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the ballad of john and yoko

Quando i Beatles erano i Beatles, io non ero che un pensiero – forse – nella testa di qualcuno. Non so quindi come sia andata veramente, quella storia – la storia di quei quattro tizi comunissimi, partiti da quella cantina di Liverpool e trasformatisi nella seconda venuta di Gesù Cristo  – quello che so è quello che sanno tutti, sono nata in un mondo in cui i Beatles esistevano e basta. Senza aver ascoltato i loro dischi da piccola – mio papà è tutt’ora un Rollingstoniano più che convinto, uno di quelli che tracciano una riga e si mettono, ben fermi, da una sola parte – poi mi sono accorta, a un certo punto, quasi per caso, che le canzoni più famose dei Beatles le conoscevo tutte lo stesso, anche se non mi ricordavo di averle ascoltate mai.

Per questo dico così: che i Beatles, a un certo punto, sono successi, e noi che siamo nati dopo siamo nati in un mondo con i Beatles, un po’ come i ragazzini che nascono oggi nel mondo con l’Internet, e via di titoloni di Repubblica sulla generazione dei social network.

Ma sto divagando.

Quello che tutti sanno, anche se non sanno davvero quando l’hanno saputo la prima volta, è che bisogna odiare Yoko. Yoko Ono è il male, l’assassina della musica, la sintesi suprema di ogni devastazione e carestia. Yoko Ono è da raffigurarsi incappucciata di nero e con la falce in mano, mentre, con un ghigno malefico, distrugge tutte le note del pentagramma, e tutta la poesia addormentata nelle cose. Pensate alla piccola Prudence chiusa nell’armadio, per dire, quella a cui cantarono “The sun is up, the sky is blue, it’s beautiful and so are you” perchè uscisse a giocare. Ecco, tutte le Prudence del mondo non esistono più, perchè nessuno più le ha cantate, dopo l’intervento di Yoko Ono, aka La Morte della Musica.

Pure oggi, che sono trent’anni dall’omicidio di John Lennon – io ancora non c’ero, ero lì lì per, ma mancava ancora qualche mesetto al mio concepimento – ho letto in giro che, se esistesse una giustizia o un dio o quel che è, Mark Chapman, quell’8 dicembre del 1980, avrebbe dovuto sparare a Yoko Ono. Brividi.

Ecco, invece – e ora forse mi attirerò i peggio insulti – a me Yoko Ono è sempre piaciuta. Non solo. John e Yoko, insieme, mi sciolgono il cuore ogni volta che li guardo su YouTube. Così teneri, e buffi. Bruttini, anche, a voler ben vedere, ma bellissimi. A fare gli scemi, come due quindicenni alla prima cotta, correre sulla spiaggia e fare le capriole, senza riuscire mai a staccare le proprie mani intrecciate. Andare in giro senza vestiti, farsi filmare nudi tra le lenzuola bianche, dichiarare al mondo il proprio amore, e mandare in merda tutto il resto, con un’ingenuità che sembra sconfinare nella stupidità.

E allora mi chiedo se non sia proprio questo, che fa infuriare tutti. Questo esibire il proprio amore senza ritegno, senza vergogna. Nudi letteralmente, e metaforicamente, davanti a telecamere e obiettivi. Quest’esibizionismo spudorato dei propri sentimenti, mentre noialtri comuni mortali siamo impegnati, giorno dopo giorno a proteggerci, costruendo cortecce di privacy, difendendoci dall’affetto altrui per paura di ritrovarci vuoti, disarmati e stanchi.

John Lennon che manda in merda i Beatles – qualcosa tipo la band più importante del secolo, almeno per tutti quelli che non la considerano sopravvalutata, o che preferiscono i Rolling Stones – perchè, semplicemente, è innamorato, credo che sia questo a farci tremare la terra sotto i piedi, a farci morire di paura tutti quanti. A farci trasfigurare Yoko Ono in una strega che nel pentolone mescola incantesimi d’amore per confondere John Lennon e portarlo via al mondo e alla musica. Perchè, per quanto le infinite combinazioni di note possano contenere ogni più piccola sfumatura dell’universo alla fine, l’amore è  qualcosa di ancora più grande e terrificante.

E così, a me piace pensare che il motivo per cui John Lennon era, sul serio, una persona un po’ più speciale degli altri – il motivo per cui davvero dopo l’8 dicembre 1980 il mondo si è ritrovato un po’ più vuoto, non è tanto per tutte le meravigliose canzoni che Lennon avrebbe potuto scrivere e non ha scritto, ma soprattutto perchè è morto qualcuno in grado di innamorarsi in quel modo assoluto e gigantesco, di amare una donna come tutti vorremmo essere in grado di fare, di sfidare la retorica glassata del romanticismo da baci Perugina, e affermare, con la propria esistenza, che l’amore, davvero, è la risposta.

Che a sdilinquirci per i grandi amori dei romanzi siam capaci tutti, ma quando poi, un amore così, lo vediamo davvero, finisce che ce la facciamo sotto e basta.

[N.B.: Ovviamente, questo post era da pubblicare ieri, ma poi il tempo è volato via mangiandosi perfino l'occasione di premere sul pulsante "Pubblica".]


per poter così giocare nella squadra nazionale

Uffi, ma davvero non c’è proprio nessuno che condivida la mia idea di tifare Giappone, per vedere finalmente realizzato il sogno di Holly e Benji?

Siete crudeli, e senza cuore, e qualcuno, davvero, deve avervi rubato l’infanzia.


primi guay

Tutto sommato, mi aspettavo peggio.

No, allora, non è che adesso faccio come Lippi che “meritavamo di vincere noi, loro hanno fatto un tiro solo”. Sì, bè, zio, pure noi, grazie tante.

Però mi aspettavo la disfatta più totale, la rovina dell’incapacità, e invece, tutto sommato, non è che si sia fatto poi così schifo. Poi, lo si è detto ieri, noi si deve sempre arrivare alla fine del girone facendo dei conti matematici complicatissimi, tipo degli schemi di equazioni “se x perde con almeno due gol di scarto, ma y pareggia contro z e noi segnamo almeno un gol in rovesciata doppia ballando la samba, allora forse passiamo”. Che faticaccia.

Altro da dichiarare: la scritta “gli azzurri” sul coppino fa un sacco tamarro di periferia. Così come Simone Pepe, d’altronde. A proposito di Simone Pepe, dopo “sale Grosso” di Germania 2006, mi aspetto grandi cose dai commentatori di quest’anno. E a proposito di commentatori, sul sito della Gazzetta c’era stamattina il titolo “De Rossi para guai”.Doh.

Poi. Montolivo tira da femmina (definizione di Crespi Carolina, ma che sposo in pieno). Poi. Nell’intervista del dopo partita Lippi non aveva la sua voce, ma la voce di un altro. Ipotizziamo che l’intervistatore abbia fatto entrambe le voci, camuffando la propria nelle risposte, come fanno nei film gialli quando devono fare le telefonate anonime. Poi. Le vuvuzela. Ne hanno parlato tutti, sì, sembra di essere immersi per novanta minuti in un enorme sciame di mosconi. Oppure come quando, alle superiori, durante la lezione, ci si metteva tutti d’accordo per fare un suono basso e continuo, a bocca chiusa, senza smettere mai, per mandare i prof ai pazzi. Ecco, voi che facevate quel gioco lì, ora siete stati puniti. Che poi, non so se l’avete notato, ma quel suono, se sei un filo nervoso, ti mette un’ansia pazzesca. Se dovessimo arrivare alle fasi serie, potrei avere una crisi di nervi. Poi. De Rossi, secondo voi, era ubriaco? Com’è che è invecchiato di dieci anni in quattro anni? E Buffon, dove si è nascosto? Che scherzi sono, questi, di  scomparire tra il primo e il secondo tempo? In compenso, Camoranesi non si nasconde per niente: è talmente senza vergogna, che quasi un po’ lo si ammira. Gilardino, invece… Gilardino? Perchè, c’era davvero?

E basta. Ah, no, messaggio promozionale per i milanesi: c’è patapalla, su Radiopopolare, e anche al Carroponte, dove c’è anche il maxischermo, e così prendete due piccioni con una fava.


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