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appiccicati addosso

Ogni tanto capita di vedere un film che ti rimane appiccicato addosso per un bel po’ di giorni, e spesso è per la storia che racconta, ma molto più spesso è per l’atmosfera, che è poi la stessa cosa delle canzoni che ti rimangono in testa e non se ne vanno, ma non quelle canzoni ritornello fatte con lo stampino apposta per restarti incollate al cervello facili facili, intendo quelle canzoni meravigliose che ti scivolano dentro l’anima e quando per sbaglio camminando per strada ti capita di guardare in su, succede che la musica ti si spalanca addosso come una colonna sonora perfetta e liquida che si adagia sulle cose.

Ecco, quelle canzoni lì, intendo. E quei film che ti rimangono appiccicati addosso per un sacco di tempo sono un po’ come quelle canzoni, continuano a parlarti da qualche parte dentro la testa, e poi scappano fuori da ogni poro e tu non puoi fare altro che rimasticarteli e anche parlarne agli altri e dire “guardalo”, e va da sè che quei film – un po’ come quelle canzoni – spesso sono film tristi. O, se non sono proprio tristi, hanno dentro una specie di vena malinconica, perchè a tutti noi piace crogiolarci nella nostalgia dentro la luce del tramonto di una sera di giugno. Se proprio dobbiamo scegliere, voglio dire, meglio una sera di giugno che una grigia e fredda mattinata di novembre col cielo di ghisa e il cappotto tirato su stretto contro il vento, in attesa del tram.

Che poi mi viene in mente come, alcuni di questi film (e di quella musica, tra l’altro), vengano dai più definiti “deprimenti“. L’aggettivo “deprimente” è uno di quelli che più ho sentito associare a uno di questi film, il più recente in ordine di tempo, che è Never Let Me Go, o, secondo la distribuzione italiana, Non lasciarmi. L’ho visto venerdì e ce l’ho ancora addosso e non si schioda. E mi fa pensare a un altro film che, per certi versi, è molto diverso, e per altri invece no, The Road. Quello che ha rischiato di non essere mai distribuito in Italia perchè definito, per l’appunto, “troppo deprimente”.

Allora mi viene da pensare che forse questi film vengono definiti deprimenti per lo stesso motivo per cui mi restano appiccicati dentro, e cioè che ci dicono delle cose di noi stessi che non vorremmo mai sentirci dire, quel genere di paure che se ti capita di pensarci la notte, quando stai lentamente ondeggiando dentro il sonno, ti ritrovi d’improvviso con gli occhi spalancati e la tachicardia e una voragine di terrore che ti risucchia al centro del materasso, giù giù verso chissà dove.

E non parlano di queste cose dicendotele in faccia, ma te le dipingono intorno, come, appunto, quella musica di cui sopra. Voglio dire, non è che The Road sia spaventoso perchè ti fa vedere che gli umani possono diventare cannibali, e nemmeno Never Let Me Go è sconvolgente perchè ti mostra le implicazioni etiche di una possibile evoluzione medica. Quel che di The Road davvero ti consuma è riconoscere perfettamente gli spazi urbani o extraurbani in cui vivi tutti i giorni dentro la devastazione del futuro in cui è ambientato. Quel che di Never Let Me Go non riesci a schiodarti dalla testa è la rassegnazione, quella stessa rassegnazione che ogni mattina ti spinge ad obbedire alla sveglia. E la stessa indelebile crudeltà del tempo che passa, e che non sarà mai abbastanza, che tu viva trent’anni o cento.

Non te lo gridano in faccia, ma ti vengono così vicino, in modo straziante e disturbante, con un contrappunto di immagini e parole che assomiglia ad una musica che ti ritorna in mente quando meno te lo aspetti, e ti scuote dal sonno, riprecipitandoti su un piano di lucidità scomoda dal quale la quotidianità continuamente ti distrae. E forse è per questo che, per quanto deprimenti, sono musiche che non vorresti mai smettere di ascoltare: perchè cercare, sempre e più in profondità, di capire le cose è, in fin dei conti, il nostro vero motore di senso.


the cocacola swan

[Premessa obbligatoria: per una serie di ragioni con cui non vi ammorbo, ho visto Black Swan prima sul mio caro pc, in versione originale, e poi al cinema, ovviamente doppiato. Con mio sommo rammarico, inizialmente, perchè certi film vorrei fortemente vederli prima su grande schermo, ma, col senno di poi... che culo.]

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, spiegatemi un po’ perchè cazzo dovrei spendere otto fottuti euro (e, da luglio, forse anche nove, thanks to decreto milleproroghe) per venire a vedere i film al cinema. Analizziamo insieme la questione.

I pro:

  • Grande schermo.
  • Impianto sonoro presumibilmente in dolby surround e bla bla bla.
  • Poltrone comode, quasi sempre.
  • Sala buia, rito collettivo, uscire con gli amici, etc etc.

I contro:

  • Le altre persone. Okay, cari distributori ed esercenti del cinema italiano, potrete anche dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente maleducata e fastidiosa, che non ha ricevuto mai un’educazione all’immagine, e che è convinta che a me piaccia pagare otto fottuti euro per ascoltare i loro amabili cazzi invece che seguire quanto avviene sullo schermo. Potrete dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente che non si preoccupa di informarsi sul film che sta andando a vedere, se non ha mai sentito parlare di Aronofsky, se credeva di vedere una trasposizione al cinema del balletto con Nureyev e Margot Fontaine, se basta loro vedere una goccia di sangue per avere un attacco di panico isterico. Non è colpa vostra, se molti si sentono in dovere di riempire il vuoto con i loro bisbiglii di merda, quando i personaggi sullo schermo non stanno dialogando, e se non sono in grado di spegnere il loro fottuto telefono nemmeno in sala. Non è colpa vostra, però, cazzo, poi seduti a fianco me li becco sempre io, e son bestemmie.
  • L’incapacità del proiezionista/la qualità video risalente al 1927. Questo, invece, è colpa vostra. Mi spiegate perchè il mio screener scaricato grazie a qualche anima santa, si vede più nitido e meno sgranato della vostra copia in pellicola de Il cigno nero? Perchè per metà del tempo quel che si vede è costantemente e lievemente sfocato, e sfondo e primo piano confondono i confini, e appena c’è un movimento di macchina inaspettatamente accelerato non si capisce più un cazzo? Perchè tante volte sbagliate il mascherino? Perchè vi ostinate a distribuire copie con più graffi sulla pellicola di quelli sulla schiena di Natalie Portman?
  • Il doppiaggio. Ed eccoci all’argomento clou. A cui di solito mi viene risposto “sei un’insopportabile snob”, e potrebbe anche essere vero, ma, perdio, parliamone. Voi adattatori dei dialoghi, voi direttori del doppiaggio, li vedete i film prima di sputtanarli con le vostre voci di merda? Oppure siete dei cerebrolesi che non capiscono cosa stanno guardando? SPOILER SU BLACK SWAN, NIENTE DI TRASCENDENTALE, MA IO, PER SICUREZZA, VI AVVERTO. E’ un film in cui la colonna sonora fa tipo il 50 percento del lavoro. C’è tutta una serie di rumori ambientali messi lì apposta per costruirti la tensione, che è poi quasi lo scopo ultimo di un film come Black Swan. Ma, ovviamente, siccome siamo in Italia, la metà di quei rumori di fondo viene buttata via, e appiattita, perchè noi dobbiamo doppiare. Ma il punto non sarebbe nemmeno questo: il punto è che, per qualche oscura ragione, ogni singolo dialogo viene snaturato, abbassato, banalizzato. Live a little diventa Su, un po’ di vita, neanche Vincent Cassel fosse mia nonna. Poi, quando Mila Kunis dice, in originale, le stesse identiche parole, ed è fondamentale che siano le stesse identiche parole, ma sì, cambiamole, tanto cosa sarà mai. E via così, a pacchi. Per arrivare all’apoteosi finale, il momento di pathos ed emozione e brividi e pelle d’oca su cui si chiude il film: la povera Natalie Portman si sacrifica sull’altare dell’arte, mormorando, in estasi I felt it. Perfect. I was perfect. Traduzione: L’ho sentito. Perfetto. E’ stato perfetto.

NO!!! Brutto pirla direttore del doppiaggio, NO! Non è la stessa fottuta cosa. Perchè hai appena visto un film in cui una povera crista si autodistrugge nell’ossessiva ricerca (tra le altre cose) della personale perfezione, quindi non è lo stesso dire “è stato perfetto” e “sono stata perfetta”. Per quale motivo decidi di cambiarlo? Per il labiale? (Non credo, non mi sembra ci sia una differenza così marcata tra le due opzioni, al massimo se vuoi stare più stretto, falle dire “ero perfetta” e sei a posto). Oppure perchè sei sordo e hai capito male? Oppure perchè sei deficiente e non hai capito una mazza del film? Oppure perchè non sai l’inglese? Oppure perchè, così, quella frase non ti piaceva e quindi hai deciso di cambiarla, a tua discrezione? E chi cazzo sei, tu, che cambi la sceneggiatura di un film come ti pare e piace, e poi mi chiedi di pagare 8 fottuti euro per vedere la tua versione di Black Swan, illudendomi che sia la versione del buon vecchio Aronofsky?

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, vorrei proprio sapere con che coraggio mi venite a parlare di legalità, rispetto delle regole, qualità dell’opera quando mi chiedete di non scaricare i film e di venire da voi a darvi i miei fottuti otto euro. Quando i film me li fate uscire con mesi di ritardo rispetto al restodelmondo, me li fate vedere e sentire male e pretendete di doppiarli alla cazzo di cane. Che poi mi chiedo se distribuire i film in versione originale con i sottotitoli, come avviene in tutto gli altri paesi del mondo civilizzato, non vi costerebbe meno e, forse, non aiuterebbe anche a diffondere una cultura cinematografica diversa, un approccio all’opera in grado di risolvere, almeno in parte, quei problemi di educazione di cui parlavo poco più su.

Quantomeno, metà di quella gente che al cinema ci va solo per continuare la conversazione cominciata in macchina, spaventata da quegli orribili mostri che sono i sottotitoli, se ne starebbe a casa. Nel frattempo, sentite un po’, me ne sto a casa io, e con quegli otto fottuti euro ci compro delle caramelle gommose alla Coca Cola. Frizzanti.


back to the movies #1

Una volta andavo al cinema almeno una volta alla settimana, spesso due. Riuscivo a vedere praticamente tutti i film in uscita, la settimana stessa dell’uscita. Due settimane dopo, al massimo. Una volta mi facevo la Panoramica di Venezia a Milano, e anche quella di Cannes: maratone dentro e fuori la metropolitana, da una sala buia ad un’altra, e, neanche a dirlo, il momento in cui si spegnevano le luci e si faceva silenzio era una di quelle rare rappresentazioni della felicità perfetta. Poi ho iniziato a guardare serie tv, e quest’idillio è finito. Perchè le serie tv risucchiano via il tempo peggio di un buco nero nello spazio profondo. E allora quest’anno ho deciso che voglio ricominciare ad andare al cinema. Ho fatto l’abbonamento a due cineforum, uno il martedì e l’altro il venerdì. Così recupero. E posso scrivere mini recensioni sferzanti e caustiche, e metterle nel mio blog. Sì, alla fine si fa tutto per il blog. Narcisismo a nastro.

Tanto per cominciare, ecco cosa ho visto nelle ultime due settimane e mezza.

La nostra vita, di Daniele Luchetti. Cose positive: Elio Germano (che amo follemente da quando faceva la pubblicità del Kinder Bueno. True story). Isabella Ragonese, come sempre. Raul Bova, che quasi sembra saper recitare, per una volta. E, più di tutto, il fatto che, per una santa volta, un film italiano non parla di famiglie altoborghesi quasi inesistenti in natura, con appartamenti giganteschi ben arredati, librerie strabordanti di libri e crisi isteriche dietro ogni angolo. Grazie. Però c’è Vasco. Io odio Vasco, in ogni sua forma. Capisco che l’idolatria di Vasco serva a rappresentare alla perfezione il nuovo proletariato, però io lo odio. E’ più forte di me. No, bè, in definitiva, il problema vero è che non ho capito dove Luchetti volesse andare a parare, con questo film. Non dico che tutti i film debbano avere per forza un messaggio, però questo sembrava parlarti come se volesse dirti qualcosa, ma senza arrivare mai al dunque.

Happy Family, di Gabriele Salvatores. Se c’è una cosa che mi irrita, è quando si fanno le cose a metà. Quando la forma è interessante (anche se forse troppo citazionista: quei rimandi a Wes Anderson sono così spudorati che più che oma ggi sembrano prelievi e innesti) e la sostanza insipida. Che poi gli va bene che a me De Luigi fa ridere, qualsiasi cosa faccia, mi faceva ridere pure quando faceva Love Bu gs, ed è tutto dire, per cui riesco a perdonargli anche il pessimo gusto di quella scena del massaggio cinese. Però la storiellina ti lascia addosso così poco, e ti sembra di aver buttato via un’occasione. E sì che Salvatores ha questo meraviglioso coraggio di amare Milano, e avrebbe potuto, davvero, farmi impazzire.

 

The road, di John Hillcoat. Il film più doom che io abbia mai visto.  Ma un sacco doom. Figata. Splendido e livido e senza speranza, com’è giusto che sia. Una vertigine, quest’America così apocalittica e, allo stesso tempo, così riconoscibile. Peccato per quel finale che sembra appiccicato un po’ così – o, almeno, a me ha fatto questo effetto, però c’è anche da dire che io, del libro di McCarthy, lo ammetto, ho letto solo le prime pagine. Che poi, il libro è il libro e il film è il film, e dovrebbero essere indipendenti. Ma poi son giusto cinque minuti, per cui anche chissenefrega.

 

L’uomo nell’ombra, di Roman Polanski. A parte che io non riesco più a vederli, i film doppiati, datemi della snob o quello che volete, ma, soprattutto quando conosci le voci originali, è una sofferenza. Comunque. Buono. Un sacco di Hitchcock in quel protagonista coinvolto in cospirazioni giganti e in quella suspense costruita più per atmosfere e geometrie dello spazio che per reali elementi di trama. Alla fine, tutta la storia della Cia è un gigantesco MacGuffin. Buono, ma forse un po’ freddino.

 

 

Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek. Spalare merda su Ozpetek pare, da qualche tempo, uno sport molto di moda, e non c’è nulla di male, in questo, visto che tutti i suoi film fanno davvero cagare. Se ripenso al fatto che due anni fa, a Venezia, mi svegliai alle sette per vedere Il giorno perfetto, mi si innescano poderosi istinti omicidi. Certo che Mine vaganti non fa schifo come Il giorno perfetto, ma grazie al cazzo. Sorvolando il fatto che non ho bisogno di essere omosessuale per sentirmi insultata da una rappresentazione così volgare e macchiettistica dell’omosessualità (fatta poi proprio da Ozpetek, uno che se la mena da morire quando i giornalisti gli chiedono “come mai un altro film sui gay?”), resta che mi sento comunque insultata come spettatrice quando mi si cerca di vendere come commedia d’autore una roba che ha lo stesso raffinato livello di umorismo di un Vacanze di Natale qualunque. Davvero, non basta mica metterci la scena onirica finale del funerale che diventa festa per farmi dimenticare che le battute cardine si basano sull’uso strategico della parola “ricchione” e “zoccola”. Fastidio.

Perbacco, avevo quasi dimenticato quanto fosse soddisfacente scrivere recensioni graffianti e caustiche.


lo spiegone no

Tipo che a Nolan devono avergli detto “noi ti diamo un sacco di soldi, però guarda che c’è ancora in giro gente che si chiede se la macchina di Tesla funzionava davvero e che si guarda Memento in ordine cronologico perchè se no non lo capisce. Quindi, questo Inception, vedi di farlo chiaro e lineare”. Perchè, sì, bello è bello, ma, cielo, quante spieghe. Mentre a livello visivo c’è tutto uno splendore di roba che esplode dallo schermo (con buona pace dell’inutile 3D), i personaggi hanno in bocca dei dialoghi che neanche le didascalie del cinema muto. Vabbè, alla fine anche chissenefrega. Il film è davvero bello, 142 minuti passano in un lampo, è quel genere di cinema che ancora sa risvegliare la meraviglia, e nel frattempo parla anche d’altro, tipo della realtà, del sogno, del tempo, del rimpianto, della creazione, dell’illusione, del cinema stesso.

Avercene.

E poi voglio rivederlo in lingua originale, chè il doppiaggio non si poteva sentire. Chissà quando qua in Italia si accorgeranno che Di Caprio ha smesso di avere quindici anni da un bel pezzo. Già temo per la fine che farà Ellen Page.


moon river

Stamattina ero stra in anticipo per il lavoro alla fiera Orticola, nei giardini di via Palestro. Ma tipo in anticipo di un’ora e mezza, una cosa mai successami prima d’ora, e infatti ero estremamente disorientata dalla nuova esperienza.

Bè, quello che ho fatto è stato comprarmi una brioche e andare a mangiarmela in Via Della Spiga, davanti a Tiffany.

Intendiamoci: a me dei diamanti frega una cippa, così come di ogni altro gioiello, prezioso o simile. E’ che noi cinefilini del cazzo si va in brodo di giuggiole solo a riconoscerle e a enumerarle, le citazioni. Essere una citazione – per quanto banale… bè, non ha prezzo.


e vai di avatar

che sballo!

Io ho una compagnia di amici che non vanno mai al cinema. Non tutti, eh, ma mediamente. Dicono anche cose tipo “io, per principio, sono contro il cinema”, cose che io faccio fatica a capire, ma d’altra parte io ho perso anni della mia vita a studiarlo, il cinema, e quindi non sono propriamente imparziale, in questo campo. Comunque. Questi miei amici qui, a vedere Avatar ci sono venuti. Di lunedì sera, al secondo spettacolo, e il secondo spettacolo è finito quasi alle due di notte. Per dire, la potenza di James Cameron. E del marketing.

Ora, non ha molto senso che io mi metta a fare un post su Avatar, dal momento che tutto quello che se ne poteva scrivere è già stato scritto abbondantemente, in questo mese di programmazione planetaria, questo mese che separa l’Italia dal mondo civile. Non è che dobbiamo per forza dire la nostra, sempre.  Ma anche sì, dai. Fondamentalmente, penso di Avatar quello che hanno detto in molti, è un grande film popolare, e anche un trionfo di visioni. Tipo quando è nato il cinema, che la gente andava a vederlo solo per fare “wow”. Che la cosa figa era il treno che si muoveva e il cowboy che ti sparava guardandoti negli occhi. Poi, ecco, condivido con altri che, già che ci hanno speso dei miliardi, potevano pure pensare di assumere, tipo, uno sceneggiatore. Non dico tanto per la storia, che è vero che è prevedibile e stravista, ma chi se ne frega, è una storia che funziona da sempre, dico proprio per i dialoghi e la definizione dei personaggi.

Quello che volevo dire è che Avatar, mentre lo vedevo, mi ha ricordato cos’è che, ai tempi, mi aveva fatto sbarellare di Titanic. No, non sto parlando di Leonardo Di Caprio, in Avatar Leo non c’è, e quest’altro tizio che hanno preso non ha neanche un decimo del suo carisma. Parlo del fatto che, quando vidi Titanic per la prima volta, poi, dopo, mi sembrava di esserci stata davvero, sul Titanic. Di conoscere le venature del legno sui corrimano, e gli scricchiolii dei pavimenti quando ci cammini, e il gelo delle scale di metallo. E’ una sensazione strana, che mica succede con tutti i film. Ecco, la stessa cosa mi è successa con Avatar, e naturalmente non si può ignorare il fatto che, se il Titanic lo puoi ricostruire in scala 9/10, come fece Cameron ai tempi, il mondo di Pandora non esiste da nessun’altra parte che non sia lo schermo su cui viene proiettato.

Ecco, a me queste son cose che fanno sbarellare. Questa cosa che con il cinema puoi creare delle cose che non ci sono e, se lo fai bene, almeno per la durata del film la gente può dimenticarsi che quelle cose non esistono per davvero, e crederci. Per me questa è una cosa potentissima e che, tutte le volte, mi riempie di meraviglia.

Ah, e comunque, la foresta di Pandora, di notte, è uno sballo totale.

[Poi, da vera cinefila, mi fanno sbarellare anche tutte queste cose metafilmiche sulla visione, il vedere,  l'occhio, il sognare, l'essere immobilizzati in un corpo ma vivere delle avventure pazzesche attraverso un altro mezzo - un avatar, uno schermo - e da vera fissata di internet & nuovi media, mi prendono bene anche queste riflessioni sull'essere tutti collegati, stabilire legami con il mondo attraverso una treccia/porta usb, e via dicendo. Ma anche queste cose, e molte altre, sono già stata ribadite a destra e a manca, per cui basta].

[Ah, no. Volevo dire un'ultima cosa che l'uscita di Avatar ha messo in evidenza: così, a titolo personale, ribadisco il mio odio per quelli che dicono cose tipo "non ho bisogno di vederlo per parlarne male", "è già il film che più ha incassato nella storia, dev'essere per forza una cagata", e via dicendo. Ecco, ma perchè? Io pure Twilight ho visto, prima di criticarlo. E anzi, sto pure leggiucchiando i libri, per poter dire, con maggior cognizione di causa, che è una puttanata galattica. Perchè comunque, un pochino, mi interessa capire cosa faccia impazzire milioni di persone. Altre cose, che non mi interessano, non le vedo/leggo/ascolto, però nemmeno ne parlo male, che poi senza sapere di cosa si sta parlando, non c'è neanche gusto, nè vero divertimento].


alternative to what?

be your own hero

Ora, io mi rendo perfettamente conto che, dopo avermi letto distruggere criticare (500) Days Of Summer, quando vedrete quello che sto per fare, ovvero dire che invece mi è piaciuto Whip It, la vostra reazione sarà, legittimamente, un robusto mavaccagare. Ne avete tutti i diritti, lo so, ma questo non cambia il fatto che Whip It, invece, mi sia piaciuto.

Sarà che a me Drew Barrymore è sempre stata simpatica, fin da quella volta in cui, da piccola, ho letto la sua storia sul Gente di mia nonna (sì, mia nonna legge Gente e Famiglia Cristiana, e quando vado a casa sua a trovarla, dò sempre un’occhiata al Gente, perchè dal parrucchiere non ci vado quasi mai, e quando ci vado mi porto un libro, ma comunque sul gossip bisogna sempre tenersi informati, non sai mai in che conversazioni ti capiterà di trovarti, prima o poi]. Ma dicevo, ero piccola, tipo età delle medie, e ho letto sul Gente la storia di questa tipa che era la bambina di E.T. ma che poi, la dura vita del mondo dello spettacolo e tutto il resto, praticamente a 9 anni era un’alcolizzata, a 10 anni si fumava le canne, a 12 anni tirava su delle piste che non vi dico (così diceva il Gente). Poi dopo l’ho vista in Poison Ivy (La mia peggiore amica, o qualcosa del genere) che faceva la fighissima stronza, e insomma, non so com’è, ma era già all’epoca uno dei miei personalissimi miti. Dopo si è ripulita – mah – e ha cominciato a fare delle commedie smielose tipo Never Been Kissed o 50 First Dates, e vabbè, però anche a produrre Donnie Darko e a fare un sacco di soldi con le Charlie’s Angels, e adesso se ne esce a fare la regista di questo Whip It, la cui protagonista assoluta è Ellen “Juno” Page, e, sono sicura di avervelo detto, ho un debole per Ellen Page, perchè è bassa quanto me.

[Ho un debole per tutte quelle basse quanto me, categoria che include, oltre ad Ellen Page, anche quelle due tope atomiche di Kylie Minogue e Kirsten Bell, e sono sempre lieta di poter confermare la profondamente veritiera e incancellabile legge della vita che recita nella botte piccola c'è il vino buono]. [Questa regola non vale per gli uomini, come dimostrano, che so, Brunetta o Berlusconi].

Perchè mi è piaciuto Whip It? Che, in fondo, uno potrebbe dirmi, è un filmetto adolescenziale come tanti altri, mescolato a un filmetto di sport come tanti altri, e come tanti altri filmetti adolescenziali/di sport segue il consueto schema “il mondo non mi capisce – figata, ho trovato lo sport che fa per me! – figata, ho trovato pure il tipo/la tipa! – porcapaletta, i miei mi hanno sgamato, il tipo mi ha mollato, va tutto a rotoli, il mondo mi odia again – tutto si risolve giusto in tempo perchè io possa mostrare al mondo quanto sono kick ass in questo sport che fa per me”. Ecco, Whip It va esattamente così, e con tutti gli stereotipi del caso, tra cui la madre soffocante che però alla fine lo fa per il tuo bene, il morosino stronzo che però alla fine non ti merita, la migliore amica che a un certo punto litigate ma poi fate la pace e trova il moroso anche lei, etc etc, e anche una scena d’amore in una piscina chiusa, figuratevi il clichè (però quella scena lì è girata notevolmente bene).

In realtà, la prima, banalissima cosa che mi sento di dire, è che, in fondo Whip It è un film onesto. Non pretende di essere più di quello che è – cosa che, di per sè, non è un merito, anche Natale a Beverly Hills non pretende di essere niente di più di una puttanata intollerabile a base di volgarità e tette al vento, e non per questo mi viene da fargli i complimenti, anzi, se mai, da vomitare. Ma insomma, quello che Whip It vuole essere è proprio un film adolescenziale/di sport, senza grandi verità sulla vita, se non la prevedibile formula “sii te stesso, trova la tua strada, fai la tua cosa, e sarai felice”. Dentro questo genere, funziona molto bene, ha tutte le sue cose giuste al momento giusto, e gioca egregiamente con quel meccanismo di previsioni e attese che ha uno spettatore, quando va a vedere un film da cui sa già cosa aspettarsi.

In più, Whip It ha dalla sua il fatto di essere un film su uno sport divertentissimo. Uno sport praticamente sconosciuto qui da noi, ma in Usa, dicono, fosse di gran moda fino agli anni Settanta, e adesso è di nuovo sulla cresta dell’onda, riportato in vita dalla sottocultura punk e oggi praticato soprattutto da ragazze: il roller derby. Il fatto che sia sul roller derby e non sulla pallavolo o su un gruppo di cheerleader o su una compagnia di danza, porta una serie di benefici non indifferenti:

  • Le protagoniste (tra l’altro, oltre ad Ellen Page e Drew Barrymore, ci sono Zoe Bell e Eve e un’adorabilmente bitch Juliette Lewis) sfoggiano un look punk/alternative che, sì, è molto trendy, è vero, però su di loro fa la sua porchissima figura.
  • Le ragazze si menano. E non nel senso che potete sperare voialtri maschietti arrapati stile lotta nel fango; nel senso che, finalmente, graziealcielo, si vede un film in cui le ragazze, invece di tirarsi i capelli e infamarsi a vicenda nei corridoi della scuola, risolvono i propri attriti con uno spintone ben assestato. Che non è un elogio alla violenza, sia chiaro, lungi da me. Però insomma, non è che noialtre si sia così fragili da romperci al primo soffio di vento. (Ho adorato la scena in cui le giocatrici si confrontano i lividi raccolti durante la gara, vantandosene. Scena già vista e interpretata nei miei più che reali spogliatoi di danza, perchè i lividi si portano come orgogliose cicatrici, oh, yeah).
  • Di conseguenza, ci sono un bel po’ di sequenze in cui le ragazze si divertono, senza rimorsi. L’abusatissima food fight, per esempio, o gli scherzi un po’ goliardici, le prese in giro ai danni del coach, etc. Si divertono i personaggi, si divertono le attrici, ti diverti tu. E infatti Drew Barrymore si ritaglia la parte secondaria di una fattona attaccabrighe violentissima, e secondo me si è divertita un casino a interpretarla, e infatti fa davvero, davvero ridere.
  • [Da questo punto in poi è spoiler, fino alla fine dell'elenco puntato, dopo l'elenco puntato potete tornare a leggere senza problemi] Alcune scelte, apparentemente marginali, mi sono piaciute tantissimo, e sono tali, a mio avviso, da dare un sapore speciale al film. Il fatto che non vincano, alla fine, per esempio. Te lo aspetti, e invece no, ma va bene lo stesso. Va bene lo stesso, perchè vincere, in questa storia, non era il punto. Va bene lo stesso, perchè comunque da sfigate totali sempre ultime arrivano seconde, e mica fa schifo. Va bene lo stesso, perchè l’ansia da competizione non è mai stata nelle loro corde. Non è questione di buonismo alla De Coubertin, è proprio che, in questo caso, davvero, l’importante è partecipare, essere felici scivolando su otto rotelle, in mezzo a un pubblico che acclama, divertendosi un mondo.
  • Sempre in quest’ottica che “w lo sport”, bello il personaggio di Juliette Lewis, che vuole comunque batterti sul campo e non facendo la spia (basta con le ragazze gnè gnè, perdio), bella la scena in cui Bliss/Babe Ruthless subisce un colpo fortissimo, cade a faccia a terra, il silenzio si fa assordante e tu speri fortemente “no! vi prego! un’altra Million Dollar Baby no!” e invece piano piano si rialza, da sola, alza la mano a rassicurare tutti e ritorna ai blocchi di partenza, per l’ultimo round. Una piccola metafora, di come si può cadere e rialzarsi, di come, ancora una volta, non si sia fatti di vetro e perennemente fragili; e anche, da un’altra prospettiva, un parallelismo tra la crescita di Bliss e il distacco dai genitori, i quali devono guardare, da lontano, impotenti, che la figlia si rialzi, questa volta  senza il loro aiuto.

E dunque. Sì, questo film mi è piaciuto, e potrebbe diventare anche un mio piccolissimo culto. [Infatti, nel frattempo, ho già iniziato a plagiare chi mi sta intorno, con risultati direi soddisfacenti]. Ah, negli Stati Uniti il film è uscito il 9 ottobre 2009, in Italia uscirà boh. Non c’è ancora una data. Notare che nel cast sono presenti, come già detto, Ellen Page, Drew Barrymore, Juliette Lewis, Zoe Bell, Eve, e aggiungeteci Jimmy Fallon e Marcia Gay Harden. Bah. Vabbè, tanto si trova.


cinquecento giorni d’estate

che il poster in linguaorientalesconosciuta fa un sacco indie

E’ che ierisera, invece di andare a dormire presto per poi poter oggi combinare qualcosa di utile, ho visto questo film qui di cui tutti parlano. Cioè, non è che ne parlano tutti come di Avatar, diciamo che ne parlano tutti nell’ambiente un po’ indie alternativo dei piccoli culti, insomma, l’ambiente da Sundance Film Festival, per intenderci. E quindi.

Io ero una grande amante dei film da Sundance. Avete presente? Quelle commedie che si lasciano guardare senza sforzo, e però sono anche intelligenti, e con quel retrogusto amarognolo che fa tanto “io ho capito tutto della vita”, e con quell’estetica sempre un po’ vintage che fa tanto “nostalgia” e quindi anche un po’ “malinconia”. Sono assolutamente convinta, per dire, che Little Miss Sunshine sia un vero e proprio capolavoro. Già su Juno inizio a dire, vabbè, bello, eh, per carità, e poi Ellen Page è davvero forte, ed è bassa quanto me, e la poltrona spostata in mezzo al giardino e il telefono hamburger e le disquisizioni su Dario Argento, tutto molto figo, però in sostanza, appiccicato addosso, alla fine, mi rimane già molto meno.

Questo (500) Days Of Summer – okay, non voglio buttarla sempre sul doppiaggio, ma volete spiegarmi il motivo di tradurre, in italiano, il nome della protagonista da Summer in Sole? C’è ancora qualcuno, in questo inizio di secondo decennio del duemila, che non sappia che summer vuol dire estate? Vabbè, mettiamo anche che sia così e quindi traduci il nome per tradurre il gioco di parole; per quale motivo, allora, il titolo italiano non è (500) giorni di Sole ma (500) giorni insieme, che, tra l’altro, sembra il titolo di una tragicommedia hollywoodiana smielatissima da mezza età e quintali di fazzoletti consumati? Vabbè, chi se ne frega, tanto io l’ho visto in inglese, ciao – dicevo, questo (500) Days Of Summer appartiene allo stesso giro, è tanto tanto indie, con le musiche indie, le pettinature indie, le citazioni indie. Ed è tanto tanto vintage, con i vestiti vintage, la carta da parati vintage, la luce obliqua marrone vintage delle foto anni settanta. C’è Ringo Starr, c’è Il Laureato, c’è Bergman, c’è la Nouvelle Vague, c’è l’Ikea. C’è il karaoke, ci sono i biglietti d’auguri, i filmini sgranati in super8, i vinili, la lavagna col gesso. Una colonna sonora che la senti e ti ritrovi con i pantaloni strettissimi a sigaretta e una maglia a righe orizzontali e gli occhiali con la montatura grossa. E  ci sono gli split screen. E la voce fuoricampo. E i salti narrativi e temporali.

Ma non è tutto ciò a darmi fastidio, anche se è inevitabile che, ormai, questo gioco qui di originale abbia pochissimo, lo sgami subito ed è inevitabilmente furbo; e funziona davvero solo quando il film è valido, o quantomeno davvero strambo e genialoide, come per esempio, che so, i Tenenbaum. In ogni caso, sono tutte cose piacevoli, a vedersi, anche se hanno smesso da un po’ di meravigliarmi. Questo film qui, come altri suoi omologhi, è costruito un po’ tipo una bancarella di souvenir di Parigi. Ci sono un sacco di scenette appiccicate insieme, estremamente carine, per carità, e anche, più o meno, autoconclusive. Fatte apposta per essere tagliate e riportate su YouTube e ribloggate ovunque. Insomma, fatte apposta che tu ti scegli la tua preferita e te la porti a casa come ricordo di quel posto lì dove sei stato, e quel posto lì era un film intitolato (500) Days Of Summer.

Ma non è nemmeno questo, a darmi fastidio (abbiate pazienza, ci arrivo), anzi, mi piace questa cosa che posso portarmi a casa la mia citazione come ricordo. Quello che mi dà fastidio è che i personaggi sono odiosi. Non sembrano odiosi, all’inizio, perchè in realtà sono costruiti per immedesimartici, soprattutto lui, Tom, tenero, che si innamora di lei, Summer. Non sembrano odiosi, perchè lei, Summer, è interpretata da Zooey Deschanel, e Zooey Deschanel è adorabile sotto ogni aspetto, e non puoi odiarla neanche se ti impegni. Però c’hai questo senso di fastidio lungo tutto il film, e non sai bene spiegartelo, poi alla fine ti accorgi che è perchè ti hanno preso in giro, e in realtà i protagonisti sono odiosi. Lui è un lagnoso insopportabile, lei una maniacodepressa. Lui è ingenuo e zuccheroso come neanche una twilighters fanatica, lei volubile e schizofrenica e anche un po’ stronza. La brutta e banalizzata copia di Joel e Clementine di Eternal Sunshine of a Spotless Mind.

Eternal Sunshine of a Spotless Mind non lo cito a caso, anzi, è proprio il film che ti viene in mente e ti ricorda cosa vuol dire fare un film davvero doloroso sull’amore e i rapporti di coppia. In questo (500) Days Of Summer, alla fine [occhio, spoiler!!!] la Summer del titolo, dopo aver fatto soffrire come un cane il piccolo Tom, perchè lei “non crede nell’amore”, si sposa con il primo pisquano che la abborda in un bar. Ne deduce che l’amore esiste davvero, yeah, aveva ragione Tom, mentre Tom – che, a mio avviso, avrebbe tutto il diritto di spaccarle una mazza da baseball sui denti – ne deduce che, se tutte le donne sono delle pazze furiose come Summer, l’amore non esiste… no, aspetta. Non può finire così, figuriamoci: nel posticcissimo finale consolatorio, Tom incontra Lyla Garrity Autumn (sì, Autumn. Nella versione italiana Luna, naturalmente. Sì, potete sbattere la testa sulla tastiera), una splendida ragazza che gli sorride, colpo di fulmine, yeah, l’amore esiste, figata.

Allora tu pensi al finale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind, a quegli “okay” sussurrati tra i sorrisi e le lacrime, tra due persone che si sono appena ri-conosciute, e sanno già che si ameranno un sacco, e poi si odieranno un sacco, ma forse ci riproveranno lo stesso, forse no, è un casino – sono un casino, le relazioni, e quelle d’amore ancora di più – e ti dici che quello era un film con i controcazzi, e questo invece un po’ lo mandi a cagare. Non puoi farmi un film sul dolore dell’amore e poi farlo finire a pizza e fichi, “chiodo scaccia chiodo”. Tutto quello che hai costruito nell’ora e mezza precedente, lo butti nel cesso in un secondo, così.

In sostanza, e concludendo, quello che mi è piaciuto davvero tanto è la Los Angeles in cui si svolge la storia: bella e senza tempo, un luogo che non esiste nella realtà – Los Angeles è abbastanza orrenda – ma forse negli occhi di qualche innamorato sì. Ecco. Ah, e la ragazzina sorella del protagonista. Lei era forte. Forse è un po’ poco, ma tant’è.

E adesso basta, che devo combinare qualcosa di utile, assolutamente per forza.


ogni primo di gennaio

una delle cose che più mi piacciono del capodanno

Alla fine, il Capodanno è un espediente narrativo.

Tipo come nei film per teen ager, che c’è sempre il prom, alla fine, cioè, il ballo di fine anno, e tutti i nodi vengono al pettine, tutte le storie si incontrano, e si incrociano, e quella che doveva diventare reginetta diventa reginetta e piange, e lei e il suo principeazzurro finalmente si baciano, oppure succedono macelli, tipo che la protagonista scopre che il bellimbusto la stava frequentando solo per scommessa e poi si è innamorato di lei ma lei pensa di no, insomma, quel genere di cose inevitabili di cui avevo, per altro, già accennato qua.

Ecco, poi nella realtà il ballo di fine anno delle high school è una roba un po’ triste e di un kitsch notevole, con le tipelle che indossano quegli orripilanti vestiti dai colori abbacinanti e sinteticissimi, e i sedicenni in smoking e brufolazzi che non si possono guardare, e la palestra della scuola addobbata con i festoni di cartapesta ma che, per quante scritte glitterate tu ci possa appiccicare in giro, sempre la palestra della scuola rimane. E, quasi sempre, il dj fa schifo. E, mi immagino, quasi sempre si finisce a vomitare nel parcheggio l’alcol da due soldi che ci si è fatti comprare dai cugini over 21 per fare colpo sulle ragazze, e il giorno dopo si deve avere un hangover di quelli memorabili.

Insomma, quel genere di cose che nei film è in un modo e nella realtà in un altro. Il Capodanno è così, c’è quest’ansia che monta e sembra che debba succedere tutto in quella notte di passaggio verso l’anno nuovo, tutti i ricordi e i rimorsi e i rimpianti dell’anno passato ti si addensano addosso spingendoti contro il muro della mezzanotte (e figurarsi poi, quest’anno, mica c’erano solo quelli dell’anno passato, ma addirittura di un decennio, roba pesisssima). E ti aspetti sempre qualcosa di rivelatore, una specie di epifania, in qualunque forma, che so, una visione alcolica, un sms inaspettato, un limone duro con un estraneo o con l’amore della tua vita che ritorna o con uno che credevi di no e invece poi sì. Delle parole solenni mescolate a un divertimento estremo.

Ma invece, nulla di tutto questo succede. Quasi mai. L’espediente narrativo non funziona, probabilmente perchè non viviamo in un racconto e quindi non abbiamo regole. O ne abbiamo diverse. Di certo, non abbiamo gli espedienti narrativi.

Di conseguenza, sono sempre molto più felice il primo di gennaio. [Scusa per la mia felicità...] Oppure il due, come oggi, che c’è il vento che piace a me, quello che sembra cattivo come una mamma quando si accanisce a pulire a fondo, però alla fine sei contento perchè tutto sembra un po’ più in ordine e si respira meglio. E, in definitiva, faccio gli auguri di buon anno, che hanno molto più senso degli auguri di Natale, non fosse altro perchè durano 365 giorni, invece di un giorno solo (giorno in cui, per altro, ci si autopunisce mangiando come oche all’ingrasso). E, va che culo, questa volta posso farvi pure gli auguri di buon decennio, così sto a posto fino al duemilaeventi.


nulla contro la lapponia

madrid - foto REUTERS/Susana Vera - cfr The Big Picture, Boston.com

N.B.: Questo post era nella mia testa da qualche giorno, ma tra il Natale è tutto il resto non ho avuto tempo di scriverlo. Come un sacco di altre cose, tra l’altro.

E così ha nevicato un casino. Non solo ha nevicato un casino, che sarebbe più o meno normale, da queste parti, d’inverno [e no, non vale fare come fa la giunta comunale di qui, che dice sempre "magari quest'anno non nevica" e non prepara il piano neve e poi è il delirio], non solo ha nevicato un botto, ma ha fatto anche un freddo di quelli che io non me li ricordavo proprio, invece. Tipo che un freddo così mi sa che solo a Berlino, quella settimana là a cavallo tra Capodanno e la Befana, cinque anni fa o giù di lì – quella è stata la prima volta in cui ho capito cosa volesse dire la parola freddo, per davvero, quando chiami un taxi per fare un chilometro perchè stai camminando da due minuti e hai perso sensibilità ovunque, e quando le macchine si schiantano l’una contro l’altra perchè la strada, dopo un secondo di pioggia, si è trasformata nella pista di pattinaggio del Rockfeller Center.

Di conseguenza, mentre di solito il piano geniale prevede che la neve si trasformi in pioggia e si sciolga via da sola, questa volta l’Abominevole Freddo ci ha fregati tutti, mutando la neve in ghiaccio infido e perfido e, di conseguenza, paralizzando le più elementari forme di vita, sociale e non.

E così, mi sono svegliata per un po’ di giorni sentendomi dentro uno di quei tipici film da festival, quelli che provengono da posti tipo l’Islanda o la Lapponia, e tutti dicono “devi vedere il film della Lapponia, dicono che vincerà l’Oscar come Miglior Film Straniero“, come se quello fosse il primo ed unico film mai prodotto in Lapponia, come se in Lapponia sia una roba strana fare dei film come in qualunque altro posto.

Comunque. Mi sono svegliata per un po’ di giorni sentendomi dentro uno di quei film lì, quelli con immensi paesaggi innevati, e cieli scuri, e silenzi. Quelli che ti chiedi “come diavolo faranno, a viverci, in quei posti”. Quelli dove non succede niente e c’è un dialogo ogni venti minuti. Quelli che poi c’è sempre qualche critico che sui giornali parla de “la straordinaria poesia degli sconfinati paesaggi”, oppure esalta “l’incredibile realismo degli infiniti silenzi”, realismo che “restituisce alla perfezione la desolante incomunicabilità dei rapporti umani”.

E, insomma, è una palla. Una palla mortale. A rischio di sembrare cinica e insensibile, e anche a rischio di fare una pessima figura con l’èlite radical chic dei cineforum, lo dico: che palle, la neve, che palle, il freddo, che palle, il gelo, e che palle, quei film lì.

Ecco, mi sento anche un po’ meglio, adesso.


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