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un ottovolante di merda

Sto lontana due giorni dalla Rete – nel senso che mi limito a farne l’utilizzo privato che ne fa la stragrande maggioranza degli utenti Facebook, e cioè pubblicare le foto dei miei muffin sui vari social network – e non mi accorgo che succede questa cosa qui, e che a questa cosa qui seguono una valanga di robe, Macchianera che chiude e dirotta il traffico su quel tumblr, tutti i più noti blogger che dicono la propria opinione, un sacco di solidarietà e, ovviamente, anche tanti contro.

Non sto qui a fare il riassunto della storia, chè chi ancora ne fosse all’oscuro, gli basta Google. Quello che volevo dire è che, di tutti i commenti critici che ho letto, non ce n’è uno che mi sembri meno di un’arrampicata sugli specchi. Lo sciopero della fame è pericoloso e stupido, e probabilmente inutile, e probabilmente questa giornalista – che non conosco – ha davvero agito sull’onda dell’indignazione, senza pensare alle conseguenze. Ma riportare tutto alla vicenda personale, andando a parlare dei dettagli della vita di Paola Caruso, o di quanti privilegi preveda un contratto di giornalista, per quanto legittimo, mi sembra un modo come un altro di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale: se a 40 anni sei precaria, ma da 7 anni lavori per uno stesso padrone, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Io ho appena iniziato a muovere i passi in quell’universo dove lavora Paola Caruso. Non so ancora se e quanto sono brava, non so ancora se e quanto mi merito un posto fisso. Ma la verità è che, come forse Paola, e come penso una marea di gente, vivo la convinzione intima e profonda che io, un posto fisso, non l’avrò mai. E non è solo una questione di essere legata a un posto e a un luogo, nè di avere una posizione o uno status: non avere un posto fisso si porta dietro una voragine di vuoto, l’impossibilità di progettare nulla che vada oltre lo scadere del contratto. Giorni sull’orlo del “vediamo come va”, con la consolazione del “se sarai brava, se lavorerai tanto, se sarai sveglia, se ti farai notare, forse, allora, forse” e poi forse un bel niente. Forse forse forse, per ora, per me, può anche andare bene così – ci ho messo tanto a studiare e a laurearmi, sono in ritardo con tutto – ma forse, io credo, arriverà anche un giorno in cui si sentirà il bisogno di respirare.

Di arredare una casa con qualcosa di più dei mobili dell’Ikea.

Di arredare una casa per restarci.

Magari di fare un figlio.

Magari di tenere insieme una famiglia.

Di pensare che se i tuoi genitori invecchiano, tu, un modo per accompagnarli fino alla fine, te lo puoi permettere. E se tuo figlio si ammala, e se ti ammali tu, e anche senza catastrofi, semplicemente, vivere con la parvenza di qualche radice sotto i piedi.

Di mettersi in un posto e pensare, sai che c’è, io sto bene qui, voglio stare qui, voglio cercare il mio senso dentro le immagini su queste pareti, che sono quelle che ho costruito io, e non voglio che cadano domani perchè magari non mi rinnovano il contratto.

Io non so nulla di Paola Caruso, ma credo che il punto sia questo: arriva quell’istante in cui l’equilibrio precario smette di essere eccitante e denso di tutte le opportunità del mondo, e ti diventa solo un ottovolante senza sicura, dal quale non puoi scendere, ma non puoi neanche smettere di vomitare. E poi, non è che Paola Caruso sia una sola, ecco. Siamo un’intera generazione, che va ingrossando le sue fila giorno dopo giorno. Un’intera generazione a vomitare su questo ottovolante di merda.

Forse, ecco, con quest’immagine in testa, è il caso di andare un po’ oltre il caso personale.

Postilla: sento sempre più spesso dire in giro “non ti ha mica obbligato nessuno a fare il giornalista/il designer/il ricercatore/il fotografo/l’insegnante/l’operatore/il grafico/il filosofo/il professore/il linguista/lo scenografo/l’illustratore/l’antropologo/l’assistente sociale/blablabla. Potevi fare l’ingegnere o il medico, oppure invece di passare cinque anni a fumarti le canne studiando Lettere e Filosofia, potevi rimboccarti le maniche e andare a lavorare in fabbrica/in bottega/da Zara/all’Esselunga”. Ecco, miei cari, anche se fosse vero che per un ingegnere o un medico è più facile, anche se fosse sano immaginare un mondo senza tutte quelle professioni di cui sopra, e anche facendo finta (ahahahahah) che in fabbrica si stia da dio (dai tetti, infatti, si gode di una vista niente male, neh), ricordo che il lavoro è una cosa che fai per tutta la vita. Per almeno otto ore al giorno, per almeno cinque giorni su sette (di solito, molto di più). Ti alzi al mattino e ti metti a fare quella cosa lì. E poi, dopo un po’ di anni che sei su questa terra, alla fine muori. E gran parte di quel tempo l’hai passato lavorando, quindi, ecco, fare il lavoro che ci corrisponde e per cui si è portati mi sembra quanto meno una cosa per cui valga la pena di lottare. Poi, è ovvio, la vita ti porta in giro su delle strade imprevedibili, ma evitare di passarla tutta quanta a fare un lavoro di merda, non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo.


back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.


nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


votantonio

Vi avevo promesso che vi avrei ammorbato con i Serialemmys, e, dunque, vi ammorbo con i Serialemmys: è iniziata finalmente la seconda fase. Ora si fa sul serio. I premi più importanti del mondo della tv stanno per essere assegnati, e tocca a tutti voi votare. Quindi… votate!

Dai, che è divertente! La seconda fase brilla e splende, e ha anche le categorie cretine, che poi sono anche quelle che ci interessano davvero.

Per il resto, perdonate la mia latitanza: è estate, fa caldo, si fanno cose, si vede gente, ci si immalinconisce, si va ai concerti all’aperto, si lotta all’ultimo sangue contro le zanzare, si venera il dio ventilatore, si leggono best seller discutibili, si beve fiumi di mojito, si sogna di prendere un aereo, molti aerei, volare via, via, vieni via di qua. Il mare, ragazzi. Il mare.


thinkin’

Cose a cui penso in questi giorni, mentre non scrivo nulla, anche se vorrei:

  • al finale di Lost. (Ebbene sì, ancora. Ma solo perchè ci voglio scrivere qualcosa sopra, e tutti hanno già detto quasi tutto, e allora si fa difficile).
  • al pessimo giornalismo. A quanto sia, in effetti, più pessimo di quanto io, già non proprio ottimista, potessi pensare.
  • al fatto che ormai il sessismo è un problema superato, COL CAZZO (appunto).
  • a Bologna che era sempre lei ma un po’ diversa, tipo una ragazza che si è appena fatta un nuovo colore di capelli.
  • a quanto, nonostante mi venga più facile fare amicizia con gli uomini, le poche donne di cui ho l’onore di essera amica siano meravigliose. [ Esempio 1, Esempio 2, Esempio 3.]
  • se quest’ansia di incertezza totale (niente lavoro, niente studio, niente progetti, niente di niente) in fondo io me la stia coltivando invece di cercare un modo di superarla, perchè, in fondo, ogni scelta è una rinuncia.
  • a quanto è bello sapere bene due lingue, e circondarsi di persone con cui puoi parlarle entrambe. Contemporaneamente.
  • a Milano, che tutti dicono fa cacare e invece, secondo me, è bellissima.
  • al fatto che, mi importa davvero tanto di sempre meno cose, e non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, in fondo, questo non sia altro che un bene.

oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


tra poco

Tra poco mi addormenterò, e fuori sarà notte. Solo che, fuori, dentro la notte, ci sarà Milano, di notte. E niente, volevo solo dirlo ad alta voce, ma non c’è nessuno al momento a cui possa dirlo – e allora lo scriverò qui, che è un po’ l’equivalente di dire le cose a voce più forte del solito.


un ricordo

pertini al funerale di berlinguer

Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi.

Io, quando è morto Pertini, me lo ricordo, anche se avevo solo otto anni. Me lo ricordo perchè mia madre ha pianto. Niente di esagerato, niente fiumi di lacrime e di disperazione. Però me lo ricordo, il suo viso che diventa scuro, il respiro che per un attimo inciampa e gli occhi che si fanno lucidi fino a straboradare. Si è seduta sul divano, si è coperta gli occhi con le dita, per un po’, e quando si è rialzata per riprendere a lavorare, sembrava che tutto fosse un po’ più pesante.

Io me lo ricordo, perchè ricordo che non capivo bene questa cosa, che si dovesse piangere la morte di qualcuno che nemmeno si conosceva veramente. E ancora, è una cosa che anche oggi mi sembra sempre vagamente ipocrita e perbenista, quel genere di situazioni in cui non sai bene come comportarti, quali siano i movimenti giusti da fare. Figuriamoci, poi, gli anniversari delle morti. Come disse una volta Pertini stesso, il modo migliore per pensare ai morti è pensare ai vivi. Però mia madre, quella volta, non era ipocrita nè perbenista, perchè non la stava mica guardando nessuno, tranne me, che ero solo una mocciosa di otto anni, e Pertini, quasi non sapevo chi fosse. Probabilmente davvero, il mondo senza Pertini, le sembrava più vuoto di un pezzo.

In ogni caso, dicevo, le commemorazioni, non sono tanto una cosa nelle mie corde. Però, dopo il decennale della morte di Craxi, che per una settimana non si è parlato d’altro, sembrava che volessero intitolargli una via in ogni città d’Italia, tutti giù a sbrodolare puttanate sul grande statista che sarebbe stato, e tutto il resto, e poi al ventennale della morte di Pertini, non una parola, non un qualunque a caso membro di una qualunque a caso di istituzione che si lasci sfuggire una parola in memoria di un uomo che, lui davvero, ha messo la propria vita intera a disposizione di noi tutti.

Ora, a me le commemorazioni, dicevo, non è che mi dicano granchè. Però, questa volta, nel piccolo del mio infimo blog, un ricordo ce lo voglio lasciare, di Sandro Pertini. Così, giusto per un tentativo, minuscolo, di riequilibrio.


mattinata old style

una batteria (click for fun)

Stamattina gli operai hanno staccato la corrente.

Non andava il riscaldamento, avevo il cellulare scarico, il telefono non funzionava (ho un cordless), la batteria del pc ho preferito conservarmela per dei lavori che avrei dovuto fare più tardi. Sono ritornata a letto, ben al caldo sotto le coperte, e mi sono messa a leggere dei libri per la tesi.

E così ho pensato che tutte le polemiche sul libro digitale sì o libro digitale no, viva il kindle, abbasso il kindle, “i libri letti sul pc sono libri senz’anima”, “voialtri siete dei feticisti che non capite il progresso”, “adoro il profumo della carta impolverata la mattina”, “gli ebook salveranno la Foresta Amazzonica” – insomma ho pensato che è tutta fuffa. Ho pensato che io, appena potrò permettermelo, un aggeggio per leggere che mi permette di prendere annotazioni, fare ricerche per parole chiave, copiaincollare, risparmiare sulla carta, portarmi appresso mille libri in duecento grammi, sicuramente me lo comprerò. Però continuerò anche a comprarmi dei libri, che oltre ad essere, talvolta, dei bellissimi oggetti d’arredamento, non hanno bisogno mai delle batterie.

E finchè c’è un po’ di luce del mattino e un piumone caldo, almeno per un bel po’, io sono a posto così.

[C'è da dire che il kindle può avere un'autonomia anche di due settimane, ma metti che precipiti con un aereo su un'isola misteriosa tra Sidney e Los Angeles... ehm, vabbè, in autonomia il libro comunque lo batte.]


my bloody valentine

my hurley valentine

Come se non gli bastasse il fatto di essere, già di per sè, una festa di merda, il San Valentino si prodiga sempre per rendermi la giornata pietosa. Io non sono una persona superstiziosa, non me ne frega una cippa di passare sotto una scala e i gatti neri li adoro e trovo che siano stati discriminati troppo a lungo nei secoli dei secoli. Però è un fatto: ad oggi ricordo un solo San Valentino vagamente accettabile, cioè un giorno come un altro, tranquillo, senza ferite di sorta.

Se sei single a San Valentino, inevitabilmente, un po’ ti deprimi. Voglio dire, tu te ne stai lì a farti i fatti tuoi, con i tuoi libri film serie tv blog tumblr recensioni caselibriautoviaggifoglidigiornale (rendetevi conto, il potere malefico del San Valentino mi ha portato addirittura a citare Tizianoferro), non ci pensi nemmeno al fatto che un po’ ti manca, un qualcuno a fianco, ma mica uno qualunque, eh… uno come dici tu, fatto su misura, uno che ti legga i libri ad alta voce in macchina mentre il tramonto si srotola intorno e la strada corre, uno che verrebbe con te tre volte al cinema in un giorno, uno da lavorarci insieme ore e ore fianco a fianco, senza alzare la testa dal pc e solo ogni tanto allungarsi le dita incontro senza premeditazione, quasi in automatico, uno da amare anche quando russa, uno con cui ubriacarsi senza ritegno, uno da cui farsi spogliare in ogni momento, etc.

Tu sei lì, e mica ci pensi, che ci hai le tue cose da fare e sei una persona indipendente, mica una che sta lì a piagnucolarsi addosso nella solitudine. E invece, sticazzi, arriva il fottuto San Valentino e via, deliri di Pretty Woman alla tv e Baci Perugina a grandinate, gente che si amano e si baciano ad ogni angolo di strada, mioddio, è proprio come quando hai un ritardo e in giro vedi solo donne incinte. Solo che qua mica è una tua suggestione, qua è un malefico complotto ordito da crudeli manager di multinazionali senza scrupoli. Sono certa che il maggior numero di introiti di San Valentino, a questi signori, derivi da tutti i single che si affogano nel cioccolato oppure si danno allo shopping compulsivo per stordire la propria angoscia. Bastardi.

Perchè poi, le volte che mi è capitato di non essere single a San Valentino, alla fine ho sempre litigato col mio moroso, quel giorno lì. In un modo o nell’altro, colpa mia o colpa sua, che si decida di ignorare saggiamente la festività o di avventurarsi cautamente in una canonica celebrazione a base di cenetta romantica&sesso selvaggio, non c’è niente da fare, si finisce sempre per mandarsi sonoramente affanculo. E’ un complotto, ve lo dico io.

E quest’anno, che quasi del San Valentino non mi ero proprio accorta, in tutt’altre faccende affaccendata, mi procaccio una bella distorsione alla caviglia. Camminando. Sotto casa. E via, una simpatica domenica al pronto soccorso, dolori, bestemmie, saltelli, fasciature, ghiaccio, tutori, stampelle, tre piani di scale su un piede solo. Tra l’altro, sabato prossimo era in programma una festa di Carnevale con i miei stupidi piccoli amici. Avevo già in programma una trasformazione al cristallo di luna, chè io il Carnevale, invece, lo adoro. Però, com’è come non è, alla fine il Carnevale invece non riesco mai a festeggiarmelo come si deve.

No, basta, di maledizioni festive, per oggi, ne basta una.


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