Archivio Mensile: novembre 2010

the dark side of things

Ogni cosa ha un lato oscuro.

Le persone, le stagioni, le città, gli stati d’animo. Quelli a cui piacciono le frasi fatte, lo chiamano “il rovescio della medaglia”. Quelli tutti yogurt, yoga e lana cotta vi diranno sicuramente qualcosa sullo yin e lo yang. Noi che si è nerd ci piace “the dark side”, che fa sollevare testa e midiclorian a tutti gli adepti di Star Wars, e poi piace anche ai patiti di musica, che subito sbavano pensando alla luna dei Pink Floyd.

Il lato oscuro di quest’autunno è una pioggia che non dà quasi tregua. Una pioggia – ci scommetto – senziente, dal momento che, chirurgicamente, comincia a cadere ogni sabato mattina e non ne vuol sapere di smettere almeno fino alla domenica sera. Poi in settimana va e viene, risale gli orli dei pantaloni e ti allena al “salto a ostacoli delle pozzanghere”. Con bestemmia.

Il lato oscuro dell’autunno è questa pioggia grigia che rende tutto grigio – il cielo e i miei occhi, poi striscia sull’asfalto, che già è grigio di suo, e così diventa grigio lucido, va di moda il grigio quest’inverno, dice Vogue, il grigio e il cammello, forse i due colori che più mi fanno cagare sulla faccia della terra. Il lato chiaro della pioggia è quando ti accorgi che, dentro le pozze d’acqua, ha riempito la città di riflessi colorati: il giallo e il rosso dei fari delle auto, il verde dei semafori, le luci dei lampioni e delle insegne al neon. Il lato chiaro della pioggia è quando sei dentro e non fuori, e puoi ascoltare il tamburellare delle gocce sul tetto, attraverso il soffitto.

Il lato chiaro dell’autunno è invece fatto di foglie rosse e arancio, e del profumo bruciacchiato dai comignoli che fa tanto Londra vittoriana; di trame di lana e gusci di castagne, di cioccolata calda e muffin; di freddo arrossato sulle guance e di burro a fiumi dentro i pizzoccheri. Di matite temperate. Di quaderni di scuola. Di cappotti di panno pesante. Il lato oscuro della pioggia di quest’anno è che le foglie rosse e arancio son cadute quasi subito, e i cappotti di panno pesante è meglio che cedano il passo all’impermeabile.

Il lato oscuro della pioggia sono gli ombrelli, chè quando son chiusi non sai mai dove mettere, e il novanta percento delle volte finiscono abbandonati dentro i grandi vasi loro dedicati, all’entrata dei negozi o delle case. Io sono contro l’ombrello. Così come sono contro il fazzoletto.

Con il naso schiacciato sul vetro appannato del pullman, guardo Milano a goccioline e penso: però cheppalle vivere in un mondo cyberpunk. Lo realizzo all’improvviso, chè non ci avevo mai fatto caso: quei futuri prossimi dove piove sempre e si mangia solo cibo cinese in scatola, e dappertutto sparano luci artificiali – laser, neon, semafori, insegne luminose, pubblicità parlanti, ologrammi, ideogrammi, anagrammi, melodrammi, moschettieri. Tutto fotografato sui toni freddi dell’azzurrino e del grigio. Lo realizzo all’improvviso: passi per il cinese in scatola, ma tutta quell’umidità dentro ai vestiti, ai capelli, agli occhi, alle ossa – tutto quel lato oscuro delle cose a stratificarsi un giorno dopo l’altro – una noia mortale, e solo l’anticamera di una depressione collettiva.

Però, vabbè, non so se io possa fare proprio testo: lo sanno tutti che sono la regina delle meteoropatiche.


un ottovolante di merda

Sto lontana due giorni dalla Rete – nel senso che mi limito a farne l’utilizzo privato che ne fa la stragrande maggioranza degli utenti Facebook, e cioè pubblicare le foto dei miei muffin sui vari social network – e non mi accorgo che succede questa cosa qui, e che a questa cosa qui seguono una valanga di robe, Macchianera che chiude e dirotta il traffico su quel tumblr, tutti i più noti blogger che dicono la propria opinione, un sacco di solidarietà e, ovviamente, anche tanti contro.

Non sto qui a fare il riassunto della storia, chè chi ancora ne fosse all’oscuro, gli basta Google. Quello che volevo dire è che, di tutti i commenti critici che ho letto, non ce n’è uno che mi sembri meno di un’arrampicata sugli specchi. Lo sciopero della fame è pericoloso e stupido, e probabilmente inutile, e probabilmente questa giornalista – che non conosco – ha davvero agito sull’onda dell’indignazione, senza pensare alle conseguenze. Ma riportare tutto alla vicenda personale, andando a parlare dei dettagli della vita di Paola Caruso, o di quanti privilegi preveda un contratto di giornalista, per quanto legittimo, mi sembra un modo come un altro di distogliere l’attenzione dal punto fondamentale: se a 40 anni sei precaria, ma da 7 anni lavori per uno stesso padrone, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Io ho appena iniziato a muovere i passi in quell’universo dove lavora Paola Caruso. Non so ancora se e quanto sono brava, non so ancora se e quanto mi merito un posto fisso. Ma la verità è che, come forse Paola, e come penso una marea di gente, vivo la convinzione intima e profonda che io, un posto fisso, non l’avrò mai. E non è solo una questione di essere legata a un posto e a un luogo, nè di avere una posizione o uno status: non avere un posto fisso si porta dietro una voragine di vuoto, l’impossibilità di progettare nulla che vada oltre lo scadere del contratto. Giorni sull’orlo del “vediamo come va”, con la consolazione del “se sarai brava, se lavorerai tanto, se sarai sveglia, se ti farai notare, forse, allora, forse” e poi forse un bel niente. Forse forse forse, per ora, per me, può anche andare bene così – ci ho messo tanto a studiare e a laurearmi, sono in ritardo con tutto – ma forse, io credo, arriverà anche un giorno in cui si sentirà il bisogno di respirare.

Di arredare una casa con qualcosa di più dei mobili dell’Ikea.

Di arredare una casa per restarci.

Magari di fare un figlio.

Magari di tenere insieme una famiglia.

Di pensare che se i tuoi genitori invecchiano, tu, un modo per accompagnarli fino alla fine, te lo puoi permettere. E se tuo figlio si ammala, e se ti ammali tu, e anche senza catastrofi, semplicemente, vivere con la parvenza di qualche radice sotto i piedi.

Di mettersi in un posto e pensare, sai che c’è, io sto bene qui, voglio stare qui, voglio cercare il mio senso dentro le immagini su queste pareti, che sono quelle che ho costruito io, e non voglio che cadano domani perchè magari non mi rinnovano il contratto.

Io non so nulla di Paola Caruso, ma credo che il punto sia questo: arriva quell’istante in cui l’equilibrio precario smette di essere eccitante e denso di tutte le opportunità del mondo, e ti diventa solo un ottovolante senza sicura, dal quale non puoi scendere, ma non puoi neanche smettere di vomitare. E poi, non è che Paola Caruso sia una sola, ecco. Siamo un’intera generazione, che va ingrossando le sue fila giorno dopo giorno. Un’intera generazione a vomitare su questo ottovolante di merda.

Forse, ecco, con quest’immagine in testa, è il caso di andare un po’ oltre il caso personale.

Postilla: sento sempre più spesso dire in giro “non ti ha mica obbligato nessuno a fare il giornalista/il designer/il ricercatore/il fotografo/l’insegnante/l’operatore/il grafico/il filosofo/il professore/il linguista/lo scenografo/l’illustratore/l’antropologo/l’assistente sociale/blablabla. Potevi fare l’ingegnere o il medico, oppure invece di passare cinque anni a fumarti le canne studiando Lettere e Filosofia, potevi rimboccarti le maniche e andare a lavorare in fabbrica/in bottega/da Zara/all’Esselunga”. Ecco, miei cari, anche se fosse vero che per un ingegnere o un medico è più facile, anche se fosse sano immaginare un mondo senza tutte quelle professioni di cui sopra, e anche facendo finta (ahahahahah) che in fabbrica si stia da dio (dai tetti, infatti, si gode di una vista niente male, neh), ricordo che il lavoro è una cosa che fai per tutta la vita. Per almeno otto ore al giorno, per almeno cinque giorni su sette (di solito, molto di più). Ti alzi al mattino e ti metti a fare quella cosa lì. E poi, dopo un po’ di anni che sei su questa terra, alla fine muori. E gran parte di quel tempo l’hai passato lavorando, quindi, ecco, fare il lavoro che ci corrisponde e per cui si è portati mi sembra quanto meno una cosa per cui valga la pena di lottare. Poi, è ovvio, la vita ti porta in giro su delle strade imprevedibili, ma evitare di passarla tutta quanta a fare un lavoro di merda, non mi sembra una pretesa così fuori dal mondo.


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