Sto lontana due giorni dalla Rete – nel senso che mi limito a farne l’utilizzo privato che ne fa la stragrande maggioranza degli utenti Facebook, e cioè pubblicare le foto dei miei muffin sui vari social network – e non mi accorgo che succede questa cosa qui, e che a questa cosa qui seguono una valanga di robe, Macchianera che chiude e dirotta il traffico su quel tumblr, tutti i più noti blogger che dicono la propria opinione, un sacco di solidarietà e, ovviamente, anche tanti contro.
Non sto qui a fare il riassunto della storia, chè chi ancora ne fosse all’oscuro, gli basta Google. Quello che volevo dire è che, di tutti i commenti critici che ho letto, non ce n’è uno che mi sembri meno di un’arrampicata sugli specchi. Lo sciopero della fame è pericoloso e stupido, e probabilmente inutile, e probabilmente questa giornalista – che non conosco – ha davvero agito sull’onda dell’indignazione, senza pensare alle conseguenze. Ma riportare tutto alla vicenda personale, andando a parlare dei dettagli della vita di Paola Caruso, o di quanti privilegi preveda un contratto di giornalista, per quanto legittimo, mi sembra un modo come un altro di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale: se a 40 anni sei precaria, ma da 7 anni lavori per uno stesso padrone, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Io ho appena iniziato a muovere i passi in quell’universo dove lavora Paola Caruso. Non so ancora se e quanto sono brava, non so ancora se e quanto mi merito un posto fisso. Ma la verità è che, come forse Paola, e come penso una marea di gente, vivo la convinzione intima e profonda che io, un posto fisso, non l’avrò mai. E non è solo una questione di essere legata a un posto e a un luogo, nè di avere una posizione o uno status: non avere un posto fisso si porta dietro una voragine di vuoto, l’impossibilità di progettare nulla che vada oltre lo scadere del contratto. Giorni sull’orlo del “vediamo come va”, con la consolazione del “se sarai brava, se lavorerai tanto, se sarai sveglia, se ti farai notare, forse, allora, forse” e poi forse un bel niente. Forse forse forse, per ora, per me, può anche andare bene così – ci ho messo tanto a studiare e a laurearmi, sono in ritardo con tutto – ma forse, io credo, arriverà anche un giorno in cui si sentirà il bisogno di respirare.
Di arredare una casa con qualcosa di più dei mobili dell’Ikea.
Di arredare una casa per restarci.
Magari di fare un figlio.
Magari di tenere insieme una famiglia.
Di pensare che se i tuoi genitori invecchiano, tu, un modo per accompagnarli fino alla fine, te lo puoi permettere. E se tuo figlio si ammala, e se ti ammali tu, e anche senza catastrofi, semplicemente, vivere con la parvenza di qualche radice sotto i piedi.
Di mettersi in un posto e pensare, sai che c’è, io sto bene qui, voglio stare qui, voglio cercare il mio senso dentro le immagini su queste pareti, che sono quelle che ho costruito io, e non voglio che cadano domani perchè magari non mi rinnovano il contratto.
Io non so nulla di Paola Caruso, ma credo che il punto sia questo: arriva quell’istante in cui l’equilibrio precario smette di essere eccitante e denso di tutte le opportunità del mondo, e ti diventa solo un ottovolante senza sicura, dal quale non puoi scendere, ma non puoi neanche smettere di vomitare. E poi, non è che Paola Caruso sia una sola, ecco. Siamo un’intera generazione, che va ingrossando le sue fila giorno dopo giorno. Un’intera generazione a vomitare su questo ottovolante di merda.
Forse, ecco, con quest’immagine in testa, è il caso di andare un po’ oltre il caso personale.
Postilla: sento sempre più spesso dire in giro “non ti ha mica obbligato nessuno a fare il giornalista/il designer/il ricercatore/il fotografo/l’insegnante/l’operatore/il grafico/il filosofo/il professore/il linguista/lo scenografo/l’illustratore/l’antropologo/l’assistente sociale/blablabla. Potevi fare l’ingegnere o il medico, oppure invece di passare cinque anni a fumarti le canne studiando Lettere e Filosofia, potevi rimboccarti le maniche e andare a lavorare in fabbrica/in bottega/da Zara/all’Esselunga”. Ecco, miei cari, anche se fosse vero che per un ingegnere o un medico è più facile, anche se fosse sano immaginare un mondo senza tutte quelle professioni di cui sopra, e anche facendo finta (ahahahahah) che in fabbrica si stia da dio (dai tetti, infatti, si gode di una vista niente male, neh), ricordo che il lavoro è una cosa che fai per tutta la vita. Per almeno otto ore al giorno, per almeno cinque giorni su sette (di solito, molto di più). Ti alzi al mattino e ti metti a fare quella cosa lì. E poi, dopo un po’ di anni che sei su questa terra, alla fine muori. E gran parte di quel tempo l’hai passato lavorando, quindi, ecco, fare il lavoro che ci corrisponde e per cui si è portati mi sembra quanto meno una cosa per cui valga la pena di lottare. Poi, è ovvio, la vita ti porta in giro su delle strade imprevedibili, ma evitare di passarla tutta quanta a fare un lavoro di merda, non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.
The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto. Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.
Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport
Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su 
Cose a cui penso in questi giorni, mentre non scrivo nulla, anche se vorrei:













