Archivio delle Categorie: nostalgie

inappropriato luglio

Fa caldo, e tutto si appiccica. Un bisogno costante di lavarsi le mani e annodarsi i capelli lontano dal collo, mentre la sedia lascia impronte sulle gambe nude e il fantasma bruciante di luglio assedia la finestra, dietro le tapparelle chiuse. Lame di luce bianca. Sul parquet.

L’altra settimana è morta la mia nonna. Ci ha colto d’improvviso un lunedì mattina, all’apparenza identico a tutti i giorni caldi che si susseguono da un mese. Avevo gli occhi sporchi di sonno, quando ho risposto al telefono, e anche mentre affondavo le mani nella borsa, in cerca delle chiavi della macchina. In questi casi, sembra sempre che siano le mani ad andare avanti, al tuo posto. Prendono il controllo della situazione, ricollegandosi al mondo intorno, prima che la tua testa possa definitivamente andarsene da un’altra parte e decidere di non tornare indietro.

Un funerale con il sole di luglio sembra qualcosa di storto. I funerali chiamano pioggia e umido, qualcosa che confonda le lacrime, e poi vestiti marroni come le foglie marce, e il sapore dell’autunno, e ombrelli scuri aperti ad allontanare il cielo. Un funerale di luglio, il mio vestito verde lino, i sandali sopra la ghiaia del cimitero. La mia nonna che, a dirla per davvero, non c’era più già da un bel pezzo. Non c’è, forse, al mondo, nulla di tanto inadeguato quanto i funerali.

Bisognerebbe raccontare dei lunghi pasti al freddo dei miei inverni delle medie, le mezze penne scotte con il sugo troppo dolce che lei mi cucinava prima che tornassi a scuola, il pomeriggio. Ogni tanto prendeva  una birra dal frigo e ce la dividevamo, in quei miei tredici anni. Facevo un sonnellino sul suo letto, e dalle pareti mi guardavano i ritratti, quello di lei giovane e bellissima, anni ’40 pieni dentro quei riccioli dorati, e quello di suo marito, il nonno che non ho conosciuto, vestito con l’uniforme dell’Esercito di Tito. E questo posto di cui parlava, Fiume, che prima ancora di ritrovarlo nei libri di storia, ho sempre immaginato come una città luminosa dove tutti andavano all’opera. La mia nonna non sapeva quasi niente – non so nemmeno se avesse finito le elementari – però conosceva le arie di Verdi e di Puccini, e un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare – faceva sempre freddo, in quelle pause pranzo dei miei inverni delle medie.

Un cappello sul letto porta sfortuna. Io, mia mamma, mia nonna, questo gesto quasi involontario – non appoggiare mai un cappello su un letto, spostare precipitosamente qualsiasi copricapo dal letto, se qualcun altro ce l’ha appoggiato – ci lega da un tempo che non mi ricordo. Il cappello, e dire “xè vera verità!” quando qualcuno starnutisce dopo che qualcun altro ha detto qualcosa. Le nottate in cucina, a impastare parole e farina e silenzi, e comunque arrivare a sedersi a tavola sempre troppo tardi. Le patate in tecia, le frittole con dentro l’uvetta, a Carnevale. I bigliettini di Natale e le cartoline. Sbuffare quando si parla di parenti, ma poi essere felici di alzare i calici ad ogni brindisi.

Fa caldo e tutto appiccica, le ombre fanno ridere e il vento non si muove. Pure Milano, qua fuori, fa fatica a respirare, un po’ come i cani lasciati ad arroventare in macchina, con pochi centimetri di finestrino giù. E’ passato qualche giorno, abbiamo scollinato luglio. Io della morte non so molto, nemmeno se scrivere queste parole sia inappropriato quanto un funerale sotto il cielo d’estate. Se ne sono venute qui quasi da sole, nella penombra di questo pomeriggio in cui mi nascondo dietro le tapparelle del soggiorno.

E adesso non so bene come finire. Come al solito è lei, la fine. E’ sempre lei, quella che ti frega.


sabbia e cemento

was anything real?

Avete presente la scena più bella di Ratatouille, quella in cui il critico Anton Ego, al primo boccone di ratatouille, si ritrova improvvisamente dentro la propria infanzia, a mangiare verdure e nostalgia? (Se non l’avete presente, la scena è questa, e non fate caso ai sottotitoli in spagnolo, perchè tanto la scena in questione, come quasi tutte le migliori sequenze cinematografiche, è senza dialoghi). Ecco, questo pomeriggio mi è successa la stessa cosa: stavo parlando con Bab, un discorso che non c’entrava nulla con quello che sto per dire (o, forse, un pochino sì, ora che ci penso), ma comunque siamo finite a parlare di sabbionaie.

Ecco, e all’improvviso, per un attimo, sono ritornata ad essere una Naima* quattrenne (o comunque un’età x compresa tra i 3 e i 5 anni), con baffi di sabbia e sabbia sotto le unghie e granelli di sabbia nei capelli, seduta dentro la sabbionaia della scuola materna, a giocare con la sabbia. Non solo. Sono ritornata ad essere quella Naima* quattrenne, nel momento in cui, giocando e scavando, scavando e giocando, è arrivata sul fondo della sabbionaia e si è ritrovata a grattare il cemento. Davvero, me lo ricordo perfettamente, anzi, l’ho proprio rivissuto: è così che dev’essersi sentito Truman Burbank di The Truman Show, quando ha realizzato tutto.

Sono picconate, impietose, all’infanzia. Momenti che ti segnano la vita, che ti trascinano a forza verso l’età adulta. Ben più di lauree, promozioni, esami, matrimoni.


happy chocolate to you

tanti auguri, blog di disma!

Il giorno del mio compleanno, di solito non metto la sveglia.
Se posso, naturalmente. Il giorno del mio compleanno aspetto che sia lui a decidere quando è giorno per me, e resto sotto le coperte del dormiveglia, galleggiando dentro quel colore non più buio che hanno le mattine con le tapparelle giù. Tengo gli occhi chiusi, come le coperte. Sotto le palpebre, un solletico di attesa.
Come quegli odori che quando li senti ti riarrotolano addosso un mondo, quel solletico mi parla di tutte le mattine di quand’ero bambina ed era il mio compleanno. Un po’ come il Natale, quello struggente piacere di attesa, quel tenersi in bocca il sapore della sorpresa a venire, e anche un po’ di preoccupato terrore: e se Babbo Natale non mi ha portato niente? Se si è sbronzato di idromele con gli elfi ed è finito in un fosso, lui, la slitta e tutte le renne, e tutti i regali sparpagliati attorno, nella neve ruvida, tra i fili d’erba gelati? E se nessuno se lo ricorda, che oggi è il mio compleanno? Se nessuno mi manda neanche uno straccio di essemmesse di auguri? Per fortuna che c’è Facebook, va là.
Poi mi alzo, e il giorno del mio compleanno mi faccio sempre il latte al cioccolato e dentro ci catapulto un quintale di cereali al cioccolato, oppure ci suicido un casino di pandistelle. Chè il giorno del mio compleanno, il cioccolato non è mai troppo, nè abbastanza.
E mentre sto lì, a leccarmi i miei baffi di latte, mi stringo addosso questo mantello d’infanzia, e penso che, se per molti il compleanno è un momento in cui si invecchia, per me è sempre svegliarmi bambina. Dopo, il peso della giornata si accumula e lo schiaccia per farlo diventare un giorno come gli altri.
Ma al risveglio, quel solletico sotto le palpebre, mi fa sentire sempre come quando avevo cinque anni. E’ come Natale, ma solo per me.

Il mio contributo al Writing Festival organizzato da Disma in onore del primo compleanno del suo blog.

il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


brown years #2

frank

“Io, Frank, dal vivo, l’ho visto quattro volte. Quattro volte. La più memorabile è stata nell’estate del Settantaquattro, al Vigorelli, a Milano. Perchè c’era Beppe, Beppe Facciadicavallo, che lavorava insieme al service, insomma, montava e smontava il palco, e così Beppe Facciadicavallo ci ha fatti entrare prima per sentire il soundcheck e così ci siamo ritrovati tutti sotto il palco, a pochissimi metri da lui, da Frank, che faceva il soundcheck, provava, riprovava, parlava con i tecnici, faceva suonare ognuno degli altri musicisti, uno alla volta, sistemava le luci, accese, spente, accese, spente.

Accanto a noi, appoggiato alle transenne ad ascoltare il soundcheck c’era Cucciolo, del Banco del Mutuo Soccorso. Il Banco erano quelli che cantavano Non mi rompete – ‘non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno…’ – e lui lo chiamavano tutti Cucciolo, perchè era davvero enorme, e con un sacco di barba e capelli, sarà pesato duecento chili, non so. E insomma, a un certo punto, dopo mezz’ora di luci accese, luci spente, luci accese, luci spente, Frank si è rotto le palle, si è fatto dare una scala a pertica lunghisssssima ed è salito su lui, da solo, a sistemare le luci. Solo che a un certo punto deve aver perso l’equilibrio, perchè la scala si è messa ad ondeggiare paurosamente, e lui è rimasto appeso al traliccio, con i piedi che scalciavano nel vuoto. Tutti guardavamo in su, con il fiato sospeso.

E’ stato un attimo, poi con le gambe è riuscito a riacciuffare la scala, è sceso ridendo e ha detto basta, apposto, andiamo a cenare, che è meglio. Noi siamo rimasti lì, con la sera che veniva giù piano, noi, e anche Cucciolo del Banco del Mutuo Soccorso, e tutto il resto del pubblico che lentamente, come la sabbia di una clessidra, riempiva il prato. Il pubblico che aveva comprato il biglietto, eh, perchè costava duemilalire e tutti dicevano che era troppo, un prezzo assurdo, io lavoravo e me lo potevo permettere, e così l’avevo comprato, ma fuori dal Vigorelli c’era pieno di gente incazzata nera che voleva entrare, perchè duemilalire erano uno sproposito, e poi la musica è di tutti, echeccazzo.

A un certo punto, si sentivano già i cancelli che tremavano, perchè tutta la massa di gente senza biglietto si era accalcata lì addosso, e faceva casino e voleva entrare, ed era ormai quasi buio. Abbiamo sentito un suono di chitarra venire dal palco, un suono tutto distorto che non somigliava a niente, però non si vedeva nulla, perchè le luci erano tutte spente e il palco era buio, si sentiva solo quest’improvvisazione di chitarra che si rimasticava su e giù le note, e si vedeva solo un minuscolo puntino rosso, una luce piccolissima che bruciava in mezzo al nero.

Poi abbiamo capito cos’era, era la Winston Rossa di Frank appoggiata sulle chiavi della chitarra di Frank, ed era la chitarra di Frank quella che si stava mangiando su e giù le note, ed era Frank che improvvisava, avanti e indietro, aspettando. Sì, aspettava. A un certo punto i cancelli sono venuti giù, e tutta la gente, come un fiume tranquillo, è dilagata all’interno, è andata a prendersi il proprio posto, ha riempito gli stracci di prato rimasti deserti.

A quel punto, allora, Frank ha smesso di suonare. Ha raccolto la sigaretta e ha aspirato l’ultimo tiro. Le luci si sono accese. Il resto del gruppo, pezzi dei Mothers Of Invention, lo hanno raggiunto sul palco. Frank li ha presentati, uno ad uno. E poi, ha dato inizio al concerto.”

A proposito di anni marroni.

[Per amor di completezza, aggiungo che un caro amico del Pierlu - il Pierlu è, naturalmente, il portatore sano di questo ricordo - un caro amico del Pierlu ha impostato Non mi rompete del Banco del Mutuo Soccorso come propria segreteria telefonica.]


per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

mi piacciono le canzoni con i finali tristi

winter is coming, foto di anna parini

winter is coming, foto di anna parini

A un certo punto l’autunno arriva, e non importa più quanto tempo ci abbia messo. Che non è solo questione di vento, di foglie arancioni, di pioggia e cieli grigi. E neanche di cioccolate calde, buio alle cinque, matite temperate e castagne sbucciate.

E’ come se la malinconia delle domeniche pomeriggio si nascondesse dentro le cose, bruciacchiandole agli angoli. Poi pensa se fra un mese o poco più ti tocca lasciare Bologna, dopo quasi tre anni densi di tutte quelle cose che a noi del Dams piace tanto mettere nel nostro primo film. E  densi anche di amicizie vere, e pure qualche amore – ma questo è un discorso troppo grosso per stare nel post di un blog.

Allora usciamo, nell’ultimo sabato pomeriggio in cui c’è ancora un po’ di sole, prima che si debba cambiare l’ora per fare arrivare più in fretta la sera. Usciamo e andiamo a bere una cioccolata calda al Bar Zamboni, che sarà anche un po’ fighetto, ma è stato pure il primo posto a Bologna dove sono andata a bere qualcosa, ora che ci penso. Una cioccolata calda con la panna e con dentro tutto il sapore tardoadolescenziale (eh, va beh,  sì,  è Brizzi…  ma che ci vuoi fare, sono a Bologna…) dei sabati pomeriggio in centro ai tempi del liceo.

In Feltrinelli per vedere se quell’articolo lì su Nocturno c’è davvero davvero, c’è Samuele Bersani proprio davanti alle riviste di cinema, verrebbe da dirgli “levati, chè devo controllare una cosa” ma non fa, con tutta la gente che gli fa le foto e chiede gli autografi. Allora andiamo all’Osteria del Sole, quel posto dietro Piazza Maggiore dove c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e nella strada inondata di luce gialla beviamo il vino buono seduti sui gradini, sgranocchiando via patatine e castagne, chè ormai è buio.

Più tardi, in quell’enoteca così dannatamente parigina, persa nei vicoli dalle parti di Via dell’Inferno, che fa tanto radical chic sfogliare l’Internazionale col sottofondo jazz, però accidenti se è buono questo vino, e ci sale quella brillantezza allegra di quando il vino è proprio buono, altro che quella porcheria del pakistano – sarà che stiamo invecchiando, come si diceva io e Gaia nel suo appartamento, proprio a Parigi, proprio qualche mese fa, stiamo invecchiando e ci piace il vino buono.

Domenica, le sveglie impazzite, la spesa, cucinare insieme con la colonna sonora di Radio Rock – ma cosa diavolo avrà poi di così speciale la musica degli anni Sessanta? – le lasagne, il tiramisù, i biscotti fatti in casa, il tè, Taboo, il fumo, i film, e la sera che, proprio come previsto, arriva più in fretta. E sì, anche le benedette primarie che eleggono un altro Bersani, mannaggia, preferivo quello di sabato, anche se stava tra me e le riviste.

Eh.

L’autunno a un certo punto arriva, e non è tanto questione di maglioni di lana, ombrelli, quaderni di scuola. Non è solo questione di violini, di fumo e di nebbia.

[Grazie a Giò, a Bologna, a Dente, a Gaia, a Parigi, a Guccini, a Carmen Consoli e a Verlaine.]


are. you. ready?

giusto il tempo di innamorarsi di brandon boyd

giusto il tempo di innamorarsi di brandon boyd

E’ stato il grande successo dei Linkin Park a segnare la fine del crossover.

Che io me li ricordo, i Linkin Park, quando li ho visti come gruppo spalla al concerto dei Deftones. Non mi ricordo che anno fosse, se non che era quello che Frany passò in America. Comunque, roba di fine/inizio millennio. I Linkin Park in apertura ai Deftones facevano abbastanza cagare, perlomeno a confronto. Rimembro distintamente di aver sentito numerosi fischi partire dal pubblico. Poi di quel concerto mi ricordo anche altre cose più belle, tipo Chino Moreno che si lanciava tra la folla, o il ragazzo carino con cui ho condiviso una sigaretta sugli spalti, dopo essere stata sputata fuori dal pogo selvaggio.

Comunque.

Quando poi i Linkin Park hanno avuto quel successo della madonna, video su Mtv e interviste a Trl, è apparso chiaro a tutti che l’epoca d’oro del crossover era finita. E non è il solito discorso che quando una roba diventa commerciale allora fa merda a prescindere. E’ che a quel punto quel genere lì si è avvitato su se stesso, ripetendosi come un vinile su un giradischi rotto. In più banalizzandosi. Ed è sopraggiunta la noia.

Un po’ come – mi illumina il mio amico Diego, più esperto di me sul genere – il ruolo dei Blink 182 o dei Millencolin per il punk anni 90. E alla fine il periodo d’oro degli anni Novanta non è che sia durato poi così tanto, e la scintillante perfezione di un Blood Sugar Sex Magic, o del primissimo album omonimo dei Rage Against The Machine, ha propagato la propria luce giusto qualche anno. Il tempo di innamorarsi perdutamente di Brandon Boyd e di spendere quarantacinquemila lire per il concerto dei Korn al ForumdiAssago.

Però in definitiva sembra che sia rimasto tutto immobile, cristallizzato in una foto di noi al liceo con i jeans a tre quarti e la maglietta a maniche corte sopra quella a maniche lunghe. Come quando vai nelle discoteche rock e c’è sempre la stessa playlist. La playlist del Malavida, la playlist del Nautilus, la playlist dell’Aquatica. Quella che iniziava con One Step Beyond dei Madness, e poi c’era sempre Aca Toro dei Punkreas, e Killing In The Name che diventava E Vaffanculo La Techno, Freak On A Leash e il suo bellissimo video, Hey Boy Hey Girl dei Chemical per dare una spruzzata di elettronica e, già che ci siamo, anche qualcosa dei Beastie Boys.

Sempre uguale, domenica pomeriggio dopo sabato sera dopo giovedì sera dopo domenica pomeriggio. Sempre uguale, ancora oggi. Vorrà pur dir qualcosa.

Forse che quelli della nostra generazione hanno conquistato tutti i posti di dj rock d’Italia, e soffrono tutti di una nostalgia ineludibile. O, più probabilmente, vuol dire che i My Chemical Romance e i Tokio Hotel fanno davvero troppo schifo.

E comunque, il Novantaquattro, ne vogliamo parlare, di che anno è stato il Novantaquattro?

[Grazie a Diego per l'ispirazione, le chiacchiere e tutto il resto. Che senza Paranoia e Potere non saremmo gli stessi.]


brown years

bennato

bennato

“Quella volta che, sarà stato il Settantuno o il Settantadue, abbiamo beccato Bennato a piedi che andava a suonare. Noi avevamo diciassette anni e stavamo andando in bici al suo concerto, era inverno e faceva un freddo porco. Lui è arrivato da solo alla stazione delle Nord, a Castellanza, e da solo si è incamminato verso il centro, dove doveva suonare, dove adesso c’è la Liuc, hai presente? Non è lontano, ma comunque a piedi è un bel pezzettino. Aveva la chitarra sulle spalle e pure due sacchi con dentro i tamburelli e altri strumenti e camminava da solo, sul ciglio della strada e da lontano ti accorgevi che era lui perchè era uguale alle foto sui dischi.

L’abbiamo salutato ridendo e lui ci ha detto ‘ci vediamo dentro’ e poi infatti ha fatto il suo concerto e alla fine è ritornato a piedi alla stazione Nord di Castellanza, e ha preso il treno, e noi invece siamo tornati in bici a Busto, era inverno, faceva un freddo porco.”

Ci sono racconti che conosci a memoria perchè tuo padre te li ha srotolati per anni durante pranzi e cene e chiacchiere. Ma non ti stanchi mai di farteli ripetere. Di farti disegnare gli anni Settanta a Busto Arsizio, chè faceva quasi sempre un freddo porco, a parte d’estate quando il juke boxe lo portavano fuori dal bar e lo mettevano sul marciapiede e le canzoni le ascoltavano tutti. Centolire tre canzoni. E di sera tardi si andava appena fuori dal Villaggio, adesso ci sono un sacco di palazzi nuovi e di parcheggi, ma a quei tempi non c’era niente, solo campagna e zanzare, però lo stesso una volta hanno chiamato la polizia perchè cantavamo i Deep Purple ululando troppo forte.

E ti fai venire una nostalgia assurda, in bianco e nero, per un tempo in cui tu non esistevi nemmeno nei pensieri e magari, fossi esistita, non sarebbe stato poi molto diverso – salvo che a quel tempo era tutto un po’ più nuovo, un po’ meno consumato, e potevi felicemente stare sdraiato in camera ad ascoltare i vinili dei Lynard Skynard, sognare l’America senza sentirti pateticamente imprigionata in un abusatissimo clichè.

Indubbiamente pensi che ti sarebbe piaciuto non poco conoscere tuo padre, a quei tempi là. Andare insieme a comprare i dischi d’importazione dal Carù di Gallarate, in autostop. Strabuzzare gli occhi di stupore sul devastante riff di Whole Lotta Love, ascoltato per la prima volta. Per la prima volta. Son cose.

Saranno anche stati anni marroni, come dice Coe, ma, avessi la macchina del tempo, una capatina ce la faresti volentieri.


cosa resterà

eighties

eighties

mia cugina grande che si cotonava i capelli come Madonna
le spallotte nelle giacche della mamma
i maglioni di pile e i colletti che si appiccicavano sopra il golf
i fuseaux con la staffa
le tute sintetiche dai colori metallizzati
la prima volta che ho sentito gli U2
il concerto di Madonna a Torino “siete pronti? siete caldi?”
il mio primo viaggio in aereo e poi l’America
il muro di Berlino che veniva giù
“Saranno Famosi” tutti i santi giorni
il tegolino com’era una volta
Poochie
il Dolceforno
l’interminabile campo da calcio di Holly e Benji e quella stracciamaroni di Candy Candy
Chernobyl, e poi non si poteva più uscire di casa
il ciuffo rosa di Uan
i Miominipony
i pattini a rotelle, quelli della Fisher Price giallo e blu
gli inverni gelidi in body rosa e mezzepunte
il Ciobar che mi faceva la nonna
il gatto Lillo
la centoventisette della mamma e la centoventisette del papà

la mamma che mi avvolgeva nella coperta alle sei e mezza del mattino per portarmi dai nonni senza svegliarmi

le case all’incontrario dal finestrino della macchina

i libri “Dalla parte delle bambine”, storie ultrafemminste in cui le principesse bionde si rifiutavano di sposare azzurri bellimbusti
il primo giorno di scuola materna con la mia mamma che piangeva e io che volevo mandarla via
Michel Platini
Gorbaciov
il mio papà che mi leggeva Tex Willer
il giorno che è morto Pertini e la mia mamma si è messa a piangere
il fuxia
i paraorecchie
Jem e le Holograms e le Charlie’s Angels

il logo di Italia Novanta e notti magiche inseguendo un gol

non è che io abbia mai avuto una sterminata passione per Michael Jackson

però oggi mi sento un po’ più vecchia.


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