Archivio delle Categorie: dentro le pagine

oh, vuoi spoiler?

Okay, è finito Lost – non so se ve ne siete accorti. E’ finito Lost e mentre metabolizzo quelle due o tre (cento) righe che scriverò a breve sul finale, mi viene da riflettere sulla questione spoiler, complice anche un articolo di lucasofri, che di questi tempi va tanto di moda citare. Complice anche il fatto che su Facebook ho visto molti amici, anche di provata intelligenza, scrivere presunti spoiler e vantarsene e dire “lol, siete tutti dei fissati, ben vi sta, paranoici! Bazinga!”. Complice il Corsera, e la gran parte degli altri quotidiani nazionali, che fanno scrivere al proprio corrispondente americano (notare che un corrispondente americano è un tizio che sta in America, stipendiato, per riportare le notizie sul campo) articoloni che raccontano per filo e per segno l’ultima puntata di Lost.

Ecco, il punto, secondo me, è che il finale di Lost non è una notizia. A chi frega davvero come finisce Lost? A tutti quelli che, da sei anni oppure solo da qualche mese, guardandosi le puntate in contemporanea con l’uscita, oppure doppiate su RaiDue, oppure facendo maratone e recuperandosi uno dopo l’altro 120 episodi, hanno visto la serie dall’inizio alla fine. A tutti gli altri, perdonatemi, frega cazzi, e inoltre non capirebbero nemmeno di cosa si sta parlando. Non è il finale di una partita di calcio. Non è il risultato di un’elezione. Non è il gossip su Brangelina. La notizia, se mai, è il fenomeno mediatico e sociale: il poderoso fandom, l’hype montato per mesi, il fatto che un sacco di persone si siano fatte la notte in bianco per vederselo in diretta, oppure abbiano organizzato proiezioni collettive, o che la Abc abbia deciso di dedicare sei ore della sua programmazione per questo “evento”. Ecco, la notizia è l’evento, non il come finisce. Certo, qualcuno può non aver visto Lost, nè avere alcuna intenzione di vederlo, ma lo stesso può voler sapere di cosa si tratti per poterne conversare con gli amici, o semplicemente per cultura generale. Per questo ci sono le pagine di cultura e spettacoli, senza contare le migliaia di siti, blog e lostpedie varie. O le persone che l’hanno visto e che potrebbero parlarne per ore ed ore.

Qualche anno fa, finiva Harry Potter. I volumi della saga, naturalmente, venivano pubblicati prima in Inghilterra e nei paesi anglofoni, e poi, il tempo di tradurli, negli altri paesi. Quando il settimo libro – l’ultimo – uscì nel Regno Unito, la stampa tutta si sentì in dovere di raccontare, il giorno seguente, come finisce Harry Potter. Nel frattempo, lontana da tv, internet e radio, io divoravo, in inglese, The Deathly Hallows, in un paio di giorni, circondata da persone che scuotevano la testa senza capire quella che, ai loro occhi, era una follia. Io reclamavo il mio diritto di vivermi il finale di una storia che avevo amato, e seguito appassionatamente per anni, ascoltandolo dalla stessa voce che, per tutti quegli anni, me l’aveva raccontata. Non dalle parole di un giornalista distratto che ribatteva svogliatamente un lancio d’agenzia, e nemmeno da quelle di un commentatore fighetto qualunque con la voglia di “cavalcare il fenomeno del momento” (ew).

Ma. Io potevo farlo, così come ho potuto vedere l’ultimo doppio episodio di Lost in contemporanea con la messa in onda negli Stati Uniti. Io che so l’inglese e che non ho un cazzo da fare. Io che lunedì mattina ho potuto dormire fino a mezzogiorno e che, qualche anno fa, ho avuto tempo di leggere 700 pagine senza fermarmi. Ma io sono estremamente fortunata, e faccio parte di una ristretta minoranza. Ristrettissima.

E poi, ci sono luoghi e luoghi. Internet è denso di insidie, e se vado su Tumblr o su Facebook so bene che posso aspettarmi di tutto. Però sono luoghi dove la gente vuole condividere pensieri, emozioni, critiche e battute sarcastiche, e dove, certo, si può chiedere attenzione (e spesso la si ottiene: magari mi becco un picspam selvaggio su Tumblr, ma rarissimamente mi è capitato di incappare in articoli su blog dove gli spoiler non fossero debitamente annunciati) ma si sa che, soprattutto per argomenti così caldi, prima o poi la gente vorrà parlarne. Ma sui giornali? Sui siti di informazione? Spiattellato in Home Page, nel titolo o nel sommario o nell’occhiello? Torno al punto di partenza: dov’è la notizia?

Tra i fenomeni deleteri della Rete ce n’è uno che mi fa sempre molto ridere, ed è quella situazione diffusissima in cui, nei commenti ad un articolo o a qualunque altra cosa, nei siti più frequentati, c’è sempre qualcuno che si prende la briga di scrivere “Primo!”, e poi basta. Tutte le volte mi immagino un ragazzino adolescente che arriva, tutto felice, al traguardo prima degli altri, e poi si gira e vede che i compagni sono fermi al via e se la ridono di gusto. Insomma, una gara senza senso, che ti fa scuotere la testa con un po’ di tenerezza. Tenerezza che scompare quando, per arrivare prima degli altri, e senza motivo, un giornalista, un direttore, un editore, rovinano, con leggerezza, a migliaia di persone un momento che stanno aspettando da anni.

Eh sì, è solo un telefilm, e noialtri che ci abbiamo investito tempo, passione e attesa, siamo tutti degli schizzati paranoici. Sì, tutto vero, ma in fondo, a voi, cosa vi frega? E’ proprio necessario comportarsi come il bulletto della classe che, dato che non capisce cosa ci trovi il secchione in tutte quelle parole scritte, trova come unica soluzione fargli a pezzi il libro, tra le risate di scherno? Mah. E, in tutto questo, per quello che è, questo sì, uno dei prodotti culturali più importanti ed influenti degli ultimi anni, non un’analisi, una recensione, una critica nel merito, sui grandi quotidiani. Solo un come finisce. In definitiva, l’ennesimo e ridondante esempio di pessimo, se non inesistente, giornalismo.


sulla fascia

tuttaunaltramusica

Tutte le volte che vado in libreria, finisco sempre per chiedermi se Nick Hornby, di lavoro, in realtà non faccia quello che scrive le fascette promozionali dei libri. Tipo che sembra che almeno un libro su tre sia avvolto da una fascetta con una frase di presentazione firmata da Nick Hornby. Poi però leggo dei libri di Nick Hornby che mi piacciono, e allora penso che anche un po’ chissenefrega, che tanto poi figurati se le fascette le scrive davvero lui.


mattinata old style

una batteria (click for fun)

Stamattina gli operai hanno staccato la corrente.

Non andava il riscaldamento, avevo il cellulare scarico, il telefono non funzionava (ho un cordless), la batteria del pc ho preferito conservarmela per dei lavori che avrei dovuto fare più tardi. Sono ritornata a letto, ben al caldo sotto le coperte, e mi sono messa a leggere dei libri per la tesi.

E così ho pensato che tutte le polemiche sul libro digitale sì o libro digitale no, viva il kindle, abbasso il kindle, “i libri letti sul pc sono libri senz’anima”, “voialtri siete dei feticisti che non capite il progresso”, “adoro il profumo della carta impolverata la mattina”, “gli ebook salveranno la Foresta Amazzonica” – insomma ho pensato che è tutta fuffa. Ho pensato che io, appena potrò permettermelo, un aggeggio per leggere che mi permette di prendere annotazioni, fare ricerche per parole chiave, copiaincollare, risparmiare sulla carta, portarmi appresso mille libri in duecento grammi, sicuramente me lo comprerò. Però continuerò anche a comprarmi dei libri, che oltre ad essere, talvolta, dei bellissimi oggetti d’arredamento, non hanno bisogno mai delle batterie.

E finchè c’è un po’ di luce del mattino e un piumone caldo, almeno per un bel po’, io sono a posto così.

[C'è da dire che il kindle può avere un'autonomia anche di due settimane, ma metti che precipiti con un aereo su un'isola misteriosa tra Sidney e Los Angeles... ehm, vabbè, in autonomia il libro comunque lo batte.]


the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


il fatto de Il Fatto

emoticon umana

emoticon umana

Sembra incredibile, ma al mondo c’è un sacco di gente a cui non interessa una cippa delle serie tv, persone che vivono ancorate alla realtà e ai fatti nudi e crudi e socializzano un casino, e non solo su msn o su twitter. Mah, scelte di vita. [Qua ci starebbe un'emoticon sorridente, ma le emoticon nei post dei blog non si mettono, al massimo nei commenti, comunque immaginate che io stia piegando la testa di lato e sorridendo, come Sheldon]. [Quella di Sheldon non la spiego, se avete visto The Big Bang Theory sapete di cosa sto parlando, se non l'avete visto non sapete quante sane risate vi siete persi.]

E insomma, queste persone qua mi fanno notare che il mio blog, negli ultimi tempi sta diventando noioso e poco interessante. [Questo vuol dire che, almeno ogni tanto, dev'essere stato divertente e/o interessante, e dunque, wow!, ma quante parentesi sto aprendo oggi? Quadre, per di più.] Cercando un argomento che non fosse la bellissima premiere di House, mi è venuto in mente che avrei due cosine da dire su Il Fatto Quotidiano, meglio conosciuto come “il giornale di Travaglio”.

Premetto che a me Travaglio piace. E non me ne frega niente se è antipatico e saccente, quasi sempre è antipatico e saccente a ragione, espone dei fatti, lì tutti in fila, documentati e precisi, tanto è vero che l’unica accusa che tutti riescono a fargli è quella di essere “giustizialista”*, che è un’accusa di cui io, in fondo, non ho mai tanto capito il fondamento negativo. Voglio dire, dove starebbe il male a chiedere che le leggi vengano rispettate? Ben diverso è il discorso su Grillo, per esempio. Travaglio mi è sempre sembrato uno che fa il suo lavoro, il giornalista, tra l’altro con grande competenza in materia giuridica, mentre Grillo è uno che grida delle cose a caso, ogni tanto ci becca, spesso no. Non è proprio lo stesso campo da gioco.

Ecco, aggiungiamoci che in Italia stiamo dimmerda, e per quanti Belpietro & Feltri & Minzolini mi possano venire a raccontare la favoletta che “in Italia c’è un sacco di libertà di informazione perchè Santoro può fare Annozero” – senza per altro accorgersi della contraddizione interna a questa stessa frase – in Italia la stampa è messa veramente male. A tutti i livelli, dalle alte sfere della cronaca politica fino alle recensioni cinematografiche che non parlano di cinema. Basta guardare un tg a caso per capirlo: c’è il papa a tutte le ore, tra una ricetta delle cappesante e una storia commovente del gattino che ritrova il suo padrone. I quotidiani si parlano addosso senza spiegare niente – ma tanto quelli, a parte La Gazzetta, non li legge nessuno. E anche La Gazza, per dire, quando ci sono i mondiali, non è nemmeno in grado di pubblicare le formazioni giuste delle squadre in campo.

Insomma, io avevo delle aspettative medio alte su Il Fatto Quotidiano. Mi dicevo che avrebbe potuto essere un giornale serio, che fa il suo lavoro, che mette in fila i fatti, e pazienza se non ci sono, o quasi, pagine di esteri. [Una delle cose che più mi urtica dei giornali italiani è che, o c'è uno tsunami di proporzioni cosmiche, oppure le notizie internazionali finiscono relegate in tre paginette, molto dopo le argute disquisizioni sul delitto di Cogne o simili]. Per ora, boh, sono molto delusa.

Passi l’impaginazione grafica inguardabile. Ma cavoli, sembra Libero all’incontrario. Titoloni sensazionalistici, attacchi personali, corsivi urlati a destra e a manca. Ma non è solo quello. Sarò fissata, ma la cosa che più mi infastidisce è la sciatteria, la piattezza con cui sono scritti gli articoli. C’è una differenza tra l’essere sarcastici e pungenti, come Travaglio è quasi sempre, e stipare un pezzo di battutine fuori luogo. E poi, non so, io nell’era del tom tom di internet, dove le notizie mi arrivano da tutte le parti e in tempo reale, mi aspetto per lo meno che un articolo di giornale sia scritto bene. Che abbia una sua coerenza interna, un suo stile, che non ci siano errori di sintassi, ripetizioni di termini, frasi subordinate senza una principale a reggerle. Tutti quegli errori blu che riempivano i nostri temi, alle superiori.

Non mi sembra di aspettarmi l’impossibile. Di gente che scrive molto bene ne trovo tutti i giorni in giro per la rete. E lo fa gratis, molto spesso con la stessa – o anche maggiore – passione civile invocata sulle pagine de Il Fatto. Poi magari boh, sono solo i primi numeri, si devono assestare; mi auguro che trovino presto un’altra strada. Per ora, la mia impressione è quella di una buona occasione gettata al vento.

* Solo per la cronaca, lo so in cosa consiste l’accusa di giustizialismo, là sopra nel post è più una questione di retorica.


le tette di anna paquin

young adults

young adults

So che ormai non dovrei, ma mi stupisco sempre dell’incompetenza di certi giornalisti. Soprattutto quando, per non scrivere boiate, basterebbe googlare per due minuti due. Sì, lo so benissimo che un articolo scritto “alla cazzo di cane” attira molti più lettori di una recensione vagamente seria, così come la galleria di Trovacinema, qualche settimana fa, con toni analoghi, era un mero pretesto per pubblicare delle tette a caso sulla colonna infame di Repubblica. Quindi, lo so che non dovrei stupirmi.

Ma tant’è, mi stupisco. Forse anche perchè, facendomi volutamente del male, ho guardato il pilot di The Vampire Diaries (l’ho guardato perchè l’autore è Kevin Williamson, quello di Dawson’s Creek, e dite quello che vi pare ma Dawson’s Creek aveva il suo fottuto perchè). Santocielo, che palle!!! Già Twilight fa abbastanza cagare di suo, per quale motivo allungare il tedio a ventidue puntate? Solo per rafforzare questo strafracassamento di maroni che vuole storie di vampiri = storie per adolescenti emo, di modo da eliminare quello che tutti, dal 1897 in poi, vogliono nelle storie di vampiri e cioè sangue e sesso. Così quando poi c’è magari un telefilm che fa il suo sporco lavoro, tutti giù a scandalizzarsi e a strabuzzare gli occhi (e magari il telefilm medesimo si sente in obbligo di aumentare le scene pucci pucci umana/vampiro, giusto per seguire la massa, bleah). Roba da chiamare l’American Vampires League.

Ma questi giovani adulti (anche questa categoria non mi è molto chiara… adesso io cosa sono? un’adulta di mezzo non più giovane giovane ma non ancora incartapecorita?) non si rompono mortalmente a vedersi propinare queste disgustose sdolcinatezze tutte fotocopiate le une dalle altre? Mah. Si vede che ormai io sono un’adulta vecchia.

[Adesso non vedo l'ora che un teenager a caso capiti qui e mi insulti usando molte kappa. Scrivo 'Edward Cullen' giusto per aumentare le possibilità che questo avvenga]


io non sono razzista, ma…

giovani di destra

giovani di destra

“Con opinioni come le sue, era molto importante non passare per razzista. Lui era Frontalmente Nazionale e non lo nascondeva. Ma appunto per questo, non voleva sentirsi dire che lo era perchè razzista. No, no, come aveva imparato tanto tempo fa in grammatica, non si trattava di un rapporto di causa, ma di conseguenza. Era Frontalmente Nazionale, il biondino, cosicchè aveva avuto modo di riflettere oggettivamente sui pericoli dell’immigrazione selvaggia ed era giunto alla ragionevole conclusione che bisognava sbatterli fuori subito, quei selvaggi, primo per la purezza della razza francese, secondo per la disoccupazione, e poi per il discorso pubblica sicurezza. Quando si hanno tante buone ragioni per avere un’opinione giusta, non bisogna lasciarsela macchiare da accuse di razzismo.”

Daniel Pennac, La fata carabina

Quando rileggo Pennac, mi ricordo come mai sia uno dei miei scrittori preferiti. In ogni frase si nasconde sempre qualcosa di più. E poi, la sua lettura è un piacere di ritmo che si scioglie in bocca.


letture estive #2

leggere

leggere

Tra le altre cose, ho letto:

  • Marina di Carlos Ruiz Zafon. Partiamo dalle cose facili. E’ la solita zuppa? Sì e no. Io non sono contro i best seller per principio, tanto per dire, sono una grandissima fan di Harry Potter, e più best seller di così, vi sfido. Il codice Da Vinci, invece, mi ha fatto abbastanza cagare, ma non addentriamoci in sterili polemiche. Per rimanere in ambito Zafon, L’ombra del vento mi piacque moltissimo. Io amo i romanzoni dove succedono tante cose avventurose, amo Barcellona, amo le robe un po’ gotiche, quindi, era facile. Il gioco dell’angelo non mi è piaciuto. C’è un confine sottile tra il piacere di ritrovare atmosfere già note e la noia della prevedibilità. In marina, il già noto sta, più che altro, nell’aver già letto altri libri di Zafon. E non si potrà mica fare una colpa di scrivere sempre le stesse cose a uno che fa l’autore di genere. In sostanza, l’atmosfera è quella lì: Barcellona gotica e misteriosa, vicoli bui, storie tormentate che emergono dal passato, amori impossibili, incendi, catastrofi, fotografie ingiallite e tutto l’ambaradan del feuilleton. C’è di bello un tocco vagamente horror che, se si pensa che in fondo era un libro per ragazzi, non posso non apprezzare. Insomma, la solita zuppa, ma ben cucinata. Finchè avrò voglia di leggere romanzoni d’avventura e Zafon me ne cucinerà, non mi lamenterò.
  • Cornflake di Micol Arianna Beltramini. Qua è più difficile. Libro tirato su un po’ a caso in libreria. Poi vedo che l’autrice ha pochi anni più di me, trovo il suo blog, la aggiungo su Facebook, scopro che abbiamo molte cose in comune. Quindi il mio giudizio ha poco d’imparziale. In primis, perchè se una ha più o meno i miei anni e scrive un romanzo che, grazieaddio, non parla di tribolazioni tardoadolescenziali e di depressione post lauream, non posso che dire “brava”. Poi magari il libro è un po’ stralunato e, in certi casi, troppo zuccheroso, ma – evviva – originale. E’ una favola, e ci sono dei passaggi molto molto belli, di quelli che con tre parole ti illuminano un sentimento di luce nuova. Quindi, complimenti all’autrice, aspetto con ansia il nuovo libro sui nostri amati nerd.
  • Accabadora di Michela Murgia. Qui arriva la parte davvero dura, perchè questo libro mi è piaciuto moltissimo. Michela Murgia è una scrittrice sarda, prima di questo avevo letto il suo Il mondo deve sapere, diario vero di un mese passato in un call center, e che straconsiglio stracaldamente a tutti. Accabadora è tutta un’altra cosa, la storia di due donne, una madre e una figlia non di sangue ma di anima, nella Sardegna degli Anni Cinquanta. E’ scritto da brividi, quel modo di scrivere per cui ogni parola è lì perchè non ce ne poteva stare un’altra e ogni frase ti apre un mondo che potrebbe diventare un altro libro tutto nuovo. E ancora, un’altra donna che non scrive delle solite menate esistenziali e del suo ombelico, ma disegna una storia e un universo e chiama pure in causa un enorme tema etico nel modo migliore possibile, cioè con i fatti. E con quello specifico femminile di cui parlava Virginia Woolf, senza rinchiudersi nella stanza tutta per sè, una volta ottenuta.

letture estive #1

tony hawk

tony hawk

Ho finito di leggere questo libro di Nick Hornby, che in originale si intitola Slam, mentre in italiano Tutto per una ragazza. L’ho letto in originale perchè l’altro giorno ero in libreria davanti allo scaffale dei libri in lingua originale e mi è preso lo schizzo di comprarne uno e ho scelto questo perchè avevo voglia di leggerlo, ma in italiano era ancora in edizione figa da diciottoeuro e io ho questa cosa che i libri che leggo in poco tempo, tipo in tre giorni, non mi va di pagarli più di dieci euro, e Nick Hornby di solito lo leggo veloce. La versione in inglese costava dieci euro e così l’ho comprato. Poi sono andata da Boragno, l’altra libreria, e ho visto che avevano la versione supereconomica tipo a cinque euro appena uscita, ma vabbè.

Devo dire che il fatto di averlo comunque letto in tre giorni senza bisogno del dizionario è stato un vero toccasana per la mia autostima, ultimamente malconcia.

Comunque. Nick Hornby non è che sia un genio, però alla fine ti frega sempre. Cominci a leggere queste storie che sembrano leggerine leggerine, da ombrellone sotto l’estate, storie d’amore, in genere, personaggi maschili con la faccia stralunata di Hugh Grant e le strade di Londra intorno, sempre fuoriposto dappertutto e quindi abbastanza divertenti.

Ma se gratti la superficie, la leggerezza se ne viene via. Per esempio, il più famoso, Alta fedeltà: sì, ok, fa ridere, c’è questo tizio che è totalmente un disastro con le relazioni sentimentali, e ha questo negozio di dischi e i due commessi fuoriditesta che non fanno altro che fare classifiche (e io adoro fare delle classifiche inutili, tra le altre cose). Ma sono risate amare, perchè, pagina dopo pagina, quello che ti si srotola sotto gli occhi è questa desolante umanità tutta incastrata dentro se stessa, incapace di essere sincera, con se stessa e con gli altri, anche solo per cinque minuti. Insomma, il tizio manda tutto a puttane ogni volta e per ragioni tremendamente egoistiche e perdipiù riuscendo,  in tutta coscienza, a dare alla donna di turno ogni colpa. E, per parte loro, non è che le donne del libro siano adorabili angeli di comprensione, tutt’altro.

In questo Slam, invece del solito trentenne che si comporta come un sedicenne, c’è un sedicenne che più sedicenne non si può – voglio dire, si confida con il poster di Tony Hawk, e Tony Hawk gli risponde – che si ritrova in una situazione in cui di solito si ritrovano i trentenni. E il libro ti va via liscio come l’olio, perchè Nick Hornby ti parla con la voce del sedicenne, e quindi con la complessità lessicale dello spettatore medio di Trl (che forse è il motivo per cui l’ho letto in tre giorni senza dizionario), e d’improvviso ti accorgi che in realtà non è uno scherzo, ma sei invischiato nella pesantezza: la vita, la crescita, l’essere genitori, l’essere figli, prendersi le proprie responsabilità, non prendersele,  fare le scelte giuste, etc etc. Un po’ a tradimento, e questo scazza, ma anche senza troppi moralismi di sorta, e questo è apprezzabile.

Bah. Insomma, in fin dei conti mi è piaciuto, più di quanto avrei immaginato all’inizio del primo capitolo. Alla fine, come si diceva l’altra sera alla birreria fintoirlandese, ci sono libri che sono capolavori e poi ci sono quelli che non lo sono  per niente, e per i secondi tutto sta nel prenderti al momento giusto e nel saperti dire qualcosa che hai bisogno di sentirti dire in quel momento lì. E nel lasciarti un po’ di speranza, alla fine, aggiungo io; ma questa è una postilla del tutto personale.


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