Archivio delle Categorie: piacevolezze

happy chocolate to you

tanti auguri, blog di disma!

Il giorno del mio compleanno, di solito non metto la sveglia.
Se posso, naturalmente. Il giorno del mio compleanno aspetto che sia lui a decidere quando è giorno per me, e resto sotto le coperte del dormiveglia, galleggiando dentro quel colore non più buio che hanno le mattine con le tapparelle giù. Tengo gli occhi chiusi, come le coperte. Sotto le palpebre, un solletico di attesa.
Come quegli odori che quando li senti ti riarrotolano addosso un mondo, quel solletico mi parla di tutte le mattine di quand’ero bambina ed era il mio compleanno. Un po’ come il Natale, quello struggente piacere di attesa, quel tenersi in bocca il sapore della sorpresa a venire, e anche un po’ di preoccupato terrore: e se Babbo Natale non mi ha portato niente? Se si è sbronzato di idromele con gli elfi ed è finito in un fosso, lui, la slitta e tutte le renne, e tutti i regali sparpagliati attorno, nella neve ruvida, tra i fili d’erba gelati? E se nessuno se lo ricorda, che oggi è il mio compleanno? Se nessuno mi manda neanche uno straccio di essemmesse di auguri? Per fortuna che c’è Facebook, va là.
Poi mi alzo, e il giorno del mio compleanno mi faccio sempre il latte al cioccolato e dentro ci catapulto un quintale di cereali al cioccolato, oppure ci suicido un casino di pandistelle. Chè il giorno del mio compleanno, il cioccolato non è mai troppo, nè abbastanza.
E mentre sto lì, a leccarmi i miei baffi di latte, mi stringo addosso questo mantello d’infanzia, e penso che, se per molti il compleanno è un momento in cui si invecchia, per me è sempre svegliarmi bambina. Dopo, il peso della giornata si accumula e lo schiaccia per farlo diventare un giorno come gli altri.
Ma al risveglio, quel solletico sotto le palpebre, mi fa sentire sempre come quando avevo cinque anni. E’ come Natale, ma solo per me.

Il mio contributo al Writing Festival organizzato da Disma in onore del primo compleanno del suo blog.

il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


non mi sta mai bene niente dice la gente

paris, again

Quando ero più piccola di adesso, spesso sognavo di poter andare a Parigi due o tre volte l’anno. Adesso che torno a Parigi, per la seconda volta in questo duemilanove, a distanza di pochi mesi, dovrei sentirmi come una che i suoi sogni si realizzano.

Invece no. Perchè adesso a Parigi ci vorrei andare a vivere, per un po’.

Mi sembra un ottimo esempio di quella cosa che caratterizza gli esseri umani, croce e delizia di quasi tutti: il non accontentarsi, quasi mai.

[Sono comunque felice, eh, mica sono scema.]


per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

a me non piace il calcio

un calciatore molto figo in svariati sensi

Poi uno dice “a me non piace il calcio”.

Ma come fai, se poi ti capita di essere in giro a bere il vino buono in compagnia, e all’improvviso ricordarti che c’è l’anticipo/posticipo/giorno della settimana random in cui si decide di piazzare una giornata di campionato così poi i giocatori sono spompati e prendono le bombe per tirarsi su e allora dopo le mamme dicono che pure il calcio rovina i giovani. [I giovani d'oggi sono rovinatissimi]. E allora pensare di andare in un pub a vedere almeno il secondo tempo, che entri e se provi ad immaginarla senza audio, la scena che ti si presenta è quantomeno surreale. Però l’audio c’è, eccome, e pure la birra, e i nervi tesi con gli occhi piantati sugli schermi

E di qua c’è la Juve che vince tre a zero con la Samp, e basta leggere quel 3 e quello 0 per allargarti un sorriso sulla faccia. Di là il Milan vince due a zero col Napoli, amen, non si può avere tutto. Ma come fai a dire “non mi piace il calcio” se, mentre sei lì col sorriso allargato sulla faccia e la birra gelata in mano, la Juve fa in tempo a segnare altri due gol, che sembrano un regalo. E quando poi la partita di qua finisce, quella di là continua, e il Milan vince ancora due a zero, no aspetta, due a uno, no aspetta: il Napoli pareggia nei cinque minuti di recupero.

Come fai a dire “non mi piace il calcio”, se basta così poco per essere immediatamente tutta allegra e frizzante, come un bicchiere di champagne.

Ecco, certo, forse per i milanisti non è stata proprio la stessa cosa.


mi piacciono le canzoni con i finali tristi

winter is coming, foto di anna parini

winter is coming, foto di anna parini

A un certo punto l’autunno arriva, e non importa più quanto tempo ci abbia messo. Che non è solo questione di vento, di foglie arancioni, di pioggia e cieli grigi. E neanche di cioccolate calde, buio alle cinque, matite temperate e castagne sbucciate.

E’ come se la malinconia delle domeniche pomeriggio si nascondesse dentro le cose, bruciacchiandole agli angoli. Poi pensa se fra un mese o poco più ti tocca lasciare Bologna, dopo quasi tre anni densi di tutte quelle cose che a noi del Dams piace tanto mettere nel nostro primo film. E  densi anche di amicizie vere, e pure qualche amore – ma questo è un discorso troppo grosso per stare nel post di un blog.

Allora usciamo, nell’ultimo sabato pomeriggio in cui c’è ancora un po’ di sole, prima che si debba cambiare l’ora per fare arrivare più in fretta la sera. Usciamo e andiamo a bere una cioccolata calda al Bar Zamboni, che sarà anche un po’ fighetto, ma è stato pure il primo posto a Bologna dove sono andata a bere qualcosa, ora che ci penso. Una cioccolata calda con la panna e con dentro tutto il sapore tardoadolescenziale (eh, va beh,  sì,  è Brizzi…  ma che ci vuoi fare, sono a Bologna…) dei sabati pomeriggio in centro ai tempi del liceo.

In Feltrinelli per vedere se quell’articolo lì su Nocturno c’è davvero davvero, c’è Samuele Bersani proprio davanti alle riviste di cinema, verrebbe da dirgli “levati, chè devo controllare una cosa” ma non fa, con tutta la gente che gli fa le foto e chiede gli autografi. Allora andiamo all’Osteria del Sole, quel posto dietro Piazza Maggiore dove c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e nella strada inondata di luce gialla beviamo il vino buono seduti sui gradini, sgranocchiando via patatine e castagne, chè ormai è buio.

Più tardi, in quell’enoteca così dannatamente parigina, persa nei vicoli dalle parti di Via dell’Inferno, che fa tanto radical chic sfogliare l’Internazionale col sottofondo jazz, però accidenti se è buono questo vino, e ci sale quella brillantezza allegra di quando il vino è proprio buono, altro che quella porcheria del pakistano – sarà che stiamo invecchiando, come si diceva io e Gaia nel suo appartamento, proprio a Parigi, proprio qualche mese fa, stiamo invecchiando e ci piace il vino buono.

Domenica, le sveglie impazzite, la spesa, cucinare insieme con la colonna sonora di Radio Rock – ma cosa diavolo avrà poi di così speciale la musica degli anni Sessanta? – le lasagne, il tiramisù, i biscotti fatti in casa, il tè, Taboo, il fumo, i film, e la sera che, proprio come previsto, arriva più in fretta. E sì, anche le benedette primarie che eleggono un altro Bersani, mannaggia, preferivo quello di sabato, anche se stava tra me e le riviste.

Eh.

L’autunno a un certo punto arriva, e non è tanto questione di maglioni di lana, ombrelli, quaderni di scuola. Non è solo questione di violini, di fumo e di nebbia.

[Grazie a Giò, a Bologna, a Dente, a Gaia, a Parigi, a Guccini, a Carmen Consoli e a Verlaine.]


la seconda stagione di true blood

true blood - season two

true blood - season two

Dopo una prima stagione grondante sangue e metafore, torna sulla HBO True Blood, la serie tv che Alan Ball ha tratto dai romanzi della saga Southern Vampires di Charlaine Harris. Ambientato a Bon Temps, un’immaginaria cittadina della Louisiana, in un presente alternativo nel quale i vampiri sono tra noi, insieme ad ogni altra sorta di improbabili creature, lo show racconta principalmente dell’amore tormentato tra Sookie, cameriera telepate e mortale, e Bill, vampiro gentiluomo d’altri tempi (quelli della Guerra di Secessione, per essere precisi).

Il pericolo di naufragare nella zuccherosa melassa sentimentale alla Twilight è scongiurato grazie all’atmosfera sensuale, soffocante e appiccicosa del Sud degli States, costruita sui dettagli della cittadina e della variegata umanità che la popola. I personaggi meglio riusciti sono, inevitabilmente, quelli secondari: dall’imprevedibile cuoco spacciatore Lafayette all’arrabbiatissima barista Tara, passando per l’adorabile ingenuità della cameriera Arlene e l’impenetrabilità dal vampiro vichingo Eric, senza dimenticare l’incommensurabile stupidità del fratello di Sookie, Jason, talmente eccessiva da suscitare ondate di simpatia. Continua a leggere


l’ombelico del mondo

peace and music

peace and music

[Avviso ai lettori: questo è un altro di quei post in cui Naima* confessa al mondo di emozionarsi un casino per delle cose random. Siete avvertiti.]

Dunque, sono andata a vedere Taking Woodstock, che è un film di Ang Lee, tratto da una specie di autobiografia di Elliot Tiber, che sarebbe poi il ragazzo che ha salvato il Festival di Woodstock. Il film è carino, senza troppe pretese, scivola giù bene come una bottiglia di Bacardi Breezer al lime.

Però, nonostante fosse in fin dei conti una commedia, a un certo punto mi sono ritrovata con gli occhi lucidi. La stessa cosa mi era capitata leggendo il libro, quindi non mi sono stupita più di tanto. Non si tratta tanto di un’idealizzazione un po’ banale di quel periodo storico lì, e nemmeno tanto il rimpianto inutile di non aver vissuto quei tempi. E’ che un po’ i brividi di quel tipo mi vengono anche in altre occasioni, tipo anche all’Italia Wave a Livorno, quest’estate, per dire.

Credo sia per la pace che mi si scatena dentro. Mentre la sera scende piano sopra l’estate e tutto quanto si riempie di musica. L’idea che in fondo le cose davvero importanti, quelle per cui vale la pena, non siano poi così lontane, e non c’entrino poi molto con tutto quello che ci affligge, le preoccupazioni quotidiane, le pene d’amore, le bestemmie lavorative, gli scazzi personali. Mi dà l’idea di una rivoluzione in agguato, perchè forse basterebbe rendersi conto di questo rovesciamento di priorità per fare andare tutto meglio.

La musica, e la sera, la gente, il vino, il raccontare, luci sparse, le chiacchiere e un po’ di danza. Sentirsi liberi. E in pace.

Poi certo a Woodstock c’era pure il fatto di essere il centro dell’universo, per tre giorni. Ma, ecco, forse è proprio questo: che essere il centro dell’universo è meno difficile di quanto si pensi.


brown years

bennato

bennato

“Quella volta che, sarà stato il Settantuno o il Settantadue, abbiamo beccato Bennato a piedi che andava a suonare. Noi avevamo diciassette anni e stavamo andando in bici al suo concerto, era inverno e faceva un freddo porco. Lui è arrivato da solo alla stazione delle Nord, a Castellanza, e da solo si è incamminato verso il centro, dove doveva suonare, dove adesso c’è la Liuc, hai presente? Non è lontano, ma comunque a piedi è un bel pezzettino. Aveva la chitarra sulle spalle e pure due sacchi con dentro i tamburelli e altri strumenti e camminava da solo, sul ciglio della strada e da lontano ti accorgevi che era lui perchè era uguale alle foto sui dischi.

L’abbiamo salutato ridendo e lui ci ha detto ‘ci vediamo dentro’ e poi infatti ha fatto il suo concerto e alla fine è ritornato a piedi alla stazione Nord di Castellanza, e ha preso il treno, e noi invece siamo tornati in bici a Busto, era inverno, faceva un freddo porco.”

Ci sono racconti che conosci a memoria perchè tuo padre te li ha srotolati per anni durante pranzi e cene e chiacchiere. Ma non ti stanchi mai di farteli ripetere. Di farti disegnare gli anni Settanta a Busto Arsizio, chè faceva quasi sempre un freddo porco, a parte d’estate quando il juke boxe lo portavano fuori dal bar e lo mettevano sul marciapiede e le canzoni le ascoltavano tutti. Centolire tre canzoni. E di sera tardi si andava appena fuori dal Villaggio, adesso ci sono un sacco di palazzi nuovi e di parcheggi, ma a quei tempi non c’era niente, solo campagna e zanzare, però lo stesso una volta hanno chiamato la polizia perchè cantavamo i Deep Purple ululando troppo forte.

E ti fai venire una nostalgia assurda, in bianco e nero, per un tempo in cui tu non esistevi nemmeno nei pensieri e magari, fossi esistita, non sarebbe stato poi molto diverso – salvo che a quel tempo era tutto un po’ più nuovo, un po’ meno consumato, e potevi felicemente stare sdraiato in camera ad ascoltare i vinili dei Lynard Skynard, sognare l’America senza sentirti pateticamente imprigionata in un abusatissimo clichè.

Indubbiamente pensi che ti sarebbe piaciuto non poco conoscere tuo padre, a quei tempi là. Andare insieme a comprare i dischi d’importazione dal Carù di Gallarate, in autostop. Strabuzzare gli occhi di stupore sul devastante riff di Whole Lotta Love, ascoltato per la prima volta. Per la prima volta. Son cose.

Saranno anche stati anni marroni, come dice Coe, ma, avessi la macchina del tempo, una capatina ce la faresti volentieri.


la costituzione del mondo

užupis

užupis

1. tutti hanno diritto di vivere vicino al fiume vilnia e il fiume ha diritto di scorrere

2. tutti hanno il diritto all’acqua calda, al riscaldamento d’inverno e a un tetto

3. tutti hanno il diritto di morire ma non è un obbligo

4. tutti hanno il diritto di fare errori

5. tutti hanno il diritto di essere unici

6. tutti hanno il diritto di amare

7. tutti hanno il diritto di non essere amati

8. tutti hanno il diritto di essere mediocri e sconosciuti

9. tutti hanno il diritto di oziare

10. tutti hanno diritto di amare un gatto e prendersi cura di lui

11. tutti hanno il diritto di badare al cane fino a quando uno dei due muore

12. il cane ha diritto di essere un cane

13. il gatto non è obbligato ad amare il suo padrone, ma deve essere di aiuto nei momenti di necessità

14. a volte si ha il diritto di essere inconsapevoli dei propri doveri

15. tutti hanno il diritto di avere dei dubbi, ma non è obbligatorio

16. tutti hanno il diritto di essere felici

17. tutti hanno il diritto di essere infelici

18. tutti hanno il diritto di stare in silenzio

19. tutti hanno il diritto di avere fede

20. nessuno ha il diritto di usare violenza

21. tutti hanno il diritto di apprezzare la propria scarsa importanza

22. nessuno ha il diritto di avere un progetto per l’eternità

23. tutti hanno il diritto di comprendere

24. tutti hanno il diritto di non capire

25. tutti hanno il diritto di appartenere a qualunque nazionalità

26. tutti hanno il diritto di celebrare o non celebrare il proprio compleanno

27. tutti devono ricordare il proprio nome

28. tutti hanno il diritto di dividere ciò che posseggono

29. nessuno può dividere ciò che non possiede

30. tutti hanno il diritto di avere fratelli, sorelle e parenti

31. tutti possono essere indipendenti

32. tutti sono responsabili della propria libertà

33. tutti devono poter piangere

34. tutti hanno il diritto di essere fraintesi

35. nessuno ha il diritto di dichiarare colpevole il prossimo

36. tutti hanno il diritto all’individualità

37. tutti hanno il diritto di non avere diritti

38. tutti hanno il diritto di non avere paura

39. non deludere

40. non combattere

41. non cedere

La Costituzione di Užupis

[Grazie a BolognaRiga dal blog di treuomininbarca]


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