla Mostra del Cinema di Venezia e quest’anno scriverò delle mie disavventure bolognesi. Eheh.

[Radio Popolare a Milano&dintorni è sui 107.6, nel resto dell'Italia è in network. Però, visto che noi si è duepuntozero, la si può ascoltare in streaming.]


il degrado

giardini, foto by tacu

giardini, foto by tacu

Ieri sera un paio di dozzine di ggiovani studenti bolognesi, capeggiati dalla Giò e dalla sottoscritta, si sono radunati ai  Giardini Margherita all’ora del tramonto. Con le coperte stese sul prato, i piedi nudi, qualche bottiglia di vino, qualche lattina di birra, una chitarra, un sacco di chiacchiere e di nicotina. [Nicotina arricchita poca, giusto il giusto].

E una macchina della pula che si faceva il giro completo del parco a passo d’uomo – non voglio neanche immaginare lo sfrenato vortice di divertimento che aspetta gli sbirri, quando gli tocca fare quel turno lì.

Poi, quando il cielo si è riempito di stelle, lo Chalet – locale in mezzo al parco – si è riempito di gente strafighetta che ballava la musica house dentro scarpe scomodissime e sotto capelli somiglianti a sculture postmoderne. Lo so perchè ho bevuto un casino di birra e ho dovuto approfittare del cesso dello Chalet più e più volte.

Non è che io voglia fare del facile moralismo, ognuno si sceglie le serate che più gli piacciono, e se a uno piace la musica house e il tacco dodici, lungi da me criticarlo. Pure io me lo metto, il tacco dodici, ogni tanto, per ovvie ragioni di bassezza cronica.

Ma il fatto è che, per qualcuno, noi – quelli lì che si fanno le canne bevendo il vino nel prato – siamo il degrado. Da combattere, da estirpare, da metterci il coprifuoco che dopo le dieci non si vendono più alcolici, da non far sedere per terra in piazza Verdi, da dirgli di fare piano quando cantano De Andrè in piazza Santo Stefano.

Ecco, io questa cosa, proprio non la capisco.


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