Ogni tanto capita di vedere un film che ti rimane appiccicato addosso per un bel po’ di giorni, e spesso è per la storia che racconta, ma molto più spesso è per l’atmosfera, che è poi la stessa cosa delle canzoni che ti rimangono in testa e non se ne vanno, ma non quelle canzoni ritornello fatte con lo stampino apposta per restarti incollate al cervello facili facili, intendo quelle canzoni meravigliose che ti scivolano dentro l’anima e quando per sbaglio camminando per strada ti capita di guardare in su, succede che la musica ti si spalanca addosso come una colonna sonora perfetta e liquida che si adagia sulle cose.
Ecco, quelle canzoni lì, intendo. E quei film che ti rimangono appiccicati addosso per un sacco di tempo sono un po’ come quelle canzoni, continuano a parlarti da qualche parte dentro la testa, e poi scappano fuori da ogni poro e tu non puoi fare altro che rimasticarteli e anche parlarne agli altri e dire “guardalo”, e va da sè che quei film – un po’ come quelle canzoni – spesso sono film tristi. O, se non sono proprio tristi, hanno dentro una specie di vena malinconica, perchè a tutti noi piace crogiolarci nella nostalgia dentro la luce del tramonto di una sera di giugno. Se proprio dobbiamo scegliere, voglio dire, meglio una sera di giugno che una grigia e fredda mattinata di novembre col cielo di ghisa e il cappotto tirato su stretto contro il vento, in attesa del tram.
Che poi mi viene in mente come, alcuni di questi film (e di quella musica, tra l’altro), vengano dai più definiti “deprimenti“. L’aggettivo “deprimente” è uno di quelli che più ho sentito associare a uno di questi film, il più recente in ordine di tempo, che è Never Let Me Go, o, secondo la distribuzione italiana, Non lasciarmi. L’ho visto venerdì e ce l’ho ancora addosso e non si schioda. E mi fa pensare a un altro film che, per certi versi, è molto diverso, e per altri invece no, The Road. Quello che ha rischiato di non essere mai distribuito in Italia perchè definito, per l’appunto, “troppo deprimente”.
Allora mi viene da pensare che forse questi film vengono definiti deprimenti per lo stesso motivo per cui mi restano appiccicati dentro, e cioè che ci dicono delle cose di noi stessi che non vorremmo mai sentirci dire, quel genere di paure che se ti capita di pensarci la notte, quando stai lentamente ondeggiando dentro il sonno, ti ritrovi d’improvviso con gli occhi spalancati e la tachicardia e una voragine di terrore che ti risucchia al centro del materasso, giù giù verso chissà dove.
E non parlano di queste cose dicendotele in faccia, ma te le dipingono intorno, come, appunto, quella musica di cui sopra. Voglio dire, non è che The Road sia spaventoso perchè ti fa vedere che gli umani possono diventare cannibali, e nemmeno Never Let Me Go è sconvolgente perchè ti mostra le implicazioni etiche di una possibile evoluzione medica. Quel che di The Road davvero ti consuma è riconoscere perfettamente gli spazi urbani o extraurbani in cui vivi tutti i giorni dentro la devastazione del futuro in cui è ambientato. Quel che di Never Let Me Go non riesci a schiodarti dalla testa è la rassegnazione, quella stessa rassegnazione che ogni mattina ti spinge ad obbedire alla sveglia. E la stessa indelebile crudeltà del tempo che passa, e che non sarà mai abbastanza, che tu viva trent’anni o cento.
Non te lo gridano in faccia, ma ti vengono così vicino, in modo straziante e disturbante, con un contrappunto di immagini e parole che assomiglia ad una musica che ti ritorna in mente quando meno te lo aspetti, e ti scuote dal sonno, riprecipitandoti su un piano di lucidità scomoda dal quale la quotidianità continuamente ti distrae. E forse è per questo che, per quanto deprimenti, sono musiche che non vorresti mai smettere di ascoltare: perchè cercare, sempre e più in profondità, di capire le cose è, in fin dei conti, il nostro vero motore di senso.


La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.
The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto. Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.
Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport
Tipo che a Nolan devono avergli detto “noi ti diamo un sacco di soldi, però guarda che c’è ancora in giro gente che si chiede se la macchina di Tesla funzionava davvero e che si guarda Memento in ordine cronologico perchè se no non lo capisce. Quindi, questo Inception, vedi di farlo chiaro e lineare”. Perchè, sì, bello è bello, ma, cielo, quante spieghe. Mentre a livello visivo c’è tutto uno splendore di roba che esplode dallo schermo (con buona pace dell’inutile 3D), i personaggi hanno in bocca dei dialoghi che neanche le didascalie del cinema muto. Vabbè, alla fine anche chissenefrega. Il film è davvero bello, 142 minuti passano in un lampo, è quel genere di cinema che ancora sa risvegliare la meraviglia, e nel frattempo parla anche d’altro, tipo della realtà, del sogno, del tempo, del rimpianto, della creazione, dell’illusione, del cinema stesso.













