migrare, migrando

do-the-right-thingVia via.
Andiamo via di qua.

Migrare è qualcosa a cui penso spesso. L’ansia della fuga mi assedia: è una questione di sopravvivenza. E’ una questione di qualità, non una formalità.

Migrare. Ha il suono dolciastro di un tramonto di luglio – quei tramonti sfiniti che si trascinano lenti, insidiati solo dalle prime stelle. Ha il retrogusto agrodolce di una resa, e la frenesia elettrica di cento alternative.

Migrare è un’ipotesi ingombrante che si accoccola dolce dentro una tazza di porcellana, tra i fondi del caffè e le decorazioni in rilievo. Sta intrecciata nell’ordito di una sciarpa colorata da bandiera della pace. Si scalda nella lana dei guanti, nelle pieghe larghe di pantaloni indiani, nei rimasugli di tè impigliati nel colino.

Migrare è un’idea che cola molle come miele in un barattolo. E’ la risposta naturale a un presente ostile. Il sogno soffocato di un’altra possibilità.

Migrare è un corteo lungo e festoso, acceso di musica che rimbalza sui tamburi. Ha la consistenza pastosa dei colori a dita, le piante sporche di chi cammina a piedi nudi. Migrare è non aver paura di niente: coltivare, contro ogni evidenza, la fiducia sfrontata in un’umanità che non ti farà mai sentire straniero.

Migrare è il riflesso tagliente di una zattera solitaria, orfana nella solitudine catodica. Consuma come il sale assolato dell’oceano. Ha il freddo dei portici deserti di gennaio. Il sapore disgustoso di pomodori avvelenati.

Via via.
Andiamo via di qua.
Niente più ci lega a questi luoghi, neanche i marciapiedi grigi.

Migrare ha la forza di un immaginario in pellicola: è una strada lunghissima, un’auto scoperta, i capelli nel vento. Ritmo sincopato jazz in una cantina ammuffita. Scalette antincendio sul retro. Il fumo di Londra. Il profumo di brioche di Parigi.

Migrare è il fischio di un treno che corre sbuffando e spia dentro i cortili. Ci trova panni stesi che odorano marsiglia e graffiti scrostati dalla pioggia di ieri. L’illusione che, volendo, puoi saltar su, dall’oggi al domani, e andare a costruirti un altrove. Migrare è la promessa di un’avventura centenaria.

Migrare è Ulisse e Indiana Jones. I nostri sogni di bambini che rifiutano di crescere. Di invecchiare. Di morire prima di essere morti. Migrare è guardare il cielo e innamorarsi delle nuvole veloci. Chiedersi che fine facciano d’inverno le anatre di Central Park. Stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar.

Migrando è la speranza resistente di un posto migliore. Serve soffiarci sopra, come sulle braci, per non restare senza luce. E’ una questione di sopravvivenza. Una questione di qualità. Non una formalità.

Migrando è un posto bellissimo, e il fatto che stia in mezzo a Busto è una cosa che non ci si crede. Sta in un cortile grande che d’estate i bambini colorano coi gessi e i ragazzini ci giocano a basket. Ha le pareti gialle e gli scaffali pieni di roba. Vende caffè che sa davvero di caffè, tè che sa davvero di tè, cioccolato che sa davvero di cioccolato. Offre coccole al cocco e mielella. Migrando, come tante botteghe del commercio equo, sta passando un periodo di merda. Il fatto è che senza Migrando l’asfalto di Busto ci soffocherà davvero. Ieri sera abbiamo fatto uno Slam Poetry in sostegno alla bottega – che, per inciso, è aperta tutte le domeniche fino a fine mese e fa il 25 percento di sconto su tutto l’artigianato. Andateci (non oggi, ché il lunedì invece è chiusa) -, c’era un bel po’ di gente e abbiamo letto delle cose, una roba di lacrime, ma di lacrime buone da mangiare. Io ho scritto e letto questa cosa qua sopra, e ora la posto qui per chi vuole. Qui, invece, potete andare a leggere il pezzo scritto da Carolina Crespi.

Ci vediamo in bottega.

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c’era due volte, e c’è ancora

Il 21 aprile di quest’anno i barabbisti sono calati su Busto Arsizio per cantare le Schegge di Liberazione. Da un sacco di tempo mi dicevo quanto sarebbe stato bello fare le Schegge a Busto, in pratica dalla prima volta che ho saputo che dall’ebook avevano tirato fuori un reading. Ce l’abbiamo fatta con l’associazione 26per1, che in fondo forse era destino, visto che quando i barabbi hanno deciso di lanciare l’idea dell’ebook collettivo sulla Resistenza il loro appello iniziava con “Barabba dice 26×1″, quindi, forse, era solo questione di tempo. Ne scrivo solo ora perché, si sa, il tempo che manca e tutto il resto, e anche per altre ragioni più personali sulla mia appartenenza a 26per1. Ne scrivo per dire che è stato bellissimo.

I barabbi sono arrivati, e finalmente ci siamo guardati nella faccia, e ci abbiamo letto un bel po’ di quell’entusiasmo che spesso ci sembra labile e volatile come la nebbia del mattino. Piovigginava, ma c’era anche quell’aria strana di quando ti riconosci anche se non ti sei mai visto prima. I barabbi venivano un po’ dall’Emilia, un po’ dalla Romagna, un po’ dalla Brianza, un po’ da altre parti, e in men che non si dica erano tantissimi, con le parole di carta e di pixel pronte a diventare vive, a farsi di voce e di musica. C’erano anche i musici, Simonerossi e Bicio e Gianluca. Gianluca è un contrabbasso, Simone e Bicio no, e per farsi perdonare quando ti vedono ti abbracciano fortissimo, e ti accorgi che di quell’abbraccio lì avevi proprio bisogno. Suonano sempre, qualsiasi cosa, e ti danno un po’ la sensazione di aver capito tutto, o quanto meno di aver capito abbastanza, che poi è la stessa cosa. Abbiamo mangiato e parlato e riso molto e poi siamo andati a fare le Schegge.

La sala era piena di facce attente, occhi spalancati, pensieri densi e concentrati sul cono di luce dentro cui i barabbi leggevano e suonavano. I racconti si sgranavano via uno dopo l’altro, e qualcuno faceva sorridere, e tanti facevano piangere. Io stavo abbarbicata su una scaletta di metallo, guardavo dall’alto, le guance un po’ gonfie di lacrime e di emozione. E mentre ascoltavo ripensavo a quel romanzo di Gianni Rodari, che da piccola leggevo e rileggevo, quello che si intitola C’era due volte il barone Lamberto. Il barone Lamberto era un signore molto ricco e molto buono che viveva su quell’isola che sta in mezzo al Lago d’Orta. Una volta il barone Lamberto era andato in Egitto e lì aveva incontrato una specie di santone che gli aveva svelato il segreto per l’immortalità: bastava che ci fosse sempre qualcuno a ripetere il tuo nome, allora non potevi morire. Così il barone Lamberto, tornato a casa, aveva assunto un po’ di gente che, a turno, ripeteva in continuazione Lamberto Lamberto Lamberto. Dovete sapere che c’era pure un giovinastro inutile ottuso e lazzarone che, solo per il fatto di esser suo parente, voleva ereditare i miliardi del barone Lamberto e, stufo di aspettare che il barone schiattasse, cercava in tutti i modi di farlo fuori, ma quello niente, il mattino dopo si presentava per colazione fresco fresco e in formissima, più vivo che mai.

Ecco, pensavo al barone Lamberto e a noialtri lì a cantare la Resistenza e la Liberazione, con la musica le parole i ricordi, a renderle dense e palpabili tra le pareti del teatro e gli occhi attenti della gente, pensavo che finché continuiamo a cantarle, a ripeterle, a dar loro peso e forma, non ci saranno giovinastri avidi e ottusi o revisionisti in malafede che tengano. Loro resteranno vive e forti, e ci libereranno ancora e ancora e ancora.

Per questo il 10 giugno io me ne vado a Carpi ad ascoltare ancora le Schegge insieme alle Mondine di Novi di Modena, e invito tutti ad andarci. E’ una roba di lacrime e brividi, dicono i barabbi, e ve lo dico anch’io. Fidatevi. Ché di ripetere certe canzoni non ci si stanca mai, almeno finché si è vivi. E nemmeno di essere, ancora e sempre, partigiani.

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femmine contro femmine

lotto marzo

Scrivo questo pezzo un po’ così, consapevole del fatto che ripeterò molte cose dette (anche meglio) altrove, da molte donne impegnate da sempre sulle questioni di genere. Ci rimugino dall’8 marzo, quando un mio collega mi ha fatto leggere un articolo, credo su Alias, in cui si sollevava il problema del “moralismo femminista”. L’8 marzo, tra l’altro, da quando sono entrata nell’agognato “mondo del lavoro”, assume sempre più i connotati di una festa strana e imbarazzante: da un lato viene percepita dai più come qualcosa d’inutile, di ridondante, quando non è la deprimente (perchè una tantum) occasione per le “femmine” di andare a sbronzarsi tutte insieme senza “maschi”; dall’altro, ribadirne l’importanza concettuale di tappa fondamentale dell’imprescindibile percorso di lotta per l’uguaglianza scatena la reazione annoiata di “che palle, tu e il tuo femminismo”.

[Sempre per inciso. Il mio 8 marzo è iniziato con il canonico “auguri a tutte le donne!” pronunciato entusiasticamente da un uomo, che si è subito premurato di aggiungere “e noi uomini, perchè non ce l’abbiamo una festa? Con tutto quello che ci fate sopportare!”. Ecco, appunto.]

Ma veniamo a questo problema del “moralismo femminista”. L’articolo sottolineava come il discorso sul femminile degli ultimi anni – per capirci: l’attenzione mediatica sollevata dal movimento Se non ora quando, con quella manifestazione partecipatissima in pieno governo Berlusconi – sembri contenere in sè un contraddittorio passo indietro. Le femministe che deplorano le veline scostumate, i festini del Cavaliere, le pubblicità pullulanti donne oggetto, le giovani che si concedono al potere per far carriera andrebbero contro quanto il femminismo storico chiedeva di ottenere, la libertà per la donna di gestire il proprio corpo e la propria sessualità come le pare e piace, senza sottostare ai diktat di nessuno.

Da sempre si sa che la questione di genere è complessa e spinosa, perchè si fonda su archetipi e stereotipi culturali vecchi di secoli. Tanto che tra le argomentazioni di chi sostiene come inevitabile e giusta la differenziazione di ruoli maschili e femminili c’è sempre questo supposto “ordine naturale delle cose”. C’è la religione, ci sono i miti, le leggende. Ci sono abitudini radicate tanto nel profondo di ciascuno di noi, anche dei più preparati a difendersi dallo stereotipo del pregiudizio. E poi c’è la propensione a cascare nelle provocazioni, con entrambe le scarpe. E ancora, l’evidenza, spesso dimenticata per questioni di comodo, che “le donne”, proprio come “gli uomini”, non sono una massa compatta e indistinta, ma tanti singoli individui, unici e differenti tra loro.

Allora rieccola, la favola di Biancaneve – sarà un caso, tra l’altro, il proliferare di riletture cinematografiche e televisive sull’argomento? Tutte, tra l’altro, con grandi icone hollywoodiane della femminilità che alla soglia dei 40 anni interpretano la Strega Cattiva terrorizzata dalla (perdita della) giovinezza? In sostanza, le vecchie femministe moraliste (e sfiorite) si scagliano contro queste giovani intraprendenti e spregiudicate che, fiere e consapevoli della propria bellezza e sensualità, utilizzano a proprio vantaggio le proprie doti muliebri, mettendo letteralmente in pratica lo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io” per ottenere soldi e potere. Ecco che le vecchie femministe moraliste, che negli anni 70 non avevano remore a farsi chiamare puttane e a sollevare al cielo le mani unite a raffigurare la vagina, ora si mutano in beghine bigotte, quelle che senza più voglie si prendono la briga e il gusto di dare a tutti il consiglio giusto.

Ci sono, sì, delle femministe che ci cascano con tutte le scarpe. Che mettono alla gogna il comportamento indecoroso delle olgettine e delle donne defilippiane. Anche se ricordo distintamente tanti articoli a firma maschile sull’impegnatissima Repubblica che, ai tempi dello scandalo Ruby e di quel che ne seguì, si ergevano a moralizzatori addossando tutta la responsabilità alle giovani protagoniste delle “cene eleganti” e soprassedendo signorilmente sui signori uomini che vi partecipavano.

Ma non è questo il punto. Non è il solito refrain delle donne che non sanno essere solidali tra loro. La battaglia, sempre più attuale, si gioca (si deve giocare) non (solo) sul piano delle colpe e delle responsabilità dei fatti, ma su una questione di sguardo e di rappresentazione. Il punto non è se sia sbagliato per una donna concedersi al desiderio maschile in cambio di qualcosa. E’, appunto, una sua scelta (quando lo è davvero, ma evitiamo ulteriori sterminate parentesi). Il problema sta nell’immaginario, nel modello unico e mai plurale. Nell’immaginario (della televisione, del cinema, della pubblicità, quello che alimenta la nostra visione del mondo) le donne hanno tutte ventanni e un corpo perfetto. Le donne non invecchiano, e se invecchiano non lo danno a vedere. E se lo danno a vedere allora sono streghe, acide, sfiorite, insoddisfatte, vecchie femministe moraliste. Nell’immaginario le donne stanno ai margini, servizievoli e silenziose, poco vestite e accondiscendenti, a disposizione dei maschi. E’ una loro scelta? Può essere, e nel caso nessuno gliela nega. Ma l’assenza del tanto invocato contraddittorio è desolante come una pietra tombale. L’immaginario si riflette nella quotidianità, la pervade in maniera sottile. Lo si vede nel modo in cui gli uomini trattano le donne, e parlano delle donne. E viceversa, naturalmente. L’immaginario (ri)costruisce muri, distanze, barriere. Incomprensioni. Fa rientrare dalla finestra quello che con immensa fatica si è cacciato fuori dalla porta: le divisioni, gli scontri, le gabbie.

Farsi rinchiudere nella contrapposizione tra “donne vere” (quelle che studiano, lavorano, prendono dottorati, fanno le madri di famiglia, e tutto quanto retorica vuole) e “donne false” (quelle che si siliconano e si spogliano, che si concedono alla libidine maschile in cambio di favori o soldi, che si “liftano” la faccia per restare perennemente giovani) significa farsi riaccompagnare placidamente in un rassicurante sistema di ruoli e di stereotipi e riassorbire la potenza deflagrante di un discorso sulla rappresentazione (e, di conseguenza, la percezione) del femminile.

Siamo tutte “donne vere”, tutte quante, ovviamente. Ad essere falso è il modello unico che ci rappresenta, e che, di contro, rappresenta l’uomo, perchè – ci tengo a ribadirlo sempre – le battaglie di genere sono trasversali ai generi. Solo che nel modello dell’immaginario collettivo, l’uomo ha (per ora) delle possibilità tra cui scegliere. L’uomo è giovane, aitante, sportivo, affascinante, ma anche anziano, saggio, autorevole. E’ bello ed è brutto. E’ stupido e intelligente. E’ un toy boy e un appassionato esperto amante. Non può ancora essere femmineo e femminile, ed è anche per questo che ci si deve battere. In definitiva, perchè ognuno (uomo o donna) possa essere se stesso, nella vita quotidiana e dentro l’immaginario che lo rappresenta e in cui si riconosce.

Ancora una volta, è una questione di libertà. Quella per cui chiunque può aspirare ad essere tutto ciò che vuole, senza il peso dell’inadeguatezza, dell’inappropriatezza, del pregiudizio. L’esatto contrario del moralismo, appunto.

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Il fascista di sinistra

fascisti su marte

E dunque abbiamo lanciato questo bando e poi abbiamo fatto questo ebook. Si intitola Per Genova, dieci anni dopo, ok, il titolo non è il massimo dell’originalità, ma eravamo immersi fino ai gomiti nell’organizzazione di Paesaggi Sonori, quando l’abbiamo scelto, e dunque non ci è venuto niente di meglio.

E dunque dopo l’ebook, che potete scaricare tutti gratuitamente e leggere e diffondere il più possibile, adesso abbiamo fatto pure il reading, come fanno tutte le persone serie che fanno gli ebook sull’internet. Chè un sacco di gente non usa l’internet e allora le cose devi andargliele a leggere di persona, e poi leggere a voce alta con la musica sotto è una cosa bella, più bella, a volte, che leggere ognuno per conto proprio rannicchiato sul treno la mattina presto mentre si va a Milano e fuori piove.

L’altra sera – venerdì – abbiamo fatto questo reading in un circolo di Gallarate che non ho capito se era comunista, socialista, resistenziale o che altro. Me ne sono tornata a casa furente di rabbia e con la nausea nella gola e l’impotenza sullo stomaco. I fascisti di sinistra, a volte, sono peggio di quelli veri. L’aria paternalistica di chi ha ragione perchè tu sei giovane. Quelli che io ho fatto la Resistenza e quindi tu hai torto. Quelli che la polizia è stata provocata, e anche i carabinieri sono vittime. Quelli che la proprietà privata è sacra. Quelli che il servizio d’ordine, perchè non c’era il servizio d’ordine? Quelli che questo movimento è anarchico e senza regole e senza disciplina e quindi tutto sommato è giusto che gente inerme sia stata picchiata, inseguita, ferita, mandata in coma, strappata dal suo sacco a pelo improvvisato in una scuola di notte, ridotta a straccetti scomposti di carne e sangue per un massacro travestito da perquisizione senza mandato e senza movente, imprigionata per giorni in una caserma, e torturata in mezzo a canti del ventennio. E’ giusto, tutto sommato, perchè non c’era il servizio d’ordine. Perchè non c’era il partito. Perchè non c’era il sindacato (che poi il sindacato c’era pure, ma nello sbrodolamento qualunquista tutto fa brodo).

Il fascista di sinistra. Per il quale la cosa più importante da preservare è la sua macchina parcheggiata in fondo alla via. La serenità personale, le indistruttibili certezze. “Che se mi bruciano la macchina, io mi incazzo”. Quello che gli parli di moltitudini e di diritti per tutti, di richiese transanzionali, di collaborazione d’intenti per perseguire un mondo più giusto, gli dici “a Genova per la prima volta centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per rivendicare diritti per gli altri e non per se stessi”. E quello ti guarda sornione, ride sotto i baffi, “che ingenuo che sei”, ti dice con gli occhi, “il mondo, gli altri, la giustizia. Che stupido, che illuso”.

Il fascista di sinistra è quello che i giovani non sono più quelli di una volta, questi giovani di oggi che non hanno coscienza politica. Il fascista di sinistra ti dice “sei tu, giovane, che devi cambiare il mondo!”. Se gli fai presente che con un contratto a partita iva che scade fra sei mesi e magari 800 euro di stipendio al mese, già è tanto se arrivi vivo a fine anno, magari ti risponde pure che non hai voglia di lavorare. Il fascista di sinistra crede nei bamboccioni, e in Di Pietro e in Beppe Grillo. Crede nella disciplina, rimpiange il partito comunista degli anni 60, vota Pd perchè Vendola è un finocchio e poi parla troppo difficile. Magari, se ha uno scatto di originalità, alle prossime elezioni vota Renzi, chè i giovani devono cambiare il mondo, e Renzi è giovane, no? Renzi, Billy Costacurta, Baricco e l’inventore dei Gormiti.

Al fascista di sinistra tu ti presenti con il tuo carico di verità raccolto dentro le testimonianze sincere di chi si è fidato, ti ha scritto, ha messo in circolo la propria voce. Cerchi di raccontare perchè un’intera generazione ha subito un trauma irreversibile, in quei giorni di luglio, un trauma doloroso, cicatrice indelebili. Ti presenti lì con la voce che trema perchè dopo dieci anni il ricordo di Genova ancora le spezza. Il fascista di sinistra sghignazza e dice “il servizio d’ordine, i cassonetti, la proprietà privata”.

Il giorno dopo Berlusconi si dimette, e il fascista di sinistra giubila, stappa lo champagne, grida “buffone”. Insieme a tanti non fascisti, certo. Ma lui c’è. Finalmente. E’ felice come una pasqua, chè magari la prossima volta vince lui, sempre che non ci si metta di mezzo quel ricchione di Vendola.

E tu invece non festeggi, non davvero. Vorresti, ma non riesci. Fai finta, ti apri una birra, scruti incredula quella folla giallastra che riempie il tg davanti al Quirinale. Osservi quelle facce e ti chiedi dov’erano quelle persone lì negli ultimi diciotto anni. Ti domandi se non sono le stesse che “gli immigrati dobbiamo aiutarli, ma a casa loro”, “non ho niente contro i gay, basta che non facciano le loro cose in pubblico”, “le donne però se si vestono da zoccole alla fine se la cercano”. Quelli che alle otto guardano Striscia pensando sia un telegiornale vero. Quelli che non si perdono una puntata di Fazio e sono convinti che sia uno che fa le domande scomode. Che annuiscono beoti ad ogni asserzione di Beppe Grillo.

Quelli che hanno bisogno di andare dietro a qualcuno, di applaudire qualcuno, di sventolare le bandiere di qualcuno, di fare il tifo. Di sentirsi migliori degli altri. Di stare sempre dalla parte della ragione. Fascisti, poco importa di quale direzione.

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good morning, Charlie Brown

“Oggi è una di quelle giornate sceme nelle quali mi sento uno scemo e mi succedono solo cose sceme”. “Perhè non te ne ritorni semplicemente a letto?” “Non faccio mai cose furbe nelle giornate sceme”.*

Motivi per cui oggi mi sento tipo Charlie Brown, ma peggio, perchè sprovvista della sua flemma:

  • Mi è morto l’Hard Disk esterno. E tutto è andato perduto, per sempre, come lacrime nella pioggia. E quando dico “tutto”, intendo proprio TUTTO. Avete presente, tutto? Ecco, tutto.
  • In questo preciso istante, sono le ore 6.38 di una domenica mattina. Sono al lavoro. Avevo il turno “alba”. Nessuno mi ha detto che la domenica il turno “alba” comincia alle 7.30 e non alle 6.00. Per cui, eccomi qui. Cielo grigio su, niente foglie gialle giù, ma molte pozzanghere, freddino umido, sonno dentro le palpebre, coglioni che girano. Fuori Milano dorme. Vaffanculo, Milano.
  • Oggi ci sono le elezioni. Tipo che un annetto fa, qua sul blog, mi lamentavo dell’assenza di campagna elettorale. Ecco, non mi lamento più. La campagna elettorale a Busto Arsizio è un circo che neanche Barnum nei suoi giorni migliori. A Busto Arsizio, tra i candidati c’è Magdi Cristiano Allam. No, non vive a Busto Arsizio, Magdi Cristiano Allam. E allora? Boh. A Busto Arsizio c’è anche il candidato sindaco più vecchio d’Italia, ha ottantaquattro anni, è stato eletto per la prima volta nel 1961, è già stato sindaco cinque volte. Si candida con Fli e dei centristi a caso, ma, soprattutto, è sostenuto da una lista di giovani.  Largo ai giovani. A Busto Arsizio, per fare campagna elettorale, sono venuti a far comizi Beppe Grillo, Maroni, Gasparri, La Russa. Del Pd nessuno, forse perchè il candidato sindaco del Pd, qua a Busto, è un tipo davvero okay, e quindi i suoi compagni di partito con lui si sentono a disagio. La Lega ha fatto un concerto della Shary Band. La Shary Band. In pieno centro. Invece Agesp, ovvero la mafia bustocca, ha fatto sfilare per il centro graziose signorine in mutande che distribuivano palloncini. Così. Però, una cosa bisogna dirla: a Busto Arsizio, tra i candidati consigliere, c’è Flaco dei Punkreas. E’ nella stessa lista della mia amica Carolina Crespi, Manifattura Cittadina. Flaco dei Punkreas ha organizzato un concertone mercoledì, un concertone dei Punkreas, più altra gente brava a suonare, e io sono andata a spillare le birre aggratis, e ancora mi fa male il braccio da quante birre ho spillato. Era tutto così bello che Busto sembrava quasi una città di quelle dove vivresti volentieri. Poi ieri notte, quando era già scattato il silenzio elettorale e tutti dormivano beati e stanchi, quelli del Pdl han pensato bene di coprire i manifesti di tutti gli altri candidati con delle robe con su scritto “Vota Berlusconi”. Cavoli, non mi risulta che Berlusconi sia candidato a Busto. Un’omonimia? Fatto sta che Busto è tornata di nuovo brutta, triste, becera, volgare. Vabbè, insomma, un disastro, siamo andati tutti davanti al Comune a fare casino, c’erano un po’ di giornalisti, ma il Gigione – il sindaco uscente Pdl, che da due mesi inaugura cose a caso che non esistono cosicchè i giornali parlino di lui – il Gigione no, è in ospedale, c’ha i calcoli, o forse lo stress, chi sa. Vabbè, insomma, oggi si vota, e se voialtri bustocchi non mi votate Manifattura Cittadina, o al massimo una qualunque delle liste che sostiene lo Stelluti, io non so più che dirvi. Voglio dire, in Manifattura Cittadina c’è Flaco dei Punkreas. Quando vi ricapita di votare Flaco dei Punkreas? Dai.
  • E, già che ci siamo, milanesi non fate scherzi e votate Pisapia. No, dai, sul serio, non vorrete mica tenervi donna Mestizia per altri cinque anni. Dai, su, siamo seri. E non fatemi scrivere niente sulla Bat-caverna, una roba talmente squallida che ogni commento è superfluo, nè, tantomeno, sulla pessima figura fatta da Lady Brichetto Arnaboldi l’altro giorno a Sky. Votate Pisapia, ed evviva l’internet e fanculo la parcondicio di merda.
  • Ora che ho praticamente finito di scrivere questo post, sono le 7.43, e, nel frattempo, ho pure già iniziato a lavorare. Io la odio la fottuta musichetta di Sky. Siccome oggi è domenica, ancora non ci hanno portato i giornali di oggi. Un po’ mi è passato il sonno, e un po’ anche il nervoso. Poi la mia collega Anna mi fa notare che, su Repubblica.it, a proposito dell’arresto per stupro di Strauss-Kahn, un giornalista scrive: “la sua fama di seduttore l’ha coinvolto in un altro clamoroso incidente già qualche anno fa”. Santocielo, questi di Repubblica ci stracciano le palle per mesi con il bunga bunga, ma poi parlano uguale a Berlusconi. Sparatevi tutti.

Ciò detto, buona giornata elettorale, cari miei. Ricordatevi che avete tempo per votare fino a stasera alle 22, e domani dalle 7 alle 15. Vi serve un documento di identità valido e la tessera elettorale. Se avete perso la tessera elettorale, andate in Comune che ve la rifanno nuova di pacca. Sì, anche oggi. Fate i bravi, chè tanto c’è un tempodimerda, mica vorrete andare al mare.

* testo tratto da una vignetta dei Peanuts che ora non trovo sull’internet.

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appiccicati addosso

Ogni tanto capita di vedere un film che ti rimane appiccicato addosso per un bel po’ di giorni, e spesso è per la storia che racconta, ma molto più spesso è per l’atmosfera, che è poi la stessa cosa delle canzoni che ti rimangono in testa e non se ne vanno, ma non quelle canzoni ritornello fatte con lo stampino apposta per restarti incollate al cervello facili facili, intendo quelle canzoni meravigliose che ti scivolano dentro l’anima e quando per sbaglio camminando per strada ti capita di guardare in su, succede che la musica ti si spalanca addosso come una colonna sonora perfetta e liquida che si adagia sulle cose.

Ecco, quelle canzoni lì, intendo. E quei film che ti rimangono appiccicati addosso per un sacco di tempo sono un po’ come quelle canzoni, continuano a parlarti da qualche parte dentro la testa, e poi scappano fuori da ogni poro e tu non puoi fare altro che rimasticarteli e anche parlarne agli altri e dire “guardalo”, e va da sè che quei film – un po’ come quelle canzoni – spesso sono film tristi. O, se non sono proprio tristi, hanno dentro una specie di vena malinconica, perchè a tutti noi piace crogiolarci nella nostalgia dentro la luce del tramonto di una sera di giugno. Se proprio dobbiamo scegliere, voglio dire, meglio una sera di giugno che una grigia e fredda mattinata di novembre col cielo di ghisa e il cappotto tirato su stretto contro il vento, in attesa del tram.

Che poi mi viene in mente come, alcuni di questi film (e di quella musica, tra l’altro), vengano dai più definiti “deprimenti“. L’aggettivo “deprimente” è uno di quelli che più ho sentito associare a uno di questi film, il più recente in ordine di tempo, che è Never Let Me Go, o, secondo la distribuzione italiana, Non lasciarmi. L’ho visto venerdì e ce l’ho ancora addosso e non si schioda. E mi fa pensare a un altro film che, per certi versi, è molto diverso, e per altri invece no, The Road. Quello che ha rischiato di non essere mai distribuito in Italia perchè definito, per l’appunto, “troppo deprimente”.

Allora mi viene da pensare che forse questi film vengono definiti deprimenti per lo stesso motivo per cui mi restano appiccicati dentro, e cioè che ci dicono delle cose di noi stessi che non vorremmo mai sentirci dire, quel genere di paure che se ti capita di pensarci la notte, quando stai lentamente ondeggiando dentro il sonno, ti ritrovi d’improvviso con gli occhi spalancati e la tachicardia e una voragine di terrore che ti risucchia al centro del materasso, giù giù verso chissà dove.

E non parlano di queste cose dicendotele in faccia, ma te le dipingono intorno, come, appunto, quella musica di cui sopra. Voglio dire, non è che The Road sia spaventoso perchè ti fa vedere che gli umani possono diventare cannibali, e nemmeno Never Let Me Go è sconvolgente perchè ti mostra le implicazioni etiche di una possibile evoluzione medica. Quel che di The Road davvero ti consuma è riconoscere perfettamente gli spazi urbani o extraurbani in cui vivi tutti i giorni dentro la devastazione del futuro in cui è ambientato. Quel che di Never Let Me Go non riesci a schiodarti dalla testa è la rassegnazione, quella stessa rassegnazione che ogni mattina ti spinge ad obbedire alla sveglia. E la stessa indelebile crudeltà del tempo che passa, e che non sarà mai abbastanza, che tu viva trent’anni o cento.

Non te lo gridano in faccia, ma ti vengono così vicino, in modo straziante e disturbante, con un contrappunto di immagini e parole che assomiglia ad una musica che ti ritorna in mente quando meno te lo aspetti, e ti scuote dal sonno, riprecipitandoti su un piano di lucidità scomoda dal quale la quotidianità continuamente ti distrae. E forse è per questo che, per quanto deprimenti, sono musiche che non vorresti mai smettere di ascoltare: perchè cercare, sempre e più in profondità, di capire le cose è, in fin dei conti, il nostro vero motore di senso.

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the cocacola swan

[Premessa obbligatoria: per una serie di ragioni con cui non vi ammorbo, ho visto Black Swan prima sul mio caro pc, in versione originale, e poi al cinema, ovviamente doppiato. Con mio sommo rammarico, inizialmente, perchè certi film vorrei fortemente vederli prima su grande schermo, ma, col senno di poi… che culo.]

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, spiegatemi un po’ perchè cazzo dovrei spendere otto fottuti euro (e, da luglio, forse anche nove, thanks to decreto milleproroghe) per venire a vedere i film al cinema. Analizziamo insieme la questione.

I pro:

  • Grande schermo.
  • Impianto sonoro presumibilmente in dolby surround e bla bla bla.
  • Poltrone comode, quasi sempre.
  • Sala buia, rito collettivo, uscire con gli amici, etc etc.

I contro:

  • Le altre persone. Okay, cari distributori ed esercenti del cinema italiano, potrete anche dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente maleducata e fastidiosa, che non ha ricevuto mai un’educazione all’immagine, e che è convinta che a me piaccia pagare otto fottuti euro per ascoltare i loro amabili cazzi invece che seguire quanto avviene sullo schermo. Potrete dirmi che non è colpa vostra se il mondo è pieno di gente che non si preoccupa di informarsi sul film che sta andando a vedere, se non ha mai sentito parlare di Aronofsky, se credeva di vedere una trasposizione al cinema del balletto con Nureyev e Margot Fontaine, se basta loro vedere una goccia di sangue per avere un attacco di panico isterico. Non è colpa vostra, se molti si sentono in dovere di riempire il vuoto con i loro bisbiglii di merda, quando i personaggi sullo schermo non stanno dialogando, e se non sono in grado di spegnere il loro fottuto telefono nemmeno in sala. Non è colpa vostra, però, cazzo, poi seduti a fianco me li becco sempre io, e son bestemmie.
  • L’incapacità del proiezionista/la qualità video risalente al 1927. Questo, invece, è colpa vostra. Mi spiegate perchè il mio screener scaricato grazie a qualche anima santa, si vede più nitido e meno sgranato della vostra copia in pellicola de Il cigno nero? Perchè per metà del tempo quel che si vede è costantemente e lievemente sfocato, e sfondo e primo piano confondono i confini, e appena c’è un movimento di macchina inaspettatamente accelerato non si capisce più un cazzo? Perchè tante volte sbagliate il mascherino? Perchè vi ostinate a distribuire copie con più graffi sulla pellicola di quelli sulla schiena di Natalie Portman?
  • Il doppiaggio. Ed eccoci all’argomento clou. A cui di solito mi viene risposto “sei un’insopportabile snob”, e potrebbe anche essere vero, ma, perdio, parliamone. Voi adattatori dei dialoghi, voi direttori del doppiaggio, li vedete i film prima di sputtanarli con le vostre voci di merda? Oppure siete dei cerebrolesi che non capiscono cosa stanno guardando? SPOILER SU BLACK SWAN, NIENTE DI TRASCENDENTALE, MA IO, PER SICUREZZA, VI AVVERTO. E’ un film in cui la colonna sonora fa tipo il 50 percento del lavoro. C’è tutta una serie di rumori ambientali messi lì apposta per costruirti la tensione, che è poi quasi lo scopo ultimo di un film come Black Swan. Ma, ovviamente, siccome siamo in Italia, la metà di quei rumori di fondo viene buttata via, e appiattita, perchè noi dobbiamo doppiare. Ma il punto non sarebbe nemmeno questo: il punto è che, per qualche oscura ragione, ogni singolo dialogo viene snaturato, abbassato, banalizzato. Live a little diventa Su, un po’ di vita, neanche Vincent Cassel fosse mia nonna. Poi, quando Mila Kunis dice, in originale, le stesse identiche parole, ed è fondamentale che siano le stesse identiche parole, ma sì, cambiamole, tanto cosa sarà mai. E via così, a pacchi. Per arrivare all’apoteosi finale, il momento di pathos ed emozione e brividi e pelle d’oca su cui si chiude il film: la povera Natalie Portman si sacrifica sull’altare dell’arte, mormorando, in estasi I felt it. Perfect. I was perfect. Traduzione: L’ho sentito. Perfetto. E’ stato perfetto.

NO!!! Brutto pirla direttore del doppiaggio, NO! Non è la stessa fottuta cosa. Perchè hai appena visto un film in cui una povera crista si autodistrugge nell’ossessiva ricerca (tra le altre cose) della personale perfezione, quindi non è lo stesso dire “è stato perfetto” e “sono stata perfetta”. Per quale motivo decidi di cambiarlo? Per il labiale? (Non credo, non mi sembra ci sia una differenza così marcata tra le due opzioni, al massimo se vuoi stare più stretto, falle dire “ero perfetta” e sei a posto). Oppure perchè sei sordo e hai capito male? Oppure perchè sei deficiente e non hai capito una mazza del film? Oppure perchè non sai l’inglese? Oppure perchè, così, quella frase non ti piaceva e quindi hai deciso di cambiarla, a tua discrezione? E chi cazzo sei, tu, che cambi la sceneggiatura di un film come ti pare e piace, e poi mi chiedi di pagare 8 fottuti euro per vedere la tua versione di Black Swan, illudendomi che sia la versione del buon vecchio Aronofsky?

Cari distributori ed esercenti del cinema italiano, vorrei proprio sapere con che coraggio mi venite a parlare di legalità, rispetto delle regole, qualità dell’opera quando mi chiedete di non scaricare i film e di venire da voi a darvi i miei fottuti otto euro. Quando i film me li fate uscire con mesi di ritardo rispetto al restodelmondo, me li fate vedere e sentire male e pretendete di doppiarli alla cazzo di cane. Che poi mi chiedo se distribuire i film in versione originale con i sottotitoli, come avviene in tutto gli altri paesi del mondo civilizzato, non vi costerebbe meno e, forse, non aiuterebbe anche a diffondere una cultura cinematografica diversa, un approccio all’opera in grado di risolvere, almeno in parte, quei problemi di educazione di cui parlavo poco più su.

Quantomeno, metà di quella gente che al cinema ci va solo per continuare la conversazione cominciata in macchina, spaventata da quegli orribili mostri che sono i sottotitoli, se ne starebbe a casa. Nel frattempo, sentite un po’, me ne sto a casa io, e con quegli otto fottuti euro ci compro delle caramelle gommose alla Coca Cola. Frizzanti.

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