Archivio Mensile: dicembre 2010

nevica merda

Mi vergogno sempre un po’ ad arrivare buon’ultima nella scoperta delle cose, ma il mio primo dicembre nel mondo del lavoro è qualcosa di devastante che ti arriva tra capo e collo come una ghigliottina di quei tempi là in cui tagliavano le teste ai re.

Io sto bene. Non ho un vero lavoro, ancora, e di conseguenza non ho uno stipendio. Ho dei genitori che mi sostengono mentre provo, almeno per un po’, a trovare il lavoro che voglio fare davvero, o che almeno non mi faccia proprio schifo. In parole povere, ho un culo gigantesco.

Non avere un vero lavoro ha un indubbio vantaggio: non avere paura di perderlo. Che tu dici “bella roba”, ma lascia stare. Arriva dicembre, con le sue lucine di Natale e le carte regalo luccicanti, i negozi aperti la domenica e la neve. Arriva dicembre, si avvicina il Natale e scadono i contratti.

I contratti si rinnovano, oppure no, oppure cambiano. Un determinato, un progetto, una collaborazione Un rimborso spese. Altri due mesi di stage. Forse sei. Un part time, un full time, un verticale, un orizzontale. Tanti cantano il precariato meglio di me, piovono libri, film e spettacoli teatrali. Ma trovarcisi in mezzo è un’altra cosa. Ovunque ti giri c’è qualcuno che ami che ha perso il posto, oppure gli hanno dimezzato lo stipendio, oppure non sa cosa succederà dopodomani. Intanto si accendono le luci dello shopping e piove. Piove merda, altrochè.

Che poi c’è anche la crisi, e poi c’è la politica, e l’economia, e avere anche un posto a tempo indeterminato non vuol dire più un cazzo. Che poi c’è anche la sfiga, eh, quella c’è sempre, non ti molla mai.

Ieri mattina alla radio una deputata del Pdl, candida come un rotolo di carta igienica usata, proclamava: “Ma io posso anche capire che i giovani possano avere delle rimostranze, ma proprio non comprendo perchè debbano essere così arrabbiati”. Non capiva, lei. Poveretta.

L’inverno è cominciato solo ieri. Con un’eclisse, e la neve. Fa un freddo fottuto, da queste parti, signora mia. E nevica, nevica merda. Siamo una generazione a termine, e ci svegliamo la notte con il petto pesante perchè è dicembre e a gennaio boh. Non è che siamo arrabbiati. E’ che è un disastro di niente, signora mia. Affoghiamo nel niente. E’ che dovremmo avere tutta la vita davanti, come piace dire a voi altri, e invece davanti c’è solo, forse, un altro mese di stage.

Oggi va così, penso a una ghigliottina e mi vengono un sacco di buone idee. Oggi va così, l’unica soluzione plausibile sembra essere l’apocalisse. O Cthulhu. O la rivoluzione, come diceva quel signore là che se n’è andato da un mesetto neanche. Ma qua la rivoluzione qua non la sa fare più nessuno. Insomma, dai, spacchiamo tutto. E il primo che mi viene a parlare di “ottimismo”, come dire, “ho delle soluzioni medievali per il suo culo”.


the ballad of john and yoko

Quando i Beatles erano i Beatles, io non ero che un pensiero – forse – nella testa di qualcuno. Non so quindi come sia andata veramente, quella storia – la storia di quei quattro tizi comunissimi, partiti da quella cantina di Liverpool e trasformatisi nella seconda venuta di Gesù Cristo  – quello che so è quello che sanno tutti, sono nata in un mondo in cui i Beatles esistevano e basta. Senza aver ascoltato i loro dischi da piccola – mio papà è tutt’ora un Rollingstoniano più che convinto, uno di quelli che tracciano una riga e si mettono, ben fermi, da una sola parte – poi mi sono accorta, a un certo punto, quasi per caso, che le canzoni più famose dei Beatles le conoscevo tutte lo stesso, anche se non mi ricordavo di averle ascoltate mai.

Per questo dico così: che i Beatles, a un certo punto, sono successi, e noi che siamo nati dopo siamo nati in un mondo con i Beatles, un po’ come i ragazzini che nascono oggi nel mondo con l’Internet, e via di titoloni di Repubblica sulla generazione dei social network.

Ma sto divagando.

Quello che tutti sanno, anche se non sanno davvero quando l’hanno saputo la prima volta, è che bisogna odiare Yoko. Yoko Ono è il male, l’assassina della musica, la sintesi suprema di ogni devastazione e carestia. Yoko Ono è da raffigurarsi incappucciata di nero e con la falce in mano, mentre, con un ghigno malefico, distrugge tutte le note del pentagramma, e tutta la poesia addormentata nelle cose. Pensate alla piccola Prudence chiusa nell’armadio, per dire, quella a cui cantarono “The sun is up, the sky is blue, it’s beautiful and so are you” perchè uscisse a giocare. Ecco, tutte le Prudence del mondo non esistono più, perchè nessuno più le ha cantate, dopo l’intervento di Yoko Ono, aka La Morte della Musica.

Pure oggi, che sono trent’anni dall’omicidio di John Lennon – io ancora non c’ero, ero lì lì per, ma mancava ancora qualche mesetto al mio concepimento – ho letto in giro che, se esistesse una giustizia o un dio o quel che è, Mark Chapman, quell’8 dicembre del 1980, avrebbe dovuto sparare a Yoko Ono. Brividi.

Ecco, invece – e ora forse mi attirerò i peggio insulti – a me Yoko Ono è sempre piaciuta. Non solo. John e Yoko, insieme, mi sciolgono il cuore ogni volta che li guardo su YouTube. Così teneri, e buffi. Bruttini, anche, a voler ben vedere, ma bellissimi. A fare gli scemi, come due quindicenni alla prima cotta, correre sulla spiaggia e fare le capriole, senza riuscire mai a staccare le proprie mani intrecciate. Andare in giro senza vestiti, farsi filmare nudi tra le lenzuola bianche, dichiarare al mondo il proprio amore, e mandare in merda tutto il resto, con un’ingenuità che sembra sconfinare nella stupidità.

E allora mi chiedo se non sia proprio questo, che fa infuriare tutti. Questo esibire il proprio amore senza ritegno, senza vergogna. Nudi letteralmente, e metaforicamente, davanti a telecamere e obiettivi. Quest’esibizionismo spudorato dei propri sentimenti, mentre noialtri comuni mortali siamo impegnati, giorno dopo giorno a proteggerci, costruendo cortecce di privacy, difendendoci dall’affetto altrui per paura di ritrovarci vuoti, disarmati e stanchi.

John Lennon che manda in merda i Beatles – qualcosa tipo la band più importante del secolo, almeno per tutti quelli che non la considerano sopravvalutata, o che preferiscono i Rolling Stones – perchè, semplicemente, è innamorato, credo che sia questo a farci tremare la terra sotto i piedi, a farci morire di paura tutti quanti. A farci trasfigurare Yoko Ono in una strega che nel pentolone mescola incantesimi d’amore per confondere John Lennon e portarlo via al mondo e alla musica. Perchè, per quanto le infinite combinazioni di note possano contenere ogni più piccola sfumatura dell’universo alla fine, l’amore è  qualcosa di ancora più grande e terrificante.

E così, a me piace pensare che il motivo per cui John Lennon era, sul serio, una persona un po’ più speciale degli altri – il motivo per cui davvero dopo l’8 dicembre 1980 il mondo si è ritrovato un po’ più vuoto, non è tanto per tutte le meravigliose canzoni che Lennon avrebbe potuto scrivere e non ha scritto, ma soprattutto perchè è morto qualcuno in grado di innamorarsi in quel modo assoluto e gigantesco, di amare una donna come tutti vorremmo essere in grado di fare, di sfidare la retorica glassata del romanticismo da baci Perugina, e affermare, con la propria esistenza, che l’amore, davvero, è la risposta.

Che a sdilinquirci per i grandi amori dei romanzi siam capaci tutti, ma quando poi, un amore così, lo vediamo davvero, finisce che ce la facciamo sotto e basta.

[N.B.: Ovviamente, questo post era da pubblicare ieri, ma poi il tempo è volato via mangiandosi perfino l'occasione di premere sul pulsante "Pubblica".]


ah, i vampiri di una volta…

Per chi avesse davvero voglia di leggere i miei sproloqui, ecco un mio pezzo sui vampiri in tv, pubblicato su Nocturno di dicembre. Con Buffy, sempre nei nostri cuori.

“Chissà cos’avrebbe pensato Buffy, l’ammazzavampiri, davanti alla massiccia invasione di “non morti” che popola, oggi, schermi televisivi e cinematografici, oltre alle pagine di svariati best seller. Non sono pochi coloro che invocano, oggi, l’intervento della bionda impalettatrice interpretata da Sarah Michelle Gellar per porre fine a questo proliferare di canini appuntiti.

Apripista delle “serie sui vampiri”, in onda sulla ormai defunta WB dal 1997 al 2003, Buffy – The Vampire Slayer ha raccontato, per sei stagioni, le vicende di un gruppo di amici impegnati a contenere le forze del male, nella cittadina californiana di Sunnydale. Non solo, ha anche svolto un ruolo fondamentale nella storia della serialità: ibridazione di generi, autoironia e citazionismo, squisitissima cultura pop profusa a piene mani, e la creazione di un fortissimo fandom trasversale ed eterogeneo, pronto a sostenere la propria eroina in tutto e per tutto.

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