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back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.


nuovo, nuovissimo, praticamente da buttare

Un giorno x di quest’estate strana, mentre me ne stavo a fare colazione sulla terrazza del Frigidaire a Capalbio – no, non sono diventata improvvisamente una qualche vip che se ne va in vacanza nei posti fighi, tanto è vero che nel suddetto Frigidaire ci stavo lercia e puzzolente insieme ai miei amici, belli freschi di campeggio estremo senza doccia – apro La Repubblica accanto al mio caffè e, dalla prima pagina della sezione Cultura&Spettacoli, mi campeggia davanti un articolone sulla nuova stagione delle serie tv americane. Su Serialmente stiamo già preparandoci psicologicamente al mese di settembre, simpaticamente soprannominato “il massacro”, che quest’anno, oltre alle molteplici premiere delle serie vecchie, vede una quantità di nuovi pilot che a pensare di recensirne anche solo la metà ci prende un panico che lèvati.

E quindi mi appresto a leggere, interessata, anche perchè, Lost a parte, non è che i quotidiani nazionali si preoccupino poi spesso di quello che succede aldilà dell’Oceano Atlantico, televisivamente parlando (e anche non televisivamente parlando, se è per questo, eccezion fatta per le splendide braccia di Michelle Obama). Vabbè, si parla di Boardwalk Empire – e ci mancherebbe pure, produce Martin Scorsese, scrive il tizio dei Sopranos, recitano Micheal Pitt e Steve Buscemi, ambientazione nell’Atlantic City del proibizionismo, io sbavo da quando è uscito il primo trailer -, si parla di Lone Star e di The Event (il nuovo Lost, sì, voglio proprio vedere). Ma a un certo punto c’è anche una cosa tipo “la ABC si prepara a lanciare Castle, nuova serie con Nathan Fillion nei panni di uno scrittore di gialli che si improvvisa detective per la polizia” e avanti così per almeno cinque/sei righe.

Ora. Castle è un procedurale mediamente bruttino che alcuni di noi si sorbiscono per il semplice fatto che il protagonista è l’uomo che tutte le donne etero e gli uomini omo vorrebbero, e perchè è stato l’indimenticato Capitano Malcolm Reynolds in Firefly e, ogni tanto, in Castle, fa delle stupide cose da nerd che non possono che farci impazzire di gioia. Castle non è che sia proprio la serie di punta della ABC, il network di Lost, Grey’s Anatomy, V e quella merda di FlashForward. Ma, soprattutto, Castle è alla sua TERZA STAGIONE, è stato trasmesso, più volte, anche in Italia, doppiato, su RaiDue, e ne avevano sentito parlare pure le mie due amiche che di tv americana se ne strasbattono altamente.

In sostanza, è come se, sulla prima pagina di Cultura&Spettacoli, parlassero dell’imminente lancio di un film già distribuito due anni fa, o di un nuovissimo best seller pubblicato nel 2007. Non è la fine del mondo – figurarsi, non è come manipolare l’informazione per mantenere la gente all’oscuro di fatti importanti, o come parlare di stronzate culinarie invece che di terremoti, tsunami o processi a Berlusconi… Chi è davvero interessato alla tv americana, sicuro non si documenta sulla Repubblica, al mare, a metà agosto. Tutti gli altri, probabilmente, nemmeno si accorgono dell’errore.

Io, lo stesso, continuo a non capacitarmi. La rete straborda, da mesi, di informazioni sulle nuove serie; ci sono trailer, articoli su giornali online e su blog, ci sono stati gli Upfront in primavera. Basta spendere dieci minuti e qualche click su Google per trovare tonnellate di informazioni da scriverci dieci articoli. E quindi, continuo a non capacitarmi: perchè?

Bah, sarà che io vorrei fare quel lavoro lì – scrivere di tv – e invece me ne stavo, puzzosa e spettinata, sulla terrazza del Frigidaire a leggere un articolo scritto da qualcuno che non aveva la minima idea di quello di cui stava parlando. Puzzosa, spettinata e felice, per la precisione. Ma pur sempre disoccupata. C’è pieno l’internet di gente che fa quel lavoro lì meglio, e gratis. Poi dicono che il Web uccide i giornali. Vabbè, gli Offlaga, forse, mi direbbero: brutta bestia, l’invidia. Ma che poi, anche no.

Nel frattempo, se qualcuno di voi fosse interessato davvero alle vere nuove serie che cominciano in autunno, può dare un’occhiata qui e qui. Senza spendere un euro.


pick your six, again

Informazione di servizio: è tempo di sole, di mare, di vacanze e di Serialemmys. Per il secondo anno consecutivo, Serialmente lancia questa meravigliosa iniziativa che permette a te – sì, proprio a te – di essere finalmente protagonista del tuo destino, scegliendo i candidati ideali a vincere un Emmy Serialemmy, aka il premio più prestigioso del mondo dei telefilm. Quindi, precipitevolissimevolmente precipitatevi qui, registratevi se non siete registrati, loggatevi se non siete loggati, e votate, scegliendo fino a sei candidati per ogni categoria. Questa volta si votano le comedy, presto sarà il momento dei drama. Quindi, come dicono i veri gggiovani, stay tuned. Tanto ci penserò io a ricordarvelo.

Ve l’ho già detto, che dovete votare? Votate!


oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


twin peaks birthday

“C’è un mistero da svelare. Anzi, a dire il vero, ce ne sono molti. Si moltiplicano e si accumulano, srotolandosi, uno dopo l’altro, lungo il filo delle puntate. Ci sono moltissimi personaggi, e, insieme a loro, intrighi, manipolazioni, tradimenti. I generi si ibridano, scivolando dal dramma al noir, dalla fantascienza al mistery. Tanti tasselli di un puzzle che spettatori attenti e fedeli cercano di assemblare, persi dentro un infinito dibattito che si allunga, settimana dopo settimana. I primi tasselli appartengono ai territori del reale, ma, sempre di più, si finisce per sconfinare nel fantastico e nel soprannaturale: il bianco e il nero si oppongono, in una lotta per la conquista delle anime.

Non si sta parlando, per l’ennesima volta, dell’inflazionatissima sesta stagione di Lost, ma di un’altra serie, una con qualche anno in più sulle spalle. Vent’anni, per la precisione: è questa l’età di Twin Peaks, due stagioni per la ABC, creata da David Lynch e Mark Frost e andata in onda, sugli schermi statunitensi, a partire dall’8 aprile 1990. Prima dell’isola – e prima di X Files, prima di E.R., altre rivoluzioni della serialità che devono molto, e dichiaratamente, al lavoro di Lynch – c’era Twin Peaks, una cittadina sperduta della provincia americana, nello stato di Washington, circondata da una foresta misteriosa, anche questa popolata di fantasmi e sussurri. La madre di tutte le domande che alimentano le conversazioni mattiniere alla macchinetta del caffè, è quel tormentone mai sopito, “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, pronunciato da chiunque, almeno una volta nella vita. La risposta, per chi non lo sapesse, giunge anche abbastanza presto, verso la metà della seconda stagione (pessima mossa del network che, dallo svelamento del mistero principale in poi, comincerà a perdere ascolti), ma, a quel punto, una grande quantità di altri interrogativi ha spalancato un vaso di Pandora.

Un nano che parla al contrario, un gigante, la Signora del Ceppo, l’uomo dal braccio solo, Mike e Bob, la crostata di ciliegie più buona del mondo, la Loggia Bianca e la Loggia Nera: sono solo alcuni tra i bizzarri personaggi che capiteranno sulla nostra strada e su quella dell’agente FBI Dale Cooper, chiamato a Twin Peaks per investigare sull’omicidio della bellissima e popolare diciottenne Laura Palmer. Del resto, su un piano più prosaico, non mancano nemmeno criminali, prostitute, imprenditori senza scrupoli, spacciatori e associazioni segrete, a disegnare, come spesso si è detto, il panorama di un’America di provincia che sotto la superficiale facciata di perbenismo nasconde delitti, pulsioni, segreti. I segreti di Twin Peaks (questo il titolo italiano della serie, trasmessa per la prima volta da Canale 5, nel 1991) si muove incessantemente tra i diversi livelli, passando con facilità dalla critica sociale alle inquietudini filosofiche e anche orrorifiche degli spettatori, attraverso il mezzo del surreale, di cui Lynch, si sa, è maestro.

Sul piano del racconto, in fondo, Twin Peaks, almeno all’inizio, è un noir mescolato alla soap; un’operazione che il co-creatore, Mark Frost, aveva già effettuato con Hill Street Blues, considerato il capostipite delle serie a narrativa multilineare. Ciò che è davvero innovativo – oltre al valore autoriale che una firma come quella di Lynch conferisce – è il gioco con gli spettatori appassionati che, forse, davvero, in televisione capita per la prima volta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” non è tanto una domanda, quanto un simbolo del culto che la serie televisiva ha generato negli anni, fondendosi irrimediabilmente con la cultura popolare condivisa. E’ così che Twin Peaks conquista, per la prima volta, tutte quelle potenzialità che distanziano la tv dal cinema, ponendosi come archetipo della quality television e dando vita, in questi vent’anni, a uno stuolo di autorevoli, e bellissimi, emulatori.”

Articolo apparso su Nocturno.


apocalipse, now

E’ una settimana che mi chiedo se non sia il caso di scrivere qualcosa su queste elezioni. Alla fine, no. Cosa c’è da dire? Mi ricordo quando i risultati delle elezioni mi facevano incazzare. Mi ricordo anche quando seguire la campagna elettorale, e poi andare a votare, e poi ascoltare la radio, per tutta la giornata e fino a tarda sera, attendendo i dati, uno dopo l’altro, quella scia di numeri che, ora dopo ora, diventa sempre più reale, significava tante cose, la più importante delle quali è che, nonostante tutto, si ha il culo enorme di vivere in un paese libero, in una democrazia.

Ora. Campagna elettorale io non ne ho vista. Mezza, proprio. Gli unici manifesti che dicevano delle cose, alla vecchia maniera, erano quelli della Lega, ed esprimevano concetti profondissimi, tipo “padroni a casa nostra” e via dicendo. Su tutti gli altri c’erano dei nomi, e basta. Per altro, nemmeno nomi di gente simpatica, per lo più. Paese democratico, vabbè, ciao. La democrazia, di suo, non funziona proprio benissimo, figuriamoci la nostra, tra conflitti d’interesse,  informazione controllata, istruzione alla frutta, disuguaglianze di classe, e via discorrendo. Sul paese libero, pure, preferirei non spendere troppe parole. Giusto per rimanere su un tema caldo caldo, mi chiedo quanto sia libero un paese in cui io non posso prevenire un concepimento, non posso prendere la pillola del giorno dopo, non posso abortire senza enormi trafile e sofferenze, però se ho un contratto di lavoro precario e rimango incinta mi licenziano (o mi pagano meno, o non mi assumono proprio). Se fossi lesbica e volessi sposarmi, non potrei. Però se fossi lesbica, ora che ci penso, le mie possibilità di rimanere incinta si ridurrebbero drasticamente. E non perderei il lavoro. Basterebbe tenere nascosto il mio orientamento sessuale. Cielo, nonostante tutto la Chiesa ci spinge all’omossessualità (vabbè, d’altra parte, si sa… no, basta battute sui preti pedofili, dai, non se ne può più, davvero, perchè fare di tutta l’erba un fascio? Perchè fare di tutti gli stranieri dei criminali? Perchè fare di tutti i dissidenti dei terroristi? Perchè fare di tutte le veline delle zoccole? Perchè fare di tutti i giudici dei comunisti? Son cose che non si fanno, su).

E dunque, siamo ad un punto in cui

  1. non mi aspettavo risultati diversi da questi.
  2. non mi aspettavo niente.
  3. non me ne frega niente.

E questo è quanto. Questo è quello che mi sta facendo questo paese. Non me ne frega niente, non mi appassiono a niente, non investo niente di niente di niente nel politico, nel pubblico. E questa non sono io. Non sono la persona che voglio essere. Per cui, non so davvero cosa dire, di queste elezioni, chè ormai anche dire, “non voglio marcire qui, voglio andarmene in un paese civile” sembra superfluo e banale.

Allora, tutto quello che mi viene da fare è riportare il trailer che, per l’appunto, vedete qui sopra. Non so bene perchè, ma trovo dei collegamenti tra l’attuale (sì, vabbè, attuale) situazione sociopoliticoculturale italiana e questo, da alcuni attesissimo, film. L’unica cosa, forse, è che manca Chuck Norris. Se ci fosse anche Chuck Norris, avrei molta più speranza.


the beginning of the end

destiny, and stuff like that

Bene. Eccoci qua. La prima puntata (doppia) dell’ultima stagione di Lost. In questi giorni – da circa sei anni in realtà, ma in questi giorni la cosa viene insistentemente a galla – esistono due tipi di persone: quelli che veleggiano nella propria vita, ignari, e quelli che avevano la data “2 febbraio 2010″ marchiata a fuoco nel cervello. Il primo tipo di persone, quando incontra un esponente della seconda categoria, assume un’espressione perplessa e sconcertata e – un pochino – preoccupata; perchè molti di quelli del secondo tipo si chiedono cose come “cosa dice un pupazzo di neve all’altro pupazzo di neve?” oppure “cosa giace all’ombra della statua?”, ripetono ossessivamente una certa sequenza di numeri (4, 8, 15, 16, 23, 42), hanno una passione per gli orsi polari e per un cane di nome Vincent (se sentite un mio amico dire “dio vincent!”, ecco, ora capite perchè), ogni tanto urlano, inspiegabilmente, “WAAAAAAAAALT!” oppure “WE HAVE TO GO BAAAAAACK!“, hanno paura degli Altri, venerano un tale Jacob, ti salutano dicendo dude oppure brotha, e via dicendo con tutta una serie di stranezze che comprende anche il restare svegli una notte infrasettimanale fino alle cinque del mattino, smanettando con degli streaming tremendamente instabili, e il giorno dopo essere dei cadaveri ambulanti. Ma fieri di se stessi, molto.

Indovinate un po’ a quale delle due categorie appartengo io. Ecco. D’ora in poi il post sarà prepotentemente SPOILER, ma non per tutti, solo per quelli che seguono Lost nella programmazione italiana, o insomma, quelli che ancora non hanno visto la premiere della sesta stagione. Tutti gli altri, quelli appartenenti al primo tipo, possono leggere tranquillamente, perchè tanto, non capiranno niente. Quindi, direte voi, perchè dovremmo seguire una cosa di cui non capiamo niente? Bella domanda, ragazzi, ce lo chiediamo anche noi del secondo tipo, da anni. Eppure continuiamo a farlo.

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the end and the beginning

the end of the journey

Visto che non ho tempo di scrivere un post perchè sono impegnata a scrivere di Battlestar Galactica, ho pensato di pubblicare qui due cose che ho scritto per Nocturno di gennaio, su Battlestar Galactica. Cosa sono originale, vero?

La quarta (e ultima) stagione di Battlestar Galactica

La differenza tra una buona serie tv, appassionante e ottimamente realizzata, e una serie tv di culto risiede principalmente nei suoi spettatori. L’amore incondizionato e, talvolta, ossessivo che i fan dell’universo di una fiction riservano al proprio oggetto di adorazione risponde a dinamiche misteriose (ne sanno qualcosa gli autori del poco riuscito Flash Forward) e reca con sè parecchie insidie, oltre all’inevitabile gloria: aspettative elevatissime possono accompagnarsi a vertiginose delusioni. Battlestar Galactica, reimmaginazione di una serie di fantascienza degli anni 70 operata dal veterano di Star Trek Ronald D. Moore, nonostante resti ancora semisconosciuta al grande pubblico italiano, appartiene a questa categoria in grado di sconvolgere le anime di migliaia di fan.

In una galassia lontana lontana, come spesso succede nella narrativa sci-fi, gli uomini hanno dato vita a macchine senzienti che, ahinoi, si sono ribellate e hanno iniziato una guerra senza esclusione di colpi ai danni dei propri creatori. Dopo un terribile attacco nucleare, i superstiti della razza umana vagano per lo spazio, inseguiti dai cylon, i quali, nel frattempo si evolvono e assomigliano sempre più a coloro che li hanno generati. Una premessa per nulla originale, raccontata però attraverso stili di ripresa documentaristici e con un’attenzione al realismo di trame e personaggi davvero notevole per un’ambientazione fantascientifica.

Mentre le repliche dei primi episodi vanno in onda su Rai4 già da questo settembre, è partita a dicembre sugli schermi della satellitare FX la quarta ed ultima stagione, tremendamente attesa e gravida di un pesante carico di questioni irrisolte. E’ noto: come per Lost, il culto è generato più facilmente da quei prodotti che moltiplicano le possibilità di discussioni e di teorie da rimbalzarsi l’un l’altro su forum e blog. Non sta forse lì, il vero piacere, nell’allungare l’esperienza di fruizione oltre i confini dei quaranta canonici minuti settimanali? E non è, dunque, inevitabile che il finale sia deludente, per il solo fatto che ci priva tutti, per sempre, di quest’esperienza totalizzante?

Perchè, nonostante la quarta stagione di Battlestar Galactica conservi, per buona parte delle puntate, l’altissima qualità già dimostrata negli anni precedenti, nonostante sia ricca di episodi magnifici (in particolare l’episodio 4×10, Revelations, uno dei momenti più destabilizzanti dell’intera serie) e di interpretazioni magistrali, nonostante tutto, di questo si parla: la delusione del season finale. Lo troverete troppo affrettato, o troppo inverosimile; non appagherà la vostra ansia di risposte, e le poche spiegazioni che vi elargirà, quasi sicuramente, non vi piaceranno. Vi sentirete insoddisfatti, spiazzati e, inevitabilmente, anche un po’ presi in giro.

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the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


a proposito di caprica

yumm

“Cinquantotto anni prima della caduta delle Colonie, il Comandante Bill Adama era un ragazzino taciturno, figlio di un avvocato impegnato nella difesa dei diritti civili, mentre, a Caprica City, gli umani progettavano e realizzavano il primo esemplare di centurione Cylon . Questo ed altro si vedrà nello spin off di Battlestar Galactica, Caprica, che prenderà il via, su SyFy, il 22 gennaio, anche se una versione allungata del pilot è stata diffusa su DVD e online già dallo scorso aprile. L’azione, collocata in un passato futuribile che richiama nell’estetica le città americane degli anni Cinquanta, ruota attorno a due protagonisti maschili: Joseph Adama, il padre del nostro Bill, e Daniel Greystone, un potente e ricco scienziato esperto di robotica (interpretato da un ottimo Eric Stoltz, già visto in Pulp Fiction), e alle loro famiglie. I due uomini, uniti nel dolore per la perdita delle figlie, si scontreranno sulle consuete questioni etiche che tanto appassionano Ron Moore.

Niente di più lontano, per Caprica, delle atmosfere di Battlestar Galactica: non solo viene abbandonato lo stile da ripresa “in diretta” utilizzato nello spazio profondo, anche l’ambientazione appare lontana da quella che già conosciamo, troppo tecnologicamente avanzata rispetto al vintage delle basi stellari. La mano degli autori si riconosce nelle consuete tematiche filosofico religiose e nella capacità di portare sullo schermo questioni attuali come l’integrazione e gli estremismi. A giudicare dall’episodio pilota, però, Caprica sembra configurarsi più come un melodramma classico, calato in un contesto cyberpunk, che come una vera e propria opera di science fiction: non è detto che sia un male, ma siamo in un territorio molto diverso da quello di Starbuck e Apollo. D’altra parte, lo stesso Moore ha dichiarato di volersi discostare il più possibile da quanto fatto in precedenza, forse per evitare impietosi confronti, forse per attrarre un nuovo tipo di pubblico.

Molto più Gattaca che Blade Runner, molto più drama che action, dunque, almeno a giudicare dalle prime battute. Non resta che aspettare l’evolversi della serie, liberi da pregiudizi: se saremo fortunati, Caprica ci regalerà una nuova appassionante storia, al suono rassicurante degli amatissimi Frak e So say we all.”

Articolo apparso su Nocturno di gennaio. Ma ne scriverò ancora, presto, su Serialmente, davvero, prometto, abbiate fede. Edit: ne ho scritto. Qui. Yey!


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