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femmine contro femmine

lotto marzo

Scrivo questo pezzo un po’ così, consapevole del fatto che ripeterò molte cose dette (anche meglio) altrove, da molte donne impegnate da sempre sulle questioni di genere. Ci rimugino dall’8 marzo, quando un mio collega mi ha fatto leggere un articolo, credo su Alias, in cui si sollevava il problema del “moralismo femminista”. L’8 marzo, tra l’altro, da quando sono entrata nell’agognato “mondo del lavoro”, assume sempre più i connotati di una festa strana e imbarazzante: da un lato viene percepita dai più come qualcosa d’inutile, di ridondante, quando non è la deprimente (perchè una tantum) occasione per le “femmine” di andare a sbronzarsi tutte insieme senza “maschi”; dall’altro, ribadirne l’importanza concettuale di tappa fondamentale dell’imprescindibile percorso di lotta per l’uguaglianza scatena la reazione annoiata di “che palle, tu e il tuo femminismo”.

[Sempre per inciso. Il mio 8 marzo è iniziato con il canonico "auguri a tutte le donne!" pronunciato entusiasticamente da un uomo, che si è subito premurato di aggiungere "e noi uomini, perchè non ce l'abbiamo una festa? Con tutto quello che ci fate sopportare!". Ecco, appunto.]

Ma veniamo a questo problema del “moralismo femminista”. L’articolo sottolineava come il discorso sul femminile degli ultimi anni – per capirci: l’attenzione mediatica sollevata dal movimento Se non ora quando, con quella manifestazione partecipatissima in pieno governo Berlusconi – sembri contenere in sè un contraddittorio passo indietro. Le femministe che deplorano le veline scostumate, i festini del Cavaliere, le pubblicità pullulanti donne oggetto, le giovani che si concedono al potere per far carriera andrebbero contro quanto il femminismo storico chiedeva di ottenere, la libertà per la donna di gestire il proprio corpo e la propria sessualità come le pare e piace, senza sottostare ai diktat di nessuno.

Da sempre si sa che la questione di genere è complessa e spinosa, perchè si fonda su archetipi e stereotipi culturali vecchi di secoli. Tanto che tra le argomentazioni di chi sostiene come inevitabile e giusta la differenziazione di ruoli maschili e femminili c’è sempre questo supposto “ordine naturale delle cose”. C’è la religione, ci sono i miti, le leggende. Ci sono abitudini radicate tanto nel profondo di ciascuno di noi, anche dei più preparati a difendersi dallo stereotipo del pregiudizio. E poi c’è la propensione a cascare nelle provocazioni, con entrambe le scarpe. E ancora, l’evidenza, spesso dimenticata per questioni di comodo, che “le donne”, proprio come “gli uomini”, non sono una massa compatta e indistinta, ma tanti singoli individui, unici e differenti tra loro.

Allora rieccola, la favola di Biancaneve – sarà un caso, tra l’altro, il proliferare di riletture cinematografiche e televisive sull’argomento? Tutte, tra l’altro, con grandi icone hollywoodiane della femminilità che alla soglia dei 40 anni interpretano la Strega Cattiva terrorizzata dalla (perdita della) giovinezza? In sostanza, le vecchie femministe moraliste (e sfiorite) si scagliano contro queste giovani intraprendenti e spregiudicate che, fiere e consapevoli della propria bellezza e sensualità, utilizzano a proprio vantaggio le proprie doti muliebri, mettendo letteralmente in pratica lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” per ottenere soldi e potere. Ecco che le vecchie femministe moraliste, che negli anni 70 non avevano remore a farsi chiamare puttane e a sollevare al cielo le mani unite a raffigurare la vagina, ora si mutano in beghine bigotte, quelle che senza più voglie si prendono la briga e il gusto di dare a tutti il consiglio giusto.

Ci sono, sì, delle femministe che ci cascano con tutte le scarpe. Che mettono alla gogna il comportamento indecoroso delle olgettine e delle donne defilippiane. Anche se ricordo distintamente tanti articoli a firma maschile sull’impegnatissima Repubblica che, ai tempi dello scandalo Ruby e di quel che ne seguì, si ergevano a moralizzatori addossando tutta la responsabilità alle giovani protagoniste delle “cene eleganti” e soprassedendo signorilmente sui signori uomini che vi partecipavano.

Ma non è questo il punto. Non è il solito refrain delle donne che non sanno essere solidali tra loro. La battaglia, sempre più attuale, si gioca (si deve giocare) non (solo) sul piano delle colpe e delle responsabilità dei fatti, ma su una questione di sguardo e di rappresentazione. Il punto non è se sia sbagliato per una donna concedersi al desiderio maschile in cambio di qualcosa. E’, appunto, una sua scelta (quando lo è davvero, ma evitiamo ulteriori sterminate parentesi). Il problema sta nell’immaginario, nel modello unico e mai plurale. Nell’immaginario (della televisione, del cinema, della pubblicità, quello che alimenta la nostra visione del mondo) le donne hanno tutte ventanni e un corpo perfetto. Le donne non invecchiano, e se invecchiano non lo danno a vedere. E se lo danno a vedere allora sono streghe, acide, sfiorite, insoddisfatte, vecchie femministe moraliste. Nell’immaginario le donne stanno ai margini, servizievoli e silenziose, poco vestite e accondiscendenti, a disposizione dei maschi. E’ una loro scelta? Può essere, e nel caso nessuno gliela nega. Ma l’assenza del tanto invocato contraddittorio è desolante come una pietra tombale. L’immaginario si riflette nella quotidianità, la pervade in maniera sottile. Lo si vede nel modo in cui gli uomini trattano le donne, e parlano delle donne. E viceversa, naturalmente. L’immaginario (ri)costruisce muri, distanze, barriere. Incomprensioni. Fa rientrare dalla finestra quello che con immensa fatica si è cacciato fuori dalla porta: le divisioni, gli scontri, le gabbie.

Farsi rinchiudere nella contrapposizione tra “donne vere” (quelle che studiano, lavorano, prendono dottorati, fanno le madri di famiglia, e tutto quanto retorica vuole) e “donne false” (quelle che si siliconano e si spogliano, che si concedono alla libidine maschile in cambio di favori o soldi, che si “liftano” la faccia per restare perennemente giovani) significa farsi riaccompagnare placidamente in un rassicurante sistema di ruoli e di stereotipi e riassorbire la potenza deflagrante di un discorso sulla rappresentazione (e, di conseguenza, la percezione) del femminile.

Siamo tutte “donne vere”, tutte quante, ovviamente. Ad essere falso è il modello unico che ci rappresenta, e che, di contro, rappresenta l’uomo, perchè – ci tengo a ribadirlo sempre – le battaglie di genere sono trasversali ai generi. Solo che nel modello dell’immaginario collettivo, l’uomo ha (per ora) delle possibilità tra cui scegliere. L’uomo è giovane, aitante, sportivo, affascinante, ma anche anziano, saggio, autorevole. E’ bello ed è brutto. E’ stupido e intelligente. E’ un toy boy e un appassionato esperto amante. Non può ancora essere femmineo e femminile, ed è anche per questo che ci si deve battere. In definitiva, perchè ognuno (uomo o donna) possa essere se stesso, nella vita quotidiana e dentro l’immaginario che lo rappresenta e in cui si riconosce.

Ancora una volta, è una questione di libertà. Quella per cui chiunque può aspirare ad essere tutto ciò che vuole, senza il peso dell’inadeguatezza, dell’inappropriatezza, del pregiudizio. L’esatto contrario del moralismo, appunto.


di metà e di cieli

Sì, si parla un sacco di dignità delle donne, ed è giusto. Sabato ci sono manifestazioni in tutta Italia (andateci) e sul Web c’è un appello da firmare (firmatelo). Non che appelli e manifestazioni servano davvero a qualcosa, lo sappiamo, ma fa tanto bene al cuore, quando si è immersi nella merda, sapere di non essere soli.

Che poi tante volte si sente da più parti il monito pieno di rimprovero ma voi donne, perchè non vi ribellate? Ci ribelliamo, zii, abbiate fede, firmiamo le petizioni, andiamo a manifestare, cerchiamo di fare il lavoro che ci piace anche se ci pagano meno degli uomini, e continuiamo pure a fare figli anche se quando rimaniamo incinte ci licenziano, e curiamo i vecchi che gli uomini non sono capaci di curare perchè nessuno gli ha mai insegnato a farlo, e continuiamo ad innamorarci, nonostante una su tre, tra noi, subisca un atto di violenza maschile almeno una volta nella vita. Te pensa.

Noi donne ci ribelliamo, e sono anni, e fidatevi che non smetteremo adesso. Ma voi uomini, voi, perchè non vi ribellate? La vostra dignità vale meno della nostra? Oppure considerate dignitoso essere associati all’immagine del seduttore, del porco, dell’ignorante, dell’insensibile? Davvero non sentite che la vostra dignità è minacciata tanto quanto la nostra, la vostra dignità di persona, prima che di “maschio”, quando la società vi cresce come padroni unici del mondo, privandovi della possibilità di essere voi stessi?

Tracciare divisioni ha sempre questo difetto: che l’altro rimane altro, e i problemi dell’altro, per quanto possiamo essere empatici, non ci riguardano mai davvero. Ma questa è una stronzata, signori miei. Perchè un uomo che in una donna non vede altro che un buco, non è un uomo, è un pisello. Un uomo che non sa amare la sua compagna come sua eguale, con cui condividere la vita, le esperienze, il senso, le competenze, i sogni, l’intelligenza e i progetti è un uomo a metà. Un uomo che non sa prendersi cura degli altri, perchè gli hanno insegnato che a prendersi cura degli altri sono solo le donne, è una persona a cui hanno strappato una parte essenziale del proprio essere. Una specie di zombie che deambula a caso e non vedrà mai le cose come sono davvero. E una società governata da uomini come questi, è ovvio, è una società che va a puttane, in tutti i sensi possibili.

Le donne non sono “l’altra metà del cielo”, siamo tutti quanti lo stesso fottuto cielo, e la dignità, il valore, il senso del nostro essere è umiliato quotidianamente a prescindere dal genere cui apparteniamo. Quindi, insomma, ribelliamoci tutti insieme, chè tutti insieme ci tocca fare il lungo e faticoso cammino che ci aspetta.


pope’s anatomy

mi sono rotta le costole

Apprendo solo ora che il simpatico papa Ratzinger, avrebbe chiosato il primo decennio del nuovo millennio dichiarando che “Dio ha creato la donna dalla costola dell’uomo, e non dalla testa, affinchè gli fosse compagna, e non dominatrice nè schiava”.

Ovvio, mica poteva impastare anche lei nell’argilla, sia mai che poi si pensava di essere un’essere indipendente e a sè stante.


oh my goddess

mi sembra evidente

Non è che io ami particolarmente le “giornate” su qualcosa o contro qualcosa, quando riguardano cose come, che so, la fame nel mondo, il riscaldamento globale o, appunto, la violenza sulle donne. Mi sembra il solito modo comodo e ipocrita di fare la faccia contrita per un giorno e, poi, dopo, who cares.

Però mi è tornato in mente questo manifesto qua sopra. Era stato realizzato da un’associazione milanese per il 25 novembre dell’anno scorso, ma poi il comune di Milano non ha lasciato che venisse affisso in giro. Tutta la storia è qui.

Ora, i dati sono i dati. Poi ci sono anche altre cose. Per esempio, le cariche della polizia alle donne nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. C’è questa tale Donatella Papi, giornalista (?) che vuole sposare Angelo Izzo, perchè dice che Angelo Izzo non ha fatto niente, che è stata tutta una congiura dei giudici (comunisti?). Angelo Izzo ha fatto questa cosa qui, e anche solo permettersi di dire che non è successo davvero, mi fa ribollire il sangue. Ultimamente, sulla scia dei vari scandali D’Addario, Letizia, Tarantini etc, qualcuno ha provato, qua e là, a parlare di astrusità quali la rappresentazione della donna nei media. Poi ora basta, ma cheppalle, sempre a rompere il cazzo, voi femministe, e fatece vede’ un po’ de coscia, suvvia, che sarà mai! E comunque se le donne fanno le zoccole è una scelta loro.

Io, comunque, consiglio questo documentario (25 minuti) di Lorella Zanardo.

Mi è tornato in mente il manifesto di cui sopra, classificato come “blasfemo”. Perchè, non l’ho mai ben capito, dove stia la blasfemia. Mi hanno detto che è perchè associare un corpo nudo di donna al cristo non fa. Perchè associare il corpo costantemente martoriato di milioni di donne al corpo sofferente di cristo non fa. Il mio inossidabile anticlericalismo mi ha suggerito che i cattolici hanno, come sempre, la coscienza sporca, ed è vero.

Non riesco, però, a togliermi dalla testa l’idea che quello che dà veramente fastidio, a qualcuno, di quest’immagine, è l’associazione di un corpo femminile a una divinità. Perchè, va bene tutto, ma dio donna, proprio no. Sì, dai, il peccato originale, Eva e la mela, la donna che è una tentazione del demonio e tutto quanto, e poi comunque la donna è debole, fragile, da proteggere, al massimo una madre, accogliente e in lacrime, può essere tante cose, una donna, ma dio, proprio, no.

Eh, appunto. [E comunque, come diceva una volta il sempre ottimo Cristiano Valli, la Chiesa potrebbe pure pagare i diritti di copyright come fanno tutti, oppure che la smettesse di rompere i coglioni.]


la luna e la mela

mela marcia

Abbiamo clamorosamente toppato orario, decidendo di andare a vedere New Moon alle cinque e mezza del pomeriggio. Innanzitutto, eravamo sobrie, chè va bene l’alcolismo giovanile, ma iniziare a bere alle quattro solo per affrontare la visione del secondo capitolo della saga di Twilight ci sembrava eccessivo. E poi non c’erano twilighters assatanate tra il pubblico, anzi, la sala era semivuota e i pochi spettatori sghignazzavano quanto noi. Da ciò ne ho dedotto che le fan di Twilight vanno al cinema la sera, che fa più figo, infatti quando siamo uscite noi, ce n’erano sciami pronti a catapultarsi all’interno del cinema, compreso un quartetto che era uguale uguale alle schiavette di Blair in Gossip Girl. Nel caso, sapevatelo.

Innanzitutto, un’improvvisa rivelazione si è spalancata davanti a noi, talmente semplice e geniale, proprio quelle cose che una volta inventate ti sembrano una stronzata e ti chiedi come mai non ci hai pensato prima tu, cose tipo, che ne so, Facebook: il motivo per cui Edward Cullen, il vampiro supereroe che legge nel pensiero, non riesce a leggere nella mente di Abbella è che, semplicemente, nella mente di Abbella NON C’è NIENTE. Sì, lo so, è di una banalità stupefacente, ma non mi stupisco del fatto che nessuno – vampiri, uominilupo, bestie mitologiche e mutaforma a caso – non ci sia ancora arrivato : sono tremendamente idioti anche loro.

[Sia chiaro che con questo non voglio dire che i fan di Twilight siano tutti degli stupidi - anche se sulle "twilightmoms" non ho dubbio alcuno -, non mi permetterei mai di generalizzare e definire stupide migliaia e migliaia di persone, di adolescenti, poi, gli adolescenti non sono stupidi, assolutamente, e infatti vorrei proprio dire, agli adolescenti: "voi siete intelligenti! siete sensibili! state vivendo un'età che fa un po' cagare sotto alcuni aspetti, ma sotto altri è una figata pangalattica! Fate un sacco di cose stupide, è vero, ma chi non ne fa? Però non siete stupidi! Ribellatevi! Gli esperti di marketing sono kattivi! I manager della Cw che fanno per voi solo fiction inguardabili sono kattivi! Licia Troisi che scrive libri illeggibili! Stephanie Meyer che vuole convincervi che non trombare sia bello! Ribellatevi! (Però usate sempre il preservativo, mi raccomando)"].

Comunque, così per divertirmi e mentre aspetto che il cuggino mi porti la nuova puntata di The Big Bang Theory, passerò ora ad illustrarvi la profusione a piene mani di stupidità presente in New Moon e, per fare questo, dovrò raccontarvi cosa succede in New Moon, quindi, inevitabilmente, ci saranno degli spoiler, ma tanto, se avete visto il trailer di New Moon, sapete già cosa succede nel film, quindi potete leggere tranquillamente.

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just for the record

una che ne sapeva

una che ne sapeva

Giusto una precisazione, chè dopo questo post non vorrei passare per la veterofemminista che ce l’ha a morte con gli uomini e vomita luoghi comuni su quanto i maschi siano stronzi, insensibili e bastardi. Perchè, tra l’altro, le donne che odiano gli uomini e ne parlano male a prescindere, mi irritano quanto un intero campo di ortiche.

Il punto è che io tutta questa differenza di genere non ce la vedo. O meglio, mi risulta lampante e fondamentale in talune situazioni – quando devo scegliere con chi uscire per una serata romantica, ad esempio – e totalmente irrilevante in altri campi. La maggior parte della gente che conosco – uomini e donne – non condivide questo mio pensiero, ma purtroppo io continuo a credere – e a sentire – che molto prima che appartenere a un genere noi si sia tutti delle persone. Diversissime e uguali. Ok, noi abbiamo le mestruazioni e voi potete pisciare in piedi. Ma in fondo, eliminate tutte le sovrastrutture culturali radicate e vecchie di millenni, sono convinta che non sarebbe poi così difficile ritrovarsi come estremamente simili.

Che poi è anche un po’ quello che io cerco, nelle persone, uomini o donne che siano: la condivisione. E credo che si sarebbe tutti molto più ricchi, come individui e come società, mettendo insieme le cose, e non separandole.

“La battaglia finirà solo quando ci riconosceremo come simili” diceva Simone De Beauvoir. E nel 2009 sarebbe anche ora di finirla, questa battaglia, chè abbiamo cose più importanti a cui pensare.


solo una battuta

più bello che intelligente, disse la consulta

"più bello che intelligente", disse la consulta

Ieri sera, X Factor, seconda manche, è il turno di Chiara. Uno dei ragazzi presenti in sala nel mio salotto esclama, a proposito dell’orrido stacchetto di presentazione: – Sembra che stia per arrivare Godzilla! -

Risate. Grasse risate.

Io sto zitta, e starei zitta anche ora, chè non voglio passare sempre per la femminista rompicazzo. Tutti ridono, fa ridere, insomma, è una battuta, Chiara è in effetti molto sovrappeso e quel montaggio delle immagini lì, con il controluce e tutto, certo non l’aiuta. E poi è pur sempre solo X Factor, non è il caso di farne una tragedia. Il fatto che Chiara dia la merda a tutti gli altri concorrenti con la sua voce da brividi, in un reality show non è mai stato troppo importante.

Oggi poi però leggo che la testa di cazzo che ci governa ieri sera se n’è uscito con una delle sue battute piene di fine umorismo all’indirizzo di Rosy Bindi: “ho sempre pensato che lei fosse più bella che intelligente”. Non si può dire che la sua sia comicità da Bagaglino, il Bagaglino le avrebbe direttamente dato della racchia. Stupida.

Metto insieme le due cose – così lontane, o forse no – e realizzo come, ancora una volta, l’abilità e la competenza di una donna vengano sempre dopo, molto dopo, la sua prestanza fisica. E, di conseguenza, l’insulto all’estetica viene molto prima di ogni critica nel merito. Se poi sei pure non sposata, anatema! Sei una “zitella petulante” – così è stata definita oggi la Bindi da un altro elegante e raffinato politico di governo, l’esimio leghista Castelli – perchè è ovvio: sei brutta, nessuno ti ha voluta, quindi ora non scopi e rompi le palle a noi che siamo veri uomini duri e puri e, per dimostrare tutta la nostra potenza, spargiamo a piene mani il nostro testosterone andando a escort.

Niente di nuovo. Però che voltastomaco. C’è sempre poi qualcuno – quasi sempre un’altra donna – che sottolinea come, in fondo, è anche un po’ colpa della brutta/grassa di turno: potrebbe mettersi a dieta, potrebbe assumere un esperto di immagine, potrebbe assoldare un hair stylist, potrebbe truccarsi,  potrebbe ritoccarsi (a questo proposito ieri c’era anche una pantomima inquietante su Mara Maionchi e il suo botulino, bleah).

Vero.

E se non volesse, la donna grassa/brutta in questione? Se non gliene fregasse una cippa di dimagrire, se volesse tenersi tutte le sue rughe, perchè, come diceva Anna Magnani, “ci ha messo una vita a farsele”? Se stesse bene con se stessa e con il suo corpo, così com’è, libera da tutte quelle paturnie che ci assillano continuamente, tutte quante noi, giorno dopo giorno – me per prima, lo ammetto – quando entriamo in un qualunque negozio per comprarci anche la più scrausa delle magliette? Non sarebbe questa una conquista invidiabile?

E se poi non volesse sposarsi. Se non volesse avere figli. Se fosse una sua scelta, e anche stra cazzi suoi. Per quale motivo un uomo non deve mai subire tutto questo? Perchè una donna dev’essere sempre giudicata in relazione a qualcosa o a qualcun altro, e mai per se stessa, il suo lavoro, la sua vita, le sue scelte, le sue qualità? Perchè nessuno dice mai a Calderoli, per dire, che è più bello che intelligente. Mi sembra lapalissiano.

Poi mi viene pure in mente che qualche giorno fa su Repubblica.it c’era il consueto articolo di pseudoscienza a caso riguardo la sensazionale scoperta di un’equipe di medici di Salcazzodove: è più difficile dimagrire, se sei felice. E l’articolista, serenamente, scriveva una roba tipo “in fondo, un po’ di depressione non fa poi così male”. E il cerchio si chiude, belle mie. Siate tristi, vomitate la vostra cena, sentitevi sempre inadeguate e mai all’altezza della situazione, non pensate nemmeno per un attimo di valere qualcosa se non c’è un uomo a dirvi quanto siete belle. E sorridete, sorridete alla telecamera, mi raccomando.


just another stupid american comedy

lotta allultimo sangue

lotta all'ultimo sangue

Ecco, giusto perchè si parlava di confronti tra cinema e serie tv.

A casa nostra – e non solo la nostra, immagino – quello che succede, nei momenti un po’ no della vita, è organizzare la serata amiche/cibo d’asporto/commedia americana scema (+ bottiglia di bianco scolata dalla sottoscritta, ma quest’ultima è un optional tutto mio). L’altra sera la scelta della commedia americana scema è ricaduta, abbastanza a caso, su questo Bride Wars (sottotitolo italiano La mia miglior nemica, che mi ricorda per somiglianza un tremendo film con Drew Barrymore che faceva la femme fatale, seducendo il padre della sua migliore amica sfigata, o qualcosa di simile. Giusto per rimarcare la fantasia dei distributori italiani).

Ora, non è che io voglia buttarla sempre sul femminismo, ma perdio. In questo film ci sono la pucciosissima Kate Hudson (che nella mia testa sarà sempre la Penny Lane di Almost Famous) e la sedicente eredediaudreyhepburn – ahahahahahaha – Anne Hataway (che invece si è sganciata egregiamente dal Diavolo veste Prada, dimostrando di essere una brava attrice in Rachel Getting Married, che però mi sa che abbiamo visto in due). Queste due tizie sono amicheperlapelle, non fanno un passo l’una senza l’altra, si vogliono tanto bene, una delle due (Kate) è un avvocato di successo, l’altra (Anne) un’insegnante, vivono a New York, of course, hanno dei fidanzati molto scialbi e il loro unico scopo nella vita è SPOSARSI. Sì, basta vedere come si protendono disperatamente verso il bouquet lanciato da una loro amica, quasi fosse una bottiglia d’acqua nel deserto, o l’ultima cartina lunga rimasta sul fondo del cassetto alle tre di notte. Progettano il proprio matrimonio sin da quando erano bambine, hanno deciso che si sposeranno all’Hotel Plaza a giugno e che, naturalmente, si faranno vicendevolmente da damigelle, perchè si vogliono tanto bene.

Sì, lo so, a questo punto, potreste mettervi lì e scrivere dettagliatamente tutta la trama delle successive due ore di film senza averlo nemmeno visto. E ci azzecchereste. Ovviamente finisce che l’unico giorno disponibile al Plaza a giugno è uno solo, che nessuna delle due vuole cedere il posto all’altra, che l’amicizia decennale va in pezzi con una velocità da centometrista, che si fanno una marea di scherzi scemi e, taluni, anche molto cattivi, che alla fine fanno pace e si vogliono ancora bene.

Ripeto, non voglio buttarla sempre sul femminismo, ma, a parte l’inevitabile e irritante sottofondo costante di gridolini isterici – sembra sempre che le donne, tra loro, non possano esprimersi se non squittendo e cinguettando – la morale indiscussa del film è che “il matrimonio è il giorno più bello della vita di una donna”. E l’uomo? Non si doveva essere in due? Ah, no, certo, gli uomini del film assistono alla malattia mentale crescente delle due protagoniste con distacco e paternalismo, un po’ increduli ma tutto sommato tanto tanto comprensivi. Anche se, come ricorda la voce off dell’organizzatrice di matrimoni, c’è il terribile pericolo in agguato che il promesso sposo possa rendersi conto di avere a che fare con una pazza furiosa e mollarla all’altare. Quindi, ragazze, occhio: gridolini isterici sì, ma moderati.

La stessa organizzatrice di matrimoni, che è un po’ la guida spirituale dell’intera pellicola, a un certo punto dice una cosa tipo che “la vita di una donna comincia il giorno in cui si sposa” e che la sua segretaria, che porta l’incancellabile marchio d’infamia della zitellaggine, “morirà già morta”. Io lo so che è una commedia, che per far ridere si esagera, che è tutto un gioco divertente, giusto per svagarsi due ore senza pensare a niente. Però non c’è una vera presa di distanza, non c’è, che so, un personaggio qualsiasi che, magari con qualche battuta sferzante, butti tutto sul ridicolo, qualcuno che si ponga al di fuori di questo meccanismo (a parte la sopracitata segretaria zitella, e sappiamo come venga liquidata). Le donne del film sono tutte con le protagoniste, i maschi del film scuotono il capo con aria di superiorità e tornano a giocare alla playstation.

Forse quello che non capisco è a quale genere di pubblico si rivolga una commedia così. A un pubblico maschile, non credo. A me, che dovrei essere una rappresentante del pubblico femminile, non fa ridere, anzi, mi fa girare le palle. Però leggo in internet che questo è uno dei cosiddetti women’s movies. Film con donne, per donne (il regista però è un uomo, ma non vuol dire niente, vero?). Allora, come al solito, forse è colpa mia, che queste categorie di genere non riesco mai a capirle bene. Perchè a me piace la fantascienza e i noir cattivi&violenti e, addirittura, persino il calcio. E sono, quindi, una donna atipica, come mi ripetono in molti. Bah.

E certe cose le prendo sempre troppo sul serio. Dopotutto, è solo un’innocua leggera stupida commedia americana, giusto?


estetisti senza frontiere

annicinquanta

annicinquanta

“Il più acclamato contributo del femminismo americano per le donne afghane fu rappresentato dai consigli di bellezza. ‘Uno dei primi straordinari segni della liberazione è stato il ritorno delle donne afghane nei saloni di bellezza’ annunciò Afghan Communicator, una rivista scritta in lingua inglese. Con il sostegno di milioni di dollari provenienti da Revlon, Clairol, L’Oréal, Mac e le principali riviste americane di moda, ‘estetisti senza frontiere’ fecero ripetuti pellegrinaggi a Kabul per formare una nuova generazione di parrucchiere e truccatrici. Grazie al supporto degli americani venne addirittura aperta una scuola per estetiste al di fuori del ministero degli Affari femminili afghano finchè i funzionari governativi non si opposero alla sua presenza. Vogue diede un contributo di venticinquemila dollari per la causa e conferì l”Anna Wintour Award’ (un paio di forbici da cinquecento dollari) a Trina Ahmedi, una delle diplomate della scuola, per il modo in cui applicava il mascara.[...] Ma il pubblico a cui si rivolgeva tale campagna era sempre negli Stati Uniti. L’industria estetica stava celebrando la ‘libertà di scelta’ delle donne americane, come sostennero più volte i suoi rappresentanti.”

Susan Faludi, Il sesso del terrore. Il nuovo maschilismo americano, ISBN

E’ bello preparare certi esami. Si scoprono sempre un sacco di cose interessanti. E rassicuranti, sì sì.


presto o tardi

che stile

che stile

Sto iniziando a prendere confidenza con gli orecchini.

Non guarderò mai più il mio albero di Natale con gli stessi occhi.


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