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the dark side of things

Ogni cosa ha un lato oscuro.

Le persone, le stagioni, le città, gli stati d’animo. Quelli a cui piacciono le frasi fatte, lo chiamano “il rovescio della medaglia”. Quelli tutti yogurt, yoga e lana cotta vi diranno sicuramente qualcosa sullo yin e lo yang. Noi che si è nerd ci piace “the dark side”, che fa sollevare testa e midiclorian a tutti gli adepti di Star Wars, e poi piace anche ai patiti di musica, che subito sbavano pensando alla luna dei Pink Floyd.

Il lato oscuro di quest’autunno è una pioggia che non dà quasi tregua. Una pioggia – ci scommetto – senziente, dal momento che, chirurgicamente, comincia a cadere ogni sabato mattina e non ne vuol sapere di smettere almeno fino alla domenica sera. Poi in settimana va e viene, risale gli orli dei pantaloni e ti allena al “salto a ostacoli delle pozzanghere”. Con bestemmia.

Il lato oscuro dell’autunno è questa pioggia grigia che rende tutto grigio – il cielo e i miei occhi, poi striscia sull’asfalto, che già è grigio di suo, e così diventa grigio lucido, va di moda il grigio quest’inverno, dice Vogue, il grigio e il cammello, forse i due colori che più mi fanno cagare sulla faccia della terra. Il lato chiaro della pioggia è quando ti accorgi che, dentro le pozze d’acqua, ha riempito la città di riflessi colorati: il giallo e il rosso dei fari delle auto, il verde dei semafori, le luci dei lampioni e delle insegne al neon. Il lato chiaro della pioggia è quando sei dentro e non fuori, e puoi ascoltare il tamburellare delle gocce sul tetto, attraverso il soffitto.

Il lato chiaro dell’autunno è invece fatto di foglie rosse e arancio, e del profumo bruciacchiato dai comignoli che fa tanto Londra vittoriana; di trame di lana e gusci di castagne, di cioccolata calda e muffin; di freddo arrossato sulle guance e di burro a fiumi dentro i pizzoccheri. Di matite temperate. Di quaderni di scuola. Di cappotti di panno pesante. Il lato oscuro della pioggia di quest’anno è che le foglie rosse e arancio son cadute quasi subito, e i cappotti di panno pesante è meglio che cedano il passo all’impermeabile.

Il lato oscuro della pioggia sono gli ombrelli, chè quando son chiusi non sai mai dove mettere, e il novanta percento delle volte finiscono abbandonati dentro i grandi vasi loro dedicati, all’entrata dei negozi o delle case. Io sono contro l’ombrello. Così come sono contro il fazzoletto.

Con il naso schiacciato sul vetro appannato del pullman, guardo Milano a goccioline e penso: però cheppalle vivere in un mondo cyberpunk. Lo realizzo all’improvviso, chè non ci avevo mai fatto caso: quei futuri prossimi dove piove sempre e si mangia solo cibo cinese in scatola, e dappertutto sparano luci artificiali – laser, neon, semafori, insegne luminose, pubblicità parlanti, ologrammi, ideogrammi, anagrammi, melodrammi, moschettieri. Tutto fotografato sui toni freddi dell’azzurrino e del grigio. Lo realizzo all’improvviso: passi per il cinese in scatola, ma tutta quell’umidità dentro ai vestiti, ai capelli, agli occhi, alle ossa – tutto quel lato oscuro delle cose a stratificarsi un giorno dopo l’altro – una noia mortale, e solo l’anticamera di una depressione collettiva.

Però, vabbè, non so se io possa fare proprio testo: lo sanno tutti che sono la regina delle meteoropatiche.


come gli adesivi che si staccano

fiori rossi

Ecco, adesso i fiori si sono, quasi tutti, più o meno accartocciati. D’altra parte, sono passate due settimane. E’ stato bello, per due settimane, avere la casa punteggiata di mazzi di fiori, prevalentemente rossi. Il rosso è il mio colore preferito – e i fiori sono una di quelle cose che ti pare completamente inutile, e in effetti lo è, completamente inutile, ti chiedi da anni come sia possibile l’esistenza di un business attorno ai mazzi di fiori, però poi, quando ti svegli e nel percorso verso la colazione spuntano, qua e là, queste cose colorate e morbide, un po’ lo pensi, “che bello”.

Poco. C’è una specie di sospensione, tra i fiori rossi e i confetti rossi e le bomboniere rosse – per fortuna che, il rosso, è il mio colore preferito. C’è una specie di sospensione, qualcosa che si è staccato, tipo come quando le cose adesive smettono di essere, per l’appunto, adesive, e non importa con quanta forza le tue dita cerchino di premerle per farle restare dove stanno. Una specie di perplessità latente, un senso di colpa per una felicità strabordante che invece non arriva.

Vorrei riavvolgere il nastro e rivedere la scena. Forse mi sono persa qualcosa. Forse, probabilmente, è per tutti così. Ti dicono che devi arrivare lì, te lo dicono per venticinque anni, poi quando ci arrivi, mah. I series finale non sono, quasi mai, come uno se li aspetta. E le mete, “le mete non sono che necessari pretesti”, diceva qualcuno, non mi ricordo chi, era una frase che avevo letto da qualche parte e poi mi ero scritta su un post it – un post it verde – per attaccarla al muro della mia camera, a Bologna, sopra il cuscino dove appoggiavo la testa tutte le sere – quel muro bianco e freddo trasformato in una versione più adulta della smemoranda liceale – un post it verde che a un certo punto ha smesso di attaccarsi, e non importa con quanta forza le mie dita provassero a premere per tenerlo lì.

Non è mica depressione post laurea, questa, eh, figurarsi. E’ più una sorta di spaesamento (ma esisterà questa parola?), fronte permanentemente corrucciata e labbra perplesse. Dovrei essere ubriaca, dovrei essere terrorizzata, dovrei essere al settimo cielo, dovrei essere a terra, dovrei cercare lavoro, dovrei riposare. Dovrei trasferirmi, fuggire all’estero, dovrei sistemarmi, dovrei. Invece ho la testa piena di colori saturi, di luci oblique, una voglia lontana di mare, di gelato, di macchine fotografiche, di aerei, di scrivere. Di scrivere.

Quest’ultima voglia, magari, vediamo di tenercela buona, e coltivarcela un po’. Quest’ultima, e  poi, perchè no, anche tutte le altre.


my bloody valentine

my hurley valentine

Come se non gli bastasse il fatto di essere, già di per sè, una festa di merda, il San Valentino si prodiga sempre per rendermi la giornata pietosa. Io non sono una persona superstiziosa, non me ne frega una cippa di passare sotto una scala e i gatti neri li adoro e trovo che siano stati discriminati troppo a lungo nei secoli dei secoli. Però è un fatto: ad oggi ricordo un solo San Valentino vagamente accettabile, cioè un giorno come un altro, tranquillo, senza ferite di sorta.

Se sei single a San Valentino, inevitabilmente, un po’ ti deprimi. Voglio dire, tu te ne stai lì a farti i fatti tuoi, con i tuoi libri film serie tv blog tumblr recensioni caselibriautoviaggifoglidigiornale (rendetevi conto, il potere malefico del San Valentino mi ha portato addirittura a citare Tizianoferro), non ci pensi nemmeno al fatto che un po’ ti manca, un qualcuno a fianco, ma mica uno qualunque, eh… uno come dici tu, fatto su misura, uno che ti legga i libri ad alta voce in macchina mentre il tramonto si srotola intorno e la strada corre, uno che verrebbe con te tre volte al cinema in un giorno, uno da lavorarci insieme ore e ore fianco a fianco, senza alzare la testa dal pc e solo ogni tanto allungarsi le dita incontro senza premeditazione, quasi in automatico, uno da amare anche quando russa, uno con cui ubriacarsi senza ritegno, uno da cui farsi spogliare in ogni momento, etc.

Tu sei lì, e mica ci pensi, che ci hai le tue cose da fare e sei una persona indipendente, mica una che sta lì a piagnucolarsi addosso nella solitudine. E invece, sticazzi, arriva il fottuto San Valentino e via, deliri di Pretty Woman alla tv e Baci Perugina a grandinate, gente che si amano e si baciano ad ogni angolo di strada, mioddio, è proprio come quando hai un ritardo e in giro vedi solo donne incinte. Solo che qua mica è una tua suggestione, qua è un malefico complotto ordito da crudeli manager di multinazionali senza scrupoli. Sono certa che il maggior numero di introiti di San Valentino, a questi signori, derivi da tutti i single che si affogano nel cioccolato oppure si danno allo shopping compulsivo per stordire la propria angoscia. Bastardi.

Perchè poi, le volte che mi è capitato di non essere single a San Valentino, alla fine ho sempre litigato col mio moroso, quel giorno lì. In un modo o nell’altro, colpa mia o colpa sua, che si decida di ignorare saggiamente la festività o di avventurarsi cautamente in una canonica celebrazione a base di cenetta romantica&sesso selvaggio, non c’è niente da fare, si finisce sempre per mandarsi sonoramente affanculo. E’ un complotto, ve lo dico io.

E quest’anno, che quasi del San Valentino non mi ero proprio accorta, in tutt’altre faccende affaccendata, mi procaccio una bella distorsione alla caviglia. Camminando. Sotto casa. E via, una simpatica domenica al pronto soccorso, dolori, bestemmie, saltelli, fasciature, ghiaccio, tutori, stampelle, tre piani di scale su un piede solo. Tra l’altro, sabato prossimo era in programma una festa di Carnevale con i miei stupidi piccoli amici. Avevo già in programma una trasformazione al cristallo di luna, chè io il Carnevale, invece, lo adoro. Però, com’è come non è, alla fine il Carnevale invece non riesco mai a festeggiarmelo come si deve.

No, basta, di maledizioni festive, per oggi, ne basta una.


il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


tanto per

messaggi subliminali

Il motivo per cui non scrivo da un po’, oltre al fatto che ho aperto pure un tumblr, è che il Natale ha questo potere di immalinconirmi e, in men che non si dica, regredisco a quell’età adolescenziale in cui il divertimento maggiore consiste nel crogiolarsi per ore nella propria adolescenziale tristezza. Due palle. E, per evitare che questo blog si trasformi in uno di quei MySpace emo, con i teschi i cuoricini le stelline le immagini degli angeli e dei demoni e di giovani fanciulle in lacrime, ho preferito astenermi dallo scrivere per un po’.

Non che io abbia qualcosa contro i post malinconico-nostalgici, si sa, però bisogna essere nel mood giusto.

[E' tutto falso. Sto davvero snobbando il blog per il tumblr. Sono una brutta persona.]

Quindi, insomma, tutto ok.

E no, non parlerò di quello di cui tutti parlano, perchè se n’è già parlato fin troppo e ovunque e in modo estremamente più spiritoso e divertente di quanto sarei in grado di fare io. E poi, perdindirindina, non voglio essere complice nella propagazione di questo clima di odio e violenza subdolamente instillato dalle sinistre nella nostra società.

Confido in Parigi, che sappia essermi d’ispirazione.


per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

brown years

bennato

bennato

“Quella volta che, sarà stato il Settantuno o il Settantadue, abbiamo beccato Bennato a piedi che andava a suonare. Noi avevamo diciassette anni e stavamo andando in bici al suo concerto, era inverno e faceva un freddo porco. Lui è arrivato da solo alla stazione delle Nord, a Castellanza, e da solo si è incamminato verso il centro, dove doveva suonare, dove adesso c’è la Liuc, hai presente? Non è lontano, ma comunque a piedi è un bel pezzettino. Aveva la chitarra sulle spalle e pure due sacchi con dentro i tamburelli e altri strumenti e camminava da solo, sul ciglio della strada e da lontano ti accorgevi che era lui perchè era uguale alle foto sui dischi.

L’abbiamo salutato ridendo e lui ci ha detto ‘ci vediamo dentro’ e poi infatti ha fatto il suo concerto e alla fine è ritornato a piedi alla stazione Nord di Castellanza, e ha preso il treno, e noi invece siamo tornati in bici a Busto, era inverno, faceva un freddo porco.”

Ci sono racconti che conosci a memoria perchè tuo padre te li ha srotolati per anni durante pranzi e cene e chiacchiere. Ma non ti stanchi mai di farteli ripetere. Di farti disegnare gli anni Settanta a Busto Arsizio, chè faceva quasi sempre un freddo porco, a parte d’estate quando il juke boxe lo portavano fuori dal bar e lo mettevano sul marciapiede e le canzoni le ascoltavano tutti. Centolire tre canzoni. E di sera tardi si andava appena fuori dal Villaggio, adesso ci sono un sacco di palazzi nuovi e di parcheggi, ma a quei tempi non c’era niente, solo campagna e zanzare, però lo stesso una volta hanno chiamato la polizia perchè cantavamo i Deep Purple ululando troppo forte.

E ti fai venire una nostalgia assurda, in bianco e nero, per un tempo in cui tu non esistevi nemmeno nei pensieri e magari, fossi esistita, non sarebbe stato poi molto diverso – salvo che a quel tempo era tutto un po’ più nuovo, un po’ meno consumato, e potevi felicemente stare sdraiato in camera ad ascoltare i vinili dei Lynard Skynard, sognare l’America senza sentirti pateticamente imprigionata in un abusatissimo clichè.

Indubbiamente pensi che ti sarebbe piaciuto non poco conoscere tuo padre, a quei tempi là. Andare insieme a comprare i dischi d’importazione dal Carù di Gallarate, in autostop. Strabuzzare gli occhi di stupore sul devastante riff di Whole Lotta Love, ascoltato per la prima volta. Per la prima volta. Son cose.

Saranno anche stati anni marroni, come dice Coe, ma, avessi la macchina del tempo, una capatina ce la faresti volentieri.


notte di città d’agosto

lultimo uomo della terra

l'ultimo uomo della terra

E’ l’una di notte del quattordici di agosto. Cioè l’una del mattino del quindici. Sì, dai, che avete capito.

Da lontano mi arrivano le sirene della polizia, dev’essere successo un incidente oppure boh. Sono proprio uguali uguali a quelle che si sentono nei film americani quando scatta l’inseguimento. O tipo quando inseguivano O.J.Simpson, ve lo ricordate? Io me lo ricordo, anche se ero piccola. Mi ricordo sempre un sacco di cose, io. Quasi nessuna di quelle importanti, però.

Ho lasciato per sbaglio la zanzariera su e le luci accese e ora ho la camera invasa di zanzare. Ho fatto delle telefonate, ne ho ricevute delle altre, ho guardato dei film e bevuto della birra. Ho pure beccato una partita della nazionale di basket – l’Italbasket – contro la Francia e l’ho guardata per un po’. L’Italia ha fatto merda liquida, come diceva il vecchio Zappa, per quelli che sanno chi è. La Juve però ha vinto il trofeo Tim, checculo. Sarà contento il Pierlu.

Le sirene ora non si sentono più e al loro posto è rimasto un silenzio vuoto che dà i brividi. Le tapparelle delle altre case sono tutte giù, non si sente una chiacchiera, un litigio,una risata, una tv troppo alta, l’acciottolio dei piatti che si lavano, il cozzare di bicchieri che brindano, un pianto di bambino. Niente. Che ok che è l’una di notte, ma io non ci sono abituata. Tutti quelli che si lamentano dei rumori della città, io non li capisco. Che poi comunque, anche se vai a vivere in campagna, lì ci sono i grilli che ti sfracassano i maroni, preferisco cento volte la signorina spagnola che urla sotto la mia finestra bolognese. Almeno mi rassicura del fatto che tutto il resto del mondo è ancora lì e non ha nessuna intenzione di scomparire mentre io mi addormento.

Io non li capisco, quelli che vogliono il silenzio. Io in questa notte di quattordiciquindici agosto, con la città muta che mi assedia intorno, mi sento come Vincent Price nell’Ultimo Uomo Della Terra (quel film che hanno girato a Roma con due lire negli anni Sessanta e poi un paio di anni fa l’hanno rifatto con Will Smith e l’hanno chiamato Io Sono Leggenda). Mi sembra che tutto il mondo si sia ridotto al cerchio di luce della mia lampada da scrivania. E, sinceramente, il cerchio di luce della mia lampada da scrivania è troppo troppo piccolo.

Ci sto dentro solo io. E io, da sola, non sono abbastanza.


io ikeo, tu ikei, egli ikea

pratica & utile

pratica & utile

Chissà perchè l’andare all’Ikea finisce sempre per portare a condizioni psicofisiche devastanti.  Che è anche divertente osservare le persone: i bambini sono estasiati, meglio che a Disneyland. E gli adulti misurano, progettano, litigano, confrontano, discettano in italosvedese. [Una volta mio papà è incappato in un uomo esausto che dormiva su un letto in esposizione].

Aspvik, Glimma, Ektorp, Arild, Gyllen, Tindra, Nyttja, Alg, Enger, Figgjo, Godmorgon, Grundtal, Kroken, Mandal, Tingvoll, Lillesand. Chiudi gli occhi e ti sembra di esserti teletrasportata, per magia, in un romanzo di Tolkien. Ora che ci penso, quand’ero piccola e scrivevo racconti fantastici e perdevo ore ed ore del mio tempo a sfogliare libri dei nomi per trovarne di astrusi e inusuali, avrei potuto molto più semplicemente fare affidamento su un catalogo Ikea. [Che poi lo so che probabilmente in svedese questi nomi hanno un significato banale tipo 'ciotola' o 'mensola', ma suonano comunque elfici o giù di lì].

Bè, in sostanza, sono distrutta. E però ci siamo andati tutti insieme io, la Flavia e il Pierlu [the happy family] con il camioncino del Pierlu, e il Pierlu ha fatto tutte le strade in mezzo alla campagna, e dalla radio veniva una musica country blues, e allora io ho fatto finta che eravamo una famigliola del sud degli Stati Uniti, tipo l’Alabama o la Louisiana, e allora adesso mi è venuta voglia di gamberi e pesce gatto. E quindi, complice anche il gelato riempito due volte, il tutto ha avuto anche il suo perchè.


giornate storte

linus e charlie

linus e charlie

Oggi è una di quelle giornate che, comunque le giri e le rigiri, finisce che sono sempre storte. Quelle che, comunque ti giri e ti rigiri, finisci sempre per sentirti come quando avevi cinque anni. E non in senso positivo, tipo “come quando avevi cinque anni ed eri il capodellascuolamaterna, la regina della palestrina, la maestra dello scivolo, la padrona della sabbionaia”. No. Più “come quando avevi cinque anni e tutto era troppo grande e quando dicevi le cose gli adulti ti guardavano con aria di superiorità e tu ti sentivi minuscola e impotente e tutte le lacrime pizzicavano dietro le palpebre e dentro la gola e non potevi farci niente”.

Non starò qui a tediarvi, perchè nessuno sopporta i tedii altrui, bastano i propri ad andare fuori dai gangheri. Io, perlomeno, vado fuori dai gangheri, in queste giornate qui – stare male un pochino va anche bene, ma dopo un po’ mi girano i coglioni proprio a elica. Quindi non vi tedierò raccontandovi dei miei dilemmi amletici ed esistenziali, di come  io mi senta bloccata e imprigionata e lasciata indietro e inadeguata e di come vorrei tanto fuggire da qualche parte ma, dannazione, probabilmente mi tocca invece mettere da parte i soldi per comprare un computer nuovo che non si impianti ogni tre per due. Eheh.

No. Condividerò invece un post che ho trovato oggi, dopo aver finito di leggere un libro di cui forse parlerò in un  altro post intitolato letture estive #2, o forse no. Cercavo informazioni sull’autrice, ho trovato il suo blog e sul suo blog una roba che potrei aver tranquillamente scritto io. E, tutto sommato, questo è il genere di cosa che ti fa sentire meglio, e anche in svariati modi. Ecco qui, dedicato a tutti i miei nerd personali.


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