Archivio Mensile: gennaio 2010

happy chocolate to you

tanti auguri, blog di disma!

Il giorno del mio compleanno, di solito non metto la sveglia.
Se posso, naturalmente. Il giorno del mio compleanno aspetto che sia lui a decidere quando è giorno per me, e resto sotto le coperte del dormiveglia, galleggiando dentro quel colore non più buio che hanno le mattine con le tapparelle giù. Tengo gli occhi chiusi, come le coperte. Sotto le palpebre, un solletico di attesa.
Come quegli odori che quando li senti ti riarrotolano addosso un mondo, quel solletico mi parla di tutte le mattine di quand’ero bambina ed era il mio compleanno. Un po’ come il Natale, quello struggente piacere di attesa, quel tenersi in bocca il sapore della sorpresa a venire, e anche un po’ di preoccupato terrore: e se Babbo Natale non mi ha portato niente? Se si è sbronzato di idromele con gli elfi ed è finito in un fosso, lui, la slitta e tutte le renne, e tutti i regali sparpagliati attorno, nella neve ruvida, tra i fili d’erba gelati? E se nessuno se lo ricorda, che oggi è il mio compleanno? Se nessuno mi manda neanche uno straccio di essemmesse di auguri? Per fortuna che c’è Facebook, va là.
Poi mi alzo, e il giorno del mio compleanno mi faccio sempre il latte al cioccolato e dentro ci catapulto un quintale di cereali al cioccolato, oppure ci suicido un casino di pandistelle. Chè il giorno del mio compleanno, il cioccolato non è mai troppo, nè abbastanza.
E mentre sto lì, a leccarmi i miei baffi di latte, mi stringo addosso questo mantello d’infanzia, e penso che, se per molti il compleanno è un momento in cui si invecchia, per me è sempre svegliarmi bambina. Dopo, il peso della giornata si accumula e lo schiaccia per farlo diventare un giorno come gli altri.
Ma al risveglio, quel solletico sotto le palpebre, mi fa sentire sempre come quando avevo cinque anni. E’ come Natale, ma solo per me.

Il mio contributo al Writing Festival organizzato da Disma in onore del primo compleanno del suo blog.

the catcher in the rye

Io, è inutile che stia qui a far l’intellettuale che non sono, io di Salinger ho letto solo Il giovane Holden, come quasi tutti. Che hai voglia a dire è un libro sopravvalutato, di quelli tipici adolescenziali fighettoalternativi, tipo quei tipi con la giacca di velluto a coste e i capelli spettinati e con sempre un libro nella tasca per far colpo sulle ragazze, quelli alla Massimo Coppola, per intenderci, libri così, un po’ come Siddartha, che poi, povero Siddartha, dal giorno che è finito dentro a L’ultimo bacio di Muccino per lui è finita, io non la augurerei a nessun libro, una fine così.

Comunque. Hai voglia a dire così, Il giovane Holden rimarrà per sempre uno di quei libri che se li leggi al momento giusto, in quell’età giusta, improvvisamente capirai cosa vuol dire ritrovarti tutto intero dentro le pagine di un altro, e capirai cosa vuol dire non essere soli, non esserlo del tutto, non esserlo mai. Poi cresci e diventi cinico e ti metti a fare il fighettoalternativo di cui sopra, però non più adolescente bensì adulto, e il fighettoalternativo adulto è l’unica cosa peggiore del fighettoalternativo adolescente, e dici che, diavolo, Il giovane Holden è un libro sopravvalutato. O Sulla strada, di Kerouac, è un libro sopravvalutato. Lo senti dire. Col cazzo. Il fottutissimo Piccolo principe è un libro sopravvalutato. Il giovane Holden no.

Che poi, quasi tutti, del Giovane Holden, si ricordano solo la storia delle oche di Central Park. Dove vanno a finire le oche di Central Park? Boh, è un problema che io non ho mai capito tanto, cioè, migreranno, non so. Io invece quando penso al Giovane Holden, mi viene sempre in mente la scena della mano, di lui che tiene la mano di Jane e che si dimentica di pensare se ce l’ha sudata o no, perchè non importa. Che è una roba sicuramente molto meno originale delle oche, però è quella cosa lì, che mi viene sempre in mente. E poi anche tutto un colore dorato malinconico, un po’ marrone, ma marrone caldo, come le foto vintage sbiadite. Marrone adolescenza.

E anche, mi viene in mente che Il giovane Holden in realtà si intitola The Catcher in the Rye, che oltre a tutta quella storia del sogno di Holden, quell’angoscia di afferrare la gente che ti passa intorno, e il tempo, è anche stata una delle prime  occasioni in cui ho capito che non si poteva tradurre tutto. E che va bene così. Perchè se non trovi le parole nella tua lingua, ma le trovi in un’altra, allora puoi sempre fare un passo, e poi un altro, esplorare, conoscere, e non finire mai di andare in cerca, e il resto del mondo continuerà a stupirti con cose nuove che prima non conoscevi, semplicemente perchè non sapevi le parole; ed è una cosa bellissima, una sensazione splendida, per me, sapere che ci sarà sempre dell’altro, sempre qualcosa in più, da scoprire e dire “wow”.


a proposito di caprica

yumm

“Cinquantotto anni prima della caduta delle Colonie, il Comandante Bill Adama era un ragazzino taciturno, figlio di un avvocato impegnato nella difesa dei diritti civili, mentre, a Caprica City, gli umani progettavano e realizzavano il primo esemplare di centurione Cylon . Questo ed altro si vedrà nello spin off di Battlestar Galactica, Caprica, che prenderà il via, su SyFy, il 22 gennaio, anche se una versione allungata del pilot è stata diffusa su DVD e online già dallo scorso aprile. L’azione, collocata in un passato futuribile che richiama nell’estetica le città americane degli anni Cinquanta, ruota attorno a due protagonisti maschili: Joseph Adama, il padre del nostro Bill, e Daniel Greystone, un potente e ricco scienziato esperto di robotica (interpretato da un ottimo Eric Stoltz, già visto in Pulp Fiction), e alle loro famiglie. I due uomini, uniti nel dolore per la perdita delle figlie, si scontreranno sulle consuete questioni etiche che tanto appassionano Ron Moore.

Niente di più lontano, per Caprica, delle atmosfere di Battlestar Galactica: non solo viene abbandonato lo stile da ripresa “in diretta” utilizzato nello spazio profondo, anche l’ambientazione appare lontana da quella che già conosciamo, troppo tecnologicamente avanzata rispetto al vintage delle basi stellari. La mano degli autori si riconosce nelle consuete tematiche filosofico religiose e nella capacità di portare sullo schermo questioni attuali come l’integrazione e gli estremismi. A giudicare dall’episodio pilota, però, Caprica sembra configurarsi più come un melodramma classico, calato in un contesto cyberpunk, che come una vera e propria opera di science fiction: non è detto che sia un male, ma siamo in un territorio molto diverso da quello di Starbuck e Apollo. D’altra parte, lo stesso Moore ha dichiarato di volersi discostare il più possibile da quanto fatto in precedenza, forse per evitare impietosi confronti, forse per attrarre un nuovo tipo di pubblico.

Molto più Gattaca che Blade Runner, molto più drama che action, dunque, almeno a giudicare dalle prime battute. Non resta che aspettare l’evolversi della serie, liberi da pregiudizi: se saremo fortunati, Caprica ci regalerà una nuova appassionante storia, al suono rassicurante degli amatissimi Frak e So say we all.”

Articolo apparso su Nocturno di gennaio. Ma ne scriverò ancora, presto, su Serialmente, davvero, prometto, abbiate fede. Edit: ne ho scritto. Qui. Yey!


il grande freddo

brrr

Stanotte c’era quel tipo di freddo che ti rendi conto di cosa voglia dire essere un pacco di surgelati nel freezer. Quello che quando ti muovi scricchioli. Che resta attaccato pervicacemente ai bordi dei finestrini della macchina, mentre tu cerchi inutilmente il conforto della tua giacca a vento e di un contatto umano. Di ritorno da una serata molto anni novanta – se non per la musica, quantomeno per lo stile – tra l’altro durante il viaggio di andata si è stabilito che i primi anni novanta in realtà erano ancora degli anni ottanta, tipo millenovecentottantaundici e via così – abbiamo ricordato tv show di culto quali Non è la rai, Beato tra le donne e Giochi senza frontiere – si è parlato, inevitabilmente, di Mauro Repetto – e invece durante il viaggio di ritorno abbiamo decretato che la seconda parte degli anni novanta, invece, quella sì che ha spaccato i culi, piena di musica incredibile e di sconsiderata irresponsabile adolescenza e di tutte quelle speranze tanto vive ed elettriche – forse è solo che nei primi anni novanta eravamo troppo piccoli, chissà – ho dei dubbi, però – come diceva il grande poeta J Ax  (sarcasm!): “tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè” – insomma, quando sono scesa dalla macchina degli amici e sono salita sulla mia – che era, prevedibilmente, l’equivalente di una cella frigorifera – ho acceso la radio e dopo pochi secondi è partita Purple Haze di Jimi Hendrix. Che non c’entra niente con gli anni novanta, ma tant’è. Ho alzato a palla. E – davvero – mi sono sentita subito un po’ più al caldo.

Sarà che venivo da una serata grind core. Ragazzi miei, io cerco di capire, sul serio, sono aperta e tollerante, ma il grind core mai e poi mai mi farà l’effetto di scaldarmi in una notte d’inverno.


rimembranze

memories

Io nel 1992 avevo dieci anni. D’accordo, ho di sicuro l’enorme fortuna di essere cresciuta in una famiglia in cui l’attenzione per l’attualità e l’impegno politico sono all’ordine del giorno. Però avevo dieci anni – un’età in cui i miei interessi principali erano i libri Junior Mondadori, le Barbie, i quaderni di scuola, il mio gatto Lillo, le mie amiche Betty e Marta, i pattini Fischer Price, la bicicletta, le lezioni di danza, e via dicendo – e Tangentopoli me la ricordo. Me la ricordo bene.

Mi ricordo questo clima di euforia diffusa, il telegiornale sempre acceso sul Palazzo di Giustizia; mi ricordo Paolo Brosio e Un Giorno In Pretura; mi ricordo Antonio Di Pietro eroe nazionale, che a Napoli gli avevano fatto pure la statuina del presepe, e che, da un sondaggio, risultava essere il personaggio pubblico più conosciuto d’Italia, più di Craxi, di Falcone, del Papa (Berlusconi, all’epoca, se lo filavano ancora in pochissimi, pensate che meraviglia); mi ricordo quelle parole magiche, avviso di garanzia, perchè mi sono fatta spiegare cosa volesse dire, visto che ne parlavano tutti; naturalmente mi ricordo dell’Hotel Raphael e delle monetine; più di ogni altra cosa, mi ricordo distintamente quell’elettricità nell’aria, e un senso di felicità e di rivalsa, assolutamente trasversale e contagioso, in chiunque. Chiunque. La gente comune, intendo, si sentiva liberata di un peso enorme e, finalmente, qualcosa che sembrava impossibile – rovesciare un sistema di poteri profondamente ingiusto ma talmente radicato da apparire immutabile – si stava realizzando, ed era anche più facile del previsto.

Quello di cui non mi capacito è: se me lo ricordo io, che all’epoca avevo dieci anni, che ero una bambina che si preparava a finire le scuole elementari e che leggeva le novelization di Beverly Hills 90210 di nascosto sotto il banco, com’è possibile che tutti gli altri, quelli che magari di anni ne avevano venti, o trenta, o quaranta, o più, adesso si facciano raccontare queste balle colossali sulla guerra civile, l’abuso di potere dei giudici, il colpo di stato politico, e tutte le puttanate che, in questi giorni di riabilitazioni arbitrarie, vengono vomitate dalla bocca dei più svariati parlamentari&opinionisti? Come diavolo è possibile? Loro c’erano! Loro erano adulti, e consapevoli! Magari non erano attenti alla politica come i miei genitori, ma erano comunque tra quelli felici, tra quelli che spulciavano il Corriere per sapere chi sarebbe stato il prossimo, tra quelli che a Craxi gli avrebbero tirato robe ben più pesanti.

Io posso anche capire che quando senti Gasparri dire che lui è stato eletto nel ’92, quasi ti viene da rimpiangere Forlani e Citaristi, ma sospetto che non sia questo il motivo. E’ questa cosa assurda che non riesco a spiegarmi, la stessa magia della crisi che scompare, perchè alla tv Barbara D’Urso e l’Italia sul 2 ti dicono che non c’è, e tu ci credi, anche se il vero motivo per cui stai guardando l’Italia sul 2 al pomeriggio è, probabilmente, che non trovi uno straccio di lavoro. Come credere alle previsioni del tempo che ti dicono che c’è il sole mentre fuori piove. Che aprire la finestra fa fatica, e poi se lo fai sei un pessimista comunista stalinista leninista maoista castrista sterminatore di dissidenti nei gulag.

Del 1992 ho anche altri ricordi, indelebili e collettivi. Un’autostrada divelta, sotto il sole. E una via di un quartiere residenziale di Palermo, neanche due mesi dopo, strabordante di auto della polizia, e di pianto. E ricordo una rabbia sorda e un dolore impotente, anche quello diffuso, tra tutti, da Nord a Sud, senza divisioni. Ecco, quella volta lì, forse, mi sono sentita italiana. Ma, forse, quella sensazione, chissà, l’ho solo immaginata.


e vai di avatar

che sballo!

Io ho una compagnia di amici che non vanno mai al cinema. Non tutti, eh, ma mediamente. Dicono anche cose tipo “io, per principio, sono contro il cinema”, cose che io faccio fatica a capire, ma d’altra parte io ho perso anni della mia vita a studiarlo, il cinema, e quindi non sono propriamente imparziale, in questo campo. Comunque. Questi miei amici qui, a vedere Avatar ci sono venuti. Di lunedì sera, al secondo spettacolo, e il secondo spettacolo è finito quasi alle due di notte. Per dire, la potenza di James Cameron. E del marketing.

Ora, non ha molto senso che io mi metta a fare un post su Avatar, dal momento che tutto quello che se ne poteva scrivere è già stato scritto abbondantemente, in questo mese di programmazione planetaria, questo mese che separa l’Italia dal mondo civile. Non è che dobbiamo per forza dire la nostra, sempre.  Ma anche sì, dai. Fondamentalmente, penso di Avatar quello che hanno detto in molti, è un grande film popolare, e anche un trionfo di visioni. Tipo quando è nato il cinema, che la gente andava a vederlo solo per fare “wow”. Che la cosa figa era il treno che si muoveva e il cowboy che ti sparava guardandoti negli occhi. Poi, ecco, condivido con altri che, già che ci hanno speso dei miliardi, potevano pure pensare di assumere, tipo, uno sceneggiatore. Non dico tanto per la storia, che è vero che è prevedibile e stravista, ma chi se ne frega, è una storia che funziona da sempre, dico proprio per i dialoghi e la definizione dei personaggi.

Quello che volevo dire è che Avatar, mentre lo vedevo, mi ha ricordato cos’è che, ai tempi, mi aveva fatto sbarellare di Titanic. No, non sto parlando di Leonardo Di Caprio, in Avatar Leo non c’è, e quest’altro tizio che hanno preso non ha neanche un decimo del suo carisma. Parlo del fatto che, quando vidi Titanic per la prima volta, poi, dopo, mi sembrava di esserci stata davvero, sul Titanic. Di conoscere le venature del legno sui corrimano, e gli scricchiolii dei pavimenti quando ci cammini, e il gelo delle scale di metallo. E’ una sensazione strana, che mica succede con tutti i film. Ecco, la stessa cosa mi è successa con Avatar, e naturalmente non si può ignorare il fatto che, se il Titanic lo puoi ricostruire in scala 9/10, come fece Cameron ai tempi, il mondo di Pandora non esiste da nessun’altra parte che non sia lo schermo su cui viene proiettato.

Ecco, a me queste son cose che fanno sbarellare. Questa cosa che con il cinema puoi creare delle cose che non ci sono e, se lo fai bene, almeno per la durata del film la gente può dimenticarsi che quelle cose non esistono per davvero, e crederci. Per me questa è una cosa potentissima e che, tutte le volte, mi riempie di meraviglia.

Ah, e comunque, la foresta di Pandora, di notte, è uno sballo totale.

[Poi, da vera cinefila, mi fanno sbarellare anche tutte queste cose metafilmiche sulla visione, il vedere,  l'occhio, il sognare, l'essere immobilizzati in un corpo ma vivere delle avventure pazzesche attraverso un altro mezzo - un avatar, uno schermo - e da vera fissata di internet & nuovi media, mi prendono bene anche queste riflessioni sull'essere tutti collegati, stabilire legami con il mondo attraverso una treccia/porta usb, e via dicendo. Ma anche queste cose, e molte altre, sono già stata ribadite a destra e a manca, per cui basta].

[Ah, no. Volevo dire un'ultima cosa che l'uscita di Avatar ha messo in evidenza: così, a titolo personale, ribadisco il mio odio per quelli che dicono cose tipo "non ho bisogno di vederlo per parlarne male", "è già il film che più ha incassato nella storia, dev'essere per forza una cagata", e via dicendo. Ecco, ma perchè? Io pure Twilight ho visto, prima di criticarlo. E anzi, sto pure leggiucchiando i libri, per poter dire, con maggior cognizione di causa, che è una puttanata galattica. Perchè comunque, un pochino, mi interessa capire cosa faccia impazzire milioni di persone. Altre cose, che non mi interessano, non le vedo/leggo/ascolto, però nemmeno ne parlo male, che poi senza sapere di cosa si sta parlando, non c'è neanche gusto, nè vero divertimento].


nel blu dipinto di blu

ragazzi italiani

Recentemente, Tumblr mi porta in dono questa perla: l’esistenza di un gruppo di Facebook intitolato “no ai matrimoni misti: sposate italiano!”. Ho fatto una ricerca su Facebook e non l’ho trovato, chissà, forse l’hanno già chiuso, ma non è questo il punto. Rileggo tra le info del gruppo, dove dice: “In Italia il numero di stranieri non europei, di colore soprattutto, cresce e non solo a causa dell’immigrazione regolare e clandestina ma anche perchè sono in costante aumento le coppie miste che decidono di sposarsi e di mettere al mondo figli ‘ibridi’”. Mi torna in mente una discussione avuta qualche tempo fa con i miei amici, reazioni stupite alla mia dichiarazione “io non mi sento italiana”. Non (solo) nel senso che i miei connazionali, mediamente parlando, ultimamente mi fanno schifo. Nel senso che proprio, io, non capisco cosa voglia dire, essere “italiani”.

Rileggo quelle dichiarazioni lì dei gruppi di Facebook razzisti, e l’immagine che mi si forma davanti è di un’infinita tristezza. Giovani (perchè la maggior parte sono giovani) tristissimi, tutti chiusi nel loro paesino di provincia a parlare con amici identici, delle stesse identiche cose (presumibilmente il calcio, la figa e Vasco, ma lo so, sto generalizzando, e generalizzare è male, però era per rendere l’idea). Voglio dire, ma che, davero? Cioè, tu a vent’anni non vuoi vedere il mondo, conoscere più cose nuove possibile, imparare delle lingue diverse, riempirti gli occhi di meraviglia, scoprire sapori di cui non sospettavi l’esistenza, chiacchierare con qualcuno che abbia una vita completamente diversa dalla tua, sapere cosa succede in giro? Davvero tu, a vent’anni, sei contento così? Perchè è questo il tipo di persona che mi figuro, quando leggo cose come “preserviamo le nostre tradizioni dalla contaminazione degli stranieri”.

Io non mi sento italiana, perchè non so proprio cosa voglia dire. Che parlo italiano? Che ho studiato Dante e Manzoni? Che mi riconosco nei valori della Costituzione della Repubblica? Che sono in grado – più o meno – di capire come funzioni qui da noi la politica, mentre già uno svizzero o un austriaco, cercando di comprenderla, si farebbe esplodere il cervello? Ecco, tutto ciò è vero, ma, come dire, gli animatori di quei gruppi lì non mi sembrano proprio (mediamente, eh, sto sempre generalizzando) dei fini conoscitori della lingua italiana, degli intellettuali italiani, della storia d’Italia, delle sue peculiarità politiche e della sua Costituzione.

Io non sono cattolica, anzi, non sono nemmeno credente. Ho bisnonni sloveni, croati, austriaci, serbi. Ho zii americani. Non guardo quasi mai la televisione italiana, ma tutti i giorni vedo telefilm statunitensi e, talvolta, inglesi. Leggo blog e quotidiani stranieri. Mi piace la pizza, è vero, ma credo che al 95 percento della popolazione mondiale piaccia la pizza: non mi sembra un dato rilevante. Però adoro il kebab e il sushi, e mi fanno schifo la trippa e la cassoeula. Sono certa di avere molte più cose in comune con un qualunque nerd appassionato di serie tv e, che so, di Harry Potter, che vive tipo a Kuala Lumpur o sull’Isola di Pasqua o in Patagonia, rispetto a quante somiglianze condivida con il mio vicino di casa lombardo che vota Lega e aspetta con ansia la prossima puntata di Porta a Porta. Però sono molto fiera che i miei nonni abbiano fatto la Resistenza, e tifo Italia ai mondiali di calcio e alle Olimpiadi.

Sono italiana? Oppure no? Sono contaminata, o ibrida? Ed è italiano oppure no il mio vicino di casa lombardo che vota Lega, non ha mai letto Dante, dice “se io avrebbi” e rimpiange Mussolini? In definitiva, è una distinzione che abbia davvero un qualche senso?

Non lo so. [Non è vero, lo so benissimo: non ha senso alcuno, punto. Era un "non lo so" retorico]. Preferisco pensare che io sono libera. Libera di non sentirmi straniera da nessuna parte. Mentre, probabilmente, il mio vicino di casa lombardo&leghista, si sente “straniero” e “diverso” a venti chilometri da qui.


alternative to what?

be your own hero

Ora, io mi rendo perfettamente conto che, dopo avermi letto distruggere criticare (500) Days Of Summer, quando vedrete quello che sto per fare, ovvero dire che invece mi è piaciuto Whip It, la vostra reazione sarà, legittimamente, un robusto mavaccagare. Ne avete tutti i diritti, lo so, ma questo non cambia il fatto che Whip It, invece, mi sia piaciuto.

Sarà che a me Drew Barrymore è sempre stata simpatica, fin da quella volta in cui, da piccola, ho letto la sua storia sul Gente di mia nonna (sì, mia nonna legge Gente e Famiglia Cristiana, e quando vado a casa sua a trovarla, dò sempre un’occhiata al Gente, perchè dal parrucchiere non ci vado quasi mai, e quando ci vado mi porto un libro, ma comunque sul gossip bisogna sempre tenersi informati, non sai mai in che conversazioni ti capiterà di trovarti, prima o poi]. Ma dicevo, ero piccola, tipo età delle medie, e ho letto sul Gente la storia di questa tipa che era la bambina di E.T. ma che poi, la dura vita del mondo dello spettacolo e tutto il resto, praticamente a 9 anni era un’alcolizzata, a 10 anni si fumava le canne, a 12 anni tirava su delle piste che non vi dico (così diceva il Gente). Poi dopo l’ho vista in Poison Ivy (La mia peggiore amica, o qualcosa del genere) che faceva la fighissima stronza, e insomma, non so com’è, ma era già all’epoca uno dei miei personalissimi miti. Dopo si è ripulita – mah – e ha cominciato a fare delle commedie smielose tipo Never Been Kissed o 50 First Dates, e vabbè, però anche a produrre Donnie Darko e a fare un sacco di soldi con le Charlie’s Angels, e adesso se ne esce a fare la regista di questo Whip It, la cui protagonista assoluta è Ellen “Juno” Page, e, sono sicura di avervelo detto, ho un debole per Ellen Page, perchè è bassa quanto me.

[Ho un debole per tutte quelle basse quanto me, categoria che include, oltre ad Ellen Page, anche quelle due tope atomiche di Kylie Minogue e Kirsten Bell, e sono sempre lieta di poter confermare la profondamente veritiera e incancellabile legge della vita che recita nella botte piccola c'è il vino buono]. [Questa regola non vale per gli uomini, come dimostrano, che so, Brunetta o Berlusconi].

Perchè mi è piaciuto Whip It? Che, in fondo, uno potrebbe dirmi, è un filmetto adolescenziale come tanti altri, mescolato a un filmetto di sport come tanti altri, e come tanti altri filmetti adolescenziali/di sport segue il consueto schema “il mondo non mi capisce – figata, ho trovato lo sport che fa per me! – figata, ho trovato pure il tipo/la tipa! – porcapaletta, i miei mi hanno sgamato, il tipo mi ha mollato, va tutto a rotoli, il mondo mi odia again – tutto si risolve giusto in tempo perchè io possa mostrare al mondo quanto sono kick ass in questo sport che fa per me”. Ecco, Whip It va esattamente così, e con tutti gli stereotipi del caso, tra cui la madre soffocante che però alla fine lo fa per il tuo bene, il morosino stronzo che però alla fine non ti merita, la migliore amica che a un certo punto litigate ma poi fate la pace e trova il moroso anche lei, etc etc, e anche una scena d’amore in una piscina chiusa, figuratevi il clichè (però quella scena lì è girata notevolmente bene).

In realtà, la prima, banalissima cosa che mi sento di dire, è che, in fondo Whip It è un film onesto. Non pretende di essere più di quello che è – cosa che, di per sè, non è un merito, anche Natale a Beverly Hills non pretende di essere niente di più di una puttanata intollerabile a base di volgarità e tette al vento, e non per questo mi viene da fargli i complimenti, anzi, se mai, da vomitare. Ma insomma, quello che Whip It vuole essere è proprio un film adolescenziale/di sport, senza grandi verità sulla vita, se non la prevedibile formula “sii te stesso, trova la tua strada, fai la tua cosa, e sarai felice”. Dentro questo genere, funziona molto bene, ha tutte le sue cose giuste al momento giusto, e gioca egregiamente con quel meccanismo di previsioni e attese che ha uno spettatore, quando va a vedere un film da cui sa già cosa aspettarsi.

In più, Whip It ha dalla sua il fatto di essere un film su uno sport divertentissimo. Uno sport praticamente sconosciuto qui da noi, ma in Usa, dicono, fosse di gran moda fino agli anni Settanta, e adesso è di nuovo sulla cresta dell’onda, riportato in vita dalla sottocultura punk e oggi praticato soprattutto da ragazze: il roller derby. Il fatto che sia sul roller derby e non sulla pallavolo o su un gruppo di cheerleader o su una compagnia di danza, porta una serie di benefici non indifferenti:

  • Le protagoniste (tra l’altro, oltre ad Ellen Page e Drew Barrymore, ci sono Zoe Bell e Eve e un’adorabilmente bitch Juliette Lewis) sfoggiano un look punk/alternative che, sì, è molto trendy, è vero, però su di loro fa la sua porchissima figura.
  • Le ragazze si menano. E non nel senso che potete sperare voialtri maschietti arrapati stile lotta nel fango; nel senso che, finalmente, graziealcielo, si vede un film in cui le ragazze, invece di tirarsi i capelli e infamarsi a vicenda nei corridoi della scuola, risolvono i propri attriti con uno spintone ben assestato. Che non è un elogio alla violenza, sia chiaro, lungi da me. Però insomma, non è che noialtre si sia così fragili da romperci al primo soffio di vento. (Ho adorato la scena in cui le giocatrici si confrontano i lividi raccolti durante la gara, vantandosene. Scena già vista e interpretata nei miei più che reali spogliatoi di danza, perchè i lividi si portano come orgogliose cicatrici, oh, yeah).
  • Di conseguenza, ci sono un bel po’ di sequenze in cui le ragazze si divertono, senza rimorsi. L’abusatissima food fight, per esempio, o gli scherzi un po’ goliardici, le prese in giro ai danni del coach, etc. Si divertono i personaggi, si divertono le attrici, ti diverti tu. E infatti Drew Barrymore si ritaglia la parte secondaria di una fattona attaccabrighe violentissima, e secondo me si è divertita un casino a interpretarla, e infatti fa davvero, davvero ridere.
  • [Da questo punto in poi è spoiler, fino alla fine dell'elenco puntato, dopo l'elenco puntato potete tornare a leggere senza problemi] Alcune scelte, apparentemente marginali, mi sono piaciute tantissimo, e sono tali, a mio avviso, da dare un sapore speciale al film. Il fatto che non vincano, alla fine, per esempio. Te lo aspetti, e invece no, ma va bene lo stesso. Va bene lo stesso, perchè vincere, in questa storia, non era il punto. Va bene lo stesso, perchè comunque da sfigate totali sempre ultime arrivano seconde, e mica fa schifo. Va bene lo stesso, perchè l’ansia da competizione non è mai stata nelle loro corde. Non è questione di buonismo alla De Coubertin, è proprio che, in questo caso, davvero, l’importante è partecipare, essere felici scivolando su otto rotelle, in mezzo a un pubblico che acclama, divertendosi un mondo.
  • Sempre in quest’ottica che “w lo sport”, bello il personaggio di Juliette Lewis, che vuole comunque batterti sul campo e non facendo la spia (basta con le ragazze gnè gnè, perdio), bella la scena in cui Bliss/Babe Ruthless subisce un colpo fortissimo, cade a faccia a terra, il silenzio si fa assordante e tu speri fortemente “no! vi prego! un’altra Million Dollar Baby no!” e invece piano piano si rialza, da sola, alza la mano a rassicurare tutti e ritorna ai blocchi di partenza, per l’ultimo round. Una piccola metafora, di come si può cadere e rialzarsi, di come, ancora una volta, non si sia fatti di vetro e perennemente fragili; e anche, da un’altra prospettiva, un parallelismo tra la crescita di Bliss e il distacco dai genitori, i quali devono guardare, da lontano, impotenti, che la figlia si rialzi, questa volta  senza il loro aiuto.

E dunque. Sì, questo film mi è piaciuto, e potrebbe diventare anche un mio piccolissimo culto. [Infatti, nel frattempo, ho già iniziato a plagiare chi mi sta intorno, con risultati direi soddisfacenti]. Ah, negli Stati Uniti il film è uscito il 9 ottobre 2009, in Italia uscirà boh. Non c’è ancora una data. Notare che nel cast sono presenti, come già detto, Ellen Page, Drew Barrymore, Juliette Lewis, Zoe Bell, Eve, e aggiungeteci Jimmy Fallon e Marcia Gay Harden. Bah. Vabbè, tanto si trova.


un grande paese

il logo più bello degli ultimi centocinquant'anni

Quando la scorsa primavera/estate è venuto fuori tutto il bordello (ed è proprio il caso di usare questa parola) su Berlusconi Papi Letizia Noemi la D’Addario Topolanek le veline Tarantini Veronica “miomaritoèmalato” Lario, ho pensato che in fondo un po’ mi dispiaceva che, con tutte le merdate immonde fatte dal Silvio in tanti anni di onorata carriera criminale, venisse mandato a casa per una questione di corna & zoccole. Voglio dire, un po’ come Al Capone che era un big boss mafioso, ma è stato incastrato per una storia di tasse non pagate. Intendiamoci, qualunque modo di togliersi dai piedi gente del genere è ben accetto, però che uno vada a troie o a trans o tradisca la moglie sono più che altro cazzi suoi, la politica non c’entra niente – certo, a meno che il politico in questione non mi sfracassi la minchia con puttanate sulla sacralità del matrimonio e della famiglia, impedendomi dei diritti sacrosanti, perchè questo sì, questo mi fa incazzare.

E insomma, per fortuna ho dovuto ricredermi. Per fortuna viviamo in un grande paese, ragazzi, un paese dalla mentalità talmente aperta che l’immagine del vecchio porco non è stata scalfita minimamente dal suo andare a mignotte; la cattolicissima Italia che, in nome di cattolicissimi valori morali, sfascia la faccia agli omosessuali che – sacrilegio! – osano addirittura pretendere di camminare per strada, la cattolicissima Italia che non lascia morire in pace Eluana Englaro o Piergiorgio Welby, la cattolicissima Italia che ti costringe a girare venti ospedali prima di trovare un medico disposto a prescriverti la pillola del giorno dopo, questa cattolicissima Italia qui è già tutta pronta a rivotarlo in massa, lui e il suo Partito dell’Amore, contro il perfido Network dell’Odio.

Certo, infiniti ringraziamenti vanno profusi alla Sinistra dell’Amore, una sinistra dal cuore talmente grande da non chiedere nemmeno le dimissioni del farabutto che rivela segreti di stato nel lettone di Putin, che regala poltrone in cambio di un pompino, che ci fa vergognare dei nostri natali ogni volta che noi si varchi il confine per andare in un paese civile. Una sinistra generosa, che accoglie a braccia aperte il Grande Centro di Pierferdy, i Radicali, CHIUNQUE, tranne fomentatori d’odio&violenza, come quello là, quel Nicky Vendola, no no, lui no, è cattivo e pessimista e pure frocio. Una sinistra che prepara con caaaaaaaaaaaaaalma la peggiore campagna elettorale che io abbia mai visto. Negli ultimi centocinquant’anni.

Intanto, un paese della Calabria è infiammato da una guerra civile tra braccianti africani e cittadini italiani.  La caccia al negro è uno sport diffusissimo. Intanto la disoccupazione cresce, i primi a farne le spese sono i giovani, soprattutto i laureati, che non trovano un lavoro che non sia precario a vita, ma Castelli da Santoro dice che è colpa loro, dei giovani, perchè non hanno voglia di lavorare, lui quand’era alle elementari con Formigoni in una classe di 220 bambini si alzava alle quattro del mattino e andava a dormire alle cinque di notte (o qualcosa del genere). La Gelmini istituisce le quote di stranieri nelle classi. Un paio di giunte pidielline sgombrano campi rom proprio nella notte in cui fa meno tredici gradi. Brunetta vuole cambiare il primo articolo della Costituzione, forse perchè i lavoratori invece di lavorare decidono di passare al gelo le feste di Natale, a godersi il panorama innevato dai tetti delle fabbriche dove rischiano il licenziamento.  Non funziona niente. Ma niente di niente. E il film di Natale di Neri Parenti viene dichiarato film d’essai (e non ditemi che non c’entra, perchè tutto c’entra, tutto si tiene).

Questo grande paese, così generoso e aperto, seduto davanti a una tv che gli racconta una realtà fittizia, e lui ci crede, beato, basterebbe affacciarsi alla finestra per capire che sono tutte frottole, ma no, a lui piacciono le favole. Del resto, si sa, dai, noi italiani, in fondo, siamo dei bambinoni, bonaccioni, simpatici, allegri, ci piace la pizza, ci piace cantare, il sole, il mare, il tramonto, e la mamma è sempre la mamma, e se puoi fare il furbo lo fai, e che sei, scemo?

Questo grande paese, vaffanculo.


brown years #2

frank

“Io, Frank, dal vivo, l’ho visto quattro volte. Quattro volte. La più memorabile è stata nell’estate del Settantaquattro, al Vigorelli, a Milano. Perchè c’era Beppe, Beppe Facciadicavallo, che lavorava insieme al service, insomma, montava e smontava il palco, e così Beppe Facciadicavallo ci ha fatti entrare prima per sentire il soundcheck e così ci siamo ritrovati tutti sotto il palco, a pochissimi metri da lui, da Frank, che faceva il soundcheck, provava, riprovava, parlava con i tecnici, faceva suonare ognuno degli altri musicisti, uno alla volta, sistemava le luci, accese, spente, accese, spente.

Accanto a noi, appoggiato alle transenne ad ascoltare il soundcheck c’era Cucciolo, del Banco del Mutuo Soccorso. Il Banco erano quelli che cantavano Non mi rompete – ‘non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno…’ – e lui lo chiamavano tutti Cucciolo, perchè era davvero enorme, e con un sacco di barba e capelli, sarà pesato duecento chili, non so. E insomma, a un certo punto, dopo mezz’ora di luci accese, luci spente, luci accese, luci spente, Frank si è rotto le palle, si è fatto dare una scala a pertica lunghisssssima ed è salito su lui, da solo, a sistemare le luci. Solo che a un certo punto deve aver perso l’equilibrio, perchè la scala si è messa ad ondeggiare paurosamente, e lui è rimasto appeso al traliccio, con i piedi che scalciavano nel vuoto. Tutti guardavamo in su, con il fiato sospeso.

E’ stato un attimo, poi con le gambe è riuscito a riacciuffare la scala, è sceso ridendo e ha detto basta, apposto, andiamo a cenare, che è meglio. Noi siamo rimasti lì, con la sera che veniva giù piano, noi, e anche Cucciolo del Banco del Mutuo Soccorso, e tutto il resto del pubblico che lentamente, come la sabbia di una clessidra, riempiva il prato. Il pubblico che aveva comprato il biglietto, eh, perchè costava duemilalire e tutti dicevano che era troppo, un prezzo assurdo, io lavoravo e me lo potevo permettere, e così l’avevo comprato, ma fuori dal Vigorelli c’era pieno di gente incazzata nera che voleva entrare, perchè duemilalire erano uno sproposito, e poi la musica è di tutti, echeccazzo.

A un certo punto, si sentivano già i cancelli che tremavano, perchè tutta la massa di gente senza biglietto si era accalcata lì addosso, e faceva casino e voleva entrare, ed era ormai quasi buio. Abbiamo sentito un suono di chitarra venire dal palco, un suono tutto distorto che non somigliava a niente, però non si vedeva nulla, perchè le luci erano tutte spente e il palco era buio, si sentiva solo quest’improvvisazione di chitarra che si rimasticava su e giù le note, e si vedeva solo un minuscolo puntino rosso, una luce piccolissima che bruciava in mezzo al nero.

Poi abbiamo capito cos’era, era la Winston Rossa di Frank appoggiata sulle chiavi della chitarra di Frank, ed era la chitarra di Frank quella che si stava mangiando su e giù le note, ed era Frank che improvvisava, avanti e indietro, aspettando. Sì, aspettava. A un certo punto i cancelli sono venuti giù, e tutta la gente, come un fiume tranquillo, è dilagata all’interno, è andata a prendersi il proprio posto, ha riempito gli stracci di prato rimasti deserti.

A quel punto, allora, Frank ha smesso di suonare. Ha raccolto la sigaretta e ha aspirato l’ultimo tiro. Le luci si sono accese. Il resto del gruppo, pezzi dei Mothers Of Invention, lo hanno raggiunto sul palco. Frank li ha presentati, uno ad uno. E poi, ha dato inizio al concerto.”

A proposito di anni marroni.

[Per amor di completezza, aggiungo che un caro amico del Pierlu - il Pierlu è, naturalmente, il portatore sano di questo ricordo - un caro amico del Pierlu ha impostato Non mi rompete del Banco del Mutuo Soccorso come propria segreteria telefonica.]


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