Archivio delle Categorie: degrado bolognese

per poi fuggire sopra le nuvole

foto di giorgiaguencivilla

Dunque.

Mentre il naufragar non m’è per niente dolce in questa nostalgia preventiva, mi sono messa a pensare a qualcosa di utile, come per esempio tutte le cose che vorrei fare a Bologna in questi ultimi quattro giorni, talune delle quali, tra l’altro, non è possibile fare per svariate ragioni. Comunque, eccole qui:

  • Prendere un caffè nuvola. Si prende in una caffetteria sciccosissima di via Altabella, che poi una volta che ci sono andata ho visto che avevano Libero tra i quotidiani in visione, e quasi il caffè nuvola mi andava di traverso. Non chiedetemi cosa sia il caffè nuvola, perchè spiegarlo non ha senso, e poi la ricetta ce l’hanno solo in quel bar lì. Credo c’entrino la cioccolata e una crema di latte leggera come schiuma. La prima volta a bere il caffè nuvola mi ci ha portato la Vale, dopo che avevo rifiutato il voto al primissimo esame di specialistica, ed ero giù di corda. Poi, dopo il caffè nuvola, non lo ero più, giù di corda. Devo passare a vedere se lo fanno ancora.
  • Un gelato da Stefino. Moro e caribe con la panna. A Bologna, prima che aprisse Saverio, proprio qua sotto casa nostra, c’erano tre gelaterie che si contendevano il podio di migliore gelateria della città: Da Gianni – ma non quello sotto le torri, quello verso piazza Santo Stefano – è la gelateria cicciona, con i gusti totalmente grassi e dolci e cicci, insomma, il paradiso delle porcate golose; la Sorbetteria Castiglione sta a fianco a una Cioccolateria, e le sue creme cioccolatose sono varie e meravigliose, dal momento che il cioccolato è il re del gelato (e di qualunque altra cosa); e poi Stefino, in via Galliera, che usa solo ingredienti biologici e stracontrollati, e per un gelato devi prendere il bigliettino e fare la coda come dal salumiere, però ne vale la pena. Ecco, prima che aprisse Saverio, proprio qui sotto casa nostra, in via Indipendenza, Stefino era il mio preferito, solo che adesso non posso prendere un gelato da Stefino, perchè d’inverno Stefino è chiuso. Quindi andrò qua sotto, in via Indipendenza, e mi prenderò Van Gogh e Dolceamaro da Saverio, ecco.
  • Dell’Osteria del Sole abbiamo fatto una bella scorta, settimana scorsa, tra lauree e tutto il resto. Sta dietro Piazza Maggiore, ora non mi ricordo la via, ma ci sono tutti i muri straripanti di horror vacui di quadretti e stampe, e servono solo vino e birra e c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e tu puoi portarti le tue cose da mangiare e sederti a un tavolo e stare lì.
  • Poi voglio passare anche al Siesta, in largo Respighi, vicino al College. Che al College, ok, fanno i cicchetti più assurdi della storia, però al Siesta c’è lo spritz a un euro, uno spritz chimicissimo talmente arancione che emana luce propria, e quando si va lì ognuno offre un giro e così se si è tipo in cinque o sei si finisce sempre ubriachi. Alle dieci e mezza ubriachi a mangiare qualcosa di chimicissimo al Parigino, che il Parigino fa gli hot dog con la besciamella e il formaggio sopra, oppure da Bombo Crep, che ti fa le crepes o i bomboloni o i cornetti con dentro tutto quello che vuoi. Cioccolato bianco e fragole, per esempio, che è, per dire, uno dei miei accostamenti preferiti.
  • Anche da Ken, in via Venturini, fanno lo spritz a un euro e ci sono pure i tavolini sulla strada, sotto i portici, e se ci vai a orario aperitivo ti portano le brioche avanzate della giornata. Un sacco di chiacchiere si sciolgono e vagabondano, lisce lisce come lo spritz a un euro, e non sembra esserci mai fretta. E pure da Modo Infoshop in via Mascarella, che anche lì ci sono i tavolini fuori, e pure la libreria che sta aperta fino a mezzanotte, con le cassette di libri fuori – un libro 3 euro, due libri 5 euro – e la birra comunque costa 2euroe50, così, volendo, con poco più di cinque euro metti a posto la mente e il fegato.
  • Poi, anche se l’ho scoperta da pochissimo, e grazie alla Giò – grazie Giò – voglio ripassare alla Cioccolateria Roccati, in via Clavature, perchè quel posto lì è il paradiso. E’ una gioielleria con i cioccolatini al posto dei braccialetti e delle collane – cosa che, per quanto mi riguarda, sarebbe così ovunque, se il mondo girasse per il verso giusto. Costa un po’, ma merita, anche perchè girovagare per quelle vie lì – Pescherie Vecchie, de Musei, Caprarie, etc. – è qualcosa che ti riempie gli occhi di cose d’altri tempi e, anche, un po’, di eternità.
  • Se non fosse che ormai siamo alle porte dell’inverno, ci sarebbe da andare ai Giardini Margherita con una coperta, delle candele, una chitarra (e un suonatore di chitarra, che io mica so suonare), qualche amico e tutto l’armamentario di queste occasioni.  Chissà, forse fa troppo freddo anche per andare all’Ex Mercato 24, questo giovedì. Visto che invece il Natale si avvicina farò un giro al Portico dei Servi, per vedere se hanno già montato le bancarelle, che comunque pure lì hanno delle robe al cioccolato che spaccano i culi. Mi avvolgerò nella sciarpa di lana, nel cappello e nei guanti e lascerò fuori solo dei pezzetti di guance da lasciare arrossare al freddo, mentre il naso annuserà l’aria densa di castagne, fuliggine e spezie.
  • E di ritorno da un paio d’ore perse dentro la Feltrinelli sotto le Torri, mi perderò per la centomillesima volta tra i vicoli attorno a via dell’Inferno, che se piove riflettono sull’acciottolato le luci gialle della sera, e dalle parti di Piazzetta Biagi raggiungerò il Camera a Sud che, pure quello, l’abbiamo scoperto da poco – anche perchè prima era diverso – ma è bastata un’occhiata per sentire l’odore di casa. Che è come andare in emeroteca solo che c’è anche il vino e non devi per forza stare in silenzio. E a questo proposito, farò pure un giro in Sala Borsa, anche se libri non ne posso prendere, ma una cosa come la Sala Borsa, secondo me, dovrebbe esserci in ogni città.
  • Un’ultimo giro al Pratello me lo lascio per quando – toccataditettescaramantica – tornerò a laurearmi. E così anche la scarpinata su per la Torre degli Asinelli. Che quel giorno lì sarà il giorno giusto per salire così in alto, urlare ai tetti, e poi, la sera, fare la Paris Dabar, finchè le gambe i piedi lo stomaco ci reggeranno. Perchè quel giorno lì ci sarà davvero bisogno di urlare, e di ubriacarsi.
  • E poi, un giorno, tra pochi mesi oppure tanti, un giorno di inizio estate, ricalpesterò via Zamboni,  passerò davanti al 38, catturerò delle note d’opera davanti al Comunale, comprerò una birra in piazza Verdi, darò una sbirciata da lontano a piazza Maggiore, e mentre il cielo i tetti e i portici si incendieranno di sole al tramonto, raggiungerò piazza Santo Stefano, mi siederò davanti alle Sette Chiese, appoggiando il culo sul pavè ancora caldo di sole, sorseggerò la birra ascoltando scendere la sera, tra le chitarre, le voci e i canti, che ci saranno ancora, perchè, lì, ci saranno sempre.

mi piacciono le canzoni con i finali tristi

winter is coming, foto di anna parini

winter is coming, foto di anna parini

A un certo punto l’autunno arriva, e non importa più quanto tempo ci abbia messo. Che non è solo questione di vento, di foglie arancioni, di pioggia e cieli grigi. E neanche di cioccolate calde, buio alle cinque, matite temperate e castagne sbucciate.

E’ come se la malinconia delle domeniche pomeriggio si nascondesse dentro le cose, bruciacchiandole agli angoli. Poi pensa se fra un mese o poco più ti tocca lasciare Bologna, dopo quasi tre anni densi di tutte quelle cose che a noi del Dams piace tanto mettere nel nostro primo film. E  densi anche di amicizie vere, e pure qualche amore – ma questo è un discorso troppo grosso per stare nel post di un blog.

Allora usciamo, nell’ultimo sabato pomeriggio in cui c’è ancora un po’ di sole, prima che si debba cambiare l’ora per fare arrivare più in fretta la sera. Usciamo e andiamo a bere una cioccolata calda al Bar Zamboni, che sarà anche un po’ fighetto, ma è stato pure il primo posto a Bologna dove sono andata a bere qualcosa, ora che ci penso. Una cioccolata calda con la panna e con dentro tutto il sapore tardoadolescenziale (eh, va beh,  sì,  è Brizzi…  ma che ci vuoi fare, sono a Bologna…) dei sabati pomeriggio in centro ai tempi del liceo.

In Feltrinelli per vedere se quell’articolo lì su Nocturno c’è davvero davvero, c’è Samuele Bersani proprio davanti alle riviste di cinema, verrebbe da dirgli “levati, chè devo controllare una cosa” ma non fa, con tutta la gente che gli fa le foto e chiede gli autografi. Allora andiamo all’Osteria del Sole, quel posto dietro Piazza Maggiore dove c’è un cartello con scritto “serviamo acqua solo con l’aspirina”, e nella strada inondata di luce gialla beviamo il vino buono seduti sui gradini, sgranocchiando via patatine e castagne, chè ormai è buio.

Più tardi, in quell’enoteca così dannatamente parigina, persa nei vicoli dalle parti di Via dell’Inferno, che fa tanto radical chic sfogliare l’Internazionale col sottofondo jazz, però accidenti se è buono questo vino, e ci sale quella brillantezza allegra di quando il vino è proprio buono, altro che quella porcheria del pakistano – sarà che stiamo invecchiando, come si diceva io e Gaia nel suo appartamento, proprio a Parigi, proprio qualche mese fa, stiamo invecchiando e ci piace il vino buono.

Domenica, le sveglie impazzite, la spesa, cucinare insieme con la colonna sonora di Radio Rock – ma cosa diavolo avrà poi di così speciale la musica degli anni Sessanta? – le lasagne, il tiramisù, i biscotti fatti in casa, il tè, Taboo, il fumo, i film, e la sera che, proprio come previsto, arriva più in fretta. E sì, anche le benedette primarie che eleggono un altro Bersani, mannaggia, preferivo quello di sabato, anche se stava tra me e le riviste.

Eh.

L’autunno a un certo punto arriva, e non è tanto questione di maglioni di lana, ombrelli, quaderni di scuola. Non è solo questione di violini, di fumo e di nebbia.

[Grazie a Giò, a Bologna, a Dente, a Gaia, a Parigi, a Guccini, a Carmen Consoli e a Verlaine.]


il degrado

giardini, foto by tacu

giardini, foto by tacu

Ieri sera un paio di dozzine di ggiovani studenti bolognesi, capeggiati dalla Giò e dalla sottoscritta, si sono radunati ai  Giardini Margherita all’ora del tramonto. Con le coperte stese sul prato, i piedi nudi, qualche bottiglia di vino, qualche lattina di birra, una chitarra, un sacco di chiacchiere e di nicotina. [Nicotina arricchita poca, giusto il giusto].

E una macchina della pula che si faceva il giro completo del parco a passo d’uomo – non voglio neanche immaginare lo sfrenato vortice di divertimento che aspetta gli sbirri, quando gli tocca fare quel turno lì.

Poi, quando il cielo si è riempito di stelle, lo Chalet – locale in mezzo al parco – si è riempito di gente strafighetta che ballava la musica house dentro scarpe scomodissime e sotto capelli somiglianti a sculture postmoderne. Lo so perchè ho bevuto un casino di birra e ho dovuto approfittare del cesso dello Chalet più e più volte.

Non è che io voglia fare del facile moralismo, ognuno si sceglie le serate che più gli piacciono, e se a uno piace la musica house e il tacco dodici, lungi da me criticarlo. Pure io me lo metto, il tacco dodici, ogni tanto, per ovvie ragioni di bassezza cronica.

Ma il fatto è che, per qualcuno, noi – quelli lì che si fanno le canne bevendo il vino nel prato – siamo il degrado. Da combattere, da estirpare, da metterci il coprifuoco che dopo le dieci non si vendono più alcolici, da non far sedere per terra in piazza Verdi, da dirgli di fare piano quando cantano De Andrè in piazza Santo Stefano.

Ecco, io questa cosa, proprio non la capisco.


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